Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura italiana, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni, Umorismo, Verismo

Relativismo e umorismo sotto un vestito verista

LEsclusaRecensione de L’esclusa, di Luigi Pirandello

Garzanti, i grandi libri, 2005

L’esclusa è il primo romanzo di Luigi Pirandello, che lo scrisse, ventiseienne, nel 1893. In quel periodo Pirandello vive a Roma, frequentando un cenacolo di amici letterati di cui fa parte anche Luigi Capuana, uno dei grandi esponenti del verismo italiano. In precedenza si era dedicato alla composizione di opere poetiche e alla traduzione delle Elegie romane di Goethe. Da due anni era rientrato in Italia da Bonn, dove si era laureato con una tesi sul dialetto di Girgenti e dove, soprattutto, era entrato in contatto con la grande cultura tedesca del XIX secolo. Pur essendo un’opera immatura, giovanile e per molti versi come vedremo anomala rispetto al resto della produzione dell’autore, Pirandello non la rinnegò mai; alla versione originale, pubblicata a puntate su un quotidiano romano nel 1901, seguirono infatti due revisioni del romanzo: la prima portò ad una edizione milanese nel 1908, mentre nel 1927, nel pieno della maturità artistica dello scrittore siciliano, Bemporad ne pubblicò a Firenze una ulteriore nuova edizione, riveduta e corretta dall’autore. L’edizione Garzanti da me letta riproduce questa ultima versione del romanzo: opportune note permettono comunque di farsi un’idea dei cambiamenti, anche piuttosto rilevanti, introdotti da Pirandello rispetto al testo originario.
L’esclusa è a mio avviso il risultato del dualismo culturale in cui, se così si può dire, si trovava immerso negli ultimi anni dell’800 il giovane Pirandello: da un lato l’amicizia con Capuana, che lo spronerà a dedicarsi alla letteratura, si riverbera nell’impianto schiettamente verista del romanzo, dall’altro emergono già, sia pure in forma acerba, soprattutto a mio avviso nei personaggi secondari ed in alcune delle situazioni chiave, i tratti di quel relativismo conoscitivo che costituirà uno dei fondamenti della poetica pirandelliana, declinato attraverso l’umorismo, nella connotazione peculiare che questo termine assume per l’autore. È lo stesso Pirandello, nella lettera a Capuana anteposta all’edizione milanese del 1907, a chiarirci l’essenza del romanzo, quando dice: ”[…] dubito forte che [il pubblico dei lettori] si sia potuto avvertire alla parte più originale del lavoro: parte scrupolosamente nascosta sotto la rappresentazione affatto oggettiva dei casi e delle persone; al fondo insomma essenzialmente umoristico del romanzo. Qui ogni volontà è esclusa, pur essendo lasciata ai personaggi la piena illusione ch’essi agiscano volontariamente; mentre una legge odiosa li guida o li trascina, occulta e inesorabile;”.
Ad una lettura superficiale, infatti, L’esclusa appare come una tipica vicenda verista. Marta Ajala, la protagonista, figlia primogenita di un piccolo imprenditore conciario di Girgenti, ha sposato Rocco Pentàgora, anch’egli appartenente alla media borghesia cittadina. Il romanzo si apre con il ritorno di Rocco nella casa paterna, dopo che ha scacciato di casa la moglie, sorpresa a leggere una lettera inviatale da Gregorio Alvignani, giovane politico in ascesa che si è invaghito di lei. Marta non ha tradito il marito, si è limitata ad intrattenere una corrispondenza privata con Alvignani, ma a Rocco basta quella lettera, e le altre che ritrova, per ripudiare la moglie. In città scoppia lo scandalo e Marta, tornata a sua volta in famiglia, vive reclusa in casa, nella quale si seppellisce anche il padre, che abbandona la conceria e disprezza la figlia per la vergogna che ha gettato sulla famiglia. Unica persona che frequenta gli Ajala è Anna Veronica, un’amica della madre di Marta, anch’essa emarginata dalla società per una colpa commessa in gioventù. Marta è incinta del marito, ma il figlio nasce morto lo stesso giorno della morte di suo padre. Presto la conceria fallisce e le tre donne (oltre alla madre Marta ha una sorella più giovane, Maria), si ritrovano sul lastrico. Marta decide allora di riprendere gli studi interrotti per sposarsi e di concorrere ad un posto di insegnante. Vince il concorso, ma per le proteste dei benpensanti il posto viene dato ad un’altra. Alcuni notabili locali, tuttavia, si rendono conto dell’ingiustizia perpetrata nei suoi confronti, e – con l’intervento di Alvignani che nel frattempo è diventato deputato e vive a Roma – riescono a procurarle un lavoro come insegnante a Palermo. La famigliola si trasferisce quindi nella grande città, dove nessuno conosce Marta, che si fa apprezzare nell’ambiente scolastico. Ammirata anche per la sua bellezza dagli altri professori, si innamora di lei un collega, Matteo Falcone, che Marta respinge, nonostante le indubbie doti intellettuali, sia per la bruttezza sia per il suo stato di donna perduta. La relativa serenità di Marta è presto sconvolta dall’apparizione a Palermo per un periodo di riposo di Alvignani, che chiede di vederla: al primo incontro lei gli si concede, intrecciando con lui una tormentata relazione. Anche Rocco, il marito, che ha da poco perso il padre, ritorna in scena, facendo sapere a Marta che è pentito e intende riprenderla con sé. Marta, che nel frattempo è rimasta incinta di Alvignani, non sa più che fare e, dubitando della sincerità dell’amore di quest’ultimo, medita il suicidio. Per un caso complicato, Marta si trova ad assistere in punto di morte la madre di Rocco, anch’essa anni prima ripudiata dal marito e rifugiatasi in miseria a Palermo. Sul suo letto di morte giunge anche Rocco che, distrutto dal dolore, chiede appassionatamente a Marta di tornare con lui, nonostante ella gli abbia rivelato la sua relazione con Alvignani e il suo stato.
Una trama quindi da cui emerge con chiarezza la matrice verista del romanzo, accentuata in questo senso dalla puntigliosità con cui Pirandello descrive i luoghi, elenca le vie e le piazze di Girgenti e Palermo in cui si svolgono i fatti, la vividezza con la quale descrive la processione dei santi Cosimo e Damiano e tanti altri particolari. Una matrice in cui a mio avviso non mancano alcune ingenuità, sia stilistiche sia di contenuto, che a tratti fanno scivolare il romanzo verso toni melodrammatici.
Eppure questa matrice, sorta di involucro opaco che avvolge il romanzo, lascia trasparire alcuni elementi affatto diversi che, se non possiamo ancora chiamare pienamente pirandelliani, pure annunciano molte delle tematiche che avrebbero costituito l’humus della produzione successiva dell’autore, a partire da Il fu Mattia Pascal, e che sono la base della grandezza, dell’originalità e della proiezione pienamente novecentesca ed europea dello scrittore agrigentino.
Un primo elemento da notare, anche se secondario, è il fatto che originariamente il titolo del romanzo avrebbe dovuto essere Marta Ajala. L’abbandono del nome della protagonista nel titolo e la scelta di un appellativo che ne sottolinea la condizione interiore è già a mio avviso un primo indizio della piega non pienamente verista dell’opera.
È poi necessario sottolineare, come del resto evidenzia anche Angela Piscini nella bella prefazione al volume, quello che può essere considerato il paradosso cardine della storia, che costituisce anche il fondamento del suo umorismo: Marta, che viene ripudiata dal marito senza essere adultera, è riaccolta da questi (anche se il finale aperto in realtà non ci dice se la coppia effettivamente si riformerà) quando adultera lo è effettivamente diventata. Questo finale, che si concretizza a sorpresa solo nelle ultime pagine, è quanto di più lontano da un finale naturalistico, con il quale Pirandello gioca sino all’ultimo, che avrebbe dovuto prevedere il coerente suicidio di Marta, e ci fa rileggere la sua vicenda in modo nuovo, alla luce del citato relativismo conoscitivo pirandelliano, del contrasto tra ciò che l’individuo è e la parte che la società gli assegna, marcandolo a fuoco. Sempre nella lettera a Capuana del 1907, Pirandello dice che ”nella vita [non vi sono forse] ganci improvvisi che arraffano le anime in un momento fugace, di grettezza o di generosità, in un momento nobile o vergognoso, e le tengono poi sospese o su l’altare o alla gogna per l’intera esistenza, come se questa fosse tutta assommata in quel momento solo, d’ebbrezza passeggera o d’incosciente abbandono?” Pirandello non ha ancora pienamente elaborato i concetti che ritroveremo, alcuni decenni dopo, in Uno, nessuno e centomila: Marta Ajala non è un Vitangelo Moscarda al femminile, la sua personalità non si ricompone in modo diverso come in un caleidoscopio a seconda di come la vedono gli altri, è più una vittima dei pregiudizi sociali che di una intrinseca irrazionalità e non-oggettività della realtà, ma il paradossale finale ci dice già molto dei lidi ai quali Pirandello sarebbe approdato.
Anche il tema della parte in commedia assegnato a ciascuno di noi si ritrova nel romanzo, in particolare nella figura e nei discorsi di Antonio Pentàgora, padre di Rocco, il marito di Marta. Egli sa che ai membri maschi della sua famiglia è toccato in sorte di essere cornuti, e nelle prime pagine redarguisce il figlio perché, nonostante il destino, la croce che identifica la famiglia, ha voluto sposarsi. L’umorismo pirandelliano, il sentimento del contrario intriso di comprensione per le ragioni del soggetto umoristico raggiunge già in questa prima prova, forse accentuato dalle revisioni successive, vette importanti, come si ravvisa anche nella feroce ma al tempo stesso tenera caratterizzazione di Don Fifo Juè e della moglie, i due vicini di casa di Palermo, oppure di alcuni personaggi secondari della società agrigentina.
Con questa godibile galleria di personaggi secondari contrasta a mio modo di vedere in senso negativo quello di Matteo Falcone, il bruttissimo insegnante di disegno che ama Marta ma viene da questa respinto. La sua caratterizzazione come irsuto uomo mostruoso, per di più dotato di piedi deformi, sempre cupo, incapace di guardare negli occhi degli altri per la paura di ”scorgervi il ribrezzo che la sua figura destava”, se è senza dubbio funzionale a rimarcare, ancora in senso umoristico, la sua vivacità intellettuale, dall’altro appare veramente sconfinare nella macchietta, evidenziando una certa dose di acerba ingenuità nell’autore.
Un altro elemento che rimanda direttamente all’umorismo pirandelliano, e che allontana il romanzo dal verismo di seconda mano, è a mio avviso il complesso rapporto tra i due protagonisti, Marta e Rocco, e i rispettivi padri. Entrambi sono dei veri patriarchi, violenti almeno verbalmente, in grado di soggiogare i figli alla loro volontà. Entrambi concepiscono gli altri membri della famiglia come loro proprietà, ma nello stesso tempo sia Francesco Ajala, il padre di Marta, rispettatissimo in città, sia Antonio Pentàgora, cui ho già accennato, non sono in grado di gestire la situazione generata dallo scandalo. Il primo si rinchiuderà in una stanza della sua casa senza voler vedere più nessuno sino all’ictus finale, accentuando e rimarcando le conseguenze sociali di ciò che è successo alla figlia; il secondo, come detto, ricondurrà gli avvenimenti all’oscuro destino di famiglia. Nessuno dei due cerca di capire ciò che è davvero successo (o non successo): entrambi accettano supinamente la versione di Rocco perché rappresentano, sia pure in forme diverse, i garanti dell’autorità patriarcale che non può mettere in discussione le regole sociali. Sarà quindi necessario che essi muoiano perché queste regole vengano messe in discussione. Così alla morte di Francesco Ajala, e solo allora, sua figlia Marta potrà reagire alla sua sorte, cercando di rientrare nella società e di assumere il ruolo di capofamiglia anche in senso economico; così, solo la morte di Antonio Pentàgora consentirà a Rocco di agire concretamente per tentare di riavvicinare la moglie ripudiata.
Giova qui ricordare che questa spietata analisi del patriarcato siciliano deriva a Pirandello dal suo difficile rapporto con il padre, e come il tema dei rapporti familiari continuerà a condizionare l’autore e la sua opera per tutta la vita, in conseguenza della patologia della moglie, che generò dei veri e propri drammi familiari e a causa della quale sarà poi per decenni rinchiusa in manicomio.
Leggendo L’esclusa il lettore pirandelliano DOC non si sentirà quindi completamente a casa: troppo lontane appaiono infatti alcune parti del romanzo da ciò che si pretende da un testo della maturità: per certi versi, come ci dice la genesi del romanzo, siamo ancora in pieno ottocento, e il naturalismo di stampo francese, forse per una sorta di reverenza verso il maestro ed amico Capuana, sembra prevalere sul relativismo e sull’irrazionalismo di matrice germanica (ma anche bergsoniana) che Pirandello aveva assorbito negli anni di Bonn. Neppure le revisioni successive, soprattutto quella profonda del 1926, hanno potuto togliere del tutto questo involucro all’opera: la sua stesura ultima ci permette però di trovare nelle pieghe di questo romanzo, andando oltre quelle che l’autore chiama la rappresentazione affatto oggettiva dei casi e delle persone, il germe di ciò che Pirandello sarà: uno dei pochi autori italiani della prima metà del novecento di respiro veramente europeo, capace di innestare nel panorama della asfittica letteratura del nostro arretrato Paese il lievito dei grandi fermenti culturali che – a seguito di drammatici cambiamenti sociali – scuotevano l’espressione artistica sino a metterne in discussione le stesse radici. Cresciuto tra la Sicilia e Bonn, da italiano atipico Pirandello saprà interpretare la crisi dell’uomo del ‘900 come lo sarà un altro grande italiano atipico: il triestino Italo Svevo. A questo celebrato duo personalmente mi sento di aggiungere una ulteriore voce, atipica all’inverso per la sua tipicità apparentemente provinciale: quella di Federigo Tozzi, di cui non a caso Pirandello fu uno dei primi ammiratori.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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