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Le inquietudini pronte ad esplodere nell’Italia del Boom

VenerePrivataRecensione di Venere privata, di Giorgio Scerbanenco

Garzanti, Elefanti, 2002

Il luogo dove si svolgono le drammatiche scene finali di Venere privata è il condominio Ulisse, ”oltre via Egidio Folli e oltre il dazio”. Siamo a Milano, a metà degli anni ‘60, e quella via, quel condominio, situati all’estrema periferia orientale della città, sono emblematici a mio avviso del clima che pervade il romanzo e del fascino che la sua ambientazione esercita sul lettore di oggi, almeno su quello della mia generazione.
Quando Livia Ussaro, una delle protagoniste del romanzo, vi giunge in taxi, tra lei e l’autista si svolge il seguente dialogo:
”«Qui è finita via Folli, siamo in campagna, […] Dov’è che devo andare?» […] «Più avanti, c’è un grande palazzo, sulla sinistra.» Lo stradone correva tra campi coltivati e per un lungo tratto non c’erano case, di nessun genere, l’illusione di essere in aperta campagna era quasi perfetta.”
Via Egidio Folli esiste davvero. Oggi termina a ridosso dello svincolo di Lambrate della Tangenziale est e un cancello metallico segna bruscamente la fine dell’asfalto. Nessuna illusione di essere in aperta campagna: i pochissimi campi e boschetti rimasti al di qua e al di là della immane cesura della tangenziale sono inglobati tra un groviglio di strade e svincoli, cui la recente rotondizzazione selvaggia ha conferito un aspetto da ottovolante, e una urbanizzazione pervasiva e disordinata, fatta di grandi palazzoni, capannoni artigianali, grandi parcheggi per lo più inutilizzati e qualche cascina che ancora si ostina a testimoniare incongruamente il passato agricolo dell’area. Poco oltre la tangenziale due luoghi simbolo delle vicende italiane di questi ultimi decenni: a nord quello che è stato il primo nucleo dell’impero berlusconiano, Milano due, con i suoi viali alberati e i suoi laghetti artificiali, la grande speculazione da cui tutto ebbe inizio; a sud le macerie della Innocenti, la grande fabbrica dove nacque uno dei miti del boom economico italiano: la Lambretta.
Se la trama di Venere privata ci restituisce l’idea di un romanzo di genere, se come vedremo le vicende che narra e le caratterizzazioni di alcuni dei personaggi non sono scevre da una certa ingenuità, è soprattutto nella sua ambientazione, temporale e spaziale, oltre che in una certa eterodossia degli argomenti trattati, degli stessi personaggi e delle situazioni narrate che vanno ricercati – a mio modo di vedere ma, credo di poter dire, anche secondo la grande maggioranza dei critici – gli elementi che forse oggi più che al tempo della sua uscita elevano questo romanzo oltre gli stretti confini del poliziesco, e che fanno di Scerbanenco un autore in qualche modo di culto.
La trama, infatti, della quale non dirò molto, visto che il suo dipanarsi deve in questi casi essere lasciato al piacere della lettura, è piuttosto banale. C’è un apparente suicidio che si rivela essere un omicidio, una sorta di investigatore privato che con metodi non convenzionali scopre dietro questo fatto una importante organizzazione criminale e riesce a sgominarla. Tutto nella norma, quindi, se non ci fossero dei però e degli elementi di contorno inquietanti che prendono nettamente il sopravvento rispetto alla vicenda nuda e cruda. Il primo è la constatazione che l’investigatore, colui che risolverà il caso è tutt’altro che un eroe positivo: Duca Lamberti, che sarà protagonista di una tetralogia di cui Venere privata è il primo episodio, è un giovane medico che incontriamo all’inizio del romanzo appena uscito di prigione dopo una condanna a tre anni per aver praticato l’eutanasia ad una signora malata terminale, condanna per la quale è stato anche radiato dall’albo.
Duca quindi è un emarginato che deve ricostruirsi una vita, partendo da un recente passato che la legge considera criminale. Scerbanenco sceglie di mettere subito in scena uno dei maggiori dilemmi morali ed etici della nostra società, oggetto anche oggi di grande dibattito, che sicuramente all’epoca della scrittura del romanzo era del tutto ostracizzato. Non giudica il passato di Duca e la sua condanna, ma il fatto che Duca divenga il protagonista del romanzo (e della serie) nonostante quel passato gli serve, oltre che a rendere estremamente tormentato il carattere del suo antieroe, anche per far deragliare subito la sua narrazione dai binari del politicamente corretto, in qualche modo estremizzando la lezione dei grandi narratori statunitensi del genere, Hammet e Chandler in primis, ma anche quella del miglior polar francese. Duca è un duro, e lo dimostrerà molte volte nel romanzo, che ha dovuto lottare sin da piccolo, sin da quando i suoi compagni di scuola lo prendevano in giro per l’improbabile nome e a lui non restava che picchiarli. Rimasto presto orfano di madre, figlio di un poliziotto romagnolo che ha combattuto la mafia in Sicilia e da questa è stato menomato ad un braccio, avrebbe voluto seguire le orme paterne ma, secondo il più classico dei sogni familiari italiani degli anni del boom il padre ne ha voluto fare un dottore, prima di morire per un infarto non reggendo alla condanna del figlio. La medicina gli ha dato una conoscenza del corpo umano che gli sarà molto utile nelle sue indagini e nelle sue azioni, ed il carcere ne ha forgiato ulteriormente il carattere oltre a permettergli di conoscere il mondo del crimine. Duca è però anche un giovane uomo che si prende teneramente cura della sorella e della nipotina, nata da una relazione illegittima (altro strappo alle regole del tempo) ormai finita: il compenso che riceve per disintossicare Davide Auseri, serve in gran parte per pagare le spese della sorella. Duca Lamberti non è quindi un investigatore privato, ma un medico che non può più esercitare e che, grazie ad una raccomandazione di Luigi Càrrua, funzionario di polizia che è stato amico di suo padre, riceve, pochi giorni dopo essere uscito di prigione, da un ricchissimo industriale della plastica lo strano e ben remunerato incarico di far smettere di bere il figlio alcolizzato, da lui considerato un buono a nulla. Scoprirà che l’alcolismo di Davide Auseri è legato al suo senso di colpa per il suicidio di una ragazza avvenuto un anno prima e da lì prenderà avvio la sua carriera di detective. Mentre la figura di Pietro, l’industriale, è a mio avviso ben delineata e paradigmatica dell’imprenditoria sicura di sé e di successo di quegli anni ‘60 – non dimentichiamo che nel 1963 la chimica italiana aveva vinto il Nobel con Giulio Natta per le scoperte nel campo dei polimeri da cui era stato possibile produrre il Moplen – il figlio Davide è uno dei personaggi più deboli del romanzo, sin dall’inizio dai tratti un po’ forzati, ma che soprattutto si sbiadisce nel corso della vicenda, sino a diventare una mera protesi operativa di Duca Lamberti.
Se quello dell’eutanasia è il primo tabù che il lettore incontra durante la lettura, il sesso e la prostituzione sono quelli attorno a cui la vicenda ruota. Anche in questo caso l’ottica con cui Scerbanenco affronta questi argomenti è estremamente scorretta, soprattutto se si tiene presente il contesto sociale in cui il romanzo viene scritto: siamo nell’Italia che precede il sessantotto, saldamente democristiana, in cui queste tematiche erano state trattate in modo quasi clandestino da Pier Paolo Pasolini nei meravigliosi Comizi d’amore. Scerbanenco scardina i tabù legati al sesso già all’inizio del romanzo, utilizzando la prostituzione come strumento d’indagine: quando Duca Lamberti vuole conoscere meglio la personalità di Davide ingaggia una giovane prostituta (per la verità due… una anche per lui) che poi interroga per sapere come il giovane alcolista si sia comportato. Ma è con la figura di Livia Ussaro e delle altre due ragazze, Alberta e Maurilia, che hanno un ruolo importante nel romanzo che Scerbanenco va più in là, in pratica legittimando il fatto che giovani donne per motivi economici o per un interesse culturale possano occasionalmente e liberamente prostituirsi (divenendo Veneri private, senza protettori od organizzazioni professionali alle spalle). Probabilmente la percezione di questo fenomeno, tendenzialmente lasciato sotto traccia anche oggi, veniva a Scerbanenco dalla sua lunga esperienza come redattore di quotidiani e responsabile delle rubriche di posta in alcuni tra le più note riviste femminili dell’epoca. La prostituzione quindi come fenomeno sociale ufficialmente rimosso ma ben presente nella società dell’affluenza e del boom, ma anche come libera scelta, anche se forse solo apparente, da parte di ragazze appartenenti ad una classe sociale che dal boom riceve solo le briciole, costrette a saltuari e malpagati lavori da commessa. È il disagio complessivo degli esclusi che percepiamo attraverso le vicende di Alberta e Maurilia, e il loro divenire vittime delle proprie scelte, il fatto che non gli sia consentito di rimanere delle semplici Veneri private e che l’unica possibilità sia far parte di una organizzazione che le sfrutta o morire testimonia dello sguardo disincantato di Scerbanenco nei confronti dei crudeli meccanismi socio-economici che muovevano quell’Italia apparentemente lanciata verso il sogno di una felicità alla portata di tutti, della quale l’omologazione è presupposto indispensabile. Esemplare, a questo proposito, l’episodio in cui Lamberti sale le scale di un condominio, sentendo da ogni porta chiusa giungere la stessa canzone di Milva trasmessa dalla televisione. Un altro elemento che connota il romanzo è che non termina con il ristabilimento dell’ordine classico nei gialli e nei polizieschi: il finale è infatti particolarmente doloroso e struggente.
Lo sfondo di queste vicende non poteva che essere Milano, la città simbolo del boom, quella in cui il suo splendore e le sue miserie si esprimevano ai massimi livelli. È una Milano afosa quella di Venere privata, nella quale il caos mattutino e pomeridiano si alterna con momenti di quiete, sospesi nel primo pomeriggio, angosciosi ed ambigui nelle lunghe serate, della quale scopriamo alcuni luoghi e oggetti simbolo del benessere incipiente (le autostrade, l’Alfa Romeo Giulietta di Davide Auseri, l’Alemagna e il Biffi dove i protagonisti si ritrovano) e la periferia estrema, in procinto come detto di essere stravolta dalla speculazione edilizia ma ancora dotata di una sua specificità rispetto alla città. Scerbanenco ci indica con precisione vie e piazze dove si svolgono le vicende narrate, e non è vero, a mio avviso, quanto afferma Luca Doninelli nella sua pur preziosa prefazione, che cioè nella sua letteratura non ci sia alcuna geografia, che la sua acribia nominativa non evochi nulla. A mio avviso essa evoca un’epoca cruciale nella storia di questa città e di questo Paese, un’epoca in cui tutto stava cambiando, nella quale l’Italia rurale stava lasciando il posto ad una modernità per molti versi sgangherata ed arraffona, le cui contraddizioni ci portiamo dietro ancora oggi.
Certo come detto la scrittura di Scerbanenco non è aliena da ingenuità e da momenti che possiamo percepire come costruiti ad hoc per conferire tensione e pathos alla storia. Così è ad esempio l’episodio del tentativo di suicidio di Davide, oppure alcuni accenni al ruolo della mafia nella vicenda che appaiono unicamente funzionali a giustificare l’azione di Duca come vendetta postuma del padre. In generale, inoltre, appare poco credibile, in una storia che presenta una ambientazione anche giuridicamente ben argomentata, che un privato cittadino possa sostituirsi all’azione della polizia agendo come una sorta di vendicatore totalmente al di fuori e al di sopra delle regole, quasi moderno Tex Willer, sotto il benevolo sguardo di funzionari che gli vogliono bene in quanto figlio di un collega. Personalmente inoltre mi ha lasciato molto perplesso il disprezzo con il quale Scerbanenco tratta il fotografo appassionato di scacchi che appare nella storia. Costui è sicuramente un personaggio negativo, in quanto facente parte dell’organizzazione internazionale che sfrutta la prostituzione e che Duca Lamberti sgominerà, ma il disprezzo che l’autore lascia chiaramente trasparire per lui deriva dal fatto che sia omosessuale (invertito, pervertito, lo definisce più volte). Questa patente omofobia dell’autore stride nettamente con il suo atteggiamento aperto nei confronti del sesso in generale, che è come detto una delle cifre del romanzo.
Queste e altre sono tuttavia da considerarsi pecche sopportabili in un romanzo che, se nasce sicuramente per vendere più che per astratte velleità letterarie dell’autore, sa come detto offrire degli spunti di riflessione affrontando argomenti scomodi ancora oggi.
Venere privata fu pubblicato nel 1966: di lì a poco sarebbero esplosi i movimenti giovanili e quelli operai, e un giorno di dicembre del 1969 quella stessa Milano descritta da Scerbanenco si sarebbe trovata attonita a dover fare i conti con la strategia della tensione, alla quale il potere non esitò a far ricorso per impedire il cambiamento invocato dalla società; pochi giorni dopo da una finestra della stessa questura di Via Fatebenefratelli in cui lavora Luigi Càrrua cadrà un anarchico. Le vicende narrate nel romanzo ci raccontano, forse al là delle stesse intenzioni dell’autore, come le inquietudini ed il disagio cui si diede una risposta con le bombe covavano sotto le luci del boom già prima, quando ancora era possibile immaginare che un medico divenisse un (anti)eroe solitario e che i poliziotti che lavoravano in questura fossero tutti dei poveri diavoli di animo buono.
Da segnalare, infine, che al romanzo è posposto un saggio dell’autore, sempre del 1966, intitolato Io, Vladimir Scerbanenko, in cui vengono narrati in prima persona episodi che ci aiutano a conoscere meglio la vita e la personalità di questo scrittore autodidatta per certi versi strutturalmente anomalo nel panorama culturale italiano del secondo dopoguerra.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

5 pensieri riguardo “Le inquietudini pronte ad esplodere nell’Italia del Boom

  1. Ho dato un’occhiata su aNobii è ho letto solo due libri dell ‘autore ed entrambi nel 2009.
    Mi erano piaciuti entrambi anche se senza troppo slancio.
    Devo dire che in 9 anni anni sono tutta un’altra persona. Anzi la tipa del 20019 non esiste proprio più. Mi sono segnata questo di Scerbanenco, perchè il tuo post racconta situazioni che intrigano.
    Grazie dell’idea.

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    1. Salve, e grazie per aver deciso di seguire il mio blog.
      Solitamente le mie letture sono molto diverse, e sono piuttosto sospettoso rispetto alla letteratura del dopoguerra, in particolare se di genere.
      Questo mio primo approccio con Scerbanenco mi ha fatto tuttavia scoprire un autore che, pur non essendo a mio avviso imprescindibile, sa toccare dei tasti che vanno al di là del genere, e che ci fanno riflettere su alcuni (solo alcuni) dei lati oscuri dell’Italia di quel periodo.
      A presto
      V.

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      1. Grazie a lei per aver risposto.
        Seguirò il suo sito anche perchè sono totalmente ignorante con la letteratura prima della guerra. Anzi leggo praticamente solo contemporanea. Quando mi capitano però le eccezioni e mi capitano mostri sacri italiani o stranieri, il fascino è grande.
        Questo è il motivo perchè h deciso di seguirla, così potrò carpirle spunti e suggerimenti.

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        1. Allora in fatto di letteratura siamo complementari.
          Seguire il mio blog significa sorbirsi delle sbrodolate molto lunghe. Infatti resistono in pochi. Il mio intento principale è costringermi a riflettere su ciò che ho letto, per conservarne memoria. In questo senso non ho molto rispetto per le esigenze di eventuali lettori. Mi farà comunque molto piacere se troverà utili i miei post.
          A presto
          V.

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          1. Adoro il mio blog perchè ci scrivo cosa amo.
            I miei momenti semplici e magari da ricordare. Senza sovrastrutture, senza troppe smancerie. Mi piace tanto interagire e sempre e soltanto con il dovuto rispetto.
            Se qualcuno si stufa, passa oltre.
            Questo mi piace molto.
            Penso che ci sia molto da imparare negli altri, a prescindere.
            Sarà bello imparare dai suoi post, se sono stanca, li finirò il giorno dopo.

            "Mi piace"

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