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Le novelle Biedermeier del padre del fumetto

LaBibliotecadiMioZioRecensione de La biblioteca di mio zio e altre novelle ginevrine, di Rodolphe Töpffer

Rizzoli, BUR, 1954

Questo vecchio volume della BUR originale si apre con un piccolo enigma. Come si può vedere dalla immagine di copertina, l’autore è indicato come W. A. Toepffer, e lo stesso riporta la prima pagina interna. In realtà Wolfgang Adam Toepffer, pittore di genere di origine tedesca, paesaggista e caricaturista di una certa fama, è il padre dell’autore dei racconti raccolti in questo volume, che di nome fa Rudolf (o Rodolphe, alla francese), come emerge subito dalla lettura della breve prefazione al testo. Resta un mistero come i responsabili della stampa di allora (siamo nel 1954) non si siano accorti di un errore tanto evidente. L’anno seguente, comunque, pubblicando il secondo volume delle novelle dell’autore, dal titolo Le due Scheidegg ed altre novelle ginevrine, alla Rizzoli si resero probabilmente conto dell’errore commesso e attribuirono correttamente l’opera a Rodolfo Toepffer.
Oggi non è possibile trovare in libreria edizioni in italiano delle opere di Töpffer, ma queste edizioni BUR, accanto ad altre di editori minori che qualche decennio fa dedicarono una qualche attenzione all’autore ginevrino, reperibili sulle bancarelle fisiche o virtuali di libri usati, possono permettere all’appassionato di avvicinarsi alla sua opera. Egli peraltro è oggi noto, più che come scrittore vero e proprio, come uno dei precursori del fumetto, perché pubblicò, nella prima metà del XIX secolo, per lo più a fini di polemica politica, una serie di tavole costituite da disegni accompagnati da brevi testi, che vengono ritenute il primo esempio di una modalità espressiva che sarebbe poi stata sviluppata tra la fine del secolo e l’inizio del successivo, divenendo ciò che oggi tutti conosciamo nella cultura di massa.
Rodolphe Töpffer nacque a Ginevra nel 1799 e ivi morì nel 1846. Come detto era figlio di un pittore e alla pittura sembrava destinato. Una grave e cronica affezione agli occhi gli impedì tuttavia di dedicarsi a tale arte; fondò quindi e diresse per molti anni un collegio, dedicandosi anche alla scrittura ma soprattutto alla politica: di opinioni fortemente conservatrici, fu membro del parlamento cantonale e fiero avversario dei liberali guidati da James Fazy, polemizzando con lui dalle colonne del Courier de Genève. Emblematicamente, morì pochi mesi prima della rivoluzione che il 24 maggio del 1847 rovesciò il vecchio regime basato sull’alleanza tra l’aristocrazia e la grande borghesia cittadina, portando Fazy e i radicali al potere nella piccola ma economicamente potente repubblica cantonale. I primi decenni dell’800 sono anni tormentati per Ginevra, che riflettono ciò che accade nell’Europa intera: investita dalla rivoluzione francese, perde la sua indipendenza nel periodo napoleonico, per riacquistarla con la restaurazione. Anche nella Roma protestante viene reinsediato l’Ancien Régime, ripristinando le istituzioni della repubblica aristocratica che vedevano l’esclusione dai diritti politici di gran parte della popolazione. Tuttavia, come nel resto d’Europa, nella città di Calvino e di Rousseau, in cui la borghesia manifatturiera (orologi, tessuti) e finanziaria ha da tempo un ruolo economicamente dominante, il ritorno all’ordine del passato non è possibile, e così gli anni ‘30 e ‘40 dell’ottocento sono scossi da rivolte, sino alla citata rivoluzione che in qualche modo anticipa i moti che solo un anno dopo scuoteranno molti paesi europei. In questo quadro Töpffer si schiera decisamente dalla parte della conservazione, polemizzando anche con suo padre, di simpatie liberali. È tenendo presente questo contesto che dobbiamo leggere l’opera letteraria di questo autore, nella quale affiorano sia direttamente, nel caso delle sue tavole illustrate di intento satirico, sia indirettamente, come è il caso di queste novelle, le sue convinzioni politiche.
Questo primo volume della BUR raccoglie cinque novelle, quattro delle quali furono pubblicate in volume da Töpffer a Parigi nel 1841, mentre la quinta appartiene alla sua precedente produzione. Pur essendo di lunghezza sensibilmente diversa tra di loro, sono accomunate da alcuni elementi formali e sostanziali che conferiscono loro una notevole unitarietà e compattezza. Il primo fattor comune è che il racconto è sempre in prima persona: il protagonista, ormai adulto o vecchio, narra le vicende della sua vita da giovane o, in altri casi, singoli episodi significativi della stessa. Inoltre, quasi sempre il protagonista è orfano sin da giovane, ed affidato ad un parente che spesso è coprotagonista, positivo o negativo, delle vicende narrate. Vi è poi, nella scrittura di Töpffer, un tono pedagogico che si concretizza in frequenti riflessioni del protagonista, che interrompendo la narrazione dei fatti spesso si rivolge direttamente al lettore per sottolineare le tematiche di carattere generale che ha inteso affrontare raccontando le vicende della propria esistenza. In tutti i casi le novelle trattano quindi di vicende personali, legate alla bildung del protagonista e spesso relative alla fase della vita che lo porta al matrimonio, visto come passo essenziale dell’integrazione sociale.
La prima novella, che dà il titolo al volume, è anche la più lunga, essendo suddivisa in tre ampi capitoli seguiti da un quarto di appunti ed idee dell’autore per un successivo sviluppo che non venne portato a termine. Non si tratta però di una novella incompiuta, in quanto i tre capitoli finiti hanno una loro compiutezza complessiva, tanto che l’opera venne pubblicata in questa forma e solo in un secondo tempo, seguendo una prassi da lui utilizzata anche in altri casi, Töpffer pensò di ampliarla conferendole lo spessore di un romanzo.
Il protagonista e narratore è Giulio (in queste vecchie edizioni tutti i nomi sono italianizzati), un ragazzo della piccola borghesia ginevrina. Nel primo capitolo, intitolato I due prigionieri, è adolescente, e vive solo in una camera con una finestra che dà su un piccolo cortile, da cui scorge una finestra della prigione cittadina. Secondo una tecnica narrativa tipica dell’autore, facciamo la sua conoscenza poco a poco. Veniamo così a sapere che è orfano e che l’amato vecchio zio, suo tutore che temporaneamente vive a Losanna, l’ha lasciato a Ginevra per studiare affidandolo all’arcigno Ratin, un precettore con una verruca pelosa sul naso che tenta di inculcargli la vacuità e la pericolosità dei sentimenti d’amore. Giulio è però giovane e romantico, e vagheggia l’amore assoluto: nella biblioteca dello zio trova un libro che racconta le vicende di Abelardo ed Eloisa e ne rimane ammaliato. Il suo sentimento adolescenziale è rivolto ad una misteriosa signora inglese che si sta facendo ritrarre da un pittore che abita al piano superiore: per vederne il ritratto combinerà parecchi simpatici guai. Nel frattempo un prigioniero approfitta della sua ingenuità per farsi passare attraverso la finestra della prigione una lima ed evadere. Giulio, temendo che il suo ruolo nell’evasione e anche le marachelle commesse vengano scoperte, scappa nella notte verso Losanna, per andare dallo zio: verrà raccolto dalla carrozza della signora inglese che lo accompagna dallo zio che lo accoglie con amore anche perché la signora elogia la dirittura morale del giovane.
Nel secondo capitolo, La biblioteca, ambientato qualche anno dopo, quando i due sono tornati a Ginevra, conosciamo meglio lo zio, che si chiama Tom (sic!) ed è un erudito che vive con e per i suoi libri: adora Giulio che nel frattempo è cresciuto e si innamora di una graziosissima giovane ebrea che ha chiesto allo zio un libro in prestito e lavora nel vicino ospedale. Purtroppo la giovane, che sembra condividere l’amore per Giulio, muore di lì a poco di una malattia infettiva, lasciando Giulio disperato.
Il terzo capitolo narra della bontà dello zio Tom, che recede dall’idea di fare di Giulio un giurista quando si rende conto della sua passione per la pittura, e di come Giulio si innamori di una vicina povera ma bella e di finissimo carattere, Enrichetta, e ne chieda la mano: il padre di lei è però contrario alle nozze perché Giulio come pittore non guadagna e presumibilmente non guadagnerà in futuro a sufficienza per mantenere la famiglia: gli interventi di zio Tom e di Lucy, la signora inglese del primo capitolo, risolveranno le questioni finanziarie del giovane, che può così sposare Enrichetta e vivere felice con lei, nonostante la morte, peraltro serena, del nobile zio Tom. Il quarto capitolo è come detto un abbozzo della continuazione delle vicende di Giulio dopo le nozze.
Un piccolo bildungsroman, quindi, tutto giocato sui buoni sentimenti, sull’importanza della nobiltà d’animo e della sincerità, non privo di spunti interessanti, come la vicenda del prigioniero e la caratterizzazione bonariamente sarcastica del precettore Ratin, che ci introduce immediatamente sia nello stile narrativo di Töpffer, piano e pacato ma non privo di una certa sapienza tecnica che all’epoca sicuramente costituiva una certa qual novità, sia nella sua poetica che, se non manca ovviamente di rimandi schiettamente romantici – le ambientazioni notturne, il vitalismo giovanile del protagonista, l’amore tragico – li declina secondo lo spirito dell’epoca, quello della restaurazione di cui peraltro Töpffer è un accanito sostenitore, conferendo al testo un sapore Biedermeier accentuato sia dal minimalismo delle vicende sia dal suo filo logico, che vede Giulio prendere le mosse da piccole azioni trasgressive (i disastri che combina nel primo capitolo) per giungere, dopo esser stato compreso ed indirizzato sulla retta via da Lucy, a divenire adulto tramite il contratto matrimoniale, che certifica la sua integrazione, non prima che il suo essere artista sia stato sottoposto alla verifica della redditività.
Significativi a mio modo di vedere, perché sottolineano il carattere scopertamente pedagogico dell’opera, sono il fatto che la storia di Abelardo ed Eloisa, come esempio di amore romantico ma irregolare e dalle conseguenze tragiche, venga riassunta nel primo capitolo, e ancora più un lungo inciso dell’autore, che – rivolgendosi direttamente al lettore – accusa l’orgoglio (nella traduzione stranamente chiamato il germoglio) di essere la causa delle ”… maggiori rovine nella semplicità e bonarietà dei piaceri.”
Facendo un paragone ardito, mi azzardo a dire che il racconto presenta una serie di sottili analogie con il capolavoro di Collodi, con Giulio nella parte di Pinocchio (pur senza averne la stessa carica eversiva), lo zio Tom in quella di Geppetto e Lucy una sorta di Fatina dai capelli turchini ante litteram.
Segue un racconto notevolmente più breve, Il presbiterio, nel quale lo schema narrativo, sia pure con qualche variante e molti meno sviluppi, si ripete pressoché inalterato: questa volta il protagonista, Carlo, è un giovane trovatello cresciuto da un reverendo che riuscirà a vincere le diffidenze della piccola comunità in cui vive portando all’altare l’amata Luisa. Data l’ambientazione ginevrina, assume un qualche significato il fatto che il padre di lei, nel momento in cui, pentito del disprezzo con cui trattava Carlo, gli concede la mano della figlia, gli regala pure l’orologio di famiglia.
La paura, il breve racconto successivo, riveste gli intenti pedagogici della raccolta di accenti schiettamente gotici. Anche qui centrale è la figura di un nonno, che guida, anche attraverso la sua morte, il nipote verso l’età adulta, essendo questo passaggio simboleggiato, quasi in chiave psicanalitica, dallo smarrirsi notturno del giovane nei deserti e paurosi dintorni del cimitero cittadino.
Segue L’eredità, una lunga novella forse più significativa rispetto a quella iniziale. Edoardo, il giovane protagonista, naturalmente orfano, è stavolta affidato ad un parente che gli lascerà una ricca eredità e intende procurargli un matrimonio come si deve. Edoardo però è pervaso dalla noia: ogni cosa che lo attira, siano donne, il cibo o un’amicizia, perde il suo interesse non appena la può avere. Costretto una notte a darsi da fare durante l’incendio di un quartiere cittadino, si sente finalmente utile e conosce Adele, una fanciulla povera ma di animo nobile, di cui si innamora. Nonostante l’avversione del padrino, che lo disereda, e i sospetti della famiglia di lei sulle sue reali intenzioni i due convolano a nozze. Rispetto allo schema già visto troviamo alcune varianti: il parente stavolta è un personaggio negativo, attento solo al prestigio sociale del suo protetto, ed Edoardo giunge al matrimonio compiendo un percorso formativo inverso rispetto a Carlo, passando dall’appiattimento annoiato sulle convenzioni ad una forma di trasgressione sociale che lo porta a rifiutare i denari del padrino e a sposare una ragazza povera. Tuttavia in senso generale ci troviamo sempre di fronte all’esaltazione delle virtù familiari, della modestia e della rettitudine morale dell’agire. Notevoli sono, a mio modo di vedere, le prime pagine in cui Edoardo ci espone la sua noia esistenziale e la caratterizzazione quasi farsesca del domestico Giacomo, ad uso e consumo del pubblico borghese dei suoi lettori.
L’ultimo racconto, Elisa e Widmer, è forse il più romantico e il più melanconico della raccolta, essendo centrato su un tragico amore tra due giovani, narrato attraverso la ricostruzione che ne fa anni dopo il protagonista: è una bella storia che poco aggiunge però a quanto già detto sulla poetica dell’autore.
Con Töpffer, almeno leggendo le sue novelle, siamo insomma di fronte ad un autore sicuramente minore, il cui sentire tipicamente Biedermeier per molti versi può ricordare quello del quasi coetaneo Adalbert Stifter, rispetto al quale soffre sicuramente di una minor varietà creativa dovuta forse anche alle oggettive differenze di clima culturale tra la cattolica e cosmopolita Vienna e la calvinista Ginevra. Si può quindi concordare con il giudizio che ne diede Sainte-Beuve, il quale evidenziò che gli istinti animatori dell’opera di Töpffer erano naturalezza, senso morale, semplicità, finezza o bonarietà umana piuttosto che ideale poetico e grandezza. Si tratta comunque di opere godibili, nelle quali l’ideologia conservatrice che le ha generate, se emerge soprattutto nell’esaltazione retorica dei buoni sentimenti e del matrimonio come coronamento dell’integrazione sociale dell’individuo, è però bilanciata da una indubbia capacità di dare vita, in uno stile piano come le vicende che narra, ad alcuni personaggi dotati di un preciso spessore letterario. Chissà quindi che qualche editore non ci riproponga le opere di questo autore, che non mi pare meriti l’oblio in cui è oggi relegato.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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