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Frizzanti e a tratti troppo leggeri: i racconti della più anglosassone scrittrice italiana del primo novecento

RaccontiAmericaniRecensione di Racconti americani, di Annie Vivanti

Sellerio, La memoria, 2005

”Ormai a ricordare Annie Vivanti siamo pochi”, dice Anna Folli all’inizio della breve Nota che chiude questo volume edito da Sellerio nel 2005, nota resa ancor più breve dal fatto che ne è stata tagliata una parte. Oggi però questa affermazione è solo parzialmente vera, in quanto da allora non poche sono state le pubblicazioni di opere della Vivanti: Sellerio stesso fece seguire a questo volume l’edizione di due romanzi dell’autrice, mentre altre case editrici hanno pubblicato nel corso degli anni altri suoi romanzi, le liriche e la corrispondenza tra Vivanti e Giosuè Carducci, suo mentore ed amante. Stranamente, però, questa riscoperta non ha sinora riguardato, con l’eccezione di questo volume, le novelle della Vivanti, che a detta sia di Anna Folli sia di Carlo Caporossi, traduttore di questi Racconti americani e curatore del volume, rappresentano il punto più alto della sua arte, quello attraverso cui si esprime con maggiore freschezza e immediatezza. Mancano in particolare nel panorama editoriale italiano i racconti e le novelle che Annie Vivanti scrisse nel primo dopoguerra, dopo essersi stabilita definitivamente in Italia ed essere divenuta una delle scrittrici più popolari d’Europa, autrice di veri e propri best sellers ma anche oggetto dell’attenzione dei più grandi critici letterari dell’epoca (Benedetto Croce le dedicò ben due saggi nella sua monumentale La letteratura della nuova Italia).
Annie Vivanti è sicuramente una figura eccentrica nel panorama letterario del nostro paese a cavallo tra ottocento e novecento. Nata in Irlanda nel 1866 da un patriota garibaldino esiliato e da una nobildonna tedesca, visse in gioventù tra Londra, l’Italia, la Svizzera e gli Stati Uniti, sposando un ricchissimo finanziere irlandese. Pubblicò le sue prime raccolte di poesie e il suo primo romanzo in Italiano, sotto l’egida di Carducci, quindi nei successivi vent’anni scrisse solo pochi racconti in inglese, pubblicati da riviste statunitensi. Nel 1910 pubblicò in inglese il romanzo I Divoratori, considerato il suo migliore, che uscì l’anno dopo in italiano, tradotto dalla stessa autrice. Dopo avere attivamente partecipato alla causa irredentista italiana e a quella dell’indipendenza irlandese, tornò in Italia subito dopo la fine della guerra, avvicinandosi al regime fascista, e qui si impose con i suoi ulteriori romanzi, che come detto ebbero un grande successo di pubblico. Sua figlia Vivien fu una eccellente violinista, vera e propria bambina prodigio: il suo suicidio nel 1941 portò rapidamente alla tomba anche la madre.
L’eccentricità della figura della Vivanti sta essenzialmente nel suo cosmopolitismo: padroneggiava perfettamente quattro lingue, e la sua personalità culturale si può forse definire un amalgama di leggerezza italiana e pragmatismo anglosassone, conditi da una punta di romanticismo tedesco. Seppe amministrare perfettamente la sua immagine di donna moderna e libera, utilizzandola per imporsi nel contesto dell’industria culturale dell’epoca.
I cinque racconti proposti da questo volume furono scritti dall’autrice in inglese tra il 1896 e il 1905, e non vennero mai pubblicati in Italia sino al 2005. Di questi, i primi tre, pubblicati tra il 1896 e il 1897, rappresentano un corpus compatto, che come vedremo trattano tematiche strettamente interconnesse ed essenzialmente incentrate su varie sfaccettature della personalità dell’autrice e dei caratteri degli ambienti altoborghesi di cui faceva parte, còlti e descritti con un tocco di garbata ironia che a tratti sconfina nella satira. Segue quello che è secondo me il racconto più significativo della raccolta, nel quale la leggerezza dei primi racconti si tramuta improvvisamente in tragedia. L’ultimo racconto, di taglio nettamente più autobiografico, narra infine della scoperta del talento musicale della figlia e delle prime problematiche familiari legate al suo essere una bambina prodigio.
Il volume si apre con il lungo Perfetta, nel quale si colgono subito i tratti essenziali della scrittura dell’autrice e le tematiche che accompagneranno il lettore anche nei successivi due racconti.
A Firenze, nel museo degli Uffizi, si incontrano Francesca e Karl. Lei è una giovane italiana che vive a New York, sposata e con una figlia, in viaggio sola in Italia; lui è un tedesco, aspirante cantante lirico, in Italia per seguire lezioni di canto. Lui si innamora di lei, della sua perfezione di donna libera e al contempo fedele, e lei corrisponde idealmente il suo sentimento, opponendo però alle sue pretese concrete il suo status di moglie e madre felice. I due trascorrono alcune felici settimane insieme, tra la Toscana e Rimini, sino a quando Francesca deve tornare a New York, dove racconta al marito, prosaico e grasso mago di Wall Street, del suo corteggiatore, a cui pensa con nostalgia.
Dopo poche settimane riceve una lettera da Karl che la informa di avere deciso di venire a New York per rivederla: arriverà di lì a poco con un transatlantico, accolto come un amico dalla famigliola. La magia italiana però non c’è più: Karl rivela un animo venale ed anche ottuso, pensando ai soldi spesi per la traversata atlantica e non riconoscendo nella inappuntabile padrona di casa la insolente crudeltà e la grazia indomita che lo aveva ammaliato nella Francesca italiana. Con un pretesto, Karl riparte presto per l’Europa e Francesca si rifugia nella pace familiare.
Notiamo subito come nel racconto compaiano le tre culture di riferimento dell’autrice. Ai due poli opposti stanno quella anglosassone, pragmatica e materiale, cui appartengono il marito e la condizione di moglie e madre di Francesca, e quella tedesca, incarnata da Karl che cita Heine e sa comprendere le azzurrità dell’anima, anche se poi emergerà l’altra faccia dell’animo tedesco, quella come detto venale e ottusa. In mezzo, sospesa tra le due culture, l’italianità di Francesca, che necessita di entrambe per essere vivificata.
Perfetta è un racconto ironico, leggero e frizzante, forse troppo leggero, anche perché non scevro da un certo manierismo che lo caratterizza pesantemente e affiora, anche se in modi diversi, anche negli altri racconti: il manierismo tipico di chi appartiene alla haute société, guarda tutto dall’alto, da un punto di vista privilegiato e non sa rapportarsi con ciò che lo circonda se non con una specie di condiscendenza bonaria, facendo del proprio ombelico il centro del mondo.
Il racconto successivo, En passant, è costruito attraverso l’esposizione alternata delle pagine di due diari: quello della protagonista, Viviane, scrittrice londinese di successo, e quello di Earle Bright, l’illustratore del romanzo che Viviane sta pubblicando. Lei è molto glamour e leggera, si intuisce che ha avuto molte storie che il marito ha sopportato con pazienza. Lui è un uomo di mezza età, grigio e rinchiuso in un orizzonte piccolo-borghese. Proprio a causa di questa diversità Viviane si infatuerà del disegnatore, che a sua volta si innamorerà di lei. Il presunto sentimento di lei svanirà però subito e Viviane tornerà tra le righe, affidando l’illustrazione del suo successivo libro ad un altro. En passant è un racconto piccolo in tutti i sensi, poco più di un abbozzo nel quale i possibili spunti sono poco o punto sviluppati. L’unica nota emergente è a mio avviso la capacità della Vivanti di descrivere dal di dentro l’insieme dei (dis)valori di riferimento della classe cui appartiene, evidenziandone la vacuità che genera crudeltà. È però a mio avviso troppo poco perché si possa parlare di un bel racconto.
Con Houp-là si riprende in larga parte lo stesso canovaccio visto nel primo racconto della serie. Qui la protagonista è Elsie, la giovanissima figlia di un manager teatrale statunitense, il quale ha la strana abitudine di creare in casa l’atmosfera delle commedie che sta per rappresentare. Così, moglie, figlia e domestici devono di volta in volta trasformarsi in dame del ‘700, vedove e orfane inconsolabili o señoritas spagnole, ed in quelle vesti accogliere l’accolita di attori e altri astanti che frequenta la casa. Una sera tra gli ospiti c’è anche Herr Müller, un tedesco che si innamora di Elsie proprio per la stravaganza della famiglia, così diversa dalla convenzionalità delle abitudini di casa sua. Anche Elsie si innamora di lui ma, vergognandosi della sua condizione, che ritiene quasi clownesca, quando egli ritorna dalla Germania per sposarla lo accoglie avendo normalizzato la casa e sé stessa, causando la profonda delusione del fidanzato. Come detto, l’assunto narrativo è molto simile a quello di Perfetta, ovvero l’illusione del sentimento legata all’illusione sulla personalità del suo oggetto, ed anche il ricorso alla contrapposizione tra le culture tedesca ed anglosassone è lo stesso; in questo caso, come specificato anche dall’autrice nell’incipit, siamo di fronte ad un racconto in cui prevalgono nettamente i toni satirici, che raggiungono l’apice nel finto happy end. Anche i personaggi collaterali, in particolare i genitori di Elsie, sono delineati con maggiore graffiante nettezza rispetto a quanto avviene nel primo racconto della raccolta. Questi elementi fanno a mio avviso di Houp-là un racconto gradevole e riuscito, ascrivibile ad una eccellente prova di satira di costume.
Come detto sopra, il quarto racconto, Un capriccio, è a mio avviso il più importante del volume, anche se per la verità la prima parte appare debolissima. Due ricche statunitensi, Lucy Van Cleef e la madre, sono in vacanza in Campania, e nelle loro escursioni sul Vesuvio e a Pompei sono accompagnate da due guide locali, un padre e il quattordicenne figlio, Cicillo. Entrambi, oltre che facendo le guide ai turisti, si guadagnano da vivere posando per i quadri di noti pittori. Così il padre, che ha lunghi capelli castani e la barba, posa spesso come Gesù, tanto che viene chiamato Cristo, e il figlio come angelo, martire cristiano, giovane Nerone. Le due statunitensi restano affascinate dalla personalità di Cicillo, che unisce tratti naïf ad un innato senso artistico e teatrale, e lo tengono con loro per tutto il loro soggiorno napoletano, facendolo diventare una sorta di piccola star tra le loro conoscenze in hotel. Lucy insiste per portarlo in America, ed alla fine Cicillo parte con loro. Sino a questo punto il racconto è come detto molto debole, intriso di una Napoli e dintorni da cartolina e di una convenzionalità nella caratterizzazione di Cicillo, del padre e degli altri pochi personaggi popolari che è a tratti quasi imbarazzante, nel suo dichiarato intento di rispondere all’immagine che dell’Italia ha il pubblico statunitense cui l’autrice si rivolge (ad esempio, oltre al nome del protagonista, si fanno notare quelli dei due cavalli sulla cui groppa le due signore vengono portate al cratere del Vesuvio, Garibaldi e Cavour…). La seconda parte del racconto, che narra di Cicillo a New York, è invece di tutt’altro spessore. Le Van Cleef usano Cicillo come un’attrazione per gli ospiti delle loro serate, come il tocco di esotismo che rende originale la casa. Cicillo si esibisce vestito da napoletano, cantando stornelli ed interpretando i personaggi dei quadri per i quali ha posato, inizialmente felice del ruolo che deve rivestire. Dopo un paio d’anni, quando Cicillo, ormai sedicenne, dichiara il suo amore a Lucy, l’impossibilità di quella unione sarà subito evidente e la farsa si tramuterà in tragedia. Nel bel finale emerge tutta la crudele asimmetria del rapporto tra Lucy e Cicillo, che assume anche connotati di classe. In questa, che è a quanto pare la sola opera narrativa di Annie Vivanti nella quale il protagonista sia maschile, gli elementi di critica alla concezione dei rapporti umani tipica della classe sociale alla quale l’autrice apparteneva, molto sfumati nel primo racconto poi via via più evidenti nei due successivi, raggiungono la massima evidenza proprio grazie al drammatico finale.
Come detto, l’ultimo racconto, dal lungo titolo La vera storia di una bimba prodigio raccontata da sua madre, Annie Vivanti, si distacca nettamente dagli altri, essendo la narrazione dei primi sette anni di vita della figlia di Annie, Vivien, durante i quali emerse il suo talento musicale. Il senso del racconto sta tutto nella narrazione dell’angoscia crescente della madre, che da un lato è orgogliosa di scoprire nella figlia un talento così grande e favorisce il suo sviluppo attraverso lezioni private presso grandi maestri e i primi concerti, dall’altro sente come questo talento è in grado di strapparle la figlia, incastrandola in un ingranaggio nel quale non ci sarà più posto per il suo amore di mamma. Il tema del difficile rapporto tra le generazioni, mutuato proprio dall’esperienza con sua figlia, sarà tra l’altro al centro, pochi anni dopo, del suo romanzo più importante, I divoratori. Un racconto privato, quindi, che nulla aggiunge alle possibili analisi della poetica dell’autrice, ma testimonia indubbiamente del grande amore di Annie per la figlia, che la accompagnerà per tutta la vita, sino al tragico epilogo della vita di Vivien che di fatto segnerà anche la fine di quella della madre.
Questo volume ci permette quindi di scoprire una autrice poco frequentata nel secondo dopoguerra, forse anche a causa della sua adesione al fascismo, anche se come detto oggi alcune sue altre opere sono disponibili in libreria. Da quanto ho ricavato dalla lettura di questi Racconti americani si tratta senza dubbio di una autrice minore anche nel panorama non certo esaltante della letteratura italiana a cavallo tra XIX e XX secolo, tuttavia la sua eccentricità la rende in qualche modo unica in quel panorama, non fosse che per il fatto di non essere pienamente ascrivibile ad una specifica letteratura, visto che ha scritto in due lingue. Pur nella sua appartenenza al novero degli scrittori di successo, che si rivolgono a un pubblico borghese di cui vogliono anzitutto soddisfare le esigenze, Annie Vivanti si rivela comunque scrittrice di talento, dallo stile essenziale e frizzante, in grado di regalarci pagine godibili ed a volte di scavare, anche se non proprio in profondità, nelle contraddizioni della classe sociale di cui fa parte. Quando affronterò I divoratori, che attende pazientemente la lettura nella mia libreria, spero di poter comunque affinare il mio giudizio su di lei, oggi giocoforza parziale.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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