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La rivoluzione non è un pranzo di gala

LArmataaCavalloRecensione de L’Armata a cavallo, di Isaak Babel’

Einaudi, Tascabili, 2003

Ucraina, estate del 1920. La guerra sovietico-polacca è entrata nella sua fase finale. La controffensiva sovietica a sud dell’immenso fronte ha portato alla riconquista di Kiev, occupata nel maggio precedente dalle armate di Piłsudski. Più a nord, l’Armata Rossa, sotto il comando di Tuchačevskij, è a cinquanta chilometri da Varsavia, e prepara quello che dovrebbe essere l’assalto finale alla capitale polacca, la decisiva avanzata verso ovest della rivoluzione proletaria che non avrebbe mancato, nelle speranze di Lenin, di portare il comunismo nel cuore d’Europa, in Germania. Facciamo un passo indietro.
I primi due anni della rivoluzione bolscevica sono stati estremamente critici. Subito dopo la presa del Palazzo d’Inverno molte regioni dell’impero zarista avevano dichiarato la propria indipendenza, costituendosi per lo più in repubbliche di vario orientamento politico. Ex militari zaristi, menscevichi e socialisti rivoluzionari avevano organizzato, in varie parti dell’immenso paese, forze armate controrivoluzionarie, subito appoggiate dalle potenze dell’intesa (Churchill dichiarò che il bolscevismo doveva essere schiacciato nella culla). L’Armata Rossa, costituita da Lev Trockij nel gennaio 1918, si trovò ad operare anche lungo quindici differenti fronti contemporaneamente.
Nei primi mesi del 1919 la neonata Repubblica Polacca, retta dal maresciallo Józef Piłsudski, cercando di approfittare della debolezza militare russa sul confine occidentale, invase prima la Lituania, occupando Vilnius, quindi la Bielorussia, arrivando a Minsk l’8 agosto. Piłsudski non si degnò neppure di rispondere alle proposte di pace accompagnate da notevoli concessioni territoriali fatte da Lenin, e nella primavera successiva invase l’Ucraina, conquistandone una gran parte. Obiettivo di Piłsudski era fare della Polonia una potenza regionale, creando una federazione di stati sotto l’egemonia polacca (il Międzymorze) rifacentesi idealmente alla Confederazione polacco-lituana, che tra il XIV e il XVIII secolo, prima della spartizione, aveva fatto della Polonia una potenza europea ed era uno dei miti del nazionalismo polacco.
Le vittorie conseguite su molti dei fronti della guerra civile e una sempre maggiore organizzazione dell’Armata Rossa permisero ai sovietici di lanciare, nel maggio del 1920, una imponente controffensiva, che in breve tempo ricacciò i polacchi molto più indietro rispetto a dove erano partiti: il 12 agosto 1920 il III corpo d’armata a cavallo di Tuchačevskij raggiunse la riva sinistra della Vistola, a 50 km da Varsavia. Sappiamo come andò a finire. I polacchi riuscirono a ricacciare indietro l’Armata Rossa, e la pace di Riga dell’ottobre 1921 sancì una soluzione di compromesso: la Polonia conservò la sua indipendenza ma entro confini che escludevano l’Ucraina e la Bielorussia; la rivoluzione sovietica, dal canto suo, riuscì a liquidare anche gli ultimi focolai di guerra civile, rinunciò di fatto alla prospettiva della rivoluzione mondiale e pose fine al periodo del comunismo di guerra, avviando la fase della NEP, chiusa alcuni anni dopo dalle politiche staliniane.
Uno dei principali artefici della controffensiva sovietica contro i polacchi della primavera del 1920 nel settore sudoccidentale del fronte è stato un reparto leggendario dell’Armata Rossa: la Prima armata a cavallo, la Konarmija, guidata dall’altrettanto leggendario generale Semën Budënnyj. La Konarmija, per la sua estrema mobilità, il carisma di Budënnyj, lo spietato coraggio dei suoi effettivi, in gran parte cosacchi, e la sua disciplina politica – ne fu commissario politico un capo bolscevico di prim’ordine come Kliment Vorošilov – costituì un tassello fondamentale della costruzione del mito dell’invincibilità dell’Armata Rossa, soprattutto in quei primi tragici anni del potere sovietico. Nell’ottobre del 1919 contribuì in modo decisivo a sconfiggere le forze bianche del generale Denikin nella Russia meridionale, operando nei mesi successivi nel Caucaso. Composta da circa 16.000 uomini, giunse in Ucraina nel maggio del 1920 dopo una marcia forzata di 1.200 chilometri e in breve sfondò le linee nemiche, entrando a Kiev il 13 giugno ed in seguito giungendo sino a Rovno (l’odierna Rivne), sede del comando di Piłsudski.
In quel periodo accompagnava l’armata, in funzione di corrispondente di guerra e redattore del foglio della Konarmija, Il cavalleggere rosso, il ventiseienne Isaak Babel’, che annotò in un diario le sue esperienze di guerra.
Babel’ all’epoca era uno scrittore poco noto: già prima della rivoluzione aveva pubblicato alcuni racconti sulla rivista letteraria di Gor’kij Letopis’, svolgendo poi, su consiglio dello stesso Gor’kij, che lo apprezzava, al fine di fare il suo apprendistato tra la gente, mansioni di carattere più pratico, come traduttore e giornalista, ma anche impiegato in organi e dipartimenti del Partito. Dopo sporadiche pubblicazioni di altri racconti, è solo a partire dal 1923, una volta imparato a esprimere i propri pensieri “in modo chiaro e non troppo prolisso”, che inizia a scrivere le due serie di racconti che di fatto costituiranno la quasi totalità della sua produzione letteraria: L’Armata a cavallo, basata proprio su quanto registrato nei mesi al seguito della Konarmija, e I racconti di Odessa. Pubblicati su riviste letterarie, tra cui la prestigiosa LEF diretta da Vladimir Majakovskij, a partire dal 1924, le due serie di racconti usciranno in volume negli anni successivi, procurando a Babel’ una grande notorietà, non solo in Unione Sovietica, ma anche i sospetti di chi vedeva nelle sue opere una non piena adesione ai nascenti dogmi dell’esaltazione agiografica dell’esperienza rivoluzionaria.
Con il consolidarsi del potere staliniano, Babel’ si ritirò sempre più dalla vita pubblica: nel 1934, al primo congresso degli scrittori sovietici, a fronte di critiche per la sua scarsa produttività si dichiarò gran maestro del silenzio. Nel 1936 muore il suo amico e protettore Gor’kij: tre anni dopo è arrestato con l’accusa di trockismo, venendo fucilato all’inizio del 1940.
L’armata a cavallo è un libro composto da trentacinque brevi racconti, ciascuno relativo ad un episodio o a un personaggio di quella tragica epopea, basati sull’esperienza diretta vissuta dallo scrittore. Babel’ ci narra di episodi minimi e personaggi secondari, ora buffi ora tragici, coniugando un realismo forte, spesso acre nella descrizione dei fatti ed in particolare della crudeltà della guerra con una ricerca estremamente attenta del ritmo della frase, della metafora lirica e inusitata, soprattutto quando descrive il paesaggio in cui le storie che narra sono immerse. Attraverso la sua magnifica capacità di scrittura Babel’ riesce nella straordinaria impresa di farci sentire tutto l’orrore che quella guerra generò – di cui furono vittime sia i soldati sia, soprattutto, la popolazione civile – e di trasmetterci l’epica di quella guerra, il suo essere parte del movimento inarrestabile che la rivoluzione d’ottobre aveva messo in moto.
Prendiamo come esempio il primo racconto, Il guado dello Zbruč, poco più di una pagina che annichilisce il lettore per la sua potenza. Il convoglio di cui fa parte Babel’ deve guadare il fiume per raggiungere Novograd-Volynsk, appena conquistata. Una ventina di righe descrivono il paesaggio. Sentiamo.
“Campi di papaveri scarlatti fioriscono intorno a noi: il vento di mezzogiorno scherza tra la segale giallognola e il granturco virginale sale all’orizzonte, come le mura d’un lontano monastero. […] Un sole arancione rotola giù per il cielo come una testa tagliata, una tenera luce s’accende nelle crepe delle nuvole e gli stendardi del tramonto sventolano sulle nostre teste.”
Sembra davvero di essere in un quadro di Monet, di essere immersi in un paesaggio idilliaco, anche se il paragone tra il sole e una testa tagliata inquieta non poco: ed ecco infatti la frase successiva, a giustificare il paragone, a farci capire dove ci troviamo.
”L’odore del sangue di ieri e dei cavalli uccisi gocciola nella frescura vespertina”.
Il racconto prosegue con il guado del convoglio, l’arrivo in città e la prima notte dell’autore nella casa che gli è stata assegnata, dove vivono una donna ebrea incinta con due parenti: la casa è stata vandalizzata dai polacchi in fuga, e Babel’ annota puntigliosamente che vi trova ”… gli armadi capovolti, lembi di pellicce da donna sul pavimento, dello sterco umano e dei frantumi di quel vasellame prezioso che nelle case degli ebrei s’adopera una volta all’anno, per Pasqua.” Quando, poche righe dopo, scopre il giaciglio dove sembrava dormire il padre della donna, in realtà ucciso dai polacchi, segnala che ”Ha la gola lacerata, la faccia spaccata in due, ed un filo di sangue azzurro s’è coagulato sulla barba come una scheggia di piombo”.
È solo un esempio della prosa di questi racconti, che unisce come detto un realismo che potremmo definire scientifico e di estrazione naturalistica, applicato soprattutto ai fatti ed alla materia, ad un lirismo impressionistico carico di colore, applicato in particolare alle sensazioni. È come se la pagina di Babel’ contenesse una sua dialettica interna, fatta di elementi alti ed elementi bassi, trattati antiteticamente dall’autore al fine di generare una sintesi di rara potenza letteraria.
Nella essenziale prefazione al volume, Vittorio Strada riporta una frase della recensione che Viktor Šklovskij, il grande formalista, scrisse nel 1924 su LEF al momento della pubblicazione di questi racconti. A fronte di un confronto dei racconti di Babel’ con il naturalismo di Maupassant, allora comune nelle prime analisi critiche, Šklovskij propone ”… un altro nome: Flaubert. Il Flaubert di Salambò.” Concordo pienamente con questo giudizio di Šklovskij, perché anche la pagina di Babel’ è sapientemente costruita, come ho cercato di illustrare, per farci vedere, annusare, sentire l’universo di colori, suoni, odori e sangue generato dalla guerra, esattamente come l’autore francese aveva inteso fare narrandoci la tragica storia di Salambò e Matho sullo sfondo della rivolta dei mercenari di Cartagine.
Ma quali sono le storie che ci narra Babel’ in questi racconti? Come detto sono storie di personaggi secondari, con i quali era entrato in contatto, e di episodi a latere dell’azione principale, che appare solo sullo sfondo.
Uno dei primi racconti è basato sulla tremenda lettera che Kurdjukov, un soldato della Konarmija detta all’autore per la madre, per informarla di come il padre, ufficiale bianco di Denikin, abbia un anno prima ucciso uno dei figli rossi (fratello quindi dello scrivente), prima di essere a sua volta ucciso da un altro figlio. Qui, come in un altro racconto reso sotto forma di lettera, la forza narrativa, che assume toni tragicamente comici, deriva dallo stridore tra l’elementare burocratese della prosa dell’illetterato soldato e i fatti terribili che narra. Informando la madre che il fratello ha ricevuto i gradi di comandante e l’Ordine della Bandiera Rossa, Kurdjukov le dice: ”D’ora in poi qualunque vicino vi cominci a dar noia, Semën Timofeič ve lo può senz’altro far ammazzare”.
Un altro racconto magnifico è Pan Apolek, che narra di un pittore di soggetti sacri che ha raffigurato nella chiesa di un paese dei popolani in veste di santi, e per questo viene osteggiato dal clero. È un racconto dal quale, come in pochi altri, è assente la violenza, e testimonia della curiosità e dell’amore che l’ebreo ateo Babel’ nutriva per la religiosità popolare.
Un personaggio a mio avviso chiave di questi racconti è l’ebreo Gedali, che compare poche pagine dopo Pan Apolek e ritroveremo in altri racconti. È un piccolo commerciante, portatore di una visione utopica della rivoluzione, che è una ”… opera buona d’uomini buoni. Ma gli uomini buoni non uccidono. Allora vuol dire che la rivoluzione la fanno gli uomini malvagi. E anche i polacchi sono uomini malvagi. Chi dirà a Gedali da che parte sta la rivoluzione, da che parte la controrivoluzione?” Con la sua logica elementare ma ferrea Gedali manda in crisi, o perlomeno mette in dubbio, la convinzione di Babel’ che vi sia una diversa qualità della violenza, che ci sia una violenza giusta ed una malvagia. Una tematica affine, l’inadeguatezza dell’intellettuale ad affrontare la logica della guerra compare in La morte di Dolgušov, nel quale Babel’ non riesce a sparare ad un compagno ferito grave: del compito si incaricherà il suo amico Afon’ka Bida, che mostrerà tutto il suo disprezzo per l’autore accusandolo di non avere pietà, mostrando così come la guerra sovverta persino il significato delle parole.
Nella Konarmija il rapporto tra uomo e cavallo era centrale. Così due racconti narrano di come un cosacco, subita l’ingiustizia della requisizione del suo magnifico stallone bianco da parte di un comandante, cerchi di ottenere giustizia attraverso il Partito. Nel finale inatteso si ravvisa una critica di Babel’ all’opportunismo e alla burocratizzazione che infiltravano le file bolsceviche.
Forse il racconto più terribile è Trunov il caposquadrone, nel quale il protagonista muore da eroe avendo dimostrato di avere lo stesso disprezzo sia per la propria vita che per quella degli altri.
Moltissimi altri sarebbero i racconti da citare e le situazioni da descrivere, vista l’estrema forza narrativa di ciascuna pagina della raccolta. Colgo solo un altro fiore superbamente macabro, uno di quelli che rimangono indelebili nella mente del lettore: alcuni cosacchi devono fucilare un vecchio ebreo accusato di spionaggio; ai suoi ripetuti strilli e tentativi di divincolarsi, il mitragliere Kudrja gli stringe la testa sotto l’ascella. ”L’ebreo si chetò e aprì le gambe. Kudrja sfoderò con la destra il pugnale e sgozzò con cautela il vegliardo, senza farsi spruzzare.”
Come dimostra anche questo episodio, Babel’ non fa sconti alla guerra: la racconta in tutta la sua crudeltà anche dalla parte in cui si riconosceva, e questo non piacque molto nelle alte sfere, che consideravano necessario esaltare ogni aspetto della rivoluzione.
Eppure, pur essendo del tutto privi di retorica rivoluzionaria, questi racconti riescono a costruire un’epica della rivoluzione e dei suoi uomini, un’epica le cui fondamenta sono i caratteri fisiologici e istintuali dell’uomo messi al servizio di una causa sentita come assoluta e totalizzante, ma anche la capacità di elevarsi al di sopra di questi caratteri per cogliere il significato vero del sacrificio che quella causa richiedeva.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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