Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

L’irrisolvibile dialettica della realtà vista attraverso il linguaggio dell’incubo

laltraparteRecensione de L’altra parte, di Alfred Kubin

Adelphi, Biblioteca, 2006

Questo romanzo di Alfred Kubin è in qualche modo un libro mitico, perché nel lontano 1965 inaugurò una collana che sarebbe divenuta un punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati di letteratura in genere e di quella del ‘900 in particolare: la Biblioteca Adelphi.
A tal proposito, però, non posso esimermi da una piccola (anche se inutile, ne sono cosciente) polemica. Sul sito della casa editrice è riportato un piccolo saggio di Roberto Calasso, edito nel 2013, che narra il contesto culturale nel quale la casa editrice nacque, rispetto al quale si pose, secondo il suo fondatore, in forte discontinuità.
”In Italia dominava ancora una cultura dove l’epiteto irrazionale implicava la più severa condanna. E capostipite di ogni irrazionale non poteva che essere Nietzsche. Per il resto, sotto l’etichetta di quell’incongrua parola, disutile al pensiero, si trovava di tutto. E si trovava anche una vasta parte dell’essenziale. Che spesso non aveva ancora accesso all’editoria italiana, anche e soprattutto per via di quel marchio infamante.
In letteratura l’
irrazionale amava congiungersi con il decadente, altro termine di deprecazione senza appello. Non solo certi autori, ma certi generi erano condannati in linea di principio. A distanza di qualche decennio può far sorridere e suscitare incredulità, ma chi ha buona memoria ricorda che il fantastico in sé era considerato sospetto e torbido. Già da questo si capirà che l’idea di avere al numero 1 della Biblioteca Adelphi un romanzo come L’altra parte di Kubin, esempio di fantastico allo stato chimicamente puro, poteva anche suonare provocatorio.”
Calasso non lo specifica, ma è chiaro che si riferisce all’egemonia culturale esercitata nei primi decenni del dopoguerra dal Partito Comunista che avrebbe privilegiato, in linea con l’ortodossia proveniente dall’URSS, la letteratura di stampo realista. È indubbio che, nell’Italia uscita dalla dittatura, dalla guerra e dalla Resistenza la costruzione di una nuova identità culturale passò anche attraverso la necessità di conferire alla nuova realtà sociale una dignità artistica, ed è indubbio che i temi ancorati al reale trovassero, soprattutto nell’Italia ancora povera ma in trasformazione degli anni ‘50, maggiore attenzione da parte degli ambienti culturali più avvertiti, ma credo di poter dire che l’immagine di paese culturalmente sovietizzato che le parole di Calasso suggeriscono non corrisponda alla realtà, e rifletta un modo di concepire la cultura come un corpo separato rispetto alla società che la esprime. Tra la fine degli anni ‘50 e i primi anni ‘60 il panorama culturale italiano era molto articolato, mi sento di dire molto più di quanto lo sia quello odierno. Oltre alla constatazione che, ad esempio, quando nacque Adelphi Italo Calvino aveva da tempo pubblicato la sua trilogia degli antenati presso Einaudi e che moltissimi autori decadenti trovavano posto nei cataloghi delle più importanti case editrici, una ulteriore piccola prova dell’apoditticità delle affermazioni di Calasso può essere data dal fatto che dello stesso Kubin era in realtà già stato pubblicato qualche anno prima un altro scritto, Demoni e visioni notturne, e non da una casa editrice clandestina, ma da Il Saggiatore.
Fermo restando quindi lo straordinario contributo che Adelphi ha fornito in questi decenni all’arricchimento del panorama editoriale del nostro paese, credo che quella di Calasso sia una visione che risente, forse un po’ troppo, di una sorta di autoincensamento mitizzante, secondo il quale egli, contro tutto e contro tutti, fondando Adelphi ha rotto la cortina di ferro sotto cui languiva la cultura italiana. In realtà Adelphi è figlia dei tempi in cui è nata, e la sua nascita e il suo successo non sarebbero stati sicuramente possibili senza la crescita della cultura italiana avvenuta proprio nel clima del dopoguerra che egli sembra così deplorare.
Detto questo, alla casa editrice va sicuramente dato atto di avere avuto coraggio ad aprire la sua collana più ambiziosa con L’altra parte di Kubin: non perché così facendo abbia lanciato una provocazione culturale, ma perché Kubin è sicuramente ancora oggi scrittore poco noto, e lo era ancora di più cinquantaquattro anni fa. Alfred Kubin infatti non è prioritariamente un autore letterario: essenzialmente egli fu un disegnatore, autore soprattutto di splendide incisioni litografiche. Le sue opere grafiche e pittoriche si collocano a cavallo tra il simbolismo e l’espressionismo, esprimendo l’angoscia e gli incubi del primo novecentesco attraverso atmosfere cupe, paesaggi desolati e soprattutto creature angoscianti e bizzarre, rese a volte con un tratto nitido e netto, altre volte con una voluta incertezza che ne acuisce l’ambiguità e la drammaticità.
Nato in Boemia nel 1877, visse quasi sempre in Austria, tranne un periodo giovanile a Monaco di Baviera, sposando nel 1904 una ricca vedova. Fece parte del gruppo artistico espressionista Der Blaue Reiter, insieme a Kandinskij, Marc, Klee ed altri, isolandosi però sempre di più nell’antico castello in cui visse sino alla morte, avvenuta nel 1959.
L’arte di Kubin riflette la sua personalità tormentata; la sua vita fu segnata dalla morte della amatissima madre quando aveva undici anni e dal difficile rapporto, almeno in gioventù, con il padre, che gli voleva dare un mestiere. Soggetto a frequenti depressioni, a diciannove anni tentò il suicidio sulla tomba della madre, non riuscendo nell’intento solo perché la pistola si inceppò.
L’altra parte è il suo solo romanzo, ed è figlio di una delle sue crisi depressive. Non riuscendo più a trovare l’ispirazione per i suoi disegni a causa della morte del padre, con il quale aveva infine stabilito un buon rapporto, ed anche a causa di una seria malattia della moglie, nel 1908 Kubin decide di affidare alla letteratura le sue angosce. In poche settimane scrive questo romanzo, accompagnandolo con una cinquantina di illustrazioni, riportate nella edizione Adelphi. Un romanzo terapeutico, quindi, nel quale Kubin riversa la stessa sostanza che compone le sue opere grafiche, la stessa capacità di trasmettere il senso di una realtà più vera attraverso il linguaggio del sogno, o meglio dell’incubo. Il romanzo verrà pubblicato l’anno successivo e influenzerà fortemente l’opera di due altri grandi esploratori degli incubi novecenteschi, Gustav Meyrink e Franz Kafka.
Protagonista è un anonimo disegnatore, nel quale non si può non riconoscere lo stesso Kubin, che ormai anziano narra ciò che gli è successo alcuni decenni prima.
A Monaco, dove viveva, ha ricevuto uno strano invito da parte di un suo vecchio compagno di scuola, Claus Patera, che da allora non ha più rivisto. Tramite un suo agente, che informa il protagonista di come Patera sia divenuto per vie traverse un uomo smodatamente ricco, viene invitato, insieme alla moglie, a trasferirsi nel Regno del sogno, una regione di 3000 Km quadrati tra Russia e Cina che Patera, dopo aver acquistato una dozzina di anni prima, ha circondato di mura per isolarla dal mondo e nella quale ha costruito città e villaggi, facendone il rifugio per gli insoddisfatti della civiltà moderna. Il Regno del sogno conta circa 65.000 abitanti e chi vi si trasferisce può viverci senza preoccuparsi dei bisogni materiali. Non si tratta della ricerca una utopia: nasce dall’avversione di Patera per ogni tipo di progresso, in particolare tecnologico, ed accoglie persone disposte a vivere ”soltanto in stati d’animo”, abbandonando le gioie e i dolori del mondo.
Dopo un’iniziale titubanza il disegnatore e la moglie partono per il lungo viaggio, pagato da Patera, che farà attraversare loro l’Europa e la Russia asiatica, sin oltre Samarcanda. Giunti a tarda sera alla muraglia di confine, i due vengono accompagnati, attraverso l’unica porta, ad un treno che li porta a Perla, la capitale, dove vivono circa 22.000 persone.
Inizia così la descrizione della città e dei suoi abitanti. Subito Kubin rimarca l’aspetto cupo e desolato di Perla, stretta tra montagne inaccessibili e malinconiche paludi, sotto un cielo sempre nuvoloso e senza stagioni. Le case di cui sono formati i vari quartieri della città, nei quali vivono quasi senza contatti le varie classi sociali, provengono da ogni parte d’Europa, sono intonate all’atmosfera del luogo e in genere piuttosto cadenti. In alto si staglia il grande, incombente palazzo dove vive il Sovrano, Patera.
Gli abitanti sono accomunati dal fatto di vestire secondo fogge antiche, e dall’essere ciascuno preda di una propria patologia psichica. Così c’è un barbiere-filosofo che discetta continuamente del nulla, una anziana principessa scorbutica, un medico incapace con una moglie molto leggera, un tenente depravato e molti altri ancora. All’inizio, fatte salve le stranezze a cui si deve adattare, le cose vanno bene al protagonista del romanzo, che trova lavoro come illustratore in uno dei giornali locali e si inserisce nella strana società di Perla.
Quasi subito si rende conto comunque dello strano influsso che Patera, pur essendo invisibile e rinchiuso nel suo palazzo, esercita su tutta la comunità, anche attraverso strani riti che tengono gli abitanti sotto una sorta di incantesimo. Il suo primo tentativo di avere da lui un’udienza si scontra con l’assurda e stupida burocrazia del luogo.
Iniziano poi una serie di episodi che spingono il protagonista verso un’angoscia sempre più profonda, minando gravemente il suo equilibrio psichico. Fatti sempre più gravi ed inspiegabili avvengono nel Regno del Sogno, anche a causa dell’arrivo a Perla di un americano, l’industriale delle scatolette Hercules Bell, che inizia una lotta per il potere con Patera: la popolazione si divide in schieramenti opposti e tutto inizia a crollare: la città sembra pervasa da un cupio dissolvi che non risparmia, in un crescendo infernale accompagnato da una prosa che si fa sempre più serrata e da immagini sempre più crude, né le persone né le cose.
Risulta difficile, perlomeno a me, dare un’interpretazione univoca ed esaustiva di questo complesso romanzo: del resto sembra non vi siano riusciti neanche i critici ufficiali, se è vero che alcuni vi hanno visto una grande rappresentazione dell’imminente crollo dell’Impero Austroungarico ed altri una sorta di preconizzazione degli orrori della Guerra Mondiale oppure del nazismo. Del resto credo che estraendo dal suo contesto ogni singolo episodio di cui il testo è composto sia abbastanza agevole attribuirgli un significato metaforico volto ad avvalorare questa o quella tesi interpretativa. Non ritengo però che tale esercizio abbia in questo caso un qualche senso, perché siamo fronte ad un’opera per certi versi abnorme, frutto della fervidissima immaginazione di un autore che aveva fatto dell’analisi del rapporto tra sogno e vita l’oggetto stesso della sua arte, e che pertanto va presa innanzitutto per quella che è, il tentativo di ricaricarsi in un periodo di forte crisi, scaricando nella parola scritta le proprie angosce.
È indubbio però che queste angosce sono il frutto, oltre che delle esperienze personali di Kubin, dell’epoca drammaticamente straordinaria in cui vive. L’espressionismo si propose di testimoniare questa drammatica realtà direttamente a partire dall’anima dell’artista, e così facendo creò alcune delle opere d’arte che più intensamente restituiscono la perdita di certezze, i drammi, le tragedie insiti nella società di inizio secolo che porterà alla prima guerra mondiale. Kubin, che all’espressionismo aderisce, si serve del linguaggio degli incubi più profondi per testimoniare quella stessa realtà, non altrimenti testimoniabile. Non è chiaro se avesse approfondito la conoscenza della psicanalisi, ma è indubbio che con la sua arte egli esplicita il profondo legame tra percezione della realtà e subconscio.
Ciò che forse più di tutto Kubin ci testimonia con quest’opera è l’insanabile, non-hegeliana dialettica che l’organizzazione sociale mutua dalla natura e genera a livello umano tra l’aspirazione a vivere secondo i nostri stati d’animo e le regole che ci condizionano. Il Regno del sogno vorrebbe essere il luogo in cui non c’è progresso, in cui tutto resta sempre uguale a sé stesso, e ciò che accade è determinato solo dalla smisurata forza di volontà del Sovrano Patera: è un esperimento che nega l’utopia così come nega la distopia, volendo esserne l’alternativa minimale. È però un esperimento falsato in partenza, in quanto tutto pensato all’interno dei modelli sociali moderni, evidentemente per Kubin non superabili; le sue contraddizioni, divisioni in classi, burocrazia, esercito, sono già tutte lì prima dell’arrivo della forza corruttrice della modernità rappresentata dall’americano Bell, tanto che il crollo inizia ben prima del suo arrivo. Alla fine sapremo che di fatto Bell non è che l’altra faccia di Patera, l’estremo tentativo di conservare la sua creatura attraverso la sua distruzione, tentativo che inevitabilmente fallirà. In quanto Patera egli morirà, consegnandosi significativamente agli abitanti originari del luogo, ma in quanto Bell sarà ”ancora vivo e noto in tutto il mondo”, un mondo in cui non c’è più alcun Regno del sogno.
Nelle ultime righe del romanzo Kubin argomenta il suo pensiero riguardo alla irrisolvibile dialettica del reale, rilevandone l’ineluttabilità fisiologica e sentenziando disperatamente: ”Le forze di attrazione e di repulsione, i poli della terra con le loro correnti, l’alternarsi delle stagioni, il giorno e la notte, il bianco e il nero, non sono che l’espressione di una lotta. Il vero inferno consiste nel fatto che questo doppio gioco contraddittorio si prolunga in noi. L’amore stesso ha il suo centro «inter feces et urinas». I momenti più alti possono soggiacere al ridicolo, allo scherno e all’ironia.”
Kubin quindi chiude il romanzo con la sentenza ”Il Demiurgo è un ibrido.” Essa rimanda immediatamente alla identità tra Patera e Bell, all’impossibilità di sottrarsi alla contrapposizione dialettica, rivelatasi finta, di cui il Regno del sogno è stato vittima, ma mi piace pensare che alluda anche alla possibilità che un’altra storia possa essere scritta, nella quale sorga un vero demiurgo, in grado di trarre la necessaria sintesi tra incubi e realtà, senza la quale la realtà si risolve in un incubo e gli incubi si fanno realtà.

Annunci

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

3 pensieri riguardo “L’irrisolvibile dialettica della realtà vista attraverso il linguaggio dell’incubo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...