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Irène Némirovsky: un successo basato più sulla vicenda umana che sui meriti letterari?

 

ilballoRecensione de Il ballo, di Irène Némirovsky

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2005

E così, di lettura in lettura, eccomi ad affrontare le opere della scrittrice che si può forse definire il più grande caso letterario internazionale degli ultimi decenni: Irène Némirovsky. La sua vicenda umana e letteraria è nota: nata nel 1903 in Ucraina era figlia di un banchiere ebreo di recente ricchezza che emigrò con la famiglia in Francia a seguito della rivoluzione russa, riuscendo peraltro a conservare gran parte del suo patrimonio. Dopo un’adolescenza ed una giovinezza dorata, anche se segnata dal difficile rapporto con i genitori, in particolare con la madre, sempre assenti perché dediti unicamente agli affari e alla vita mondana, si laurea alla Sorbona e sposa nel 1926 Michel Epstein, anch’egli banchiere, ebreo russo ed emigrato, da cui avrà due figlie. Sin da giovane scrive, e nel 1929 pubblica il suo primo romanzo, David Golder, cui segue l’anno successivo Il ballo e, lungo tutti gli anni ‘30, numerosi altri romanzi e racconti. Ha grande successo sia di critica, anche se non mancano le controversie, sia di pubblico: dai suoi romanzi vengono tratti film e opere teatrali. Tenta invano di acquisire la cittadinanza francese e nel 1939, insieme a tutta la famiglia, si converte al cattolicesimo.
Allo scoppio della guerra e con l’invasione tedesca della Francia gli Epstein si rifugiano in provincia, vivendo a contatto con la locale guarnigione della Wehrmacht. A causa delle loro origini ebraiche devono comunque portare la stella di David e, il 13 luglio del 1942 Irène viene arrestata e portata nel campo di concentramento francese di Pithiviers. Nonostante la fama della scrittrice, le conoscenze altolocate e l’attivismo disperato del marito, poche settimane dopo Irène Némirovsky viene trasferita ad Auschwitz, dove muore di tifo (o forse viene uccisa) il 17 agosto. Anche il marito venne deportato ad Auschwitz nell’autunno successivo e verrà avviato alle camere a gas il 6 novembre 1942. Le due figlie, affidate alla governante, riusciranno a sopravvivere e conserveranno gli scritti inediti della madre, rendendoli pubblici molto dopo. In particolare la pubblicazione nel 2004 di Suite francese, romanzo lasciato incompiuto da Irène che narra in presa diretta il crollo della Francia e l’occupazione tedesca, porterà alla riscoperta di questa autrice dimenticata.
Da allora nel nostro paese sono state pubblicate quasi tutte le opere di Irène Némirovsky, prima presso Adelphi ed in seguito presso numerosi altri editori, dando luogo ad una vera e propria alluvione di libri: una ricerca fatta per curiosità in uno dei maggiori negozi online mi ha mostrato che ad oggi sono disponibili 117 diversi volumi dell’autrice: di questi, una quindicina fanno bella mostra di sé nella mia libreria, segno che anche io sono stato colpito da Némirovskite, anche se non nella sua forma più grave. Con un giudizio giocoforza parziale, avendo al momento letto solo tre di tali quindici opere, mi azzardo infatti ad affermare che forse le ragioni di tale successo sono basate più sulla tragica vicenda umana dell’autrice che sulla effettiva importanza della sua opera nel panorama letterario del suo tempo. La lettura di alcuni suoi romanzi mi ha infatti posto di fronte ad una autrice brillante sì, ma minore rispetto ai fermenti che nella stessa epoca in cui scriveva stavano demolendo il modo e il senso stesso dello scrivere (oltre che del dipingere, fare musica etc.) sull’onda della crisi irreversibile dei valori sociali, demoliti non solo simbolicamente dalla Grande Guerra. Tutto sommato, per come sono scritte e per le tematiche che trattano, le opere di Némirovsky che sino a qui ho letto potrebbero tranquillamente appartenere ad una stagione letteraria precedente, ad un realismo di stampo ottocentesco nel quale cominciano appena ad infiltrarsi i dubbi e le angosce tipiche del ‘900 letterario. Questa mia prima impressione potrebbe però essere smentita dalla lettura di altre opere dell’autrice franco-ucraina.
Il ballo appartiene alle primissime fasi della riscoperta italiana dell’autrice, essendo stato pubblicato nella Piccola Biblioteca Adelphi nel novembre 2005, appena un mese dopo Suite francese e pochi mesi prima David Golder: sarà questa la triade su cui poggerà la fortuna editoriale di Irène Némirovsky nel nostro paese. Come detto, Il ballo è anche una delle prime opere pubblicate in vita dall’autrice, seguendo di poco il clamoroso successo di David Golder ed essendo stato scritto contemporaneamente. Se da un lato le analogie di ambientazione e di stile narrativo sono evidenti, dall’altro altrettanto evidenti sono le distanze tra le due prove letterarie: nel caso di David Golder, infatti, siamo di fronte ad un vero e proprio romanzo, il cui respiro anche strutturale permette all’autrice di scavare in profondità la personalità del protagonista e di costruirvi attorno una tragedia dai colori forti e di un indubbio spessore, pur pervasa dai limiti intrinseci che a mio avviso caratterizzano la scrittrice. Ne Il ballo siamo invece di fronte ad un racconto lungo, di per sé più limitato quanto a possibilità di scavo, e per di più ad una vicenda minima, che se da un lato permette anche in questo caso a Némirovsky di condurre la sua critica alla volgarità della classe da cui proviene dall’altro non sfugge ad un certo angusto autobiografismo, che peraltro permea anche il romanzo d’esordio ma che porta a mio avviso a risultati narrativi di diversa caratura.
La trama de Il ballo è come detto minima. Ne è protagonista Antoinette Kampf, quattordicenne figlia di un impiegato di banca ebreo che ha fatto da poco fortuna speculando in borsa, e di Rosine, ex dattilografa dal passato allegro. I Kampf ora abitano in un lussuoso palazzo di Parigi, arredato con volgarità, e la loro preoccupazione principale è dimenticare e far dimenticare il loro passato di povertà e trovare un posto in quello che ritengono essere il gran mondo. Decidono così di organizzare un ballo, invitando le persone distinte e ricche che hanno conosciuto a Parigi e nelle loro vacanze ”… a Nizza, a Deauville, a Chamonix…”. Scrivono circa duecento biglietti d’invito, facendosi aiutare alla figlia che ha una bella grafia. Antoinette spera di poter partecipare al ballo, facendo così il suo ingresso in società, ma la madre la gela dicendole che dovrà andare a letto come al solito alle nove, anzi: visto che la sua camera servirà per le provviste, dovrà dormire in un ripostiglio. Il rapporto tra Antoinette e la madre è fortemente conflittuale: quest’ultima prova fastidio per la ricerca di affetto da parte della figlia, che vede come un ostacolo al dispiegarsi della sua femminilità e della sua libertà alla quale, essendo ora ricca, ritiene di avere pieno diritto, tanto da vedere nel ballo l’occasione per scegliersi un amante. L’unica persona con cui Antoinette ha un rapporto di quasi amicizia è l’istitutrice inglese alla quale i genitori l’hanno affidata.
La lista di invitati, la cui compilazione occupa uno dei capitoli più divertenti del racconto, è composta da personaggi equivoci, appartenenti al demi monde, quello che parvenus come i Kampf possono frequentare: oscuri finti marchesi, ex protettori ed ex prostitute rifattisi una vita, speculatori e imbroglioni arricchiti. Con una buona dose di perfidia i Kampf decidono di invitare anche una oscura parente, insegnate di pianoforte di Antoinette, perché possa informare il parentado del rango sociale e della ricchezza ormai raggiunti.
Antoinette vive il divieto della madre a partecipare al ballo come un sopruso e come l’ennesima prova che i genitori non le vogliono bene. Sogna così il suicidio come vendetta nei confronti dei genitori e soprattutto della madre.
L’occasione per punirli si presenta però in altra forma, molto meno drammatica: quando Antoinette viene mandata a imbucare gli inviti, dopo avere consegnato a mano quello per l’insegnate di pianoforte, getta il plico di buste nella Senna.
Inevitabilmente la sera del ballo non si presenterà nessuno, tranne la parente povera, che ovviamente gioirà del disastro mondano di Rosine. La tensione tra i due coniugi esplode inevitabile, a colpi di crudeli recriminazioni per il reciproco passato: Antoinette, che ha assistito agli avvenimenti nascosta sotto un tavolo, consola la madre; non sapendo che proprio la figlia è la causa della sua irrimediabile débâcle la stringe a sé dicendole che è una brava figliola e di non avere ormai altro che lei.
”Era l’attimo, l’istante impercettibile in cui si incrociavano «sul cammino della vita», e l’una stava per spiccare il volo, mentre l’altra si avviava a sprofondare nell’ombra. Ma non lo sapevano. Eppure Antoinette dolcemente ripeté: «Povera mamma…».” Così termina il racconto.
Una tragicommedia borghese, quindi, totalmente immersa nelle atmosfere nelle quali Irène Némirovsky ha vissuto la sua infanzia e la sua prima giovinezza, e che costituisce a mio avviso una sorta di appendice lieve al contemporaneo David Golder.
Come nel romanzo maggiore è facile scorgere nella figura del protagonista e di sua moglie Gloria i genitori di Irène, analogamente accade ne Il ballo. Entrambe le coppie si sono arricchite di recente, entrambe sono emotivamente assenti ed hanno con la figlia un rapporto esclusivamente funzionale quando non, in particolare la madre, fortemente conflittuale. Tuttavia, come accennato, in David Golder la struttura più ampia permette all’autrice di articolare meglio sia i singoli personaggi sia i rapporti tra di loro. Così, se è vero che Golder è uno spietato uomo d’affari, se è vero che è attraverso il denaro che ritiene di assolvere il suo ruolo di padre, è altrettanto vero che perviene ad una sorta di redenzione finale proprio per mezzo dell’amore verso la figlia Joyce. Ed è proprio la differente caratterizzazione di Antoinette rispetto a Joyce uno degli elementi che a mio avviso pongono su piani diversi le due opere. Mentre Joyce è un personaggio cinico, che usa il padre e approfitta del suo amore per lei per spillargli soldi, Antoinette è figura debole perché scopertamente autobiografica, è proprio la giovane Irène nel suo rapporto adolescenziale con una madre che non l’ha mai amata e mai l’amerà, tanto che, lei morta, si rifiuterà persino di riconoscere e proteggere le nipoti.
Questo tratto scopertamente autobiografico del racconto, accanto alla vicenda tutto sommato leggera e minima, a mio avviso gli toglie l’universalità e la forza d’urto che si percepisce leggendo David Golder, ed Il ballo deve a mio avviso essere relegato tra le opere minori della scrittrice. Se per certi versi David Golder può forse essere accostato, come alcuni hanno fatto, al balzachiano Le Père Goriot (la qual cosa, sia detto per inciso, in qualche modo dà ragione alla mia impressione che Némirovsky sia una scrittrice in ritardo sui tempi), ne Il ballo prevalgono i tratti della commedia di costume, e si ha l’impressione che gli aspetti quasi caricaturali che la scrittrice attribuisce ai personaggi (a tutti tranne che a Antoinette) le servano più che altro per orchestrare una vendetta ritardata nei confronti della madre (come anche il finale attesta) piuttosto che per tratteggiare una satira della società in cui vive. Se David Golder è stato come detto accostato al capolavoro di Balzac, Il ballo viene a volte paragonato a La signorina Else di Schnitzler. Mi sento in questo caso di dissentire del tutto, non solo per le forme assolutamente diverse nei quali i due racconti sono scritti, ma soprattutto perché queste forme sono lo specchio fedele di una vicenda del tutto novecentesca da un lato e di un racconto che potrebbe essere benissimo essere stato scritto decenni prima dall’altro.
Spesso i romanzi di Némirovsky sono stati tacciati di antisemitismo, cosa che potrebbe apparire paradossale viste le sue origini ebraiche. Effettivamente le sue opere furono pubblicate da editori scopertamente antisemiti, e lodate da critici e intellettuali che in molti casi si sarebbero poi distinti come collaborazionisti durante la Francia di Vichy. È inoltre indubbio che, come si evince dalla sua biografia, la scrittrice abbia fatto di tutto per rinnegare una propria specificità ebraica e per integrarsi nella società francese. Si tratterebbe insomma di un caso di ebrea che odia gli ebrei.
Nelle poche opere che ho letto sinora un qualche sospetto in tal senso potrebbe emergere in David Golder, nel quale anche alcune caratterizzazioni fisiche sembrano rispondere a stereotipi antisemiti. Ne Il ballo, anche se la famiglia Kampf è ebraica, non ho riscontrato altri elementi a favore di una tale tesi.
In generale, a mio avviso, credo si possa dire (almeno, ripeto, per quel poco che ho letto sinora) che l’ambientazione in famiglie ebraiche, connotate in senso fortemente negativo, delle sue prime opere derivi proprio dal fatto che in esse l’elemento autobiografico gioca un ruolo fondamentale: la sua famiglia era ebraica, uno dei bersagli principali delle sue opere è la sua famiglia, quindi le sue opere hanno come bersaglio ambienti ebraici. Sicuramente più importante dell’antisemitismo è a mio avviso, nell’opera di Irène Némirovsky, l’anticomunismo, o meglio l’antibolscevismo, mutuato sia dall’ambiente in cui visse sia dall’esperienza personale di esilio a causa della rivoluzione. Ne Il ballo, forse per la limitatezza della storia non emerge ma gioca invece un ruolo importante in David Golder. Su questo aspetto della visione del mondo dell’autrice tornerò sicuramente nei miei prossimi commenti a sue opere.
Per il momento basti dire che né il fervente antibolscevismo né il supposto antisemitismo bastarono, per una tragica ironia della Storia, a salvarla dalla deportazione e dalla morte in un campo di concentramento nazista.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

5 pensieri riguardo “Irène Némirovsky: un successo basato più sulla vicenda umana che sui meriti letterari?

  1. “una scrittrice in ritardo sui tempi” – meno male che qualcuno oltre a me se ne accorge.
    “Tutto sommato, per come sono scritte e per le tematiche che trattano, le opere di Némirovsky che sino a qui ho letto potrebbero tranquillamente appartenere ad una stagione letteraria precedente, ad un realismo di stampo ottocentesco nel quale cominciano appena ad infiltrarsi i dubbi e le angosce tipiche del ‘900 letterario”. Trovo la nemirovskite adelphipropagata un fenomeno quasi oltraggioso, e l’idea di paragonare Il ballo a La signorina Else abbastanza pittoresca. Sai perché Némirovsky piace tanto? Perché è facile.
    Hai letto Suite française? Di quelli che ho letto io (non molti) è il migliore, eppure anche lì trovi soltanto degli schemi.

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    1. Ciao Elena.
      Sono contento che tu condivida e rafforzi il mio giudizio perplesso su Némirovsky. Hai proprio ragione, è un’autrice facile, che ben si prestava, anche per la fine che ha fatto, ad una grande operazione editoriale.
      Suite francese sarà la mia prossima recinzione: sicuramente è un romanzo più ambizioso e complesso del raccontino Il ballo, ma devo ancora rifletterci su un po’.
      L’accostamento tra Il ballo e La signorina Else l’ho trovato su wikipedia, quindi anonimo: mi è sembrato proprio fuori luogo.
      Se vuoi dare un’altra chance alla povera Irène puoi leggere David Golder: senza essere il capolavoro da alcuni acclamato, è un buon romanzo (da comunista lo dico a denti stretti), nel quale, almeno per quanto riguarda il protagonista, c’è una qualche sfaccettatura che mitiga gli schemi cui accenni.
      Ma sicuramente hai di meglio da leggere.
      A presto
      V.

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  2. Caro Viducoli,
    ho letto questo tuo post con grande piacere perché dedicato ad un’autrice da me molto amata e di cui ho letto numerose opere : dopo Davd Golder , il libro che me l’ha rilvelata, ci sono stati I cani e i lupi, Il signore delle anime, Il vino della solitudine, Due, I doni della vita e naturalmente Suite francese . Non ho invece mai letto Il ballo, pur conoscendono ovviamente la trama, e nemmeno Jezabel , la cui tematica, troppo scopertamente autobiografica, non mi sembrava quella in cui l’autrice ha dato le sue prove migliori (come accade per Il vino della solitudine , nel quale la materia narrativa non riesce ad essere sublimata dall’arte).
    Ma le pagine di Temporale di giugno , la prima parte di Suite francese in cu iviene descritto il grande esodo di massa dalla Parigi occupata, hanno un respiro e al tempo stesso una verità , se così si può dire, assolutamente sublimi, al confronto delle quali la seconda parte appare oltremodo insulsa e scialba. La Némirovsky, infatti, a mio avviso, dà il meglio di sé quando si misura con ciò che le appartiene di più intimo e profondo, vale a dire il dualismo culturale, la condizione di straniera ed esule, la fuga dalla persecuzione. Insomma, è – IMHO- una scrittrice dalla vocazione essenzialmente epica , spesso però soffocata e deviata sul filone pseudo-sentimentale per motivi puramente editorial-commerciali; gli eventi della Storia e la sua drammatica fine hano poi impedito che questa vocazione si sviluppasse e si realizzasse pienamente. A tale proposito, poi, se posso, vorrei ricordare qui la splendida biografia curata da Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt, documento di per sé preziosissimo non solo per una guida, anche retrospettiva, all’opera dell’autrice ma anche per la ricostruzione dei contesti (storico, familiare, editoriale….) in cui è vissuta
    Un carissimo saluto

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    1. Ciao Dragoval.
      Come ho detto nel post, le mie letture di Irène Némirovsky sono al momento limitate a David Golder e Il ballo. Il primo mi è sembrato migliore, mentre il secondo mi è parso proprio un raccontino.
      Per la verità dopo Il ballo ho letto Suite francese, sul quale sto ancora riflettendo: concordo comunque con te, la prima parte mi è parsa molto più articolata e convincente della seconda.
      In generale però Némirovsky mi pare, da queste prime letture, una scrittrice in ritardo, nel senso che la sua scrittura sembra ottocentesca quanto a capacità di approfondire la psicologia dei personaggi e di trasmettere il senso dell’epoca in cui ha vissuto: forse Elena Grammann nel commento qui sopra centra più di me il problema, quando dice che è una scrittrice facile. Non che la facilità debba essere per forza un fattore negativo, ma nel suo caso si manifesta in una certa superficialità e a connotazioni dei personaggi molto spesso troppo nette (in fondo è per il fatto che invece David Golder è un personaggio sfaccettato che ritengo l’omonimo romanzo un buon romanzo).
      In definitiva, per quello che ho letto sinora, credo che se fosse morta nel suo letto non avremmo assistito a una così roboante riscoperta.
      A presto
      V.

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