Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

Un collage unico, postmoderno, o semplicemente “Gormenghastly”

gormenghastRecensione di Gormenghast, di Mervin Peake

Adelphi, Biblioteca, 2005

Questo libro è innanzitutto una confessione della mia ignoranza letteraria. Quando nel lontano 2006 entrò nella mia biblioteca casalinga, lo scelsi, presumo, essenzialmente per due ragioni: la prima era che si trattava di un titolo della Biblioteca Adelphi, che allora consideravo, con una certa dose di acriticità, la migliore collana per scoprire autori sino ad allora a me sconosciuti del primo novecento. La seconda ragione fu la lettura frettolosa della breve nota biografica sull’autore nel risguardo di copertina: Mervyn Peake, autore di cui ignoravo totalmente l’esistenza, era nato nel 1911 e aveva pubblicato la sua prima opera nel 1941: anche se non soddisfaceva appieno i criteri di selezione che mi ero dato rispetto alle mie letture, si trattava di un autore con solide radici nell’anteguerra. Poteva quindi valere la pena di acquistare quel grosso tomo rosso con un titolo incomprensibile.
Nella fretta, non mi ero spinto a leggere entrambi i risguardi, dai quali avrei potuto trarre due elementi che forse avrebbero orientato diversamente la mia scelta: Gormenghast era un romanzo di ambientazione fantasy, quindi teoricamente lontano dai miei interessi letterari, e si trattava del secondo capitolo di una trilogia che ovviamente sarebbe stato meglio leggere dall’inizio.
La mia completa ignoranza sull’autore e sulla sua opera sono rimaste tali sino a quando, poche settimane fa, ho preso in mano il volume e come prima cosa ho letto con maggiore attenzione le brevi note in copertina, con il risultato di sfogliare le prime pagine armato di non poco scetticismo, che tuttavia si è in breve sciolto come neve al sole davanti ai molti pregi del romanzo.
Riguardo alla sua ambientazione, non posso che confermare quanto affermato da numerose recensioni e critiche che ho reperito in rete: anche se formalmente ci sono molti elementi per poter definire il romanzo (e la trilogia) come appartenenti al genere fantasy – i luoghi immaginari, l’epoca indefinita – ne mancano altrettanti, forse più importanti, per poterlo costringere entro i canoni del genere: in Gormenghast non ci sono maghi, gnomi, eroi invincibili, eventi inspiegabili: nell’immenso labirinto muscoso e cadente del castello e nei suoi dintorni si muovono solo donne e uomini in carne ed ossa, la cui personalità e le cui sfaccettature psicologiche sono spesso messe in risalto e alla berlina dall’autore facendo ricorso al grottesco e alla caricatura (a partire dai nomi, elemento narrativo sul quale è d’obbligo tornare) secondo una tradizione narrativa che in Gran Bretagna ha solide basi.
Il fatto poi che Gormenghast sia il secondo capitolo della trilogia che si apre con Tito di Gormenghast indubbiamente può costituire un limite per la comprensione di alcune vicende, ma il lettore incauto è aiutato sia dal riassunto della puntata precedente che Peake fa nel primo capitolo, sia dalla possibilità di trovare in rete trame più o meno esaustive di Tito di Gormenghast. Quindi, posso dire a ragion veduta che, anche se sarebbe ovviamente meglio seguire l’ordine logico della trilogia, dopo pochi capitoli ci si può orientare abbastanza agevolmente nella accidentata geografia dei numerosi personaggi di questo romanzo.
Al fine di entrare nell’atmosfera del romanzo, prendiamo le mosse dai nomi dei personaggi, che probabilmente sono stati uno dei maggiori problemi con i quali i traduttori della trilogia hanno dovuto fare i conti. Peake attribuisce infatti a ciascun personaggio un nome fortemente evocativo, in genere con intento satirico, rispetto al carattere e alla personalità che esprime. Così, per fare qualche esempio, la famiglia comitale, i signori di Gormenghast, sono i Groan (traducibile letteralmente con gemito, lamento, profondo sospiro), e nella traduzione italiana divengono i de’ Lamenti; il cattivo della storia, Steerpike, che potrebbe suonare come (colui che) guida o porta la picca diviene Ferraguzzo; ancora, il professore e poi preside Bellgrove, nome che può richiamare chi striscia sulla pancia ma anche una campana nel bosco, è tradotto come Carampanio. L’impresa di rendere i nomi dei protagonisti nella nostra lingua mantenendo almeno lo spirito con il quale l‘autore li aveva concepiti era, mi sento di dire, estremamente ardua, e bisogna dare atto che in molti casi i traduttori ci sono riusciti o quasi. Tuttavia ritengo che sarebbe stato molto meglio, come in genere secondo me lo è sempre, mantenere i nomi originali corredando il testo con apposite note o con un glossario dei personaggi, al fine di evitare alcune inevitabili forzature: probabilmente questa possibilità è stata sacrificata al dogma della nudità dei testi della Biblioteca Adelphi.
Sulla trama non è opportuno dire molto, perché essendo molto avventurosa e variegata deve essere assolutamente lasciata alla scoperta del lettore, ma ritengo sia importante, al fine di una analisi del testo, che si presenta in ogni caso estremamente complessa, accennare ad alcuni elementi del contesto generale che caratterizza il romanzo.
Due ne sono i protagonisti assoluti: il castello di Gormenghast e i suoi abitanti.
Gormenghast è un castello immenso, circondato da un largo fossato, le cui mura sono in gran parte coperte di edera e muschi, che si sviluppa verticalmente su innumerevoli piani, suddiviso in quattro ali principali distanti chilometri l’una dall’altra, unite da quartieri, strade, vicoli e cunicoli. Gran parte del castello è abbandonata da tempo, se mai è stata abitata, e in rovina. Non esiste una geografia precisa di Gormenghast, anche se una lodevole voce di wikipedia in inglese ne ricostruisce gli elementi fondamentali. Il castello di Gormenghast è il mondo conchiuso e decadente in cui si svolgono le vicende dei protagonisti: è il mondo della tradizione, delle regole e delle convenzioni, dei tanti odii e dei pochi affetti tra i protagonisti, della lotta per il potere, governato da rituali codificati in ponderosi tomi di cui nessuno conosce più il significato ma che tutti devono osservare. Esiste anche un mondo esterno, che diverrà protagonista nell’ultimo capitolo della trilogia, ma che in questo romanzo assume un ruolo marginale anche se importante come contraltare al castello: fatto di foreste, di fiumi e dei pendii scoscesi del Monte Gormenghast è il luogo sia dell’esilio di chi è stato scacciato dal Castello sia della trasgressione e della libertà, il luogo dove Tito de’ Lamenti, il giovanissimo settantasettesimo conte di Gormenghast, si rifugia per scappare dagli obblighi cui il suo ruolo lo costringe. Fuori dal castello, in case di fango addossate a un tratto delle mura, vivono gli Scultori delle Abitazioni esterne, la cui unica occupazione è costruire statue colorate che una volta all’anno vengono portate al Castello per la Giornata delle Sculture Radiose, nel corso della quale le migliori vengono premiate. Gli Scultori campano mangiando le radici di un albero e le croste di pane che giornalmente gli abitanti del castello lanciano dall’alto delle mura.
Questo è il mondo feroce e dicotomico che Peake costruisce, nel quale ambienta le vicende di Tito: è un mondo fantastico ma nel quale ciascun lettore può trovare il proprio personale aggancio alla realtà, dal quale traspare sicuramente una metafora della divisione della società britannica (e non solo), con una prima netta separazione: quella tra chi è dentro e chi è fuori.
Ma chi è dentro, in questo castello cupo, cadente e nel quale il tempo sembra essersi fermato per sempre? I suoi abitanti sono i rappresentanti delle classi che dominano il mondo di Gormenghast. Innanzitutto la famiglia comitale: Tito de’ Lamenti, che all’inizio del libro ha sette anni, è divenuto Conte in seguito alla violenta morte del padre, narrata nel primo volume della trilogia. Ha una madre, la contessa Gertrude, che non lo ha mai amato e si occupa solo dei suoi gatti bianchi, e una sorella maggiore, Fucsia, che anche se molto diversa da lui gli vuole bene. Tito frequenta la scuola del Castello, dove insegnano alcuni professori lazzaroni e litigiosi, che formano una comunità chiusa ed autoescludente. Una figura molto importante nella gerarchia del Castello è il Maestro del rituale, Barbacane, custode delle rigide procedure cui sottostanno le frequenti apparizioni pubbliche del Conte e della corte. Ci sono poi il dottor Floristrazio, medico del Castello, e sua sorella Irma, una zitella sempre in cerca di un marito. Infine c’è Ferraguzzo, come detto il cattivo della storia, giovane di umili origini che sta scalando con la violenza, il sopruso e l’inganno la gerarchia sociale di Gormenghast, sognando di conquistare il potere assoluto. Fanno da contorno a questi personaggi principali molte altre figure, alcune con ruoli anche importanti nella storia e altre con funzioni semplicemente decorative, come i cortigiani e i militari. Potere politico, religioso, intellettuale e militare sono quindi le componenti essenziali del panorama sociale del castello, ed è sui complessi rapporti tra questi elementi, a volte tragici a volte comici, che l’autore costruisce le vicende che ci narra.
Una delle peculiarità di Gormenghast è data dalla compenetrazione di due toni narrativi fondamentali. Da un lato c’è il tono avventuroso, riguardante essenzialmente la spietata lotta per il potere innescata da Ferraguzzo e le sue conseguenze. È un tono che Peake governa magistralmente, con una prosa minuziosa e ricca sino a divenire barocca, nella quale i continui cambiamenti di ritmo e velocità, simili a quelli di un torrente di montagna nel cui corso rapide e cascate si alternino a pozze di calma, contribuiscono a creare una suspense a tratti insopportabile. A fare da contraltare a questo tono vi è quello che l’autore sfodera per descriverci la personalità e le avventure collaterali di alcuni personaggi, in particolare quelle che coinvolgono il gruppo dei professori e la signorina Irma Floristrazio. Sono pagine nelle quali tutto, dalla descrizione fisica dei personaggi alla loro caratterizzazione attraverso tic e fissazioni, alla icastica ironia dei dialoghi e delle conversazioni, ci ricorda non solo il miglior Dickens, come da molti rilevato, ma anche un altro mostro sacro della letteratura britannica come Sterne. Le riunioni dei professori, la tragicomica vicenda del preside Sganascio, i colloqui tra il dottor Floristrazio e sua sorella Irma, l’organizzazione da parte di quest’ultima della festa grazie alla quale spera di trovare marito, la sua storia d’amore con il professor Carampanio riempiono pagine tutte da gustare, che apparentemente poco hanno a che fare con la vicenda principale, ma che svolgono un ruolo fondamentale nell’architettura complessiva del romanzo. È infatti in gran parte grazie alla maestria con la quale l’autore gioca su questi due toni, su questi due registri narrativi, che sono arricchiti da una ricca gamma di sottoregistri, che il romanzo si allontana dal genere, e che una storia che potrebbe essere tutto sommato banale in quanto raccontata già mille altre volte, quella di un cattivo che vuole il potere e di un ragazzo che a questo potere vuole sfuggire in nome della libertà interiore, diviene un insieme di storie, un affresco sociale ed umano nel quale si riflettono le varie sfaccettature dei rapporti tra le persone, i piccoli egoismi come le grandi crudeltà, le necessarie sopportazioni e gli slanci affettivi, tutti condizionati se non determinati dall’insieme degli immutabili rituali che regolano la vita del castello.
Mervyn Peake oltre che scrittore fu anche illustratore di classici della letteratura ( tra gli altri Alice nel paese delle meraviglie e Lo strano caso del dott. Jeckyll e Mr. Hyde) e pittore: per inciso, consiglio vivamente di ricercare in rete le sue splendide illustrazioni, tra le quali c’è questo definitivo ritratto di Adolf Hitler. Ciò lo accomuna, forse non a caso, all’autore di un altro romanzo fantastico da me letto di recente, Alfred Kubin. Mentre però Kubin trasferisce semplicemente gli incubi simbolisti ed espressionisti dei suoi disegni nel mondo cadente de L’altra parte, Peake secondo me, da pittore immerso nel clima culturale della sua epoca compie un’operazione letteraria molto più raffinata: compone di fatto un collage, che somiglia molto a quelli dei pittori cubisti, fatti di materiali eterogenei come ritagli di giornale, di cartone, di stoffa, di pennellate, nel quale ciascun elemento si annulla per acquistare un nuovo significato dato dalla sua posizione nella composizione. Nel caso di Gormenghast gli elementi grezzi sono i registri e i sottoregistri narrativi, mutuati dai classici e da vari generi narrativi, la cui giustapposizione narrativa costituisce il vero valore aggiunto del romanzo. Così se la lettura di un singolo capitolo potrebbe far pensare ad una mera emulazione di Kafka, di Dickens o di un qualsiasi autore fantasy, il romanzo preso nel suo complesso diviene qualcosa di diverso, di indefinibile, di uguale solo a sé stesso, di Gormengastly, ed avvicina a mio avviso questo romanzo, e per quanto ne so l’intera trilogia, al letterariamente bulimico orizzonte postmoderno.
In questo senso in Gormenghast c’è un elemento narrativo rivelatore: quello che dovrebbe essere il personaggio principale, l’eroe attorno a cui ruota tutta la vicenda, il giovane Tito, è in realtà forse il personaggio più debole e scontato tra quelli che l’autore mette in campo: è come se Tito e la sua vicenda fossero solo un pretesto, una sorta di necessario ma secondario fil rouge il cui compito è quello di giustapporre e dettare il ritmo secondo cui si dispongono i vari ritagli che formano il grande collage. Quando poi i singoli ritagli hanno svolto il loro compito, quando sono stati perfettamente posizionati sullo sfondo e rispetto agli altri, spesso Peake li abbandona bruscamente, con modalità che lasciano attonite schiere di lettori. Ma su questo non dico di più, perché sarebbe necessario fornire dettagli sulla trama.
Per concludere, un libro iniziato tra mille diffidenze mi ha di fatto conquistato per la sua complessità e arditezza architettonica, mai fine a sé stessa, al punto che finalmente, dopo una dozzina d’anni, sono andato alla ricerca degli altri capitoli della trilogia, cui però non so quando darò seguito, in piena assonanza con la vicenda esistenziale di Mervyn Peake.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Un collage unico, postmoderno, o semplicemente “Gormenghastly”

  1. Un unicum questo Gormenghast, e una recensione leggera e spumeggiante in cui per una volta non compare la parola “borghesia”! Ci voleva un (vero o finto) fantasy.
    Scherzo naturalmente. Il tuo articolo mi ha fatto venir voglia di riprendere in mano il Gormenghast. Avevo cominciato tempo fa il primo volume credendo di trovare un fantasy di qualità (io li cerco, i buoni fantasy, e non li trovo), ma sono stata delusa perché ho trovato la qualità ma non il fantasy. L’ho lasciato lì neanche a metà proprio a causa della “suspense a tratti insopportabile”. Invecchiando non ce la faccio più a vedere gli intrighi dei cattivi procedere lentamente verso il successo. Nella realtà mi sembra ancora tollerabile ma in letteratura proprio no. Immagino che sia perché in letteratura, una volta chiuso il libro, non c’è appello.
    Sono fermamente decisa a riprenderlo in mano, ma non so quando. Però se tu, con le tue letture, sei agli acquisti del 2006, la trilogia potrei anche finirla prima io 🙂
    Un saluto e a presto
    Elena

    Piace a 1 persona

    1. Ciao Elena.
      In effetti ci sono molte probabilità che la trilogia io non la legga. Il primo volume è ormai pleonastico (almeno per quanto riguarda la storia) e il terzo mi pare di aver letto che sia poco organico, dato che Peake non ebbe il tempo di revisionarlo. In più, dovessi seguire rigidamente il mio ordine, mancherebbero 25 anni (+60 siamo poco oltre la mia speranza di vita…).
      Però davvero la sorpresa è stata notevole, per cui ti consiglio di riprenderne la lettura.
      Purtroppo una delle conseguenze dell’ambientazione di Gormenghast è che la borghesia non c’è proprio, a meno di non voler considerare borghesi gli Scultori che vivono nel fango fuori dal castello. Anzi, mi è venuta un’idea: scriverò una recensione dal titolo Gormenghast e classi sociali: per un’interpretazione marxista della trilogia di Mervyn Peake, così da colmare questa grave lacuna che hai evidenziato. 🙂
      A presto
      V.

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