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Il lato ”leggero” dei gioielli letterari di Poe

RaccontidelGrottescoRecensione di Racconti del grottesco, di Edgar Allan Poe

Mondadori, Oscar classici, 2005

Qualche anno fa, commentando la lettura de Il mistero di Marie Rogêt, avevo notato come i racconti polizieschi dell’autore statunitense rappresentassero il suo lato rassicurante rispetto a quelli del terrore e dell’orrore, nei quali l’irrazionale e l’inconscio giocano un ruolo fondamentale e l’utilizzo di cornici narrative gotiche permette a Poe di spingersi lungo terreni all’epoca pochissimo esplorati, che sarebbero stati mappati letterariamente solo alcuni decenni dopo, quando il cambio di secolo avrebbe portato con sé la coscienza della crisi di un intero modello sociale.
La poliedricità di questo autore è confermata e ampliata anche dalla lettura di questo prezioso volume degli Oscar classici Mondadori, purtroppo oggi non più in catalogo, ma il cui contenuto può essere reperito nelle numerose edizioni che varie case editrici hanno dedicato ai racconti di Poe.
Esso infatti raccoglie diciotto più due (vedremo il perché di questa differenziazione) dei circa settanta racconti scritti da Poe, che si differenziano dagli altri per il loro contenuto comico, satirico o parodistico, nei quali prevale, come evidenziato nel titolo, un taglio grottesco rispetto a quello orrifico dei racconti più noti o a quello raziocinante di quelli che vedono protagonista Auguste Dupin.
La bella introduzione curata da Sergio Perosa, indubbiamente uno degli elementi che rendono prezioso questo volume, l’altro essendo il fatto che la quasi totalità dei racconti fu magistralmente tradotta da Elio Vittorini, inizia proprio mettendo in luce le sfaccettature della produzione letteraria dell’autore. Sostiene Perosa: ”Storicamente, si possono distinguere due Poe. Uno è l’Edgarpò che suscitò l’entusiasmo dei francesi, da Baudelaire a Valéry, e ha avuto ininterrotta fortuna in Europa. L’altro è Edgar Allan Poe, l’americano – poeta e narratore di cassetta, instancabile fornitore di testi per l’incipiente mercato di massa (scrive quasi esclusivamente su riviste), figura di irregolare ostilmente accolto dai letterati dell’epoca, che stenta ancora a trovare pieno riconoscimento in patria.” I racconti presentati in questo volume rappresentano, secondo questa analisi, un campione della produzione letteraria di questo secondo Poe, meno conosciuto e celebrato.
Spingendo l’analisi su questo complesso autore più in profondità credo si possa affermare che esistano non solo due Poe, ma alcuni in più: solo limitandosi all’universo dei suoi racconti, infatti, ci troviamo di fronte ad almeno tre ambiti narrativi fortemente connotati. A differenza di Perosa, sono propenso a distinguere nettamente i racconti del terrore da quelli del raziocinio, per le motivazioni che ho già esplicato commentando Il mistero di Marie Rogêt; questi Racconti del grottesco rappresentano quindi una sorta di terzo lato del gioiello letterario rappresentato dall’opera dell’autore, alle quali si aggiungono quelle del poeta e quella del giornalista, ciascuna ovviamente con le proprie peculiarità, e quella del romanziere, se è vero che la sua unica incursione in questo genere, il Gordon Pym si distacca a sua volta nettamente dal resto della sua produzione.
Quali sono le cause di questa poliedricità letteraria di Poe? Limitandosi a quanto emerge dalla lettura dei racconti, ad un primo livello esse vanno sicuramente ricercate nella sua tormentata vicenda esistenziale. Leggendo la scarna cronologia riportata nel volume emerge tutto il dramma di una vita segnata sin dall’inizio da contrasti familiari, da povertà, da effimeri successi editoriali subito annegati in mari di polemiche ed accuse, dalla passione per il gioco e dall’alcolismo, sino alla morte appena quarantenne, crudelmente resa pubblica da un necrologio ferocemente denigratorio. Emblematica della sua vita è la storia del suo matrimonio con la cugina Virginia, impalmata non ancora quattordicenne e morta solo alcuni anni dopo, di fatto per gli stenti in cui la famiglia viveva.
È indubbio che un’esistenza così estrema, caratterizzata da vette ed abissi non potesse che portare a produzioni letterarie coerenti: così gli incubi e il terrore che Poe riversa nei suoi racconti possono essere letti come la trasposizione dei suoi incubi da alcolista, del suo terrore di fronte alla continua precarietà delle condizioni in cui vive, sia in senso materiale sia in senso morale, mentre i racconti del raziocinio e quelli del grottesco, nei quali emergono tratti più leggeri possono essere interpretati come il risultato di stati d’animo più tranquilli, nei quali prevale la possibilità di accantonare gli incubi e le paure esistenziali per dedicarsi a opere con un approccio in qualche modo più ottimistico.
È però possibile a mio avviso leggere le profonde differenze che caratterizzano i racconti di Poe anche ad un altro livello, più legato all’ambiente sociale nel quale essi nascono.
Poe vive e scrive nella prima metà dell’800: negli Stati Uniti questi sono i decenni della prima grande avanzata economica. L’impianto liberista della nazione e la ricchezza di risorse naturali, in gran parte ancora tutte da scoprire e sfruttare, portano alla prima rivoluzione industriale negli stati del Nord-Est, al consolidamento dell’economia agricola del Sud basata sul latifondo e sullo schiavismo e alla prima ondata di colonizzazione del Midwest, con i conseguenti conflitti con le popolazioni native.
Una nazione giovane inizia a fondare sé stessa sul mito dell’ottimismo, che inizia ad esprimersi nel sogno americano secondo cui ciascuno può farcela, basta che si rimbocchi le maniche, sogno che renderà sempre più massicce le ondate migratorie dall’Europa e non solo, alimentando di manodopera a basso costo una economia in crescita tumultuosa, ponendo le premesse per l’accumulazione capitalistica che farà degli Stati uniti di lì a pochi decenni la potenza emergente a livello globale.
È in questo periodo, in queste condizioni sociali, che si dispiegano ai massimi livelli i lati oscuri del capitalismo, in forme anche più brutali di quelle che avevano caratterizzato la prima rivoluzione industriale inglese qualche decennio prima. Il Darwinismo sociale è spinto al massimo: non è vero che ognuno può farcela, ma ce la fanno solo i più forti, spesso i più spregiudicati, aiutati da un contesto politico che al dogma del laissez-faire sacrifica spesso anche le stesse basi della convivenza civile, come stanno rapidamente imparando non solo le popolazioni native ma anche milioni di operai, braccianti e schiavi privati letteralmente di ogni diritto a favore del profitto.
Sono decenni al tempo stesso luminosi (per pochi) ed oscuri, e questi lati oscuri su cui nasce costituzionalmente la nuova nazione sono interpretati, con accenti diversi, da molti degli autori che contribuiscono a fondarne la cultura e la letteratura, da Hawthorne a Washington Irving, da Melville allo stesso Poe, proseguendo poi lungo i decenni sino a giungere alla contemporaneità, anche perché questi lati oscuri sono ancora tutti lì, sia pure in forme diverse, avendo assunto nuove facies di pari passo con il crescere dell’egemonia economica e politica degli USA nel mondo.
Nei maggiori scrittori statunitensi di quei cruciali decenni vediamo spesso anticipate tematiche che verranno riprese e ridefinite in Europa qualche tempo dopo proprio perché le dinamiche della società nella quale erano immersi anticipavano ed estremizzavano dinamiche che in gran parte d’Europa si sarebbero manifestate con la loro potenza distruttrice solo più tardi.
L’opera di Poe, la sua poliedricità può essere vista quindi anche come il riflesso della poliedricità e della contraddittorietà della società statunitense dell’epoca. Poe è stato al tempo stesso protagonista e vittima dell’evoluzione di quella società: era uno scrittore popolare, scrivendo per riviste a larga tiratura, alcune delle quali contribuì a fondare, ed essendo quindi uno degli attori dell’incipiente industria culturale del suo paese. Nello stesso tempo a causa della sua irregolarità fu espulso e messo ai margini da quella stessa industria, soffrendo le estreme conseguenze di quella espulsione.
Le diverse sfaccettature dei suoi racconti riflettono quindi a mio modo di vedere questa sua forzata dicotomia professionale, ed interpretano ad un livello superiore rispetto alle sue vicende esistenziali le contraddizioni della società del suo tempo, le quali furono anche, e forse soprattutto, un effetto dei suoi tentativi, periodicamente frustrati dalla sua già accennata irregolarità, di vivere di ciò che scriveva e quindi di essere parte organica delle dinamiche sociali e delle logiche economiche che le governavano.
Di questo complesso panorama artistico e personale i Racconti del grottesco rappresentano sicuramente il lato più leggero, sia pure di una leggerezza tipicamente poeiana, venata di massicce dosi di sarcasmo ed inquietudine che avvicinano molti di questi racconti ad atmosfere à la Hoffmann, autore che del resto il nostro, impregnato di cultura letteraria europea, amava molto.
Un tono decisamente beffardo e una comunanza di soggetto presentano due dei racconti iniziali della raccolta (per inciso, una delle poche gravi pecche di questo volume è il fatto che non spieghi in che ordine vengano presentati i racconti), Il duca de L’Omelette e Bon-Bon: entrambi ambientati in Francia, rielaborano in chiave comica uno dei temi portanti della letteratura romantica e non solo: quello dell’incontro con il diavolo e della disputa dell’anima. Ritengo che la chiave di lettura primaria di questi racconti sia da ricercare nell’ambientazione francese: il pubblico per cui Poe scriveva vedeva probabilmente nella Francia la patria di una finesse esotica confinante con la frivolezza, al tempo stesso invidiata dalle classi dominanti ansiose di una legittimazione culturale ma in qualche modo estranea ai valori di praticità e all’essenzialità della società statunitense: proporre in termini caricaturali personaggi francesi, legati al cibo sin dal nome, non poteva che riscuotere un buon successo a New York e dintorni. Ecco quindi che il colloquio con il diavolo, nel quale si decide il destino dei protagonisti, si risolve in una frivola competizione dialettica, intercalata da espressioni francesi che debbono avere divertito molto i lettori. In un breve racconto successivo, intitolato Perché il piccolo francese porta la mano al collo, la contrapposizione tra l’esprit francese e il vitalismo nordamericano verrà declinata, in un contesto ancora più leggero, dalla esplicita presa in giro della lingua transalpina.
Due racconti a mio avviso tra i più significativi della raccolta, collegati tra di loro, sono dedicati da Poe alla satira dell’editoria e in particolare alla messa alla berlina del racconto dell’orrore.
Nel primo, Come si scrive un articolo “da Blackwood”, una aspirante scrittrice, Psyche Zenobia, riceve da Mister Blackwood, editore della omonima rivista (una delle più diffuse riviste popolari inglesi dell’epoca), una serie di consigli sul tono e il contenuto che devono avere racconti ed articoli per essere da lui pubblicati. Devono innanzitutto riguardare ”… un qualche imbroglio nel quale nessuno si sia mai trovato prima” nel quale lo scrittore deve andarsi a cacciare, e rispetto al quale deve descrivere le sensazioni che prova. Inoltre l’editore suggerisce a Psyche Zenobia una serie di citazioni classiche che possono essere infilate in qualsiasi situazione e servono a dimostrare la vasta cultura dello scrittore. Il racconto che segue, La falce del tempo non è altro che il risultato di queste istruzioni, vale a dire il racconto “da Blackwood” scritto da Psyche Zenobia basandosi su di esse: è di fatto una esilarante parodia de Il pozzo e il pendolo, uno dei più famosi racconti del terrore dello stesso Poe. È veramente notevole a mio avviso l’efficacia della critica satirica di Poe al mondo al quale lui stesso apparteneva, che giunge sino al punto di parodiare la sua stessa opera.
Un altro racconto significativo per il contenuto satirico nei confronti del mondo letterario è Non bisogna scommettere la testa col diavolo, che ha come sottotitolo Racconto morale, nel quale Poe riprende il tema del diavolo e della sua apparizione nel mondo ma soprattutto, nella pagina iniziale, si scaglia contro i critici e gli esegeti che pretendono di estrarre una morale, un significato da ogni opera d’arte, anche a discapito delle reali intenzioni dell’autore. È il Poe teorico dell’arte per l’arte, della poesia in quanto tale che qui parla, e forse occorre ammettere che anche questo commento, se mai avesse potuto leggerlo, sarebbe stato oggetto dei suoi strali.
Altri racconti, quali Senza fiato, Re Peste, Gli occhiali e Il sistema del dott. Catrame e del prof. Piuma, si avvicinano maggiormente alle tematiche e anche al tono dei suoi racconti del terrore. Anche se il loro contenuto è nettamente grottesco e non mancano gli spunti quasi comici, vi si trovano descrizioni e ambientazioni crude: particolarmente degni di nota sono a mio avviso gli ultimi due, nei quali Poe affronta con sapienza la tematica della divaricazione fra l’apparenza, costruita sulla base dell’esperienza, e la realtà delle cose.
In L’angelo del Bizzarro ci troviamo in atmosfere decisamente Hoffmanniane, mentre sicuramente da citare, in quanto completamente diverso rispetto agli altri racconti, è La burla del pallone, articolo con il quale, quasi un secolo prima di Orson Wells, Poe usò i mezzi di comunicazione di massa per burlare il pubblico, riferendo di una riuscita traversata atlantica in mongolfiera e facendo accorrere centinaia di astanti sul luogo dell’impresa. È il racconto che ci narra come Poe fosse pienamente consapevole della potenza dell’informazione e della sua manipolazione.
In appendice ai diciotto veri e propri racconti del grottesco il volume ne riporta altri due, sotto il titolo generale de Il paesaggio. Il primo è l’incompiuto resoconto di una esplorazione, da parte di un gruppo di cacciatori di pelli, del Nord-Ovest degli Stati Uniti, lungo il corso allora in gran parte ancora sconosciuto del Fiume Missouri, verso le montagne rocciose. Dal lungo frammento emerge forse il Poe più autenticamente romantico, che affronta, tra i primi in Nordamerica, il tema del viaggio come esperienza di conoscenza anche interiore e ci regala vivide descrizioni della natura allora incontaminata e dei nativi. Il breve Le terre di Arnheim che chiude il volume è un inno, per certi versi inaspettato, alla superiorità della natura modellata dall’uomo rispetto a quella lasciata a sé stessa.
Ho definito prezioso questo volume perché ci permette di scoprire altre facce della poliedrica personalità letteraria di Edgar Allan Poe: forse non sono le facce che brillano di più, e senza dubbio se Poe si fosse limitato a scrivere racconti come questi non sarebbe l’autore capitale che è oggi. Credo però che questi racconti, oltre a donarci molte pagine estremamente gradevoli, abbiano il grandissimo merito di farci comprendere meglio, non solo per contrasto, in quale contesto personale e sociale nascessero le grandi opere cui tutti pensiamo quando ci riferiamo a lui.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

3 pensieri riguardo “Il lato ”leggero” dei gioielli letterari di Poe

  1. Ricordo che alle medie ho tenuto un sacco di tempo nell’astuccio un ritaglio di rivista che riportava Annabel Lee. Mi sembrava qualcosa di popolar-divino. Invece non sono mai stata una fan del Poe dell’orrore, e i racconti grotteschi non li conoscevo proprio. Quando parli delle contraddizioni di Poe nei confronti del capitalismo industriale, che pure ha cercato di cavalcare, hai probabilmente ragione. Credo che fosse un uomo terrorizzato dalla piega che prendeva il mondo.

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