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Quando l’estrema periferia diventa il centro

UnErmellinoaCernopolRecensione di Un ermellino a Cernopol, di Gregor von Rezzori

Guanda, Narratori della Fenice, 2006

Un ermellino a Cernopol è la prima opera di Gregor von Rezzori che ho letto, e devo dire che si è trattato di una lettura importante, che mi ha permesso di scoprire un autore che – almeno da quanto ho potuto dedurre da questo romanzo – merita un posto non del tutto secondario nel panorama della letteratura europea del novecento. Non è un caso che utilizzi termini generali quali europeo e novecento per posizionare questo romanzo e il suo autore: non appena si cerca infatti di stringere l’inquadratura per cercare di classificarli meglio sorgono infatti alcune difficoltà.
La prima riguarda la nazionalità dell’autore: von Rezzori nacque nel 1914 a Czernowitz, storica capitale della Bucovina, allora remota ma vivace città facente parte dell’Impero Austro-Ungarico, che dopo la prima guerra mondiale e la conseguente dissoluzione dell’impero entrò a far parte del Regno di Romania e quindi, nel secondo dopoguerra, dell’URSS: oggi il suo nome è Černivci ed è situata in Ucraina, a pochi chilometri dal confine rumeno. La sua famiglia era di antiche origini siciliane, ed egli fu, in relazione alle vicende della sua città natale, dapprima suddito dell’Impero, quindi cittadino rumeno, in seguito cittadino sovietico, apolide nel primo dopoguerra per ottenere poi la cittadinanza austriaca, vivendo però a partire dagli anni ‘60 prevalentemente tra Roma e Parigi per stabilirsi definitivamente, con la moglie italiana (anch’essa nobile), in Toscana, dove morì nel 1998. Anche se è indubbia l’appartenenza di Rezzori all’area culturale tedesca (non fosse altro per la lingua nella quale scrive le sue opere) è altrettanto certo che la movimentata vita di questo raffinato scrittore, di questo aristocratico viveur, elegante e affascinante, che parlava correntemente otto lingue, ci indica che il suo essere austriaco si diluiva al contatto con le molte altre culture europee con cui aveva avuto contatti non occasionali, come in modo curioso fisiognomicamente dimostrato dal fatto che invecchiando mostrò una progressiva straordinaria (o inquietante?) somiglianza con Gianni Agnelli.
La seconda problematica nasce dal fatto che, pur essendo essenzialmente Rezzori uno scrittore del secondo dopoguerra (il primo romanzo che attirò l’attenzione della critica su di lui – le Storie di Maghrebinia – è del 1953) il nocciolo duro della sua produzione letteraria è legato alla descrizione del suo mondo d’origine, quello dell’est europeo, nel periodo tra le due guerre mondiali; e non si tratta di una semplice ambientazione nel passato ma – almeno per quanto posso giudicare da questa prima lettura – della vera e propria rievocazione di un mondo scomparso, condotta anche avvalendosi di una precisa scelta stilistica, cosicché risulta veramente difficile etichettare Rezzori come uno scrittore del secondo novecento. Questa difficoltà di classificazione – non fine a sé stessa, se si pensa quale immensa cesura rappresentò la seconda guerra mondiale per la cultura europea – è maggiore che nel caso di altri scrittori austriaci che condividono con Rezzori questo sguardo all’indietro, come, tra quelli che conosco, Alexander Lernet-Holenia o Heimito von Doderer, perché Rezzori è di una ventina d’anni più giovane di loro: ha solo quattro anni quando l’impero crolla e una trentina alla fine della seconda guerra. Per lui quindi il secondo dopoguerra non è una sorta di appendice più o meno lunga di una vicenda esistenziale e culturale essenzialmente immersa nella prima parte del secolo, ma il periodo in cui di fatto diviene scrittore (oltre che autore radiofonico, sceneggiatore e attore cinematografico): questo suo rivolgersi al passato, avendo quindi il sapore di una precisa scelta e non di un obbligo biografico, risulta a mio avviso un elemento estremamente significativo nel contesto della sua poetica, che lo differenzia sostanzialmente da molti autori a lui contemporanei.
Un ermellino a Cernopol, edito nel 1958, è uno dei romanzi più significativi dell’autore, e anche uno di quelli in cui si riscontrano appieno le problematicità di classificazione sopra accennate.
Protagonista assoluta del romanzo è la città di Cernopol, capoluogo della Teskovina, nomi immaginari ma nei quali è agevole riconoscere la città e la regione nelle quali Rezzori nacque e dove visse sino ai vent’anni.
Le vicende narrate si svolgono nel periodo dopo la prima guerra mondiale, quando la città è divenuta parte del regno di Romania: Cernopol è un crogiuolo di etnie: ucraini, galiziani, ruteni, lipoveni, tedeschi, ebrei e zingari convivono in una città di circa 100.000 abitanti, non senza tensioni ma con una leggerezza ed uno scetticismo di fondo che riescono a sublimare le differenze etniche e di classe con l’ironia e il sarcasmo, espressi esteriormente attraverso il riso: in una delle prime pagine del romanzo, dedicate a descrivere il paesaggio urbano e umano entro il quale si svolgeranno le vicende del romanzo, Rezzori ci dice che a Cernopol si rideva di tutto, che il riso era elevato ad arte, non era quasi mai liberatorio o fine a sé stesso, ma derivava dall’atteggiamento comune nei confronti della vita quotidiana della città.
Questo universo – come detto ad un tempo urbano ed umano – postbellico in cui tuttavia sopravvive, sempre più a stento, lo spirito multinazionale del defunto impero e prendono forma le prime avvisaglie delle tragedie che seguiranno, ci viene raccontato da un soggetto complesso: l’io narrante è infatti un uomo, figlio di una famiglia bene della città, che molti anni dopo rievoca la sua infanzia a Cernopol. L’elemento di complessità è dato dal fatto che egli, riferendosi a quel periodo, non usa quasi mai l’io, ma il noi, perché accanto a lui sono testimoni e interpreti delle vicende narrate anche i suoi fratelli, di cui tra l’altro mi pare non venga mai specificato il numero, e dei quali conosciamo solo la sorellina Tanja. La domanda che sorge spontanea è quale sia stato il motivo che ha spinto Rezzori ad immaginare un io narrante che assume la voce di alcuni bambini che anni prima hanno vissuto collettivamente le vicende del romanzo. La risposta, tutto sommato ovvia, è che l’autore abbia voluto in questo modo rimarcare come il romanzo sia da leggersi come una metafora della perdita dell’innocenza della città di Cernopol, che è ad un tempo estrema periferia d’Europa e centro simbolico di ciò che, agli occhi dell’autore, l’Europa è stata. La perdita collettiva dell’innocenza primigenia della città/società è espressa con forza dal fatto che degli avvenimenti non è testimone un singolo bambino, ma un soggetto collettivo, verrebbe da dire l’infanzia in quanto tale, e che quegli stessi avvenimenti determinano l’uscita per molti versi traumatica dall’infanzia di questi testimoni, analogamente a quanto succede alla città. Questo complesso meccanismo narrativo ha un indubbio fascino letterario, perché permette all’autore di far vedere al lettore gli avvenimenti con gli occhi dei bambini, salvo reinterpretarli e filtrarli come io narrante anziano quando la loro completa comprensione richiede l’intervento dell’adulto. Ma quali sono questi avvenimenti?
Va subito detto che il romanzo è pieno di personaggi, di digressioni e di storie diverse, tra le quali tuttavia ne emergono per importanza quantomeno due, che peraltro si incrociano in più punti: quella del maggiore Tildy e quella del vecchio Pasckano. Tildy è l’ermellino del titolo del romanzo: è un ussaro, già nell’esercito austroungarico ed ora in quello rumeno. Nessuno sa di dove sia originario, forse dell’Ungheria. Ha sposato Tamara, figlia di una principessa e del vecchio Pasckano, una donna non bella e che vive isolata a causa di misteriose malattie dalle quali si cura facendo uso di morfina. Il maggiore Tildy rappresenta uno dei pochi elementi di continuità tra il mondo austroungarico e quello postbellico, nel senso che il suo universo valoriale è legato al passato. Nella Cernopol come detto ormai disincantata e cinica, pettegola e volgare, ma proprio per questo viva, del primo dopoguerra Tildy, con la sua uniforme impeccabile, con l’inalterabile espressione inglese vive ancora seguendo i dogmi e i formalismi che costituivano l’essenza del vecchio ordine: sorta di novello Don Chisciotte, in un mondo in cui la cavalleria non esiste più non esita a sfidare a duello chi insinua dubbi sulla moralità della moglie e della cognata, compresi i suoi stessi superiori, figure simpaticamente volgari o cinicamente avide di potere che rappresentano i tempi nuovi. Pagherà le conseguenze dei valori che lo guidano e che pochi ormai riconoscono come tali, anche perché è inevitabile che nel mondo nuovo quei valori, il senso dell’onore e del dovere, non siano più tali ma si riducano ad un senso di superiorità etica e morale solo esteriore, stampato sulla faccia, quella stessa faccia che il maggiore Tildy perderà quando li abbandonerà per scendere sulla terra.
Il contraltare di Tildy è Sandrel Pasckano, selvaggio, astuto e spietato self-made-man che non ha mai avuto altro valore che quello dell’accumulazione di denaro. Commerciante di legname che non sa scrivere, ha accumulato sin dai tempi dell’impero una immensa fortuna attraverso speculazioni e truffe, giungendo a sposare una principessa Sturdza, che ha costretto a convivere a lungo con la sua amante contadina: alla morte quasi contemporanea delle due, ha eretto nei boschi nei pressi di Cernopol un mausoleo, riproduzione in piccolo del Taj Mahal.
Se Tildy è la personificazione dei valori formali su cui si basava la Kakania, la storia di Pasckano dimostra come questi valori fossero effettivamente solo formali, e che anche in quell’epoca i veri valori dominanti erano quelli legati al potere economico e alla capacità di arrampicarsi senza scrupoli lungo la scala sociale.
Accanto a queste due storie principali il romanzo ce ne narra molte altre, alcune delle quali molto divertenti, grazie alla prosa raffinata e allo stesso tempo scoppiettante di Rezzori, che ci restituiscono l’affresco di una città nella quale si riassume un mondo disfatto che sta cercando nuovi equilibri ma che cova in sé il germe delle ulteriori catastrofi cui andrà incontro dopo poco.
Particolarmente riuscite sono a mio avviso le figure del giovane signor Alexianu, precettore per un certo periodo dei ragazzi/narratori, e del suo mentore, il filosofo Nastase. La confusa filosofia di Nastase basata sulla rifondazione del cristianesimo su altre basi, che il giovane Alexianu espone alla signorina Iljutz, la sarta gobba della famiglia dei bambini, e le reazioni piene di doloroso buon senso di quest’ultima sono pagine splendide quanto a capacità di mettere alla berlina la vacuità di un certo mondo intellettuale.
Ma è con lo spirito tedesco, con la pretesa superiorità morale ed intellettuale, in realtà generatrice di tragedie, di quella cultura alla quale pure appartiene che Rezzori riserva le frecciate più feroci, senza risparmiare una pregnante critica al militarismo che ha sempre accompagnato la kultur.
La presentazione dei tre tipi rappresentativi dei tedeschi di Cernopol, l’antisemita professor Feuer, dalla straordinaria somiglianza con Strindberg, il giornalista Adamowski, che con una praticità tutta tedesca distrugge l’immagine quasi magica che i bambini si erano fatti della cancellata della loro villa, e il rozzo ed insensibile Romoald Kunzelmann, capace di atterrire i bambini con l’indifferenza crudele con cui tratta un cavallo morto, ci consegna in poche pagine, anche attraverso la loro caratterizzazione fisica quasi caricaturale, un efficacissimo ritratto di vizi dello spirito tedesco che ritroviamo in gran parte immutati ancora oggi.
In un altro capitolo, intitolato Metamorfosi dell’immagine della «bella» guerra, Rezzori si fa a mio avviso emulo di Karl Kraus, che non a caso è più oltre citato nel romanzo, fornendoci una immagine estremamente potente del militarismo tedesco: la rappresentazione dei generali tedeschi, in particolare Hindenburg e Ludendorff, e del loro rapporto con le truppe, la caratterizzazione seriale dei soldati tedeschi, con le facce tutte uguali (il tema della faccia è centrale nel romanzo) e soprattutto il passo nel quale esemplifica la parabola della guerra moderna come il passaggio da un ordine perfetto di truppe in marcia ad un temporaneo disordine durante la battaglia per pervenire ad un ordine di grado ancora superiore nelle file di croci bianche perfettamente allineate, se forse non hanno la lucidità analitica di molte delle considerazioni di Kraus sulla guerra posseggono una indubbia carica in grado di evocare l’essenza della concezione morale della guerra da parte delle élite tedesche.
Brevemente è necessario citare un altro personaggio chiave del romanzo, il prefetto Tarangolian, il rappresentante del nuovo potere che frequenta la casa dei bambini e commenta pacatamente e argutamente gli avvenimenti che si susseguono nel romanzo. Egli rappresenta di fatto l’illusione che il precario equilibrio che si è stabilito a Cernopol dopo la guerra, quel momento sospeso tra una catastrofe e l’altra, a cui vanno le maggiori simpatie di Rezzori, possa durare nel tempo. ”Io non ho mai voluto mutare nulla di Cernopol”, afferma in un lungo e rivelatore monologo nel momento in cui deve lasciare la città e saluta la famiglia dei bambini, significativamente subito dopo la malattia che sancisce la definitiva uscita dall’infanzia del narratore e dopo il primo pogrom che ha causato quaranta morti.
Questa simpatia per la Cernopol di mezzo, per un mondo che rappresenta sia un dopo sia un prima, pur con tutte le sue bassezze e le sue meschinità, anche se rappresenta a mio avviso il punto più debole del romanzo, figlio probabilmente di un miscuglio tra una buona dose di paternalismo aristocratico e nostalgia per la giovinezza perduta (ed ecco che forse si spiega così la scelta dell’autore di parlare del passato), la perdoniamo volentieri a Rezzori, che ci ha regalato con Un ermellino a Cernopol più di quattrocento pagine di una prosa densa, brillante e piena, di una storia carica di significati.
Se un appunto si può fare al romanzo è forse quello di essere troppo ambizioso, di voler mettere troppa carne al fuoco: alcuni personaggi e situazioni, delle moltissime che Rezzori presenta, si perdono nel nulla oppure sono solo abbozzati. Ma anche questo perdoniamo al romanzo, perché forse non vi era altra possibilità per trasmetterci il grande affresco di un mondo racchiuso in una remota, brutta città situata alla estrema periferia d’Europa, della quale grazie a queste pagine diventa l’emblema.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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