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Novant’anni dopo Mann nessuna arte è più possibile

SullaScoglieraRecensione di Sulla scogliera, di Gregor von Rezzori

Guanda, Prosa contemporanea, 2004

Dopo la scoperta rappresentata da Un ermellino a Cernopol eccomi a commentare un’altra opera di Gregor von Rezzori, il racconto Sulla scogliera, lettura perfetta al fine di approfondire la poetica di questo autore austriaco, e che conferma la mia sensazione che si tratti di una delle voci importanti del secondo novecento europeo.
I due testi sono molto diversi: lungo romanzo corale l’ermellino, racconto in prima persona Sulla scogliera; ambientato negli anni ‘20, nel mondo periferico, remoto e quasi mitico dell’est Europa l’uno, nel secondo dopoguerra ed in Italia l’altro. Anche cronologicamente le due opere sono distanti: Un ermellino a Cernopol risale al 1958, quando Rezzori aveva alle spalle solo alcuni altri romanzi, mentre Sulla scogliera, uscito nel 1991, appartiene alla fase finale dell’attività e della vita dell’autore, che morirà di lì ad alcuni anni, peraltro dopo avere pubblicato non poche altre opere.
Ma è forse nel significato che mi pare assumere Sulla scogliera nell’ambito della produzione di Rezzori che sta la sua specificità e la sua importanza. Andrea Landolfi sceglie Il glabro Tonio Kröger di Gregor von Rezzori come sottotitolo per la sua breve ma intensa postfazione al racconto, evidenziando in questo modo come, analogamente a quanto accade nel racconto manniano, anche in questo caso ci si trovi essenzialmente di fronte ad una riflessione sull’arte e sul ruolo dell’artista nella società contemporanea, anche se ovviamente relativamente a due contemporaneità diverse.
Nelle pagine di questo breve racconto possiamo infatti trovare molti spunti che ci permettono di comprendere le radici teoriche della scelta operata da Rezzori di rivolgere il suo sguardo narrativo essenzialmente ad un mondo che non c’era già più mentre scriveva, quello dell’Europa tra le due guerre. Emerge infatti chiaramente come questa scelta sia dettata dal riconoscimento della completa perdita di funzione dell’arte e dell’artista nella società del secondo dopoguerra, e di come quindi l’unica possibilità che rimane sia quella di rievocare un’epoca la cui tragicità si accompagnava comunque ad un senso dell’espressione artistica, senso dato essenzialmente dalla sua capacità di descrivere il mondo, di essere parte del mondo: non si ritrova quindi in Rezzori la rievocazione nostalgica di una terra felix quanto (e in questo sta secondo me l’importanza dell’autore) la capacità di cogliere il progressivo sfaldamento di ogni rapporto tra l’arte e la realtà che la circonda. Della coscienza di questo sfaldamento Sulla scogliera rappresenta in qualche modo il manifesto.
Per sviluppare le riflessioni legate alla lettura di questo racconto è necessario riassumerne, sia pure a sommi capi, il contenuto, anche se tenterò di essere il più elusivo possibile sulla trama, trattandosi di un testo del quale anche questo elemento contribuisce a delineare il fascino.
Il racconto è ambientato in un imprecisato borgo marino dell’Italia meridionale, in un periodo che possiamo collocare negli anni ‘60 del secolo scorso.
È una collocazione temporale e spaziale emblematica, che corrisponde al periodo in cui la terra della bellezza si avviava, come ben sapeva l’autore, italiano d’adozione oltre che per antica ascendenza, ad essere scempiata per sempre dalla speculazione edilizia e dall’ingordigia di una classe dirigente tanto volgare quanto arraffona. Tale contesto è emblematicamente esemplificato dal fatto che il borgo antico, abbarbicato su una rupe, sta ormai per essere raggiunto dalla nuova edificazione che ha invaso la piana che lo separa dal mare: il turismo comincia ad imporre il suo modello di sviluppo.
L’io narrante e protagonista del racconto è un signore tedesco, che tempo dopo, quando ormai è tornato in Germania, rievoca quando, nella sua mezza età, è vissuto nel borgo, e precisamente gli ultimi mesi del suo soggiorno, durante i quali ha abitato in una vecchia casa isolata, forse ricavata da una antica torre di guardia, situata nel punto più alto della rupe, a qualche distanza dal paese e a picco sul mare.
Il protagonista è un artista: intaglia nel legno statue della madonna che sono apprezzate da molte gallerie d’arte. Ha avuto da giovane un complesso e difficile rapporto con la madre, che ha sfiorato esiti edipici, e in generale concepisce il rapporto con le donne solo in quanto funzionale al soddisfacimento sessuale, caricando comunque anche questa sfera emotiva di sensi di colpa che si esprimono nel terrore di contrarre malattie veneree. Oltre a lui, tre sono gli altri personaggi che appaiono nel racconto.
Il primo è il macellaio da cui si serve: è un personaggio per certi versi ancestrale, di poche parole, abilissimo nella macellazione e nella lavorazione della carne. Il protagonista ne è quasi ammaliato, sia per la sua abilità artigianale sia per il suo vigore fisico, che lascia intendere una carica erotica e una potenza sessuale che gli invidia.
Nella casa sulla rupe viveva, prima del protagonista, una pittrice tedesca: giunonica e vitale, conduceva una vita alternativa dipingendo opere astratte; nel borgo si sussurrava che avesse una storia con il macellaio, anche se nessuno li ha mai visti insieme. Fa l’amore con il protagonista al primo incontro, ma le cose non vanno troppo bene. Sarà quello il loro solo rapporto sessuale: per alcuni mesi si ritroveranno per parlare di arte – la loro concezione al riguardo essendo di fatto opposta – sinché la pittrice partirà per seguire un archeologo, anch’esso tedesco, che sta cercando sugli Appennini tracce di antiche civiltà, lasciando la casa sulla rupe al protagonista.
Ultimo personaggio della vicenda è Lisa, una ragazza tedesca giunta nel borgo con una comitiva di turisti, che abbandona per andare a vivere, per alcune settimane, con l’intagliatore nella casa sulla rupe. Lisa ha lo stesso nome della cameriera con la quale il protagonista perse, a sedici anni, la verginità: Il rapporto tra i due è basato su una notevole intesa sessuale, che però annoia presto l’intagliatore, lasciando il posto ad un senso di vuoto che lo spingerà a costringere di fatto Lisa a ripartire per la Germania.
Tentando come detto di non svelare troppo della trama, ritengo sia importante analizzare più in dettaglio chi sono i personaggi che appaiono nella vicenda, cosa rappresentano e quali relazioni si stabiliscono tra di loro, perché è attraverso questa analisi che si può accedere, a mio modo di vedere, ad un livello di interpretazione di questo complesso racconto, carico di elementi in qualche modo simbolici ed archetipici, che vada oltre la trama stessa e ci sveli le sue implicazioni poetiche.
Partiamo ovviamente dal protagonista. Come detto si considera un artista, nel senso che intaglia madonne che vengono vendute in rinomate gallerie d’arte, e vive dei proventi della sua arte. È, come richiede l’industria culturale, un artista seriale, e non si pone molti problemi rispetto al suo ruolo e alla qualità della sua produzione, come specifica in un passo nelle prime pagine del racconto: ”Dato che nelle gallerie d’arte le mie opere andavano a ruba, dovevo produrle in serie, e tuttavia continuavo a intagliarle tutte a mano. Anche questo era un lavoro meccanico. Quando dovevo creare i prototipi di soggetti molto amati dal pubblico, per esempio l’Annunciazione o le ancor più popolari Pietà e Mater Dolorosa, non mi facevo influenzare dai modelli tratti dalla storia dell’arte italiana. Ciò che mi ispirava era la natura.” Più avanti, discutendo con la pittrice, specifica compiutamente la sua concezione dell’arte: ”Da parte sua [la pittrice] si turava le orecchie quando io le dicevo che l’arte deve trovare un linguaggio universalmente comprensibile e quindi unificante, e che tutto ciò che nell’arte troviamo bello è espressione di una tensione verso qualcosa di irraggiungibile posto al di fuori del lavoro artistico, fiore (sic) del timor di Dio e del desiderio del Divino; […] che la sacrilega supponenza del singolo, l’autointerpretazione dell’artista quale tiranno che infrange le catene e apre nuove prospettive al mondo è uno dei più ingannevoli fenomeni di un’epoca di rivolgimenti caotici e di generale decadenza”. Questa consolante concezione dell’arte come linguaggio facile ed universale, volto a soddisfare i desideri del pubblico, va in crisi con l’incontro con la pittrice, che come vedremo è portatrice di una concezione totalmente diversa, anche se non meno velleitaria, dell’arte. Il protagonista proverà allora a modificare il suo modo di intagliare le madonne, per renderle più ascetiche o desumerne le forme dalle grandi madri delle Cicladi, ma fallirà, perché nessuna forma d’arte è più possibile. Se da un lato infatti nella società industriale e postindustriale l’arte si esprime anche nella produzione serializzata, tanto che nel racconto viene citato Duchamp quando vede «la forma ideale riposare felicemente nell’oggetto d’uso» tanto da dichiarare opera d’arte un cestello portabottiglie, dall’altro ci sono i fautori dell’arte per l’arte, secondo i quali ”L’arte non ha più un oggetto specifico – tranne sé stessa”, contro i quali si scaglia con veemenza il protagonista, accusandoli di essere complici di … uno stato dell’arte in cui ormai si dà valore soltanto ai realizzatori della propria personalità, mosche bianche del solipsismo che non producono altro che creazioni uniche, per le quali la ripetibilità equivale a una perdita di rango.” Questa concezione dell’arte è rappresentata dalla pittrice, che accusa lucidamente l’intagliatore di far ”… parte di quella meschina classe media di artisti che lavorano per i meschini bisogni intellettuali della classe media. La quale, si sa, è sempre indietro di un secolo.” Non si accorge però di essere anch’essa indietro, sia pure di meno di un secolo, perché tutto è già stato detto e fatto, e qualsiasi tentativo di produrre qualcosa di nuovo diventa citazione, se non imitazione, come scoprirà amaramente l’intagliatore. Entrambi, quindi, sia l’intagliatore sia la pittrice, saranno destinati a non produrre più la propria arte.
Strettamente correlato al fallimento artistico del protagonista, ed emblema esistenziale dello stesso fallimento, è il suo fallimento umano. Rezzori tocca a mio avviso vette sublimi per le dosi di crudeltà, a volte ironica a volte tragica, che elargisce nei confronti del protagonista, nel quale in larga parte possiamo riconoscere lo stesso scrittore. La sua trasformazione, a causa della perdita di tutti i peli corporei, in un immenso fallo eretto, che equivale di fatto all’autocertificazione di essere una grande testa di …, rappresenta sicuramente uno dei punti più alti dell’ironia di Rezzori, così come l’epilogo, che certifica l’impotenza dell’artista nella società contemporanea, difficilmente avrebbe potuto essere più chirurgicamente crudele.
Deus ex machina di questo duplice fallimento è Lisa, la giovane turista che convive per alcune settimane con il protagonista. È la tipica rappresentante della piccola borghesia tedesca, nata con la società dell’affluenza, che visita l’Italia con un viaggio organizzato e si lascia subito affascinare dall’eccentrico artista che vive isolato. Gli si dà subito, lo rassicura che prende la pillola e non complica il rapporto con sovrastrutture sentimentali: semplicemente gode di fare l’amore con un essere che considera diverso e in qualche modo superiore a lei, non avendo le vertigini quando si avvicina al precipizio sul mare. Sopporterà anche le piccole angherie che lui, ormai disilluso, le infliggerà, sino al momento in cui si renderà conto che in realtà egli non è forte come credeva, non è sufficientemente artista da farle superare davvero la paura del dirupo: allora gli sputerà in faccia tutto il suo disprezzo, costringendo l’intagliatore a fare davvero i conti con sé stesso e il proprio ruolo sociale.
Il quarto personaggio, il macellaio, gioca un ruolo ambiguo di collegamento tra gli altri personaggi, e in qualche modo rappresenta l’irruzione dell’elemento dionisiaco e mediterraneo in una storia essenzialmente tedesca, oltre al riconoscimento del ruolo che nella società concreta gioca il saper fare, in contrapposizione con la vacuità dell’arte o dell’attività presunta tale. Non intendendo addentrarmi nella trama del racconto, nella quale il macellaio gioca un ruolo importante, mi limito a sottolineare che esso rappresenta probabilmente, con il suo erotismo carnale, una sottile citazione ironica del personaggio di Alina Reyes, il cui romanzo erotico centrato proprio sulla figura di un macellaio fece scalpore in quegli anni.
Molti altri elementi di cui è composto questo racconto potrebbero essere analizzati, in quanto assumono un preciso significato nell’economia della storia: dall’isola che non c’è che l’intagliatore a volte vede dalla rupe al simbolismo legato ai feroci cani di cui si circonda il narratore oppure alla capretta che il macellaio regala a Lisa. Li lascerò però ai lettori, ammesso ve ne sia qualcuno, considerando il fatto che questo titolo è del tutto scomparso dagli scaffali delle librerie.
Voglio però tornare sulla analogia tematica, indicata da Andrea Landolfi, tra questo racconto e Tonio Kröger, perché mi pare una ipotesi suggestiva che peraltro ritengo fondata. Entrambi i racconti narrano infatti essenzialmente del rapporto tra l’artista e la società, e – forse non a caso – in entrambi i testi l’arte è vista come il risultato del matrimonio tra la cultura tedesca e il retaggio di quella mediterranea.
Quasi novant’anni tuttavia separano i due racconti, e questo lasso di tempo condiziona inevitabilmente le conclusioni cui giungono. Se per il borghese Mann che scrive nel primo novecento l’artista, pur guardato con sospetto ed escluso dalla società, conservava un suo ruolo, e la sua arte poteva consistere nell’osservare in disparte la vita, rappresentata dal ballo degli occhiazzurri, per l’aristocratico Rezzori, che scrive Sulla scogliera dopo due guerre mondiali e un lungo dopoguerra dove stanno nettamente prevalendo valori basati sulla mercificazione di ogni aspetto del reale (non dimentichiamo che il racconto esce nel 1991) nessuna forma d’arte è più possibile, e all’artista stesso, una volta resosi conto di non poterlo essere, non resta che ridursi all’impotenza. Questo messaggio disperante può di fatto essere visto anche come una revisione critica della sua opera, del tentativo fatto da un lucido autore, dotato tra l’altro di uno stile impeccabile, di esercitare l’arte rievocando un’età in cui era ancora possibile produrne.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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