Pubblicato in: Cinema, Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Narrativa, Recensioni

Il capolavoro destinato a generare un capolavoro del tutto diverso

BarryLyndonRecensione di Le memorie di Barry Lyndon, di William Makepeace Thackeray

Fazi, Tascabili, 2003

Considero Barry Lyndon di Stanley Kubrick uno dei capolavori assoluti della cinematografia. Da quando uscì, nel lontano 1975, l’ho visto, o meglio l’ho assorbito numerose volte, sia nelle sale cinematografiche sia in casa, avvalendomi in questi ultimi casi di mezzi, videocassetta VHS prima e DVD poi, che pur mortificandone, complice il piccolo schermo, la magnificenza estetica non riuscivano a scalfire la bellezza complessiva del film, fatta non solo della leggendaria fotografia, ma anche di una sceneggiatura perfetta e di una colonna sonora indimenticabile. L’ultima volta che mi sono immerso nei suoi colori e nelle sue musiche è stato qualche anno fa, in occasione dell’uscita della versione restaurata: era, se non ricordo male, pieno dicembre, e la sala non era riscaldata. Non appena le luci si spensero e la Sarabanda di Haendel annunciò i titoli di testa il freddo pungente da cui cercavo di difendermi indossando piumino, sciarpa e cappello scomparve, ed ancora una volta fui rapito da un piacere ineffabile, reso ancora più sottile dall’attesa di scene ed episodi che credevo di conoscere alla perfezione ma che, come ogni altra volta, mi regalavano nuovi particolari, nuovi punti di vista, nuove prove dell’indiscusso genio del regista.
Pochi altri film esercitano su di me un fascino così forte: Morte a Venezia e Ludwig di Visconti, Querelle de Brest di Fassbinder, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e La classe operaia va in paradiso di Petri. Amo moltissime altre opere cinematografiche, ma questi sono i miei film, quelli che hanno segnato la mia vita.
Ecco che quindi aprire finalmente il volume di Fazi con in copertina The blue boy di Thomas Gainsborough (per la verità una riproduzione troppo contrastata del dipinto) e iniziare a leggere il romanzo di William M. Thackeray dal quale il film di Kubrick è tratto ha rappresentato per me un momento importante. Forse per la prima volta nel caso di romanzi dai quali sono stati ricavati film consideravo l’opera letteraria, l’originale, quasi come un supporto di quella derivata, una sorta di appendice pregressa del film oggetto della mia venerazione.
Ho iniziato quindi il romanzo con l’intento più o meno conscio di leggerlo in funzione del film: la mia curiosità era soprattutto incentrata sulla possibilità di capire quali elementi del romanzo avessero più di altri ispirato Kubrick, e perché tra tanti capolavori del romanzo sette-ottocentesco britannico in grado di restituirci l’atmosfera di un’epoca avesse scelto proprio questo, non certo il più noto (almeno sino ad allora) tra quelli di un autore conosciuto soprattutto per Vanity Fair.
Sin dalla prima pagina mi sono però reso conto della difficoltà di stabilire non solo un qualsiasi confronto, ma neppure alcun nesso diretto tra il romanzo e il film che non fosse quello di carattere meramente contenutistico, legato cioè al fatto che grossomodo (ma solo grossomodo, si badi) le vicende narrate sono le stesse. Il motivo essenziale della distanza assoluta tra le due opere è dato dal fatto che il romanzo è narrato in prima persona – si tratta infatti delle Memorie di Barry Lyndon, da lui stesso narrate verso la fine della sua vicenda umana – mentre il film fa esplicito ricorso ad un narratore esterno. Lungi dall’essere una mera opzione narrativa la scelta di Kubrick mette in discussione lo stesso asse portante del romanzo di Thackeray, su cui si regge gran parte del suo fascino (e della sua importanza): il fatto che il lettore non sappia se e quanto di ciò che è scritto sia effettivamente accaduto nei termini in cui Redmond Barry lo racconta. Tornerò più avanti sulle distanze tra film e romanzo, soprattutto al fine di tentare di fornire una mia interpretazione delle motivazioni delle scelte del regista statunitense: ora però è tempo di dimenticare per un po’ il film, di dedicarsi al romanzo per sé, come è accaduto a me subito dopo l’inizio della sua lettura. Ma prima mi sia permessa una ulteriore, piccola digressione.
C’è nella mia biblioteca un vecchio Oscar Mondadori: si tratta del Dizionario dei personaggi di romanzo di Gesualdo Bufalino. È una antologia che riporta alcune pagine di oltre 130 romanzi, dai grandi classici (significativamente inizia con l’incipit del Don Chisciotte) a opere della seconda metà del ‘900, presentandocene i protagonisti. È un libro che consiglio soprattutto a chi vuole farsi una prima idea dei grandi personaggi della letteratura, in quanto può guidare verso la loro vera scoperta. Finita la lettura di Barry Lyndon sono andato a scorrere l’indice del libro di Bufalino, e con mia sorpresa ho notato che l’eroe di Thackeray non vi appare. Il fatto che non vi appaia neppure Becky, protagonista de La fiera della vanità lascia forse presupporre che Bufalino non amasse particolarmente Thackeray, ma a mio modo di vedere si tratta di una grave dimenticanza, perché Redmond Barry è sicuramente un grandissimo personaggio di romanzo. Per chi non lo avesse ancora incontrato sulla carta o sullo schermo è necessaria una sua breve presentazione. Redmond, nato attorno al 1744, è irlandese, rampollo di una casata di proprietari terrieri ormai caduta in povertà. Con la madre vedova vive a Castle Brady, proprietà di uno zio. Sedicenne, si innamora della cugina Nora, ventitreenne, non bella e civetta, ma la famiglia di lei ambisce ad un matrimonio ricco per ripianare i debiti da cui è oppressa. Così Nora accetta la corte del maturo capitano Quin, un ricco inglese di stanza con il suo reggimento in zona. Redmond, disperato, sfida a duello Quin, lo uccide e per questo fatto è costretto a scappare, con pochi soldi in tasca ma una gran voglia di vivere la sua vita. Dopo un soggiorno a Dublino, durante il quale è ospite di una famiglia di impostori che lo riducono sul lastrico, Redmond si arruola nell’esercito inglese, venendo mandato al fronte sul continente, nel pieno della Guerra dei sette anni (1756 – 1763) che vedeva alleati inglesi e prussiani, contrapposti a francesi e asburgici. Qui ritrova il capitano Fagan, che lo aveva preso in simpatia a Castle Brady, il quale gli rivela che il duello con Quin è stata una messinscena organizzata dai suoi parenti per costringerlo a scappare: Quin non è infatti morto, ma ha sposato Nora. Alla prima occasione buona Redmond, cui la disciplina militare pesa non poco, diserta: assume l’identità di un ufficiale e tenta di passare nella neutrale Olanda. Incontra però uno squadrone di soldati prussiani, il cui comandante capisce ben presto di avere a che fare con un impostore e lo costringe ad arruolarsi nell’esercito di Federico II, composto in gran parte di mercenari e nel quale la disciplina viene imposta con metodi molto più brutali che in quello inglese.
Finita la guerra Redmond, ormai ventenne e copertosi d’onore in battaglia, si trova a Berlino, nelle grazie di alcuni ufficiali prussiani; questi gli affidano il compito di sorvegliare un giocatore d’azzardo, il Chevalier de Balibari, che ritengono essere una spia asburgica. In realtà lo Chevalier è suo zio Cornelius Barry, e Redmond gli si rivela come nipote: i due riescono rocambolescamente a fuggire dalla Prussia e costituiscono una sorta di premiata ditta di bari: approfittando della mania per il gioco che imperversa nelle corti europee, in breve divengono famosi e molto ricchi, anche se l’impresa è soggetta a periodici rischi e talvolta a forti perdite.
Dopo numerose avventure, Barry conosce, a Spa, Sir Charles Reginald Lyndon, cinquantenne irlandese che ha sposato una ricca nobildonna inglese molto più giovane di lui, Lady Honoria. Sir Charles è affetto da acciacchi che lo stanno portando alla tomba, e Redmond concepisce il disegno di sposare, una volta vedova, Lady Honoria, che pure in sostanza disprezza, per acquisirne ricchezze e titolo nobiliare. Redmond inizia subito l’accerchiamento di Lady Honoria, attirandosi il sarcasmo di Sir Charles, l’odio dell’unico figlio dei Lyndon, il giovane Lord Bullingdon, e l’indifferenza di Honoria, che disprezza la sua volgarità di noveau riche.
Tornato in Irlanda per seguire i Lyndon, quando dopo qualche tempo Sir Charles effettivamente muore Barry torna all’attacco del cuore di Lady Lyndon, non esitando a ricorrere alla violenza e al ricatto per conquistarla. I due effettivamente si sposano, andando a vivere a Londra, ma i dissidi cominciano subito nonostante la nascita di un figlio. Redmond, che nel frattempo si è fatto cambiare il nome in Barry Lyndon, spende cifre enormi per essere accolto nella buona società inglese, comprando anche un seggio al parlamento. Mi fermo qui per lasciare al lettore scoprire gli ultimi capitoli della vicenda umana di Barry Lyndon.
Tutto questo, e molto altro, è narrato dallo stesso Barry Lyndon, ormai settantenne, attorno al 1814, e come detto noi lettori non siamo strutturalmente mai sicuri che ciò che racconta sia vero, anzi: la sapiente ironia che Thackeray sa seminare nel testo ci induce a dubitarne ad ogni pié sospinto. Sin da subito sappiamo con certezza che Redmond Barry è quantomeno un millantatore, quando dice: ”Immagino che non ci sia gentiluomo in Europa che non abbia sentito parlare della casata dei Barry di Barryogue, del regno d’Irlanda: in tutto Gwillim o D’Hozier [antichi repertori araldici, N.d.R.] non si trova nome più famoso del nostro.” L’ironia insita in questa pomposa dichiarazione di antico lignaggio appare ancora più evidente se si pensa a quale considerazione avevano agli occhi della società vittoriana della prima metà del XIX secolo le terre d’Irlanda. Più oltre, negli splendidi e spietati capitoli dedicati alla corte fatta a Lady Lyndon, è chiaro, nonostante ciò che ci dice Barry a proposito del suo amore e rispetto per Honoria, che egli mira al suo patrimonio e al titolo nobiliare, e poco dopo è ancora lui stesso a dimostrarci di essere rimasto un campagnolo irlandese la cui educazione si è affinata tra le truppe inglesi e prussiane. Come possiamo quindi credere alla sua presunta fama europea di viveur, al suo indomito coraggio, alla sua abilità con la spada e la pistola? Eppure… eppure il giovane Barry ama teneramente ed ingenuamente la sua Nora, venendo ricambiato con disprezzo e derisione, e la macchinazione ordita a suo danno dai suoi stessi parenti per pura venalità sarà la causa prima delle sue (dis)avventure; eppure Barry è spesso generoso e disinteressato, come in alcuni degli episodi che lo vedono soldato prussiano, e sarà un padre sin troppo tenero ed accondiscendente con l’unico figlio. Come dice Tommaso Giartosio nella splendida prefazione all’edizione da me letta, Barry Lyndon è il romanzo ”che non esiste in sé, ma solo nell’interpretazione che il lettore non può evitare di correre il rischio di dare. È il romanzo dell’avventura di leggere un romanzo.” In questo (concordo ancora con Giartosio) risiede la sua straordinaria modernità e grandezza: in un’epoca, quella vittoriana (ma non solo quella), nella quale una letteratura con intenti pedagogici propone in genere personaggi in bianco e nero, o buoni o cattivi, schema a cui non si sottrae neppure un grande come Dickens, Thackeray ci presenta un personaggio sfaccettato, a tutto tondo, umano sino in fondo, pieno di difetti ma forse con qualche grande virtù, e lascia meravigliosamente al lettore la possibilità di formarsi un giudizio su di lui. Che questa fosse l’intenzione primaria di Thackeray è del resto testimoniato dal fatto che, mentre l’edizione apparsa a puntate su una rivista nel 1844 conteneva, per evidenti ragioni commerciali, una serie di note del curatore volte a confutare il punto di vista di Barry, nella prima edizione in volume del 1856, ormai scrittore affermato, poté permettersi di rimuovere la quasi totalità di tali note.
Accanto a Redmond Barry, e per mezzo di Redmond Barry, l’altro grande protagonista del romanzo è il XVIII secolo, è un mondo scomparso, sostanzialmente diverso rispetto a quello nel quale vive l’ormai vecchio Barry, spazzato via dal volgare Corso, e ancor di più da quello in cui scrive Thackeray, ormai dominato dalla borghesia industriale. Barry più di una volta lamenta come non esistano più i valori e i gentiluomini della sua gioventù, di come la società si sia irrimediabilmente involgarita. I valori che rimpiange sono tuttavia anche in questo caso affidati alla sua narrazione, ed anche in questo caso sta al lettore formarsi un giudizio sulla loro oggettività rispetto alla soggettività di tale narrazione. In aperta polemica con lo spirito dell’epoca, Thackeray ci dice che né l’animo umano né il mondo possono essere descritti oggettivamente da un soggetto onnisciente, che ciascuno di noi deve criticamente e liberamente formarsi la propria idea, raccogliendo, analizzando e organizzando gli indizi che ci circondano.
Chiudendo, è tempo di tornare al rapporto tra romanzo e film. Assodato che Kubrick scelse Barry Lyndon come base del suo capolavoro in primis perché si tratta di un indubbio capolavoro, carico di spunti fortemente visivi, ritengo che la scelta del regista di trasformare un racconto in prima persona in una vicenda oggettiva, nella quale lo spettatore non è portato a dubitare delle imprese di Redmond sia figlia proprio della sollecitazione implicita di Thackeray a interpretare il romanzo. Kubrick lettore lo interpreta dando fiducia a Barry, facendone una vittima delle spietate leggi sociali della sua epoca, oltre che del destino. Proponendo la sua lettura del romanzo, accordando sostanzialmente la sua simpatia al protagonista, e riversando quindi implicitamente le cause della sua caduta sull’esterno non ha più bisogno dell’ambiguità data dal racconto in prima persona, come non ha più bisogno degli episodi in cui Redmond si dimostra più crudele e violento (nel film non c’è traccia, ad esempio, dei ricatti e delle violenze con le quali costringe Lady Lyndon a sposarlo). L’oggettivizzazione del personaggio comporta, per essere credibile, una analoga operazione rispetto al mondo in cui egli si muove: ecco quindi la necessità di ricreare il ‘700, di filmarlo secondo i canoni estetici dell’epoca e in qualche modo usando gli strumenti dell’epoca (il celeberrimo impiego di sola luce naturale). Non ci troviamo di fronte ad una mera ossessione estetica: la riproduzione fedele del ‘700 risponde per Kubrick alla necessità di dare forza alla sua proposta di soluzione del mistero di Barry Lyndon in senso sociale e politico, realizzando un film sul Potere, come dice Giartosio. Per far questo, da genio assoluto quale era, ha preso uno dei più ambigui romanzi dell’ottocento inglese per trasformarlo nel più gelidamente oggettivo dei suoi film.
Ora quindi so che esistono due Barry Lyndon: diversissimi tra di loro, ma entrambi capisaldi imprescindibili delle arti di cui sono parte.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

7 pensieri riguardo “Il capolavoro destinato a generare un capolavoro del tutto diverso

  1. Caro Viducoli,
    non essendo io una grande fan di Kubrick, che trovo a tratti profondamente disturbante, ho sempre creduto di poter soprassedere alla visione di questo film; ma poi il tuo post mi ha incuriosita così tanto che alla fine ho deciso di vederlo, scoprendo, inopinatamente, un capolavoro, certo uno tra i più bei film che abbia mai visto, meravigliosamente diretto e altrettanto meravigliosamente interpretato. Grazie di cuore, dunque, un saluto e a presto

    Piace a 1 persona

    1. Sono molto contento di questa tua scoperta, perché davvero credo che Barry lyndon sia un film dotato di un fascino particolare, che trasforma in cinema letteratura, pittura e musica.
      A presto
      V.

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