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Le altre opere dello scrittore di una sola opera

IRacconti (TomasidiLampedusa)Recensione de I Racconti, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Feltrinelli, Universale economica, 1999

Giuseppe Tomasi di Lampedusa è sicuramente autore che va annoverato tra gli scrittori di una sola opera, la sua personalità intellettuale essendo indissolubilmente legata al romanzo Il Gattopardo, che la esprime pressoché totalmente.
Tuttavia la stessa complessità di quest’opera cardine della letteratura italiana (e non solo) della seconda metà del XX secolo, le polemiche ed i giudizi anche contrapposti che la accolsero, le difficoltà interpretative che ancora oggi la accompagnano, fanno sì che sia estremamente utile, al fine di conoscere meglio l’opera maggiore e l’autore, accostarsi anche ai pochi altri scritti che ci ha lasciato. Succede per Tomasi ciò che accade anche per Proust: le loro opere altre non possono che essere lette in funzione della grande opera maggiore, per cercare di illuminarne il contesto, di percepirne i preparativi, di avere qualche elemento in più per svelarne il mistero.
Le analogie tra Tomasi e Proust del resto non si fermano qui, riguardando singolarmente anche altri aspetti della loro personalità, sia artistica sia umana: l’appartenenza ad una classe sociale elevata, la cultura sterminata, il rapporto strettissimo con la madre, l’essere stati entrambi dei dilettanti che solo da un certo momento in poi della loro vita hanno sentito l’urgenza di dedicarsi totalmente alla letteratura.
Proust del resto, forse anche per questa sorta di affinità elettiva che il raffinatissimo Principe a mio avviso non poté non sentire, fu – accanto al venerato Stendhal – uno degli scrittori più amati da Giuseppe Tomasi.
Mi sento quindi di dire che la pubblicazione del volume che raccoglie i racconti (vedremo che questo titolo in realtà mal si attaglia al suo contenuto), avvenuta per la prima volta nel 1961 – quindi a pochissimi anni di distanza da quella de Il Gattopardo, non rispondesse solo a bisogni di tipo editoriale – come purtroppo spesso capita con la edizione di tutto ciò che un autore redditizio ha scritto, fossero pure le liste della spesa… – ma alla necessità di fornire al pubblico e alla critica qualche elemento di conoscenza supplementare di un autore allora morto da poco e in pratica sconosciuto.
Anche se nel volume il lettore trova testi in alcuni casi frammentari ed incompleti, la lettura di questo volumetto – nell’edizione filologicamente riveduta e corretta da Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo di Giuseppe e curatore delle sue opere, ancora oggi in commercio – ci restituisce davvero alcuni elementi di estrema utilità per una eventuale lettura (o rilettura) de Il Gattopardo, oltre che, almeno in un caso, presentarci un Tomasi che esplora altri filoni narrativi rispetto a quelli tipicamente suoi.
Il volume raccoglie quattro diversi testi, gli unici di narrativa che Tomasi di Lampedusa abbia scritto, oltre al romanzo maggiore. Si tratta dei primi capitoli di una progettata autobiografia, incentrati sugli anni dell’infanzia e dell’adolescenza e in particolare sulle lunghe vacanze estive trascorse nella villa di proprietà della madre a Santa Margherita di Belice, di due racconti veri e propri, ed infine del primo capitolo di quello che avrebbe dovuto essere il secondo romanzo dell’autore, lasciato incompiuto alla sua scomparsa. Tomasi li scrive di fatto contemporaneamente alla stesura, alla revisione e ai tentativi di pubblicazione presso Mondadori ed Einaudi de Il Gattopardo, tra l’estate del 1955 e i primi mesi del 1957: ad aprile di quello stesso anno gli verrà diagnosticato un tumore ai polmoni che lo porterà, in luglio, alla morte. L’intreccio cronologico con il romanzo è quindi totale, e molto forte è anche l’intreccio tematico, pur nella diversità di forma e contenuto che questi racconti esprimono, con l’eccezione di un solo, breve racconto, La gioia e la legge, di cui, per la sua eccentricità, ritengo sia utile parlare subito.
Protagonista del racconto è un impiegato palermitano di infimo ordine, Girolamo, che in una sera invernale porta a casa, oltre alla tredicesima, un enorme panettone da sette chilogrammi (!). Ha ricevuto il prezioso regalo in ufficio: il Direttore ha infatti proposto al personale di donare il panettone, mandato alla Ditta da una famosa casa produttrice del nord, all’impiegato più meritevole scelto tramite una votazione, e tutti hanno designato lui. Giunto a casa dopo un viaggio nel quale l’ingombrante pacco ha dato non poco fastidio agli altri passeggeri dell’affollato autobus, la sua gioia e il suo orgoglio vengono smontati immediatamente dalla moglie, che è molto più ansiosa di sapere se Girolamo ha ricevuto la tredicesima, necessaria per pagare i numerosi debiti, e dice crudamente al marito che il dono gli è stato fatto come elemosina.
Da quanto detto si desume immediatamente che questo racconto non si può ricondurre alle tematiche che l’autore espone nel Gattopardo: scritto, come ci informa Gioacchino Lanza Tomasi nella prefazione, nell’autunno del 1956, nel momento probabilmente di massimo sforzo per dare al romanzo il suo assetto definitivo dopo un primo rifiuto di pubblicazione da parte di Mondadori, La gioia e la legge ci appare quasi come un momento di pausa, nel quale forse l’autore, amareggiato dalla resituzione del manoscritto da parte di Elio Vittorini, tenta di esplorare nuovi territori narrativi, sicuramente più convenzionali, che sia pur ambientati nella Palermo contemporanea all’autore rivelano una chiara ascendenza ottocentesca, in particolare a mio avviso Gogoliana. Un indizio in questo senso è dato dal titolo che, sempre secondo Gioacchino Lanza Tomasi, l’autore avrebbe forse voluto dare al racconto: Il Panettone, sicuramente più azzeccato del definitivo La gioia e la legge, parto, par di capire, di Giorgio Bassani e della vedova dello scrittore, curatori della prima edizione dei racconti. È però soprattutto l’amara ironia che pervade complessivamente il racconto che me lo fa accostare allo scrittore russo, a partire dalle inusitate dimensioni del panettone per giungere alle poche ma efficaci battute con cui viene tratteggiata la figura del Direttore, un Commendatore che distribuisce ”buste-paga e auguri natalizi con l’altezzosa bonomia di quel vecchio gerarca che era” e, poco sotto: ”Il panettone intanto stava lì, al centro della scrivania, ‘onusto di presagi’, come lo stesso Commendatore avrebbe detto venti anni fa, in orbace.” Forse, tra l’altro, in questi ironici passaggi si può ricercare una sia pur pallida eco della tematica di fondo dall’autore, quella secondo cui tutto deve cambiare perché tutto resti uguale, in questo caso applicata al mondo impiegatizio palermitano. Pur piacevole da leggere, La gioia e la legge è poco più di un abbozzo e di sicuro va considerato una sorta di amaro divertissement di Tomasi, che a mio avviso tra l’altro pecca di una certa stereotipia rispetto a quelle che potevano essere le condizioni economiche e sociali di un ragioniere nella Palermo degli anni ‘50.
Il primo testo presentato dal volume è comunque Ricordi d’infanzia, che ne occupa quasi la metà. Come detto si tratta delle parti iniziali di un progettato volume di memorie, esemplato su La vita di Henry Brulard di Stendhal che – come dichiarato esplicitamente nella breve prefazione dallo stesso Tomasi – egli considera il capolavoro dello scrittore francese, avendovi tra l’altro ritrovato ”un ammirevole sforzo per spalar via gli strati successivi dei ricordi per giungere al fondo.” È, a mio avviso, oltre che il riconoscimento dell’importanza di quest’opera in sé anche la constatazione del suo essere in qualche modo antesignana della Recherche proustiana. I Ricordi d’infanzia riprendono infatti formalmente, nelle poche decine di pagine che li compongono, alcuni aspetti del testo stendhaliano, a partire dal disegno delle piante delle case di cui Tomasi parla, quelle della sua infanzia, ma hanno anche, in alcuni passaggi relativi alle sensazioni provate da bambino che gli riaffiorano alla mente e che lo aiutano a ricostruire gli avvenimenti, chiare ascendenze proustiane.
Grandi protagonisti di questi ricordi sono due case (Tomasi, lasciando trasparire tutto il suo aristocratico disprezzo, dice ad un certo punto che si rifiuta di chiamarle palazzi da quando tale termine designa i falansteri di quindici piani): quella palermitana di Via Lampedusa, distrutta dai bombardamenti alleati nel 1943, e quella di campagna di Santa Margherita di Belice, dove la famiglia trascorreva lunghi periodi, in particolare in estate. La prima casa, cui sono dedicati i primi capitoli, è oggetto della nostalgia dell’autore, che cerca di ricostruirne la geometria e l’atmosfera sia sulla base di sensazioni e ricordi della prima infanzia (l’attacco relativo al giorno della morte di Umberto I è veramente molto proustiano…) sia mediante una puntigliosa descrizione della teoria di stanze, della loro funzione e del loro arredamento.
Ma è alla casa di campagna di Santa Margherita, con le sue trecento (!) stanze e lo splendido giardino, la chiesa e il teatro, che sono dedicate le pagine più importanti di questa memoria, a partire dalla bellissima descrizione del viaggio che nei primi anni del XX secolo, in dodici ore, in treno e carrozza, portava la famiglia da Palermo a Santa Margherita. Un viaggio quasi epico, che ci restituisce il paesaggio di una Sicilia arcaica, riarsa, con paesi polverosi e poverissimi, invasi da maiali. Strettamente connaturati a questi paesaggi sono da notare, a mio avviso, alcuni particolari narrati, che connotano l’atmosfera sociale della Sicilia del tempo, di fatto ancora di carattere feudale nel rapporto tra la grande famiglia della nobiltà terriera, lo Stato e la popolazione. La famiglia che dopo il viaggio in treno attraversa in carrozza il Belice viene infatti scortata da tre carabinieri, e quando giunge sul ponte all’ingresso del paese trova la banda municipale ad accoglierla.
In queste pagine il richiamo alla memoria della geografia e delle atmosfere dei luoghi, che pure è presente e importante, è accompagnato da una descrizione dei tipi umani che frequentano la casa, dei parenti e dei notabili locali.
Questo sforzo di richiamo alla memoria dei luoghi della sua infanzia e delle persone che li abitavano ha per Tomasi uno scopo preciso: quello di andare anch’egli, come Stendhal, al fondo, di trovare l’essenza di una terra e di una società che nei primi anni del XX secolo era ancora sostanzialmente quella di cinquant’anni prima, al fine di potere travasare questa conoscenza riaffiorata nelle pagine del romanzo di cui in quel giugno 1955 egli aveva composto la Parte Prima. Buona parte del Gattopardo sarà infatti ambientata in un palazzo, quello di Donnafugata, nel quale è facile riconoscere la casa di Santa Margherita: la descrizione del viaggio, del sole, del paesaggio, della fanfara cittadina sono oggetto dell’inizio della Parte Seconda del romanzo, che Tomasi scriverà di lì a poco. Ecco quindi che forse si comprende anche perché queste memorie, cui l’autore nella prefazione aveva affidato tanta importanza, si interrompono bruscamente dopo la rievocazione della vita nella casa di Santa Margherita: ormai quelle pagine avevano svolto il loro compito, avevano fornito gli elementi necessari per proseguire nell’opera principale, e potevano essere abbandonate a loro stesse.
L’altro racconto vero e proprio contenuto in questo volume è La sirena, il racconto più noto di Tomasi, chiamato anche Lighea. Scritto in prima persona, narra della conoscenza, nella Torino del 1938, tra un giovane giornalista siciliano, Paolo Corbèra, e un anziano professore universitario e senatore, anch’egli siciliano, eminente ellenista, Rosario La Ciura. Corbèra viene affascinato dalla rude e per certi versi misteriosa personalità del professore, ed anche La Ciura si affeziona a quel giovane che pure considera tanto inferiore culturalmente a lui. Così, poco prima di partire con il Rex per un congresso internazionale, racconta a Corbèra il perché del suo più volte dichiarato disprezzo per l’amore carnale. In una estate della sua gioventù, mentre stava preparando un concorso, La Ciura ha avuto in un piccolo golfo di Augusta una storia d’amore con una sirena, Lighea, che ancora lo attende nelle profondità del mare.
L’essenza di questo racconto sta nella dichiarazione d’amore di Tomasi per una terra, quella siciliana, di cui pur riconosce, innanzitutto nel Gattopardo, tutte le tare per così dire genetiche delle quali non riesce e non si vuole liberare, segnata dalla passività e da una immutabile fatalistica rassegnazione. Questa Sicilia, frutto della necessità di adattarsi alle infinite invasioni ed alle innumerevoli sottomissioni a padroni diversi ha sostituito, forse per sempre, una Sicilia primigenia, generata dall’incontro tra la grande cultura classica e un innato spirito panico, con cui pochi eletti possono ancora entrare in contatto. Bel racconto, anche se non scevro di qualche autoreferenzialità e forzatura, La sirena è una sorta di indicazione dell’autore circa la necessità per la sua terra di ripartire dalle origini per una rigenerazione morale e sociale, e nello stesso tempo la constatazione dell’impossibilità di tale ripartenza. L’ambientazione ad Augusta della storia d’amore tra La Ciura e la sirena non sembra casuale, visto che quell’area già negli anni ‘50 era stata oggetto delle prime fasi di una industrializzazione che ne ha sfregiato per sempre il carattere.
Il volume termina con I gattini ciechi, primo capitolo di un romanzo che avrebbe dovuto essere una sorta di seguito del Gattopardo, narrando l’ascesa e la caduta degli Ibba, rappresentanti di una nuova classe di spregiudicati affaristi di umili origini capaci di sostituirsi alla nobiltà terriera acquisendone i beni ma senza scalfire l’arretratezza della gestione latifondista dei terreni. Nelle poche pagine scritte, la figura del patriarca Don Batassano Ibba, avaro e crudele, attento ad ogni dettaglio della gestione dei suoi beni in continua espansione, viene contrapposta a quella dei nobili palermitani, che sentendosi ormai accerchiati da questi noveau riches non sanno fare altro che riversare su di loro tutto il loro disprezzo di classe superiore.
I testi raccolti in questo volume non sono dei capolavori: del resto lo stesso Tomasi di Lampedusa, soprattutto dopo i rifiuti ricevuti alla pubblicazione de Il Gattopardo non si faceva soverchie illusioni sul suo avvenire da scrittore, e scriveva con motivazioni (almeno ufficialmente) private. Sono però testi importanti se attraverso essi traguardiamo in controluce il capolavoro dello scrittore, perché ci permettono di comprenderlo meglio, di percepirne la genesi e di approfondire il pensiero dello scrittore in termini più generali. Sono quindi forse innanzitutto testi per addetti ai lavori, come fa intuire la puntigliosa prefazione di Gioacchino Lanza Tomasi che li accompagna, che però anche il lettore comune potrà apprezzare per ciò che trasmettono direttamente.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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