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Balzac, pas naturellement

LAnonimoRecensione di L’anonimo, di Honoré de Balzac

Mondadori, Oscar classici, 2004

Il mio metodo di lettura mi ha riservato, per questa primavera, ben quattro romanzi di Honoré de Balzac. Erano parecchi anni che non mi avvicinavo allo scrittore di Tours, e non nascondo che quando il computer, ad inizio anno, mi ha restituito la lista dei romanzi da leggere, scoprire che di lì a poco mi sarei reimmerso nelle grandi storie di quello che considero uno dei più grandi narratori di ogni tempo mi ha fatto molto piacere.
Il mio amore per Balzac, l’autore che di fatto, accanto al quasi contemporaneo Stendhal, ha permesso di scoprire, ormai sono quasi vent’anni, ad un adepto pressoché assoluto del primo ‘900 quale ero allora, la letteratura del XIX secolo, ha raggiunto con il tempo vette che non esito a definire maniacali, estrinsecatesi concretamente nell’obiettivo di avere in biblioteca l’intera Commedia umana. Così, nel corso degli anni, sui miei scaffali si sono progressivamente allungate le file dei Grandi libri Garzanti e degli Oscar classici Mondadori, con i loro dorsi caratteristicamente bordeaux i primi e nero lucido i secondi, dedicati ai romanzi e ai racconti di Balzac; a questi si sono ovviamente affiancati volumi di altre case editrici, sino a superare i cinquanta libri, tra i quali non mancano alcuni doppioni, dovuti a titoli tradotti diversamente o all’acquisto di alcuni racconti già posseduti perché nascosti entro raccolte.
Purtroppo la mia ambizione di vedere un giorno allineati tutti i volumi che compongono l’immenso edificio balzachiano quasi sicuramente non potrà essere soddisfatta, per il semplice motivo che un certo numero di romanzi e racconti che ne fanno parte non sono mai stati tradotti in italiano oppure sono stati pubblicati moltissimi anni fa. È pur vero che negli ultimi anni, grazie sopratutto al lavoro di Pier Luigi Pellini e di alcune benemerite case editrici, prima fra tutte Sellerio, alcuni titoli sono stati editi, ma molte sono ancora le lacune.
Ad oggi, a mero titolo statistico, questa è la situazione della mia biblioteca in termini numerici: dei 94 titoli che compongono la Comédie (dato questo non certissimo, come i balzachisti sanno bene) nei miei scaffali ne annovero 68, mancandomene quindi ancora ben 26. Accanto a questi 68 titoli vi sono altri quattro volumi, contenenti tre romanzi e un racconto che non fanno parte della Commedia umana.
Dopo questa digressione privata, che sono certo non mancherà di suscitare grande interesse tra le schiere dei miei lettori, torniamo all’oggetto di questa nota.
L’anonimo è proprio uno dei romanzi che non fanno parte della Comédie, trattandosi di un’opera giovanile di Balzac, edita nel 1823, quando lo scrittore aveva 24 anni, sei anni prima che uscisse il primo romanzo facente parte della Comédie, vale a dire Gli Sciuani. In realtà il romanzo è solamente attribuito a Balzac, perché nell’edizione originale è firmato con il nom de plume di A. de Viellerglé-Saint-Alme. L’attribuzione de L’anomimo a Balzac con l’apporto, per alcuni capitoli, di un giornalista e scrittore di romanzi popolari con cui Balzac collaborava in gioventù, Auguste Le Poitevin, è di fatto basata essenzialmente sulle analisi testuali. Nella sua Nota al testo la curatrice del volume, Paola Décina Lombardi, ricostruisce le contorte vicende critiche che hanno portato a tale attribuzione, oggi generalmente accettata ma non unanimemente condivisa nel corso del ‘900, anche perché Viellerglé è in realtà l’anagramma di L’Égreville, pseudonimo con il quale Le Poitevin firmò altri romanzi.
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Un’intera epoca, giunta sino a noi, in un piccolo personaggio

CesarBirotteauRecensione di César Birotteau, di Honoré de Balzac

Mondadori, Oscar classici, 2006

“[Balzac] ci offre nella Comédie humaine una prodigiosa storia realistica della “società” francese, descrivendo in guisa di cronaca, quasi anno per anno, dal 1816 al 1848, la progressiva irruzione della nascente borghesia nella società nobiliare che, dopo il 1815, si era ricostituita […]. E intorno a questo quadro centrale raggruppa una storia completa della società francese, dalla quale, persino nei dettagli economici (per esempio il riordinamento dei beni mobili e immobili dopo la rivoluzione), ho imparato di più che da tutti gli storici dichiarati, gli economisti e gli studiosi di statistica di quel periodo messi insieme”.
Questo celebre passo, tratto da una lettera di Friedrich Engles a Margaret Harkness, sintetizza in modo esplicito la straordinaria importanza che i romanzi, le novelle e i saggi di Honoré de Balzac in cui si articola lo stupefacente edificio della Comédie assumono nella storia della letteratura europea e mondiale.
Questo edificio, simile ad un palazzo della grande nobiltà, è composto da decine di stanze, alcune ampie ed ariose, destinate ad essere la sede privilegiata della vita dei protagonisti, altre strette ed anguste, cui si accede di rado perché luoghi in cui si trovano oggetti nascosti o semplicemente non quotidianamente necessari, altre ancora che fungono da collegamento tra le prime e le seconde; vi sono poi le stanze di servizio, che a prima vista non sembrano così preziose come quelle di rappresentanza ma senza le quali l’intero edificio non potrebbe funzionare. César Birotteau rappresenta a mio avviso una di queste stanze, non essendo magari una delle più luminose, ma senza la quale tutta la vita del palazzo sarebbe in qualche modo diversa. Fuor di metafora, César Birotteau, pur non essendo sicuramente uno dei più noti e celebrati romanzi dell’autore francese, è in qualche maniera un pilastro portante dell’intera opera balzachiana: non a caso lo stesso Balzac lo riteneva uno dei suoi capolavori, e la sua redazione, se infine fu portata a termine in poche settimane, come spesso accadde alle sue opere, anche a causa di pressanti impegni contrattuali, fu da Balzac rimuginata per lunghi anni.
Due sono gli aspetti che a mio avviso rendono capitale questo romanzo. Da un lato l’oggetto stesso del racconto, che narra l’ascesa e caduta di un self-made-man nella Parigi degli anni immediatamente successivi alla caduta di Napoleone, periodo centrale nella storia francese, quello della Restaurazione durante la quale, nonostante l’aristocrazia e i Borboni abbiano riacquistato il potere, la borghesia continua la sua inarrestabile crescita, che la porterà alla rivoluzione del 1830. L’altro aspetto è la sua precisione e puntigliosità nel descrivere i meccanismi economici e finanziari attraverso cui si esercita il potere borghese, la loro spietatezza e il loro assurgere a regole assolute delle relazioni sociali. Anche in altri romanzi della Comédie humaine si trovano lunghe e precise descrizioni dei meccanismi attraverso cui il denaro ed il profitto esercitano il loro potere, ma è indubbio che in César Birotteau esse assumono un ruolo talmente centrale da poter essere considerato inedito. Se ad alcuni critici le lunghe pagine che Balzac dedica a queste descrizioni sono sembrate un punto di debolezza del romanzo, a mio avviso ne costituiscono invece uno dei grandi elementi di forza, perché senza queste pagine non sarebbe possibile attribuire un valore universale alla vicenda del povero Birotteau, e il realismo di Balzac perderebbe uno dei pilastri sul quale è basato. E che Balzac intendesse rendere, attraverso il suo protagonista, lo spirito vorace di un’epoca, lo dice apertamente egli stesso, alla fine dei due capitoli introduttivi del romanzo, con frasi che assumono quasi il tono di invocazione: ”Possa questa storia essere il poema delle vicissitudini borghesi, alle quali nessuna voce ha mai pensato, tanto sembrano prive di grandezza. Esse sono invece altrettanto immense: non si tratta qui di un sol uomo, ma di una moltitudine di dolori”.
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I racconti di uno dei maggiori “minori” dell’800 francese

Un dramma pariginoRecensione di Un dramma davvero parigino e altri racconti, di Alphonse Allais

Editori Riuniti, Biblioteca di narrativa, 1999

I decenni a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo sono ancora oggi chiamati, in particolare riferendosi alla Francia, la Belle Époque: finita la guerra Franco-Prussiana del 1870 in Europa inizia un lungo periodo di pace, durante il quale il capitalismo trionfante consolida il suo predominio economico e sociale. Le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche diffondono, perlomeno nella narrazione ufficiale, un ottimismo sociale basato sulla assoluta fiducia nel progresso della scienza e sulla sua capacità di risolvere tutti i problemi della società. Il benessere non è più solo alla portata delle classi sociali dominanti, ma ricade in parte, per quel fenomeno che oggi, di nuovo esaltato dagli epigoni neoliberisti di quel periodo, viene chiamato sgocciolamento o dripping, sulle classi subalterne, in particolare sulla piccola borghesia, ed inizia a formarsi l’embrione di quella che sarà la società dei consumi. Il positivismo di Compte diviene quasi la religione ufficiale d’Europa, in particolare della Francia della III Repubblica, sfociando nel Bergsonismo. In campo artistico, sono gli anni dell’Impressionismo, in tutte le sue diverse accezioni ed evoluzioni, e del Naturalismo. Nella provinciale Italia, lo spirito dell’epoca trova la sua espressione nazional-popolare nel Gran Ballo Excelsior.
Sappiamo quali erano le contraddizioni che quell’epoca nutriva e sappiamo come finì. Fu un evento la cui carica simbolica non avrebbe potuto essere probabilmente più elevata a segnare la fine della Belle Époque: la tragedia del Titanic, e fu lo scoppio della prima guerra mondiale, poco più di due anni dopo, a mostrare di quanta consapevole menzogna era intrisa la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, propalata a piene mani dalle classi dominanti e dagli intellettuali a queste organici.
In realtà quella fu un’epoca di fortissimi contrasti. Il movimento operaio e contadino, rafforzato nelle sue basi teoriche dal marxismo, rivendicava maggiore giustizia sociale ed aspirava alla rivoluzione, e per reprimerlo fu usato ogni mezzo, come testimoniano, nel nostro Paese, i cannoni di Bava Beccaris e molti altri episodi minori. Il dogma della libera circolazione dei capitali, non a caso asse portante anche delle politiche neoliberiste nelle quali siamo immersi in questi ultimi decenni, generava lo scontro imperialista che avrebbe inevitabilmente portato al massacro del 1914-’18.
Anche nelle arti vi è chi avverte con inquietudine ciò che cova sotto la superficie dorata dell’epoca, e pone le basi di quelle che saranno le successive correnti della crisi.
La cultura francese in quell’epoca riveste un ruolo di assoluta avanguardia a livello europeo, come è naturale che fosse per uno dei paesi più avanzati sia economicamente sia socialmente, patria della rivoluzione borghese e teatro lungo il secolo di straordinarie e drammatiche convulsioni. Per rimanere nel solo ambito della letteratura, è in quell’epoca che scrivono Daudet, Maupassant, Zola, Loti, Huysmans, solo per citarne alcuni.
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Storia di Charity, vittima di un mondo a compartimenti stagni

EstateRecensione di Estate, di Edith Wharton

La Tartaruga edizioni, 2005

L’unico romanzo di Edith Wharton da me letto prima di questo Estate è Ethan Frome; peraltro la lettura risale a molti anni fa, e ne conservo un ricordo sbiadito, anche se sono certo che mi piacque. Non ho quindi ancora affrontato le opere tipiche di questa importante autrice statunitense, quelle ambientate nella upper class newyorkese dei primi del ‘900, su tutti L’età dell’innocenza per il quale Wharton vinse, prima donna in assoluto, il premio Pulitzer nel 1921.
Ethan Frome ed Estate sono infatti, per una singolare coincidenza, i due soli romanzi di Edith Wharton ambientati nella società rurale del New England, anche se non si distaccano sostanzialmente dalle tematiche di fondo trattate dalla produzione dell’autrice, legate primariamente alle conseguenze del conflitto tra convenzioni sociali e aspirazioni individuali.
Edith Wharton è sicuramente la scrittrice più aristocratica che gli Stati Uniti d’America abbiano mai espresso. La sua famiglia, Newbold-Jones, faceva parte dei famosi Quattrocento, la lista di persone a loro agio in una sala da ballo compilata dall’arbiter elegantiae newyorkese Samuel Ward McAllister alla fine del XIX secolo per indicare la crema della società cittadina, le sole famiglie che unissero ricchezza e raffinatezza in una città piena di nuovi ricchi grezzi ed ignoranti: di questa lista facevano parte nomi noti ancora oggi, come gli Astor e i Vanderbilt. Al di là degli aspetti prettamente mondani, è indubbio che i Newbold-Jones appartenessero alla ristretta cerchia dell’aristocrazia del denaro statunitense, che dominava la società in un’epoca di enormi concentrazioni economiche e finanziarie, la cosiddetta Gilded age.
In questo ambiente elitiario e chiuso cresce Edith, e nel 1885, ventitreenne, sposa, come da copione, il banchiere Edward Wharton, il quale ben presto inizia ad accusare seri problemi mentali. Nel 1907 Edith si trasferisce in Francia, divorziando formalmente da Wharton nel 1913. Amica di Henry James, che la incoraggiò nella scrittura, si distinse anche per le sue attività filantropiche a favore delle donne durante la prima guerra mondiale, per le quali ricevette la Legion d’onore. Morì in Francia nel 1937.
Estate, pubblicato nel 1917, dopo Ethan Frome e prima de L’età dell’innocenza, nella piena maturità artistica dell’autrice, non è certo il romanzo più noto della cospicua produzione di Edith Wharton: da me letto nella storica edizione de La tartaruga, casa editrice specializzata in letteratura femminile, è oggi disponibile in libreria per i tipi di Elliot, forse la casa editrice italiana che in questi anni si sta dedicando con maggior cura a riproporre grandi e piccoli classici della letteratura internazionale, sempre comunque nella buona traduzione di Maria Giulia Castagnone.
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