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Storia di Charity, vittima di un mondo a compartimenti stagni

EstateRecensione di Estate, di Edith Wharton

La Tartaruga edizioni, 2005

L’unico romanzo di Edith Wharton da me letto prima di questo Estate è Ethan Frome; peraltro la lettura risale a molti anni fa, e ne conservo un ricordo sbiadito, anche se sono certo che mi piacque. Non ho quindi ancora affrontato le opere tipiche di questa importante autrice statunitense, quelle ambientate nella upper class newyorkese dei primi del ‘900, su tutti L’età dell’innocenza per il quale Wharton vinse, prima donna in assoluto, il premio Pulitzer nel 1921.
Ethan Frome ed Estate sono infatti, per una singolare coincidenza, i due soli romanzi di Edith Wharton ambientati nella società rurale del New England, anche se non si distaccano sostanzialmente dalle tematiche di fondo trattate dalla produzione dell’autrice, legate primariamente alle conseguenze del conflitto tra convenzioni sociali e aspirazioni individuali.
Edith Wharton è sicuramente la scrittrice più aristocratica che gli Stati Uniti d’America abbiano mai espresso. La sua famiglia, Newbold-Jones, faceva parte dei famosi Quattrocento, la lista di persone a loro agio in una sala da ballo compilata dall’arbiter elegantiae newyorkese Samuel Ward McAllister alla fine del XIX secolo per indicare la crema della società cittadina, le sole famiglie che unissero ricchezza e raffinatezza in una città piena di nuovi ricchi grezzi ed ignoranti: di questa lista facevano parte nomi noti ancora oggi, come gli Astor e i Vanderbilt. Al di là degli aspetti prettamente mondani, è indubbio che i Newbold-Jones appartenessero alla ristretta cerchia dell’aristocrazia del denaro statunitense, che dominava la società in un’epoca di enormi concentrazioni economiche e finanziarie, la cosiddetta Gilded age.
In questo ambiente elitiario e chiuso cresce Edith, e nel 1885, ventitreenne, sposa, come da copione, il banchiere Edward Wharton, il quale ben presto inizia ad accusare seri problemi mentali. Nel 1907 Edith si trasferisce in Francia, divorziando formalmente da Wharton nel 1913. Amica di Henry James, che la incoraggiò nella scrittura, si distinse anche per le sue attività filantropiche a favore delle donne durante la prima guerra mondiale, per le quali ricevette la Legion d’onore. Morì in Francia nel 1937.
Estate, pubblicato nel 1917, dopo Ethan Frome e prima de L’età dell’innocenza, nella piena maturità artistica dell’autrice, non è certo il romanzo più noto della cospicua produzione di Edith Wharton: da me letto nella storica edizione de La tartaruga, casa editrice specializzata in letteratura femminile, è oggi disponibile in libreria per i tipi di Elliot, forse la casa editrice italiana che in questi anni si sta dedicando con maggior cura a riproporre grandi e piccoli classici della letteratura internazionale, sempre comunque nella buona traduzione di Maria Giulia Castagnone.
Come accennato, Estate è ambientato nel New England, e precisamente nel piccolo villaggio di North Dormer. Qui vive la diciassettenne Charity Royall, che incontriamo in un giorno di inizio giugno mentre esce di casa per andare ad aprire la piccola e umida biblioteca cittadina, cui è addetta. Charity vive con l’anziano avvocato Royall, vedovo e suo tutore: ella sa confusamente di essere figlia di una donna che vive sulla montagna, altura a quindici miglia da North Dormer dove si sono rifugiati, in una comunità senza legge né religione, alcuni reietti della società. All’età di cinque anni Charity è stata abbandonata dalla madre nelle mani dell’avvocato, che le ha dato il nome e il proprio cognome. Charity è conscia di essere una diversa nella piccola e chiusa società di paese, e il lavoro in biblioteca le serve per mettere da parte qualche soldo e potersene un giorno andare da North Dormer verso la città, dove sogna di poter avere una vita diversa. Questo desiderio diviene insopprimibile a seguito di una maldestra avance da parte dell’avvocato, di cui peraltro egli si pente subito, ma che la porta a disprezzarlo.
Giunge a North Dormer un giovane architetto newyorkese, Lucius Harney, che sta studiando la tipologia delle case rurali dell’area. Charity vede in Lucius l’emblema di tutto ciò che desidera, soprattutto della vita cittadina, e si sente subito fortemente attratta da lui, essendo tuttavia cosciente che la sua posizione sociale non le consente di sperare, come le ricorda spesso il tutore, geloso del giovane. Tra i due nasce comunque un’amicizia sempre più stretta, perché Charity accompagna Lucius durante i rilievi delle case dei dintorni.
Il quattro luglio Lucius e Charity vanno insieme a Nettleton, la città più vicina a North Dormer, in occasione della festa nazionale. Charity è incantata dall’allegria e dalla confusione della città, e durante lo spettacolo dei fuochi artificiali, in riva al lago, si lascia baciare da Lucius. Poco dopo i due incontrano l’avvocato Royall, ubriaco ed in compagnia di alcune prostitute, che insulta pesantemente Charity.
L’amore tra i due giovani si consolida, e presto Charity si concede a Lucius in una casa abbandonata che diviene il loro nido. Se Charity vive pienamente la sua passione, assaporando senza sensi di colpa le gioie del sesso, i suoi dubbi sulle reali intenzioni di Lucius si fanno più assillanti, soprattutto allorché, partito Lucius per New York con l’immancabile promessa di tornare per sposarla, viene a sapere che in realtà sarebbe fidanzato con un’altra ragazza del paese, di buona famiglia. La vicenda si dipana lungo altre circostanze ed episodi che rendono sempre più difficile e a tratti drammatica la condizione di Charity, sino al non scontato finale.
Indubbiamente si deve preliminarmente notare che Estate tratta di temi forti, soprattutto se rapportati al contesto temporale e sociale in cui il romanzo fu scritto: vi compaiono infatti, più o meno velatamente, la tematica del ruolo della donna nella società, delle convenzioni sociali che condizionano le relazioni affettive, del desiderio sessuale femminile, della prostituzione e dell’aborto. Il romanzo fu infatti giudicato scandaloso all’epoca e forse ciò ha contribuito a tenerlo nell’ombra rispetto ad altre opere dell’autrice statunitense. Tuttavia, a mio avviso, il modo in cui l’autrice tratta questi temi è fortemente condizionato dalla sua estrazione sociale, dalla sua prospettiva elitaria, e ciò toglie in parte al romanzo efficacia e credibilità.
A mio modo vedere è esemplificativo dell’approccio dell’autrice a questo romanzo e ai suoi personaggi un estratto dalla prefazione da lei scritta qualche anno prima per l’uscita di Ethan Frome, come detto l’altro romanzo ambientato nel New England. Scrive Wharton:
”In verità mi pare che, mentre un tono artificioso si presta per un racconto i cui protagonisti siano persone complesse e sofisticate, sulle quali il romanziere fa sì che ogni semplice osservatore svolga congetture e interpretazioni, tale inconveniente non dovrebbe presentarsi allorché è l’osservatore ad essere sofisticato, mentre le persone che egli deve interpretare sono semplici. Se egli è in grado di vedere tutto ciò che le riguarda, non si fa alcuna violenza al probabile concedendogli di esercitare tale facoltà; è abbastanza naturale che agisca come intermediario simpatetico tra i suoi personaggi rudimentali e le menti più complicate alle quali sta tentando di presentarli. Ma ciò è del tutto assiomatico e ha bisogno di essere spiegato solo a chi non ha mai pensato alla narrativa come a un’arte di composizione.”
Nel caso di personaggi rudimentali, quindi, l’autore può semplicemente vedere tutto ciò che li riguarda, limitandosi ad essere un intermediario tra questi e il lettore dalla mente più complicata.
Queste affermazioni mi inducono a due riflessioni. La prima è relativa al fatto che Wharton aveva bene in mente il pubblico a cui si rivolgeva. La seconda, più pregnante a fini di analisi dell’opera, è che Wharton si dimentica (o finge di dimenticarsi) che i personaggi rudimentali di cui narra non sono tali per sé, ma sono il frutto della percezione che lo scrittore ha del contesto in cui questi personaggi agiscono: il loro essere rudimentali deriva da un giudizio soggettivo dell’autore, che determina il modo in cui questo li propone al lettore.
Dico questo non per accusare Edith Wharton di un astratto elitarismo reazionario, ma perché in Estate, a mio giudizio, si avverte spesso il fatto che l’autrice si avventura in un mondo che non è suo, con inevitabili conseguenze sulla forza complessiva del romanzo.
È infatti indubbio che, a partire dalla vicenda privata di Charity, Wharton voglia parlarci delle costrizioni e degli obblighi soffocanti entro i quali la struttura sociale statunitense, o almeno quella del New England, costringeva la donna. Per far questo ella compartimenta tale società in tre luoghi paradigmatici.
Al centro c’è North Dormer, il piccolo villaggio sonnacchioso (per inciso: essendo il romanzo stato scritto in Francia, mi azzardo a rilevare nel nome un’eco di dormir) dove non accade mai nulla ma dove tutti sanno tutto di tutti, nessuno è ricco, nulla sfugge al pettegolezzo e la gente si detesta non foss’altro perché è costretta a percorrere la stessa strada ogni giorno. Una sorta di inferno piccolo-borghese, vuoto di valori e pieno di rancore dissimulato da rapporti sociali formalmente ineccepibili.
Contrapposta a North Dormer è la città, Nettleton, non a caso una città piccola e comunque provinciale, luogo quasi magico per Charity, che all’inizio del romanzo vi si è recata una volta sola, in quella che è stata sino ad allora la più bella giornata della sua vita. Sarà lì che nascerà la sua storia d’amore per Lucius, ma Nettleton è anche il luogo dove vive una ragazza che ha lasciato North Dormer per fare la prostituta dopo avere abortito, il luogo da cui l’avvocato Royall torna spesso ubriaco, il luogo della folla anonima e indifferente.
Dall’altra parte rispetto a North Dormer c’è poi la montagna, il luogo da cui Charity proviene, nel quale si rifugiano coloro che hanno fallito in città per vivere nell’assoluto degrado, in una promiscuità senza leggi né morali né umane che reca scandalo al perbenismo di North Dormer, e costituisce un segreto marchio d’infamia per chi, come Charity, ne è originario.
Sono tre luoghi evidentemente paradigmatici, tre mondi che vivono in una assoluta separatezza reciproca, lontani non solo fisicamente l’uno dall’altro: la sola Charity costituisce in qualche modo il drammatico trait d’union tra i tre mondi, essendo vittima di ciascuno ed in ciascuno sentendosi estranea.
Se questa compartimentazione sociale ha una sua efficacia narrativa, è però indubbio a mio avviso che soffre di un certo manicheismo dovuto probabilmente proprio alla necessità dell’autrice di descrivere rudimentalmente mondi che non conosce appieno. Così ciascuno di questi luoghi appare troppo a senso unico, tanto più quanto più lontano dalla concreta esperienza dell’autrice. La piccola città di provincia, ambiente in cui Wharton si trovava sicuramente più a suo agio, è infatti il luogo che viene presentato in maniera più sfaccettata e più viva, nelle poche scene delle quali è protagonista.
Il villaggio protagonista della vicenda, North Dormer, è come detto una sorta di ricettacolo di tutti i vizi della piccola borghesia, anche se una via di riscatto rispetto alla chiusura che lo caratterizza viene indicata, in un episodio che a prima vista sembra del tutto marginale ma che a mio avviso gioca un ruolo non secondario nell’economia del racconto, dall’avvocato Royall nel suo accorato discorso tenuto durante i festeggiamenti paesani.
Ma è la montagna che rivela i limiti dell’autrice quando deve addentrarsi nel mondo del lumpenproletariat rurale: il suo sguardo su di esso è intriso dell’istintivo senso di repulsione della gran dama che osserva quanto vi sia di più distante dai suoi valori: tutto e tutti sono degradati, gretti: promiscuità, bestemmie, lotta reciproca per i pochi beni materiali anche durante un funerale sono gli elementi caratterizzanti i pochi personaggi della montagna con cui il lettore fa la conoscenza. Mio dio, che ovvove, sembra di sentir dire l’autrice, in ciò antesignana della Contessa di sessantottina memoria ma anche di alcune madamin assurte agli onori della cronaca nostrana negli ultimi mesi.
Fatta quindi la dovuta tara a questi aspetti meno convincenti del romanzo, è necessario ribadire che Estate è come detto un testo coraggioso, che tratta da un punto di vista femminile argomenti per l’epoca (ma anche per certi versi oggi) scomodi, senza infingimenti se non quelli dettati dalla rispondenza ai limiti imposti dal senso del pudore corrente della classe sociale in cui l’autrice era cresciuta, ma dal quale a tratti sa anche liberarsi con estrema eleganza, come quando dice maliziosamente che Charity era l’unica a conoscere davvero Lucius dalla punta dei piedi al ciuffo arruffato dei capelli. La figura di Charity Royall è dotata dall’autrice di una personalità complessa e sfaccettata, non esente da contraddizioni, che ne fa un bel personaggio letterario, anche se a tratti rimane anch’essa vittima della quota di manicheismo strutturale del romanzo, che le fa perdere un po’ di credibilità.
L’ambientazione nel New England, la protagonista femminile ed il fatto che il nome Charity sia stato scelto dall’avvocato Royall per ricordare per sempre alla protagonista la sua origine, alla stregua di un marchio d’infamia, ricollegano il romanzo alle stesse origini della letteratura statunitense, a quella Lettera Scarlatta che pure parla di esclusione a causa di pregiudizi e convenzioni sociali. Il problematico finale di Estate, che ne costituisce a mio avviso uno degli elementi di maggior pregio, ci ricorda comunque che siamo nel novecento e ci siamo lasciati alle spalle qualsiasi tentazione romantica.
In definitiva quindi Estate è un romanzo che merita la lettura, che non assurge al rango di capolavoro a causa di alcuni limiti dell’autrice nella caratterizzazione dell’ambiente e dei personaggi, soprattutto di quelli di contorno, ma che ci regala belle pagine su cui riflettere ancora oggi.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Storia di Charity, vittima di un mondo a compartimenti stagni

  1. Ciao. Ho visto (2 volte) Il film di Scorsese “L’età dell’innocenza” che mi è piaciuto moltissimo, forse perché oltre al regista c’erano due interpreti d’eccezione. Però di Edith Wharton non ho letto nulla. Effettivamente si fa un po’ fatica a immaginarla al di fuori dell’ambiente delle upper classes della East coast. Forse è per questo, come dici, che costruisce una struttura tripartita in cui a ogni luogo geografico corrisponde una situazione umana socialmente e moralmente caratterizzata. Dove non arriva del tutto con l’esperienza si aiuta con la schematizzazione.

    Piace a 1 persona

    1. Ciao Elena.Si, questa è anche la mia impressione. Probabilmente potrò farmi un’idea più completa dell’autrice quando leggerò i suoi romanzi di ambientazione tipica.
      A presto
      V.

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