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I racconti di uno dei maggiori “minori” dell’800 francese

Un dramma pariginoRecensione di Un dramma davvero parigino e altri racconti, di Alphonse Allais

Editori Riuniti, Biblioteca di narrativa, 1999

I decenni a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo sono ancora oggi chiamati, in particolare riferendosi alla Francia, la Belle Époque: finita la guerra Franco-Prussiana del 1870 in Europa inizia un lungo periodo di pace, durante il quale il capitalismo trionfante consolida il suo predominio economico e sociale. Le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche diffondono, perlomeno nella narrazione ufficiale, un ottimismo sociale basato sulla assoluta fiducia nel progresso della scienza e sulla sua capacità di risolvere tutti i problemi della società. Il benessere non è più solo alla portata delle classi sociali dominanti, ma ricade in parte, per quel fenomeno che oggi, di nuovo esaltato dagli epigoni neoliberisti di quel periodo, viene chiamato sgocciolamento o dripping, sulle classi subalterne, in particolare sulla piccola borghesia, ed inizia a formarsi l’embrione di quella che sarà la società dei consumi. Il positivismo di Compte diviene quasi la religione ufficiale d’Europa, in particolare della Francia della III Repubblica, sfociando nel Bergsonismo. In campo artistico, sono gli anni dell’Impressionismo, in tutte le sue diverse accezioni ed evoluzioni, e del Naturalismo. Nella provinciale Italia, lo spirito dell’epoca trova la sua espressione nazional-popolare nel Gran Ballo Excelsior.
Sappiamo quali erano le contraddizioni che quell’epoca nutriva e sappiamo come finì. Fu un evento la cui carica simbolica non avrebbe potuto essere probabilmente più elevata a segnare la fine della Belle Époque: la tragedia del Titanic, e fu lo scoppio della prima guerra mondiale, poco più di due anni dopo, a mostrare di quanta consapevole menzogna era intrisa la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, propalata a piene mani dalle classi dominanti e dagli intellettuali a queste organici.
In realtà quella fu un’epoca di fortissimi contrasti. Il movimento operaio e contadino, rafforzato nelle sue basi teoriche dal marxismo, rivendicava maggiore giustizia sociale ed aspirava alla rivoluzione, e per reprimerlo fu usato ogni mezzo, come testimoniano, nel nostro Paese, i cannoni di Bava Beccaris e molti altri episodi minori. Il dogma della libera circolazione dei capitali, non a caso asse portante anche delle politiche neoliberiste nelle quali siamo immersi in questi ultimi decenni, generava lo scontro imperialista che avrebbe inevitabilmente portato al massacro del 1914-’18.
Anche nelle arti vi è chi avverte con inquietudine ciò che cova sotto la superficie dorata dell’epoca, e pone le basi di quelle che saranno le successive correnti della crisi.
La cultura francese in quell’epoca riveste un ruolo di assoluta avanguardia a livello europeo, come è naturale che fosse per uno dei paesi più avanzati sia economicamente sia socialmente, patria della rivoluzione borghese e teatro lungo il secolo di straordinarie e drammatiche convulsioni. Per rimanere nel solo ambito della letteratura, è in quell’epoca che scrivono Daudet, Maupassant, Zola, Loti, Huysmans, solo per citarne alcuni.
È in questo contesto storico e culturale che agisce un autore forse minore ma per molti versi emblematico: Alphonse Allais.
Nato nel 1854 ad Honfleur, in Normandia, splendida cittadina oggi nota per le particolari case con ripidi tetti d’ardesia che scendono lungo le facciate, figlio della borghesia locale – suo padre era farmacista – Allais fu personaggio eclettico: esperto in chimica, sperimentò tra i primi la fotografia a colori, si interessò di produzione della gomma e brevettò, decenni prima di una nota azienda svizzera, il procedimento per liofilizzare il caffè. Fu però la letteratura a renderlo famoso in vita, come specialista di un genere letterario poco frequentato: il racconto breve umoristico, che pubblicava su riviste a larga tiratura. Durante la sua non lunga vita – morì improvvisamente per un’embolia nel 1905 – ne scrisse decine, che raccoglieva anche in volumi di grande successo editoriale. Oltre che di racconti brevi fu anche autore di poesie, in genere olorime, cioè composte da coppie di versi omofoni, nei quali quindi la rima si estende all’intero verso.
Da quanto detto scaturiscono alcuni elementi che definiscono in prima battuta l’emblematicità ma anche la contraddittorietà dell’autore rispetto all’epoca in cui visse. Da un lato egli era infatti sicuramente un esponente dell’industria culturale francese: come detto scriveva per riviste di larga tiratura destinate ad un pubblico borghese, guadagnando – anche se in vita fu sempre assillato dai creditori – somme cospicue. D’altro canto Allais fu un irregolare, membro tra l’altro del Cercle des Hydropathes, club della bohème letteraria fondato da Émile Goudeau, e fine esploratore delle potenzialità del linguaggio, lambendo i territori del non-sense e dell’assurdo, e questo lo rese una sorta di antesignano riconosciuto dalle avanguardie che di lì a poco si sarebbero sviluppate in Francia: un ideale filo rosso può infatti congiungere Allais ad Alfred Jarry, Guillome Apollinaire, André Breton, Raymond Queneau, Boris Vian e molti altri che, nel corso del ‘900, hanno fatto dell’indagine sul linguaggio uno dei principali cardini della loro poetica.
Questo vecchio volume degli Editori Riuniti, oggi rintracciabile solo sul mercato dell’usato, propone oltre sessanta dei brevi racconti di Allais, permettendo al lettore, anche grazie alla prefazione di Eugenio Rizzi, di gustare i meccanismi attraverso i quali Allais elabora la comicità e l’ironia, di mettere a fuoco i bersagli di questa ironia nonché di divertirsi non poco.
Sin dal primo racconto, I Templari, Allais sorprende, e il lettore ha la netta sensazione di non trovarsi di fronte a meccanismi comici scontati. L’anonimo narratore, con fare colloquiale, racconta di quando era di guarnigione ad Orano, e di come fosse amico di un bel tipo, un tipetto coi fiocchi, un alsaziano di nome Schwartz, ”nativo di Neufbrisach, nemmeno Neufbrisach, dei dintorni”. Come esempio del carattere dell’amico, narra di come una volta uscirono insieme in barca ma, in balia del vento, approdarono di notte su un’isola – forse Rodi – con un castello. Penetrati nel maniero, vennero assaliti da decine di cavalieri armati sorpresi in preghiera in una cappella. Durante la narrazione, il nome dell’amico cambia continuamente, perché il narratore non sembra ricordarlo con precisione. Così Schwartz diviene Schwartzbach o qualcosa del genere, quindi Schwartzbacher (ora ricordo, Schwartzbacher) ed infine Schwartzbachermann (ne sono certo). Al culmine della suspense, quando i Templari si stanno gettando sui due, il narratore finalmente rammenta: l’amico si chiamava Durand, era figlio di un sarto di Aubevilliers. ”Diavolo d’un Durand! che tipo!”, e il racconto termina.
Il meccanismo comico che spiazza con grande efficacia il lettore è costituito da due elementi. Il primo è lo svolgimento della narrazione, durante il quale l’attenzione del lettore viene catturata dall’inverosimile storia piuttosto che dal fatto che il nome del tipo cambi continuamente; il cambiamento di nome avviene per accumulazione, secondo uno schema che appare logico e coerente: è un nome straniero e il narratore, che racconta la storia come fosse davanti ad un bicchiere di vino tra amici, è in qualche modo giustificato nel suo progressivo affinamento della memoria. L’affinamento viene però clamorosamente smentito dall’attribuzione finale di un banale nome francese al nostro eroe. Questo fatto, questa rottura della logica, porta anche all’interruzione del racconto, ed è questo il secondo elemento notevole del meccanismo comico, perché un qualsiasi Durand non può affrontare i Templari come si stava accingendo a fare l’esotico Schwartzbachermann: il non-senso della storia è svelato attraverso il non-senso del nome del protagonista. I Templari è a mio avviso un racconto che nel suo minimalismo ci dice molto sui meccanismi narrativi, rovesciandoli come un calzino.
Strettamente legati al tema del linguaggio, alla potenza delle parole sono i racconti Post scriptum, ovvero una donnina davvero obbediente, nel quale un amante deluso manda la sua bella a farsi f… e lei… esegue, ed Abuso di potere, dove l’autore costruisce una piccola storia al fine dare un senso diverso ad una frase retorica.
Un cenno a parte per la sua genialità a proposito di uso del linguaggio merita a mio avviso Il figlio della palla: l’espressione francese Enfant de la balle indica il figlio d’arte, e deriva dal fatto che i figli dei giocatori professionisti del Jeu de paume facevano i raccattapalle in attesa di seguire le orme paterne. Allais trasforma il significato dell’espressione, inventando una improbabile, esilarante e ardita vicenda nella quale un soldato viene ferito al basso ventre durante la guerra di secessione americana, e la medesima palla colpisce all’inguine una ragazza, che dopo nove mesi dà alla luce un bebè.
L’autore del resto non sfugge quasi mai al gusto per il calembour, per il gioco di parole anche fine a sé stesso, che si ritrova spesso anche nei nomi che dà ai personaggi dei suoi racconti: abbiamo così (per limitarsi a quelli riconoscibili all’italiano) un Amédée de Saint-Gapour, una Kara Binn tiratrice provetta, e molti altri, tra i quali spicca, a mio avviso, la coppia di nobili portoghesi Timeo Danaos e(t) Dona Ferentes.
Uno dei racconti, Excentric’s, affronta a modo suo uno dei topoi più caratterizzanti la Belle Epoque: l’Esposizione universale, e nello stesso tempo dimostra l’abilità e l’arguzia di Allais nell’affrontare un tema, quello del sesso, all’epoca ufficialmente tabù. Al tema delle Esposizioni Allais dedica altri racconti, tra i quali merita di venir segnalato La verità sull’Esposizione di Chicago, nel quale mette alla berlina i progressi della tecnologia descrivendo una serie di invenzioni assurde, delle quali la più irresistibile riguarda (da buon chimico quale era) la trasformazione dei cadaveri in esplosivi. La critica, garbata ma a tratti corrosiva, all’ottimismo scientifico che caratterizzava l’epoca emerge anche in altri racconti, come La pipa dimenticata, nel quale viene preso di mira il telegrafo ed in generale la tendenza a complicare gli affari semplici.
Come accennato, la tematica delle relazioni umane e in particolare del sesso è trattato da Allais in modo sempre garbato ma neppure troppo indiretto, e l’autore rivela una capacità notevole di alzare il velo dell’ipocrisia che si stendeva ufficialmente su questi temi. Così molti racconti narrano di corna, di signore che elargiscono i supremi favori, di ragazze leggere e di giovani sempre in cerca. Tra i più divertenti ci sono Ditelo con i fiori, Inconseguenza, Tutto occupato e La fiamma estinta. In Come gli altri e Fortuna da cornuto le conseguenze dell’amore e del tradimento assumono connotazioni grottescamente tragiche, mentre assolutamente esilarante, oltre che forse il più esplicito sessualmente parlando è Crudele enigma, storia del tradimento di una moglie dissimulato dalle ridotte dimensioni dell’amante.
I garbati strali di Allais non mancano di colpire la religione e la politica: si trova così un San Pietro che diviene portiere del Paradiso per vendicarsi delle angherie subite in vita dalla sua portinaia e la proposta di vendere acqua santa nebulizzata alla esposizione del ‘900, nonché una giunta municipale che dimostra tutta la sua ignoranza nella scelta di un monumento da collocare nella piazza del paese.
Ancora, voglio segnalare Il mio record, del quale è protagonista il ciclista detentore del record sul millimetro, Delitto senza castigo, parodia di Dostoevskij, e tre piccole chicche colme di una tragica poesia: Il Rajah s’annoia, Il povero diavolo e il genio benefico e Povera Cesarina, che lascio alla scoperta dell’eventuale lettore.
Il racconto che dà il nome al volume, Un dramma davvero parigino, è sicuramente il più famoso di Allais, e sino ai giorni nostri ha affascinato intellettuali e critici, non ultimo Umberto Eco che lo ha analizzato nel suo Lector in fabula. È il racconto nel quale Allais spinge alle conseguenze estreme e declina nella maniera più perfetta il suo gusto per il nonsenso e il paradosso, derivanti però da uno svolgimento narrativo apparentemente del tutto logico e coerente. È il racconto per il quale Breton, come ricorda Eugenio Rizzi nella prefazione, accostò Allais a Zenone, e che ha la stessa forza logica del famoso coltello senza lama e mancante di manico di Georg Christoph Lichtenberg.
La vicenda, suddivisa in sette brevissimi capitoli, è banale: due sposini novelli, Raoul e Marguerite, si amano teneramente. Iniziano però presto ad essere gelosi l’uno dell’altro ed a litigare. Una sera Raoul riceve un biglietto anonimo che lo invita ad andare ad un ballo mascherato al Moulin Rouge: vi troverà Marguerite vestita da Piroga Congolese. Analogamente Marguerite riceve un biglietto anonimo che le dice di andare al ballo, dove troverà Raoul travestito da Templare. Al ballo, un Templare e una Piroga si cercano e si appartano per cenare. Una volta soli si strappano reciprocamente le maschere e…
Non svelo il finale per rispetto di chi non conoscesse il racconto: basti dire che è proprio questo finale che ne costituisce il fascino e che ha scatenato anche notevoli e dottissime polemiche letterarie.
Ad una prima lettura i racconti di Alphonse Allais raccolti in questo volume appaiono come semplici scherzi volti a far sorridere il pubblico cui erano destinati. Un primo elemento importante da sottolineare è che riescono a far sorridere anche il lettore odierno, cosa non scontata, come sottolineato da Eugenio Rizzi, dato che molti testi umoristici soffrono il passare degli anni, essendo indissolubilmente legati all’epoca in cui furono scritti. Inoltre, come dimostra la fortuna postuma dell’autore (per la verità un po’ dimenticato dall’editoria nostrana) una lettura più attenta mostra come essi contengano il germe poetico di alcune delle correnti letterarie che avrebbero caratterizzato il primo novecento, soprattutto in Francia. Non ci si trova di fronte a capolavori assoluti, ma la padronanza della lingua e il suo impiego eterodosso, la capacità di prendere in giro un’epoca, le sue fallaci certezze e i suoi mostri sacri, di additarne tabù ed ipocrisie bastano a mio avviso per far emergere questo autore dalla massa indistinta dei minori.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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