Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Narrativa, Parigi, Recensioni, Romanticismo

L’anello di congiunzione tra i due Balzac

Memorie di SansonRecensione di Memorie di Sanson, di Honoré de Balzac

Mondadori, Oscar classici, 2004

In una delle scene chiave dell’ultima parte di Splendori e miserie delle cortigiane, ambientata alla Conciergerie, compare la figura di Henri Sanson, boia di Parigi, e Balzac, dopo averci informato che egli era figlio del boia che aveva ghigliottinato Luigi XVI, dedica una pagina alla ricostruzione della storia della sua famiglia, titolare di tale incarico da lunghissimo tempo.
Come spessissimo accade in Balzac, le vicende narrate in Splendori e miserie delle cortigiane si intrecciano con vicende storiche e di attualità: Henri Sanson era davvero, all’epoca dei fatti narrati, il boia di Parigi, e suo padre, Charles-Henri, era stato l’esecutore delle condanne a morte dal 1778 al 1794, esercitando quindi durante gli ultimi anni dell’Ancien Régime e quelli della Rivoluzione, in particolare durante il Terrore. È stato calcolato che nei soli anni della Rivoluzione Charles-Henri sia stato l’esecutore di 2.918 condanne. I Sanson, di origine italiana, si sono tramandati l’incarico di padre in figlio per oltre un secolo e mezzo, dal 1687 al 1847, costituendo una vera e propria dinastia di esecutori delle alte opere.
L’entrata in scena di Sanson non è episodica nella letteratura balzachiana, perché l’autore oltre una decina di anni prima ha dedicato alla figura del boia della Rivoluzione un intero romanzo, uscito anonimo nel 1830, intitolato Mémoires pour servir à l’histoire de la Révolution Française, par Sanson, exécuteur des arrêts criminels pendant la Révolution, proposto da Mondadori negli Oscar Classici nel 2004 con il titolo opportunamente condensato in Memorie di Sanson e ad oggi inopinatamente scomparso dalle librerie e difficilmente reperibile anche sul mercato dell’usato. Questo romanzo, pur con tutti i suoi limiti, dovrebbe a mio modo di vedere far parte delle biblioteche di chi ama il narratore di Tours, perché da un lato rappresenta, per la sua struttura e i suoi contenuti, l’anello di congiunzione tra due diversi Balzac, il giovane e l’autore dei grandi capitoli della Comédie humaine, dall’altro permette di scoprire un aspetto della personalità politica dell’autore non del tutto scontato.
Quando nel 1829 il trentenne Balzac inizia a scrivere le Memorie di Sanson ha alle spalle una pletora di romanzi commerciali, feuilletons scritti essenzialmente per l’assillo del guadagno, pubblicati in forma anonima o avvalendosi di pseudonimi, spesso in collaborazione con scrittori mediocri, dei quali L’anonimo, da me recentemente letto, costituisce un ottimo esempio. Egli non ha ancora concepito il grande disegno della Comédie, ma ha già iniziato a scrivere alcuni dei racconti che più tardi troveranno posto nel suo grande puzzle letterario, e comincia a godere di una certa notorietà per le sue collaborazioni giornalistiche.
Paola Dècina Lombardi, nella prefazione al volume e nel saggio Edizioni e storia dell’opera posto a margine del romanzo, ci aiuta a capire la genesi delle Memorie, che essenzialmente si possono far risalire a due elementi che in quel periodo caratterizzavano il pubblico e la società francese. Da un lato vi sono le riflessioni e il dibattito pubblico attorno al periodo della Rivoluzione e alla pena di morte, quest’ultimo reso incandescente dalla pubblicazione, in quello stesso 1829, di L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo; dall’altro, a seguito dello sviluppo dell’editoria popolare vi è il fiorire di filoni letterari che declinano il gusto romantico dominante proponendo storie forti, spesso centrate sulle figure di criminali. Balzac, che come noto ha avuto per tutta la vita bisogno di soldi, propose ad un editore la pubblicazione delle autentiche memorie del boia della Rivoluzione, sembra anche con l’intento di garantirsi in seguito quella delle Scene della vita privata, cui teneva molto di più.
Tipicamente balzachiano è il fatto che dà ad intendere all’editore di avere già pronta gran parte delle Memorie, ottenendo un lauto anticipo sul compenso, mentre non ha ancora scritto nulla. Così, mentre l’editore annuncia in un prospetto pubblicitario la prossima uscita del libro in quattro volumi Balzac assolda un mestierante, Louis-François L’Héritier de l’Ain, ed insieme scrivono i primi due volumi dei quattro progettati, che escono anonimi nel 1830. L’opera non ebbe però il successo sperato e buona parte delle copie rimase invenduta. I successivi due volumi non furono mai scritti e solo nel 1870 le Memorie vennero parzialmente attribuite a Balzac, scatenando le disquisizioni dei critici attorno al dilemma su quali parti attribuire al nostro e quali a L’Héritier de l’Ain.
La genesi dell’opera è quindi nettamente commerciale, fortemente condizionata dalle necessità economiche di Balzac, ma ciò non toglie che, sia pure nella sua frammentarietà e discontinuità, sia caratterizzata dalla capacità dell’autore di scandagliare il rapporto tra l’individuo e la società e sia infarcita di piccoli e grandi episodi che testimoniano l’avvio verso la maturità artistica di uno scrittore che stava decisamente imboccando la strada del realismo che lo contraddistingue.
Non è un caso, in questo senso, che Balzac decida di introdurre le Memorie vere e proprie con un antefatto, che classicamente illustra come i manoscritti del boia della Rivoluzione siano divenuti pubblici. Tale introduzione altro non è se non il racconto Un episodio durante il terrore più tardi inserito, rimaneggiato e con un diverso finale, nelle Scene della vita politica della Comédie. Qui ritroviamo subito il secondo Balzac: c’è l’atmosfera di sospetto che caratterizza il periodo del Terrore magistralmente resa nelle prime pagine, c’è il mistero di personaggi che svelano a poco a poco la loro identità, c’è la Parigi notturna e miserabile che ritroveremo in tante altre storie, c’è la descrizione minuta degli ambienti affidata agli occhi dei personaggi, c’è soprattutto la capacità di rendere, in poche pagine, il dramma esistenziale e sociale della figura del carnefice pubblico, che sarà al centro del volume. Già in queste prime pagine, durante il colloquio tra lo sconosciuto e il prete protagonisti del racconto, viene posta una delle questioni fondamentali del romanzo: quanto è responsabile il carnefice pubblico per gli atti che compie, eseguendo egli sentenze emesse da altri? Quanto il giudizio della società sul suo mestiere, che lo porta ad essere un emarginato, non è invece un pregiudizio da parte di chi scarica in questo modo la sua coscienza, non avendo il coraggio di riconoscere la crudeltà e la stessa assurdità della pena di morte?
Scopriamo infatti in questo romanzo, e soprattutto nei suoi primi capitoli cui, verrebbe da dire, Balzac lavorò con maggiore impegno e concentrazione che nei successivi dovuti alla sua penna, una presa di posizione netta ed argomentata a favore dell’abolizione della pena di morte: scopriamo qui in definitiva il lato illuminista del legittimista e reazionario Balzac.
Alla splendida Introduzione, infatti, segue un memorabile primo capitolo, con il quale si aprono le memorie vere e proprie, nel quale Charles-Henri Sanson, ormai sessantenne, ponendosi una serie di incalzanti domande riguardanti il suo ruolo, interroga sé stesso e il lettore sulla liceità della pena capitale, sia rispetto alle leggi su cui è fondato il patto sociale sia nei confronti di una ipocrita morale cristiana che solo formalmente ripete non uccidere. È una sorta di monologo interiore che condensa l’intera opera e vale davvero la pena di leggere. Inizia così:
”Ci sono uomini la cui strada è segnata. Dal principio alla fine, la loro esistenza procede in linea retta: quello che hanno fatto ieri, lo faranno oggi, lo faranno domani, lo faranno sempre. Succede per colpa della predestinazione sociale, e i figli subiscono la legge degli avi, perché la società si compiace delle sue forme e ha creato delle caselle per certi individui, mentre per altri individui essa non ne ha creata alcuna.”
In queste poche pagine Balzac si proietta appieno nella modernità. Sanson è un uomo virtuoso e colto, ma il suo ruolo nella società lo rende un paria, un escluso: a nulla giova la sua vera personalità di fronte al pregiudizio sociale. Egli è strumento necessario all’ordine ma proprio in quanto tale deve essere tenuto separato dal corpo vivo della società, quasi fosse portatore di una terribile malattia contagiosa. Egli vive su di sé il dramma del proprio ruolo, che richiede la sua trasformazione da essere pensante a essere impassibile, ma lo amplia in un dramma collettivo, che interroga l’intero ordinamento sociale rispetto alla pena di morte. Il capitolo, come detto forse il più significativo dell’intera opera, si chiude con il bellissimo episodio dell’incontro tra Sanson e Napoleone, durante il quale l’imperatore, turbato, chiede al boia come si comporterebbe se dovesse apparire una nuova Convenzione. L’ellittica risposta di Sanson, volta ad instillare il dubbio nella mente dell’imperatore è: ”Sire, ho giustiziato Luigi XVI”; essa terrorizza Napoleone, che vede la possibilità di essere giustiziato da un potere che dovesse sostituirsi al suo, ma non lo induce ad abolire la pena di morte. Feroce è la satira nei confronti dell’imperatore, tratteggiato come personaggio che sa accattivarsi con i suoi modi il favore degli umili per dimenticarsi subito di loro e delle sue promesse.
Quasi tutto il primo volume dell’opera è attribuito a Balzac, e riflessioni di carattere generale, espresse per bocca di Sanson, si susseguono a episodi che costituiscono spesso racconti autonomi, volti a narrare sia la crudeltà della pena di morte sia momenti significativi della vicenda umana del carnefice.
Il secondo capitolo in particolare si pone in forte continuità con il primo, e analizza l’evoluzione della pena di morte nella Storia, da quando la giustizia era solamente il modo di esercitare l’arbitrio e il sopruso da parte del signore ”… il delitto di un brigante troppo vile per compierlo di persona”, all’attualità (di Balzac), la cui società come detto accetta la pena capitale ma disprezza lo strumento che la esercita.
Nel terzo capitolo è contenuto un piccolo ma significativo episodio, nel quale Balzac critica apertamente la giustizia militare e le differenze con la quale questa giudica gli stessi comportamenti quando vengano messi in atto da semplici soldati piuttosto che da ufficiali.
I successivi capitoli sono occupati dalla rievocazione dell’infanzia di Charles-Henri Sanson, bambino sensibile e intelligente che paga con la solitudine e l’emarginazione lo scotto del lavoro del padre. Emerge qui la bella e complessa figura di Padre Grisel, il precettore del ragazzo, anche lui un emarginato: dalla chiesa in quanto giansenista, e dalla società perché affetto da un morbo che ne rende repellenti i tratti. Balzac tratta questo personaggio con un misto di pietà ed ironia, espressa – come farà spesso nella Comédie – attraverso il suo linguaggio: lo fa infatti parlare quasi esclusivamente attraverso frasi fatte e citazioni dalle scritture. La sua sferzante critica si rivolge tuttavia soprattutto alla chiesa cattolica e alla sua ipocrisia: il parroco che impartirà la prima comunione al giovane Sanson accetta di buon grado le donazioni di suo padre, ma organizzerà la cerimonia nel corso di una messa bassa, il giorno prima rispetto a quello riservato agli altri bambini della parrocchia, rimarcando così crudelmente la separatezza della famiglia rispetto alla comunità.
Il primo volume termina con la presa di coscienza del suo status da parte del giovane Sanson e con la lunga storia di suo nonno e del suo tragico amore per la bella Marguerite, figlia del boia di Versailles. È una storia struggente, nella quale ancora una volta viene posto in evidenza come il ruolo sociale possa condizionare il destino delle persone, essendo in grado di deformare ed annullare qualsiasi aspirazione e sentimento personale.
Molto meno interessante risulta a mio avviso il secondo volume dell’opera, del quale solo alcuni capitoli sono attribuiti con certezza a Balzac. A questo proposito è necessario notare che la curatrice, seguendo in questo la gran parte delle edizioni del romanzo, ha deciso di omettere i capitoli redatti sicuramente da L’Héritier de l’Ain, ritenendoli prolissi, noiosi ed inessenziali: così già nel primo volume mancano i capitoli quarto e quinto, e il secondo volume è ridotto a dieci degli originali ventuno capitoli. Dai brevi sunti riportati si può dedurre che effettivamente le parti attribuite a L’Héritier de l’Ain erano destinate a soddisfare la matrice popolare e in qualche modo grandguignolesca dell’opera, e che sicuramente esse si caratterizzano per una qualità di scrittura giocoforza minore rispetto a quelle scritte da Balzac, ma credo sia diritto del lettore poter esprimere autonomamente giudizi in merito, senza dover subire gli effetti di quelli preconfezionati da qualcun altro, fosse anche uno studioso di fama come Paola Dècina Lombardi. Ma tant’è: le leggi dell’editoria si sono probabilmente imposte anche in questo caso alle necessità della conoscenza.
È comunque indubbio che anche i capitoli scritti da Balzac, molti dei quali probabilmente a quattro mani, appaiano meno significativi e più raffazzonati, forse per la necessità di consegnare in tempi brevi all’editore i manoscritti per la stampa. Troviamo così in questo secondo volume un susseguirsi piuttosto sconnesso di racconti ed episodi, dei quali forse i più importanti sono quelli riguardanti alcune figure femminili che per sfuggire al patibolo sostennero, alcune fingendo altre no, di essere incinte: in questo caso infatti l’esecuzione doveva essere rinviata sino a dopo il parto.
Di un qualche interesse è anche il capitolo dedicato all’assassinio di Marat, a seguito del quale alcuni deputati chiedono la reintroduzione del supplizio per i condannati a morte, e alla successiva visita di Sanson al dottor Guillotin, durante la quale viene espressa la convinzione che neppure la ghigliottina assicuri una morte istantanea, e che la percezione del dolore continui per un certo tempo dopo la decollazione.
Nel lungo ultimo racconto del volume, ambientato in Piemonte, prevale a mio avviso un esotismo di maniera e un gusto per la tragedia popolare che lo relegano tra gli episodi minori dell’opera.
Come detto sopra, considero questa opera, pur discontinua quanto a qualità complessiva e monca di quelli che avrebbe dovuto esserne il cuore, ovvero le memorie del boia durante la rivoluzione, importante nello sterminato panorama letterario balzachiano: non solo perché alcuni dei racconti che la compongono potrebbero benissimo essere altrettanti tasselli dell’opera maggiore, ma soprattutto perché complessivamente affronta un tema che dai tempi di Edipo interroga la cultura occidentale, e che ridiventerà centrale con l’affermarsi dell’egemonia e dei valori fondanti la società borghese: quello del contrasto tra responsabilità individuali e responsabilità sociali, e dei drammi che tale contrasto può generare. Così, le pagine di quest’opera oggi dimenticata spesso preannunciano le basi fondamentali dell’immenso edificio che Balzac si accingeva a costruire nei successivi venti anni.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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