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Lo sberleffo alla morte nell’epoca della sua esaltazione

LaMorteaRevalRecensione de La morte a Reval, di Werner Bergengruen

Bollati Boringhieri, Varianti, 1989

Werner Bergengruen non è certo un autore molto noto nel nostro paese. Oggi in libreria è ancora stranamente possibile reperire questa raccolta di suoi racconti, pubblicata da Bollati Boringhieri nel lontano 1989, mentre solo sul mercato dell’usato è possibile acquistare quello che è considerato il suo più importante romanzo, Il grande tiranno, edito da Jaca Book nel 1985, insieme ad altri pochi titoli della produzione di questo prolifico scrittore tedesco, che ha attraversato con la sua opera la parte centrale del secolo scorso. Le informazioni reperibili in rete che lo riguardano ci consegnano il ritratto di un intellettuale conservatore, profondamente religioso, che seppe se non opporsi almeno tenersi lontano dal nazismo sin dalla sua prima ascesa.
Bergengruen nacque a Riga nel 1892 da una famiglia dell’alta borghesia protestante lettone-tedesca, allora classe dominante in quelle che oggi sono le Repubbliche Baltiche e che al tempo facevano parte dell’Impero Russo. Studiò a Lubecca, nello stesso collegio che aveva visto la formazione di Thomas Mann, quindi teologia e storia dell’arte a Marburg e a Monaco di Baviera, senza però conseguire la laurea. Si arruolò volontario durante la prima guerra mondiale e nel 1919 combatté i bolscevichi nelle sue terre d’origine. Durante la repubblica di Weimar lavorò come giornalista e scrittore prima a Berlino quindi a Monaco, pubblicando alcuni romanzi di buon successo.
Ebbe con il nazismo, come detto, un rapporto conflittuale anche a causa del fatto che sua moglie era di ascendenze ebraiche, tanto che viene oggi indicato come uno degli esponenti della cosiddetta emigrazione interna. Nel 1935 uscì Il grande tiranno, romanzo ambientato nel rinascimento, che vendette oltre un milione di copie, ed i nazisti non seppero come giudicarlo: se il Völkische Beobachter, quotidiano ufficiale del partito, lo esaltò come romanzo su un grande condottiero, molti esponenti del partito vi rintracciarono una implicita critica al regime, il che nel 1937 gli costò l’espulsione dalla Camera degli scrittori del Reich in quanto ”non adatto con le sue opere letterarie a contribuire alla costruzione della cultura tedesca”. Lo scrittore, che nel frattempo si era convertito al cattolicesimo, fu comunque in qualche modo tollerato dal regime, soprattutto a causa della sua notorietà, pur subendo ostracismi e censure. Dopo la guerra visse tra la Svizzera e l’Italia prima di tornare in Germania nel 1958 stabilendosi a Baden-Baden, dove morì nel 1964.
Il giudizio sulla sua opera, composta da numerosi romanzi e novelle, pone generalmente l’accento sul suo conservatorismo e sulla sua religiosità, che si esprimono letterariamente nella immanenza di un destino superiore che sfugge alla volontà del singolo e nella nostalgia di piccoli mondi antichi, spesso rappresentati dalla perduta patria baltica, e tendono quindi a relegarlo, pur con il rispetto dovuto ad un autore che seppe mantenere le distanze dal potere, tra i minori del ‘900 tedesco.
Se probabilmente questo giudizio si riferisce all’insieme della sua opera, cosa che non posso contestare essendo La morte a Reval l’unico suo libro da me letto, a mio avviso poco si attaglia proprio a questa raccolta di novelle, che invece è caratterizzato da buone dosi di sarcasmo ed ironia che sfociano nel grottesco, associati ad un pacato realismo che la rendono complessivamente affascinante ed a tratti notevole.
La morte a Reval è composto da otto novelle vere e proprie, accompagnate da un prologo e da un Congedo, che trattano essenzialmente il peculiare rapporto che i cittadini della capitale estone hanno, o forse è meglio dire avevano, con la morte. Reval è il nome tedesco dell’odierna Tallinn, ed è in questa città, senza dubbio una delle più affascinanti del Nord Europa e che ancora oggi ha saputo conservare, nonostante le travagliate vicende storiche – o forse anche a causa di esse – una peculiare atmosfera nella quale ad un impianto medievale essenzialmente anseatico si sovrappongono episodi architettonici tipicamente russi, che le novelle sono ambientate. Per inciso, mi sento davvero di consigliare a chi è appassionato di viaggi una visita di qualche giorno a Tallinn: anche per il fatto di non essere ancora stata completamente fagocitata dai circuiti del turismo globalizzato mordi-e-fuggi, è una città che riserva non poche piacevoli sorprese al visitatore non frettoloso.
L’elemento che caratterizza il panorama urbano di Tallinn sono le guglie delle sue chiese e delle sue torri: affilatissime le prime, coniche le seconde a segnare la linea della ben conservata cerchia muraria dei secoli XIII-XVI. Tra le chiese con campanile a guglia una, quella di San Nicola, è oggi un piccolo museo: nel 1944, a causa di un bombardamento, la chiesa andò distrutta, e con essa la gran parte del maggiore capolavoro che conservava: una danza macabra dipinta nella seconda metà del ‘400 da Berndt Notke, pittore di Lubecca. Originariamente lungo quasi trenta metri, questo straordinario dipinto di cui oggi si è conservato solo il frammento iniziale, raffigurava decine di personaggi, aristocratici, appartenenti al clero, borghesi e popolani, presi per mano da scheletri ed accompagnati, danzando al suono di una cornamusa anch’essa suonata da uno scheletro, verso il destino comune. Il frammento superstite, nel quale si vede il suonatore di cornamusa e alcuni personaggi, primi tra tutti il papa e l’imperatore, ci restituisce la magnificenza dell’intera opera, data anche dal realismo del paesaggio che le fa da sfondo e dal cartiglio in versi scritti in alto-tedesco che scorre ai piedi della scena.
È da questa straordinaria opera, all’epoca ancora intatta (il volume fu pubblicato nel 1939) che Bergengruen prende le mosse per narrarci del rapporto speciale che la città di Reval ha con la morte. Nella prefazione ai racconti, dal titolo La città dei morti, egli dice al lettore, cui si rivolge in prima persona, nel bell’incipit, invitandolo a sedersi con lui davanti ad una bottiglia, in una sera d’autunno, per sentire le sue storie:
”La chiesa di San Nicola conserva un dipinto medievale, una danza macabra, e sono versi in antico tedesco del nord, pieni di una grandiosa spietatezza, quelli che accompagnano la pittura

A questa danza chiamo io tutti quanti:
papi, re e tutte le creature,
poveri, ricchi, grossi e piccini!

E sta anche scritto:

Io guardo davanti o dietro a me
io sento la morte sempre intorno a me.

Generazioni e generazioni hanno avuto davanti agli occhi queste pitture e questi versi. E forse anche tu puoi prendere gli avvenimenti che ti vorrei riferire, come un mirabile completamento di quei dipinti.
Ma questa non è una città della malinconia, e non sono neppure storie di malinconia quelle che ti voglio narrare. Ogni morte ha la sua risata. E non è irriverenza, se anche noi scherziamo un po’ a modo nostro con lei; poiché ci vuole diventare familiare, e anche noi non dobbiamo rimanere estranei per lei.”
Con questo spirito, con questo senso di vicinanza tra l’uomo e la morte, con questa consapevolezza che la morte è un fatto della vita e che a Reval questa consapevolezza si è sviluppata più che altrove, Bergergruen ci accompagna attraverso le sue storie curiose da un’antica città, come recita il sottotitolo del volume.
La prima storia che ci viene narrata è la più lunga e complessa della raccolta, ed è anch’essa strettamente legata alla chiesa di San Nicola. Protagonista ne è Carlo Eugenio di Croy, rampollo di una famiglia ducale francese di antica nobiltà che alla fine del XVII secolo servì come militare numerosi sovrani europei sino a divenire nel 1700 feldmaresciallo dell’impero russo durante la battaglia di Narva, da lui persa contro gli svedesi. Fatto prigioniero dal sovrano svedese, rimase a Reval nei successivi due anni, accumulando grandi debiti al gioco e avendo fama di gran bevitore. Quando nel 1702 morì, non si trovò nessuno in grado di pagare il suo funerale, per cui la sua salma fu provvisoriamente sistemata, in una semplice cassa di legno, in una cappella della chiesa di San Nicola. Qualche anno dopo, durante un tentativo di furto, la cassa fu scoperchiata e si scoprì che il corpo del duca era intatto. Posto in una teca di vetro, divenne un’attrazione della chiesa, sino a quando nel 1897 le autorità russe ne decisero la sua definitiva sepoltura sotto il pavimento della chiesa.
La vicenda narrata è reale: probabilmente la mancata decomposizione del corpo del duca di Croy fu dovuta alle particolari condizioni microclimatiche della chiesa, ma Bergengruen la attribuisce, con irresistibile sarcasmo, alle incredibili quantità di acquavite ingurgitate dal Duca, che avrebbero impregnato i tessuti del suo corpo rendendolo incorruttibile.
La novella ci permette di seguire, oltre alle vicende del Duca pre e post-mortem, anche quelle della città di Reval lungo due secoli, tra guerre, periodi di prosperità economica, di carestia e di epidemie, conquistatori stranieri che si succedono. Il pacato ma arguto realismo di Bergengruen tocca livelli di grande ironia, come quando narra delle strategie messe in atto dai creditori del Duca per recuperare i loro soldi, che in parte riavranno esponendone il corpo, oppure quando illustra i rapporti epistolari tra il governatore russo della città e il governo per decidere cosa fare della salma del Duca, che dopo tutto era stato un feldmaresciallo dell’impero.
L’acquavite, la cui distillazione a detta dell’autore assurge a Reval a vera e propria arte e che sta ai paesi nordici come il vino sta a quelli mediterranei, è il sottile filo rosso che lega la vicenda del Duca di Croy a quella narrata nel successivo racconto, nel quale lo sberleffo nei confronti della morte, il macabro che diviene grottesco raggiungono forse il loro acme. Il diavolo del mare è la storia della tirannica moglie di un capitano di lungo corso, che lo segue sempre durante le traversate e lo costringe a razionare l’acquavite ai marinai. Poco prima di morire durante una navigazione, chiede a suo marito che il suo corpo venga riportato a casa e non gettato in mare, ma conservato sino all’arrivo in una botte piena di acquavite, così da impedirne il consumo ai marinai anche dopo morta.
Un tono più lirico e soffuso caratterizza la breve novella successiva, Il rifugio di Jacubson, nel quale emerge la bella figura di quello che oggi chiameremmo un clochard, cui una anziana signora offre suo malgrado rifugio per una notte e a cui lui offre il suo poetico omaggio nonostante la riprovazione di chi non sa andare oltre convenzioni cristallizzate.
Ne Lo strano albergo ritorna prepotente lo sberleffo, non solo rispetto alla morte ma anche nei confronti della stupidità sociale: dal dottor Barg, fissato con i casi di morte apparente sino a far costruire un rifugio nei pressi del cimitero a disposizione di chi dovesse ritornare, alla pia vedova Sebber, che di fatto si trasforma in mezzana, all’ospite che giunge inatteso in una buia serata tutti sono protagonisti o vittime di travisamenti e ribaltamenti della realtà che hanno le loro fondamenta nella necessità di rimanere formalmente entro i confini di ciò che è socialmente accettato.
Kaddri dentro al buco nel ghiaccio si riallaccia in qualche modo al precedente Il diavolo del mare: anche in questo caso infatti una moglie difficile assicura suo malgrado, dopo morta, il benessere del marito che aveva sempre maltrattato. Anche in questo racconto predomina un’atmosfera grottesca, resa ancora una volta più acuta dal contrasto tra l’oggettivo predomino del macabro e il pacato stile con il quale la vicenda viene narrata. Il racconto, molto bello, ci consegna una pagina letteraria nella quale la capacità dell’autore di declassare la morte da fatto per noi incomprensibile e tragico, come viene rappresentato in buona parte della letteratura e in generale delle scienze umane, a semplice accadimento contingente, che in questo caso porta benefici tangibili a chi rimane attraverso un uso sacrilego del morto, andrebbe analizzata in profondità, perché a mio avviso si rifà a una concezione antica e popolaresca del rapporto con la morte che si contrappone in qualche modo alla sua visione classica.
In Schneider e il suo obelisco l’autore narra, attraverso una novella che mescola sapientemente lirismo e realismo, dell’illusione che il senso di mancanza dato dalla morte di chi ci è caro possa perdurare nel tempo, e di come in realtà la vita riprenda il sopravvento sino alla successiva morte, in un ciclo che si ripete nel tempo uguale a sé stesso, limitato solamente dalla capacità di memoria dei protagonisti.
Le ultime due novelle, pur anch’esse degne di nota, nulla aggiungono a quanto già detto, se non forse, per il lettore italiano, l’ambientazione de La testa, che tra l’altro è l’unica nella quale il tema della morte è legato a quello della ricerca dell’immortalità da parte dell’artista.
In queste novelle di Bergengruen emerge senza dubbio in prima battuta l’affetto che egli nutriva per la sua perduta patria baltica, l’amore per le atmosfere del grande nord in cui era nato. Che egli, nel clima culturale della Germania nazista che stava preparando il volk all’immane carneficina che di lì a poco avrebbe scatenato, anche attraverso l’esaltazione del sangue e della morte eroica, decida di smitizzare la morte, di imbeverla di acquavite o di far divenire il corpo una donna morta una efficacissima esca per anguille, rappresenta a mio avviso il segno di una duplice esigenza intellettuale: da un lato quella di smitizzare la morte di fronte a chi invece la esaltava come fine ultimo dell’eroe, dall’altro quella di esorcizzarla di fronte alla prospettiva sempre più concreta che dall’esaltazione della bella morte si stesse passando alla sua messa in pratica. Dichiarare apertamente, in quel clima, che ogni morte ha la sua risata non deve essere stato facile, e di questa frase, scritta nel 1939, va dato atto a Bergengruen, che non sarà forse il più grande autore di quell’epoca ma ha saputo consegnarci un’opera per concepire la quale a mio avviso ha dovuto spogliarsi del conservatorismo religioso che lo caratterizzava, forse perché i tempi lo imponevano. Un’opera che, oltre tutto, è estremamente gradevole da leggere anche oggi e che permette al lettore di avvicinarsi alla storia e alla vita di una delle più belle città d’Europa.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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