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Tra Parigi e Mosca: l’arte ai tempi del potere assoluto

Recensione di Vita del Signor de Molière, di Michail A. Bulgakov

Rizzoli, BUR, 2005

Alcuni anni fa, commentando la lettura de Il Tartuffo di Molière, lo definii – senza alcuna pretesa di originalità – un’opera emblematica del rapporto tra l’artista e il potere. Leggere Vita del Signor de Molière, opera poco nota ma importante di Michail A. Bulgakov edita dalla BUR con una bella prefazione di Aleksandr Ninov che offre numerosi spunti critici, ha confermato ed ampliato il mio giudizio di allora, perché non solo l’opera più nota del drammaturgo francese, ma tutta la sua vicenda artistica, e di conseguenza anche larga parte di quella umana, possono essere lette, come in effetti Bulgakov fa, come paradigmatiche dei fili, a volte sottili ed ambigui, a volte più grossolani ed espliciti, non di rado crudeli, che legano il potere politico (in ispecie – ma a mio avviso non solo – quando questo ha i tratti dell’assolutismo) alla produzione artistica.
Per Bulgakov, scrittore e uomo di teatro, il drammaturgo francese era un punto di riferimento intellettuale ed umano di primaria importanza, ed al proposito ebbe a dire: ”Io amo Molière, e lo leggo e rileggo fin dagli anni dell’infanzia. Egli ha avuto una grande influenza sulla mia formazione di scrittore. Mi ha sempre affascinato la personalità di quello che è stato il maestro di intere generazioni di drammaturghi, del commediante sulla scena e dell’uomo sfortunato, malinconico e tragico nella vita.” Questo amore per l’artista e per l’uomo è di fatto il primo sentimento che traspare dalla lettura di questa bellissima biografia, scritta da Bulgakov in tempi difficili, tra il 1932 e il 1933, pubblicata in URSS solo nel 1962 in una edizione parziale e integralmente a Kiev nel 1989, quando l’autore era morto da ormai quasi quarant’anni. La prima domanda che ci si deve a mio avviso porre è: perché la biografia di un commediografo francese del XVII secolo, universalmente riconosciuto come uno dei più grandi di tutti i tempi, che avrebbe dovuto comparire nella collana popolare Vita degli uomini illustri fu soggetta a una trentennale censura totale? Per capirlo è necessario immergersi nell’atmosfera dell’URSS dei primi anni ‘30 e analizzare il modo nel quale Bulgakov redige l’opera.
Nel periodo in cui Bulgakov scrive la Vita del Signor de Molière, Stalin ha ormai assunto il pieno controllo del Partito e dello stato: liquidata l’opposizione di sinistra trotskista e lanciato il primo piano quinquennale, ha avviato la collettivizzazione dell’agricoltura e presto entrerà in rotta di collisione con l’opposizione di destra buchariniana, dando il via – dopo l’assassinio di Kirov nel 1934 – alle purghe.
Nonostante il personale apprezzamento di Stalin delle prime opere di Bulgakov, in particolare del dramma I giorni dei Turbin, nel 1929 fu vietata la pubblicazione e la rappresentazione delle sue opere, e ancora il 18 marzo del 1930 l’autore ricevette dal Glavrepertkom – la potente commissione per il controllo delle opere teatrali – il divieto di rappresentazione de La cabala dei devoti, una pièce teatrale dedicata alla potente congregazione che di fatto fu responsabile del divieto di rappresentazione del Tartuffo ai tempi di Molière. Pochi giorni dopo Bulgakov scrisse una celebre lettera direttamente a Stalin, denunciando l’impossibilità per un artista di diffondere la propria opera nell’URSS di quel tempo, e chiedendo il permesso di espatriare. Stalin telefonò personalmente allo scrittore il 18 aprile, significativamente quattro giorni dopo il suicidio di Vladimir Majakovskij, negandogli il permesso di espatrio ma offrendogli un posto di aiuto regista ed attore al MchAT, il prestigioso teatro d’arte di Mosca fondato alla fine dell’800 da Konstantin Stanislavskij. Nel biennio successivo I giorni dei Turbin e La cabala dei devoti poterono andare in scena, ma in generale all’opera di Bulgakov la critica ufficiale e la censura continuarono a guardare con sospetto.
Tra le altre opere curate da Bulgakov in questo periodo si segnala, a testimonianza del suo amore per Molière, Il folle Jourdain, sorta di mix di alcune delle commedie più note del drammaturgo francese.
La Vita del Signor de Molière fu come detto commissionata a Bulgakov dalla collana Vita degli uomini illustri, il cui direttore era amico di Maksim Gor’kij, all’epoca scrittore quasi ufficiale dell’URSS, amico e ammiratore di Bulgakov. Quest’ultimo però non si limitò a scrivere una biografia neutra del commediografo francese da lui tanto amato, ma riversò nel testo, sia pure in forma mediata, tutti i problemi e le angosce che gli derivavano dall’essere un intellettuale all’epoca del domino di Stalin e del Partito sulla cultura; inoltre, più in generale, nel testo Bulgakov espone le sue convinzioni rispetto al rapporto tra arte e potere. Occorre preliminarmente dire che la vita di Molière si prestava benissimo a queste riflessioni, essendo il parallelismo tra la Francia assolutista di Luigi XVI e l’URSS del potere staliniano, tra la condizione di intellettuale Molière e quella di Bulgakov, quasi scritto nei fatti, anche nei suoi aspetti apparentemente contraddittori e irrazionali e negli atteggiamenti paternalistici che il potere può assumere. Si prenda ad esempio proprio l’emblematica vicenda del Tartuffo, dapprima rappresentato davanti al Re, quindi lungamente proibito per l’intervento dell’arcivescovo di Parigi ed altri nobili, rivisto o completato da Molière in particolare con l’aggiunta dell’inverosimile e adulatorio finale, infine autorizzato da Luigi XVI senza apparente motivo che non un capriccio reale: come non scorgervi un’assonanza quasi perfetta nell’atteggiamento di Stalin rispetto a I giorni dei Turbin e in generale all’opera di Bulgakov? La vicenda artistica di Molière riflette quindi per molti versi quella dello stesso Bulgakov, e questo a mio avviso spiega molte cose dell’amore che quest’ultimo nutriva per il grande drammaturgo del passato.
Questa immedesimazione nel protagonista della sua opera e la consapevolezza che attraverso la vita di Molière egli potrà parlare anche e soprattutto dell’URSS dei suoi tempi è evidente già nella scelta che Bulgakov fa di narrare attraverso un personaggio che così si presenta nel prologo all’opera, durante il quale interloquirà in un serrato dialogo di chiara matrice teatrale con la levatrice che sta aiutando a venire al mondo, il 13 gennaio 1622, il settimino Jean-Baptiste Poquelin: ”Ed eccomi qua: avvolto in un caffetano dalle ampie tasche capaci, una penna in mano, non certo di vile metallo ma d’oca. Davanti a me ardono candele di cera, e il mio cervello ferve.” Un narratore quindi che si cala nel mondo secentesco di Molière ma senza rinunciare al suo essere Bulgakov, intento sin da subito a stabilire analogie tra le due epoche o a trarre insegnamenti dall’epoca narrata buoni anche per la contemporaneità, come quando, poche pagine dopo, dubitando del fatto che Luigi si fosse recato sul letto di morte di Molière, come riportato nell’improbabile finale di un’opera dello scrittore ottocentesco Vladimir Zotov, commenta sarcastico: ”Colui che regge
va il mondo considerava immortale sé stesso, ma si sbagliava, io credo. Egli era mortale come tutti noi e, di conseguenza, cieco. Se non fosse stato cieco, egli, forse si sarebbe recato al suo [di Molière, n.d.r.] capezzale, perché, scorgendo quel che il futuro gli teneva in serbo, molto probabilmente avrebbe desiderato legarsi alla vera immortalità.”
Questo personaggio/narratore, che nel corso dei brevi capitoli in cui il testo è suddiviso interloquisce spesso con il lettore e con gli altri personaggi del testo, costituisce a mio avviso una delle trovate narrative che contribuiscono a fare de La vita del Signor de Molière un vero capolavoro, perché, oltre ad assolvere perfettamente al compito sottile del continuo trasporto alla contemporaneità di quanto narrato, dona all’opera una vivacità ed una immediatezza che fanno diventare un avvincente romanzo ciò che a rigori è una attenta biografia, costruita avvalendosi di rigorose fonti documentarie. Alla grande piacevolezza di lettura contribuisce indubbiamente anche un altro aspetto formale, che rende anch’esso conto della maestria narrativa di Bulgakov: l’uso del dialogo diretto tra i personaggi, che ce li restituisce in tutta la loro umanità e vitalità.
Dunque da questa opera veniamo a conoscere molto della vita di Molière, sia pubblica sia privata. La narrazione segue, dopo il prologo che anticipa la morte del drammaturgo e dà conto della sua fama futura, un rigoroso ordine cronologico. Parigino, figlio primogenito di una agiata famiglia di tappezzieri, fornitori della real casa, di estrazione quindi schiettamente borghese, il giovane Jean-Baptiste fu iniziato all’amore per il teatro dal nonno materno: tutte da leggere, per la loro vivacità, sono le pagine che Bulgakov dedica alle fiere e agli spettacoli ambulanti che venivano allestiti nei pressi del Pont-Neuf, che costituirono una vera e propria scuola di formazione per il futuro Molière, insieme all’arte comica delle compagnie italiane che recitavano a Parigi. È sempre il nonno materno, figura centrale della sua gioventù, a convincere il padre a non fare di Jean-Baptiste un tappezziere, ed a permettergli di studiare giurisprudenza. Ben presto però il figlio comunica al padre di voler fare l’attore, e gli chiede dei soldi per fondare un teatro: il padre dapprima rifiuta sdegnato, ma poi cede dando al figlio una piccola somma con la quale nel 1644, insieme ad altri giovani e ad alcuni attori fonda l’Illustre teatre, nel quale egli, con lo pseudonimo di Molière, recita (sembra molto male) in tragedie di vari autori. L’impresa è un fallimento, tanto che la compagnia – o quel che ne resta – per sfuggire ai debitori lascia Parigi con alcuni carri per recitare in provincia. Qui avviene la scoperta della vis comica di Molière e della sua compagnia, che in breve acquisirà una notorietà sempre maggiore e avrà la protezione di influenti nobili, sino a quando, dopo il trionfale ritorno a Parigi, diverrà la Troupe du Roi, la compagnia ufficiale del giovane Luigi XVI. Tutto va bene sino a quando Molière, che ha iniziato a scrivere le sue commedie, non mette in scena Le preziose ridicole, una satira pungente dei salotti parigini che allora andavano per la maggiore: Molière si fa molti nemici potenti e la rappresentazione della commedia viene proibita. Da allora è un susseguirsi di trionfi e polemiche, di splendide rappresentazioni al cospetto del Re e di censure, delle quali quella riguardante il Tartuffo resta la più famosa, di capolavori che mettono alla berlina la società del tempo colpendo sia la nobiltà piena di sé sia la grettezza della borghesia e di opere mediocri, scritte solo per le necessità di svago del Re, di aspre lotte per poter rappresentare le sue opere, nelle quali trovano posto anche dediche ed adulazioni quasi servili nei confronti del sovrano assoluto e di altri potenti. Bulgakov peraltro difende a spada tratta anche questa tendenza di Molière all’adulazione, poiché sa per esperienza diretta che comunque è meglio trovare il modo di rendere pubblico il proprio pensiero che essere ridotti al silenzio, e sa anche quanto l’intellettuale sia oggettivamente debole nei confronti del potere. Nel capitolo 17, a proposito di una frase adulatoria nei confronti del Re che anch’egli giudica di troppo fa lanciare infatti al suo narratore questo accorato appello: ”Posteri! Non siate precipitosi! Non scagliate pietre sul grande satirico! Oh, com’è arduo il cammino del cantore sotto l’occhio inflessibile e minaccioso del potere!”
Anche la movimentata vita privata di Molière ci viene vividamente raccontata: le numerose amanti, le amicizie di una vita e quelli che lo tradirono, l’infamante accusa di incesto, il difficile rapporto con la moglie, l’ipocondria montante sono tutti tratti che Bulgakov descrive da par suo, restituendoci un personaggio a tutto tondo, nel quale alla grandezza artistica si mescolano i sentimenti umani e anche l’inevitabile dose di meschinità che ciascuno di noi si porta appresso.
La morte, praticamente sulla scena, di Molière è raccontata da Bulgakov come l’epilogo quasi inevitabile di un crescendo di amarezze e delusioni, culminate nella percezione che ormai il Re, dopo averlo usato per il suo divertimento, lo avesse abbandonato preferendogli nuovi talenti. Bulgakov, svelandoci ancora una volta il suo amore per Molière, lo fa morire come solo un grande artista può morire: non tanto perché (come avvenuto nella realtà) l’attacco che lo condurrà alla morte avviene durante la recita de Il malato immaginario, sua ultima creazione, ma perché fa precedere questo momento da un colloquio di uno stanco Molière con i familiari nel quale si percepisce nettamente come egli sappia di andare incontro alla morte ma non voglia tradire il suo pubblico e la sua compagnia, e soprattutto perché descrive l’agonia di Molière cogliendone pensieri che ci suggeriscono come la sua creatività e la sua curiosità intellettuale fossero ancora all’opera. È la morte di un eroe stanc
o ma fiero, cui fa da contrappunto, subito dopo, la meschinità di chi si vendica della sua satira non volendogli concedere una sepoltura degna. Anche il Re, nel suo trovare una paradossale soluzione di compromesso, appare più come un Ponzio Pilato che ormai si è lavato le mani di chi aveva protetto solo in quanto funzionale ai suoi scopi.
La vita del Signor de Molière si chiude con una splendida pagina di epilogo, nel quale il narratore manda il suo deferente saluto d’addio ad un amico e compagno che è entrato nell’immortalità nonostante i suoi resti e i suoi scritti originali si siano col tempo persi.
Dopo la lettura non stupisce più se questa opera di Bulgakov non venne pubblicata nell’URSS degli anni ‘30: essa è centrata sulla vita di un intellettuale il cui destino fu segnato, nel bene e nel male, dal rapporto con un potere assoluto, esattamente come avveniva a lui e a tutti gli intellettuali sovietici, e questo gli uffici della censura lo percepirono immediatamente. Persino lo stesso Gor’kij espresse delle riserve sulla mancanza di un significato sociale dell’opera e suggerì di cambiare il suo stile giocoso. Bulgakov, che aveva la schiena dritta, rifiutò di snaturare la sua opera, e anche di questo dobbiamo essergli grati.
Se La vita del Signor de Molière riguarda il rapporto tra l’arte e un potere assoluto, mi si lasci dire che sono del tutto convinto che anche oggi, in questa nostra finta democrazia asservita al potere assoluto del mercato, un intellettuale dalla schiena dritta come Bulgakov avrebbe molto da dire sul ruolo degli intellettuali, ma i potenti di oggi stanno riuscendo in ciò che neppure a Stalin riuscì: far scomparire l’intellettuale in quanto classe e con lui ogni forma di pensiero critico.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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