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Il professore e il ragazzo: una piccola grande storia dei roaring twenties

Recensione de La casa del professore, di Willa Cather

Giano, Biblioteca, 2003

La casa del professore esce nel 1925, un anno prima di Il mio mortale nemico, unico altro romanzo da me sinora letto dell’autrice statunitense. Entrambi appartengono quindi a quella che potrebbe definirsi la seconda fase della letteratura di Willa Cather, nella quale, abbandonati gli scenari emblematicamente piatti del midwest che fanno da contorno alle storie di pionieri e coloni dei primi romanzi, si rivolge prevalentemente a contesti di tipo storico o urbano per continuare le sue riflessioni sul senso di esilio e straniamento che deriva dal contrasto tra il sentire dei suoi personaggi e la realtà che li circonda.
In quello stesso 1925 venne pubblicato anche il romanzo che diventerà uno dei più potenti simboli letterari dei ruggenti anni venti: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Ritengo tale coincidenza un dato da tenere presente, perché un confronto a distanza tra questi due romanzi può risultare utile al fine di esplorare la capacità della grande letteratura di avvalersi di stili e tematiche del tutto diverse per descrivere e analizzare nel profondo il senso di un’epoca. Tenterò questo azzardato confronto solo al termine di questo commento, in quanto prima è necessario entrare in punta di piedi ne La casa del professore, letto nella eccellente traduzione di Monica Pareschi, ancora oggi fortunatamente disponibile in libreria in una diversa edizione.
Brevemente i complessi personaggi e la flebile trama dell’opera: Il professor Godfrey St. Peter, di chiare ascendenze franco-canadesi, è un maturo insegnante di Storia all’università di Hamilton, sul lago Michigan: ha acquisito una certa fama accademica pubblicando una monumentale storia delle esplorazioni spagnole nel Nordamerica, e ha appena comprato una nuova casa. È sposato con Lillian, donna intelligente ed energica, da cui ha avuto due figlie, entrambe sposate: la maggiore, Rosamond, con Louie Marsellus, un giovane spregiudicato ed arrivista che sta divenendo molto ricco; Kathleen con Scott McGregor, giornalista che scrive pezzi umoristici sul giornale locale per compensi abbastanza modesti. Louie e Rosamond ostentano la loro ricchezza, e questo rende complicati i rapporti tra le due sorelle. Anche a St. Peter i generi non sono simpatici, trovando in particolare volgare l’arrivismo di Louie; la moglie, al contrario, è affascinata dal vitalismo del genero, e tra i due c’è un rapporto ambiguo, carico di un sotteso erotismo. Incontriamo St. Peter mentre è nel vecchio studio dove per quindici anni si è ritirato a scrivere la sua grande opera storica: le altre stanze della casa sono state svuotate, ma egli decide che non può abbandonare quella stanza nella quale oltre alla sua scrivania campeggiano il tavolo da lavoro e i manichini di Augusta, una vecchia e saggia sarta che lavora in famiglia, con la quale ha condiviso lo spazio. Decide così, nonostante l’ironia della moglie, delle figlie e dei generi, di continuare a pagare l’affitto della vecchia casa e continuare a lavorare lì.
Presto si viene a sapere che la ricchezza di Louie e Rosamond è dovuta allo sfruttamento commerciale della scoperta di un gas impiegato nell’industria aeronautica, fatta anni prima da un giovane studente dell’Università, Tom Outland, morto in Europa nel corso della Guerra Mondiale: Tom era fidanzato di Rosamond, e prima di partire per la guerra ha lasciato a lei i suoi pochi beni, compreso il brevetto del gas che egli non intendeva comunque sfruttare commercialmente. È stato merito di Louie, giunto in città alcuni anni dopo e fidanzatosi a sua volta con Rosamond, avere capito e messo a frutto le potenzialità commerciali della scoperta di Tom.
Dopo alcuni capitoli che fanno percepire al lettore la profondità del disagio esistenziale di St. Peter rispetto alla apparente perfezione formale della sua famiglia e le profonde fratture tra i suoi componenti, il romanzo rivolge la sua attenzione alla vicenda di Tom Outland, il grande assente che sembra aver segnato la vita di tutti i protagonisti.
Tom si era presentato anni prima, ventenne, al cancello della casa di St. Peter, del quale aveva letto un articolo divulgativo sugli antichi esploratori spagnoli del New Mexico. Figlio di pionieri morti durante il viaggio verso ovest, Tom è cresciuto nel New Mexico, lavorando come operaio nelle ferrovie e facendo il mandriano. Autodidatta e dotato di una vivace intelligenza, ha studiato i classici greci e latini con l’aiuto di un prete, ed ora vuole iscriversi all’Università. Tra l’altro mostra ai St. Peter alcuni vasi antichi da lui trovati nel New Mexico, senza svelare come ne è venuto in possesso. Presto diviene un assiduo frequentatore della famiglia, mentre si dedica a studi di fisica sotto l’egida di un collega del professore. Affascina le figlie ancora adolescenti di St. Peter narrando loro episodi della sua avventurosa vita nel Sud-Ovest, condivisa in particolare con Roddy Blake, amico del cuore poi misteriosamente scomparso. Come detto, Tom si fidanzerà con Rosamond St. Peter prima di andare a morire nelle Fiandre.
Quando I Marsellus progettano di fare un lungo viaggio estivo in Francia, invitando i St. Peter, il professore, che pure ama molto il paese europeo per esservi vissuto a lungo da studente, decide di rimanere ad Hamilton: vuole pubblicare un quaderno scritto da Tom Outland, che descrive un importante episodio della sua vita nel New Mexico. St. Peter rievoca così il racconto fattogli da Tom della sua vita, che occupa la seconda delle tre parti in cui il romanzo è diviso ed è narrato in prima persona dallo stesso Outland. Dopo aver conosciuto Roddy, Tom ha lasciato le ferrovie per andare con l’amico a fare il mandriano. I due si trovano così a far pascolare una grossa mandria ai piedi di una grande Mesa, e decidono di esplorarne i selvaggi Canyon scoprendo presto, incassata in una grande grotta che si apre lungo le pareti verticali di un canyon, una piccola città morta, intatta, che sembra essere stata abbandonata improvvisamente centinaia di anni prima dai suoi antichi abitanti. Affascinati dal ritrovamento, si licenziano per dedicarsi a recuperare le suppellettili che trovano nelle case della città, che vengono descritte accuratamente da Tom in un quaderno. Convinti, anche sulla base dell’opinione delle poche altre persone che mettono a conoscenza del ritrovamento, dell’importanza della loro scoperta, decidono di informarne il Governo Federale, perché possa organizzare le necessarie campagne archeologiche. Impiegano così i loro pochi risparmi per il viaggio di Tom a Washington, che si rivelerà però un disastro: Tom infatti non riuscirà a suscitare alcun interesse nei corrotti e inetti funzionari della capitale. Al suo ritorno lo attende una amarissima sorpresa: Roddy, convinto di far bene, ha venduto la gran parte dei reperti ad un affarista tedesco, che li ha ormai portati in Germania. Tom sdegnato rifiuta la sua parte di guadagno, accusando Roddy di tradimento dell’amicizia e della Patria per avere venduto i reperti all’estero, e la rottura tra i due amici è definitiva.
Terminato il racconto in prima persona delle avventure di Tom, il romanzo torna alla terza persona e prosegue con l’ultima parte delle vicende del professor St. Peter e famiglia.
La casa del professore è un romanzo dalla struttura anomala: nel flusso della narrazione in terza persona delle scarne vicende esistenziali del professor St. Peter è incastonata la storia di Tom Outland, da lui stesso narrata al professore dopo averla taciuta per alcuni anni. La differenza tra le due vicende, quotidiana e basata sullo scavo psicologico dei personaggi la prima, straordinaria e ricca di azione la seconda, è accentuata dal fatto che al cambio di narratore corrisponde un cambio di stile, perché Tom è un ragazzo dell’Ovest che si esprime con tutta la forza della sua età, della sua sensibilità e del suo coinvolgimento emotivo in ciò che narra. Sembra che l’autrice abbia scritto prima la storia di Tom, con l’intenzione di farne un romanzo a sé, e che solo più tardi abbia deciso di circondarla con le vicende del professor St. Peter.
Molti critici, anche autorevoli, hanno sottolineato negativamente questa struttura del romanzo, parlando di opera confusa e non risolta. Per quanto possa valere, io non sono di questo avviso, anzi ritengo che questa anomala costruzione dell’opera, che vede la presenza di due protagonisti (forse solo apparentemente) così distanti e di due ambientazioni lontanissime non solo nello spazio ma anche nei loro presupposti culturali siano uno dei suoi punti di forza, perché funzionali a conferire una dimensione epica al personaggio di St. Peter ed alle sue tutto sommato piccole vicende esistenziali, in un gioco di rimandi con Tom Outland, il suo mondo materiale e ideale e la sua parabola esitenziale che permette al romanzo di assumere la dimensione di piccolo/grande caposaldo per la comprensione di un Paese e di un’intera epoca, quella della sbornia liberista seguita alla prima guerra mondiale, che simbolicamente ebbe il suo epilogo il 29 ottobre 1929.
Di primo acchito si può agevolmente affermare che Geodfrey St. Peter e Tom Outland siano indubbiamente due personaggi quasi contrapposti: il primo è di mezza età, tipico rappresentante della middle-class intellettuale dell’Est, perfettamente integrato nel circuito chiuso lavoro-famiglia-relazioni sociali; all’opposto, Tom è un irregolare sin dalla nascita (non conosce esattamente neppure il giorno del suo compleanno), proviene da terre selvagge, ha avuto una vita quantomeno avventurosa che si concluderà presto. Dovendo cercare dei padri nobili dei due personaggi, direi che mentre St. Peter ha come ascendenti diretti molti personaggi di Henry James – scrittore che Willa Cather ammirava moltissimo – Tom Outland potrebbe essere benissimo il figlio di Martin Eden, per quanto lontani possano sembrare l’opera e il sostrato ideale di London da quelli di Cather.
Questa contrapposizione palese nasconde però una serie di sottili rimandi, che come accennato legano i due personaggi al fine di restituire al lettore la visione complessiva dell’autrice rispetto all’epoca in cui viveva.
L’integrazione di St. Peter rispetto ai canoni della società in cui vive è infatti solo apparente: egli ama il suo lavoro e la sua famiglia, ma percepisce che questi capisaldi della sua vita sono sempre più lontani dal suo sentire, non solo per un vago disagio esistenziale, ma soprattutto perché la spinta dei tempi sta cambiandoli profondamente. Emblematico al riguardo è il suo rapporto con l’Università in cui lavora, che si sta trasformando in una fabbrica di tecnici funzionali alle esigenze dell’industria e del commercio (ricorda qualcosa, vero?), come ci viene puntigliosamente ricordato in un passo del romanzo: ”Entrambi [St. Peter e un collega, N.d.R.] avevano tentato di resistere con tutte le forze al dilagare della commercializzazione del sapere, al tentativo di «mostrare i risultati» che stava minando e volgarizzando l’accademia. La legislatura e il corpo accademico miravano a fare dell’Università una scuola commerciale.” Le figlie, succubi della volgarità dei mariti, veri rappresentanti dell’epoca, vivono ormai solo con il mito del successo e del denaro, l’una invidiando il glamour dell’altra e l’altra compatendo la miseria dell’una. Perfino la moglie è irretita dallo sfavillio della vita di Louie Marsellus, che è tra l’altro possibile solo grazie al cinico sfruttamento ex post del lavoro di Tom. Questo rapporto conflittuale di St. Peter con la famiglia e con i valori cui i suoi componenti ormai credono è sempre solo accennato dall’autrice, in perfetto stile Jamesiano, portando in questo modo magistralmente alla superficie l’ipocrisia di rapporti formali perfetti.
Ecco che quindi possiamo immaginare Geodfrey St. Peter, non a caso studioso delle origini degli USA, come una sorta di Tom Outland sopravvissuto, sceso agli inevitabili compromessi della vita che però ora, di fronte al progressivo imbarbarimento della società che ha contagiato il suo universo familiare e professionale, non può più sopportare. Molti indizi, anche formali portano alla sovrapposizione dei due personaggi. Se St. Peter è significativamente solo per metà statunitense, avendo ascendenze francesi ed essendosi formato in Francia, Tom è sì interamente americano, ma proviene da un Paese lontano, archetipico – come sembra suggerire anche il suo cognome – fondato su valori che stanno sparendo se non sono già completamente scomparsi sulle rive del Michigan. La vecchia casa che il professore non vuole lasciare ha così il suo corrispettivo nella città abbandonata scoperta da Tom. Entrambe rappresentano ciò che scompare per lasciare posto al nuovo: l’antica città indiana scoperta e invano difesa da Tom, ormai spazzata via dalla Storia e buona solo per produrre profitto attraverso la vendita dei suoi manufatti al miglior offerente, trova il suo corrispondente nel tentativo di St. Peter di difendere il suo mondo ideale isolandosi nella vecchia, cadente stanza da lavoro. Tom e St. Peter si pongono quindi in totale continuità, e la coscienza della macrostoria raccontata e rappresentata da Tom è la base della presa di coscienza del professore rispetto alla sua microstoria ed alla possibilità che gli viene offerta, nel finale sicuramente un po’ troppo ottimistico e che rivela a mio avviso appieno il conservatorismo di Cather, di affrancarsi da un’epoca di perdita dei valori fondanti, attraverso il recupero di una genuinità arcaica e ancora una volta quasi archetipica, rappresentata dalla vecchia Augusta.
E’ in questo essere del tutto figli della loro epoca e della sua analisi critica che ravviso una profonda sintonia tra La casa del professore e Il Grande Gatsby. I due romanzi possono essere visti come armi che da alture diverse puntano lo stesso obiettivo, proponendo tra l’altro la stessa soluzione regressiva alla crisi, che passerebbe per il recupero di valori legati ad una presunta America genuina in realtà a mio avviso mai esistita. Intriso di una tragicità quasi greca pur nel suo essere completamente statunitense il primo, molto europeo il secondo – si notino tra l’altro a questo proposito i richiami espliciti alla letteratura di Anatole France da parte della francese Willa Cather – quanto a modalità di raccontare una storia tipicamente americana, i due romanzi andrebbero letti a mio avviso uno dopo l’altro, facendoli a loro volta seguire da uno dei romanzi di Steinbeck, per capire cosa quel periodo avrebbe di lì a breve generato, nonché per ipotizzare cosa presumibilmente ci attende in un’epoca che tanto somiglia alla fine dei roaring twenties.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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