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All’ombra di Gabo

Recensione de La strana prole del cardinale Guzman, di Louis de Bernières

Guanda, Narratori della Fenice, 2006

Cosa ci fa uno scrittore inglese nel mondo di Gabriel García Márquez? È la domanda che mi sono posto mentre leggevo La strana prole del cardinale Guzman di Louis de Bernières, ed al termine della lettura non ho potuto che darmi questa risposta: sfrutta un filone letterario redditizio per costruire una propria personalità artistica che in qualche modo possa attirare l’attenzione del pubblico.
Louis de Bernières, il cui nome rivela chiare ascendenze francesi, è nondimeno, come detto, uno scrittore inglese, nato nel 1954, il cui romanzo più noto è probabilmente Il mandolino del capitano Corelli, del 1994, dal quale nel 2001 fu tratto un non memorabile film con protagonista Nicholas Cage.
Può essere preliminarmente interessante ripercorrere le fortune editoriali di questo autore in Italia, in quanto a mio avviso riflettono bene i meccanismi commerciali dell’industria culturale contemporanea.
I primi tre romanzi di de Bernières, pubblicati nei primi anni ‘90 e formanti la cosiddetta Trilogia latino-americana, furono all’inizio sostanzialmente ignorati dall’editoria nostrana. Nel 1994 uscì Captain Corelli’s Mandolin, che ebbe un buon successo, ed un paio di anni dopo Longanesi lo pubblicò nel nostro paese con il titolo Una vita in debito. Null’altro accadde fino al 1999, quando Fazi pubblicò il secondo volume della trilogia. Quindi nel 2001 uscì il film, molto pubblicizzato in Italia sia per il suo ottimo cast sia perché narrava di un soldato italiano in Grecia durante la seconda guerra mondiale, ed entrò in scena la casa editrice Guanda, che pubblicò nello stesso anno il romanzo, dandogli ovviamente (e correttamente) il titolo del film, e nel giro di un lustro anche due romanzi della Trilogia latino-americana e altre due opere dell’autore, non mancando di riportare in copertina Autore di “Il mandolino del capitano Corelli”; quest’ultimo viene pubblicato nel 2003 anche dalla casa editrice TEA.
Insomma, un fortissimo interesse culturale per le opere di questo autore che appartiene a quella schiera di grandi romanzieri che comprende Charles Dickens ed Evelyn Waugh, come ci informa Antonia Susan Byatt in quarta di copertina de La strana prole del cardinale Guzman. Senonché questo interesse editoriale sembra essere scemato altrettanto celermente quanto era cresciuto all’uscita del film, se è vero che oggi di de Bernières in libreria si trovano malinconicamente solo 2-3 titoli sugli scaffali dei remainder, editi anni fa, e del celebrato Mandolino non vi è più traccia. Insomma, siamo di fronte all’ascesa e alla caduta di un autore dettate unicamente dall’uscita di un film tratto da un suo romanzo.
Purtroppo devo ammettere che questi meccanismi editoriali evidentemente funzionano, se una dozzina di anni fa ho acquistato, forse ammaliato anche dalla copertina indubbiamente attraente, questo volume che ora mi sono trovato a leggere.
La strana prole del cardinale Guzman è l’ultimo romanzo della Trilogia latino-americana, essendo preceduto da e concatenato a Don Emmanuel e la guerra delle bacche e a Señor Vivo & il Coca Lord. Prima di diventare scrittore, de Bernières ha tra l’altro vissuto in Colombia facendo l’insegnante di inglese, ed è da questo periodo della sua vita, dalla vicinanza anche fisica con Gabriel García Márquez che ha indubbiamente tratto l’ispirazione per scrivere la trilogia. I luoghi del romanzo, infatti, ed anche alcuni personaggi, pur essendo in gran parte frutto della fantasia dell’autore richiamano spesso esplicitamente contesti colombiani.
Le vicende narrate nel romanzo sono complicate e contengono numerosi rimandi ai capitoli precedenti della trilogia, cosicché a volte non è facile per il lettore districarsi tra le cose che lo scrittore dà per scontate essendo riferite ad avvenimenti già narrati.
Nei primi due romanzi si narra infatti della fuga verso le montagne e la giungla di un nutrito gruppo di abitanti della città di Chiriguaná, vittime della violenza dell’esercito, tra i quali vi sono sacerdoti, indios custodi di antiche conoscenze magiche, prostitute, ex guerriglieri, professori e scienziati più o meno ingegnosi, antichi conquistadores usciti da una plurisecolare ibernazione nei ghiacci della sierra; questi giungono in una zona inaccessibile dove, a seguito di una inondazione, sono venuti alla luce i resti di una antica città Inca, i cui edifici vengono ripuliti dal fango ed abitati: alla città viene dato il nome di Cochadebajo de los Gatos, sia perché numerose vi si trovano antiche raffigurazioni di giaguari, sia in quanto molto presto in città si installa una colonia di giaguari neri che convive con gli abitanti come fossero grossi gatti. Gli abitanti si danno delle regole di vita di tipo comunistico condite da una sorta di religione della fratellanza reciproca, fatta di un mix di cristianesimo delle origini, di teoria e pratica della liberazione sessuale e di elementi animistici e magici presi dalla tradizione india. Il denaro non esiste e la fertilità del terreno e l’ingegno degli abitanti fanno prosperare l’agricoltura. Insomma, a Cochadebajo de los Gatos, isolata dal resto del paese, si sviluppa una comunità felice e solidale, nella quale giungono, per varie ragioni, altri originali personaggi.
Tra questi vi è Dionisio Vivo, giornalista molto conosciuto ed inviso al potere per il suo spirito critico, figlio di un generale dell’esercito e gran donnaiolo, che ha seminato figli in tutto il paese. Nel secondo romanzo della trilogia egli è riuscito ad uccidere il potentissimo signore della coca Pablo Ecobandodo (pseudonimo facilmente identificabile), detto El Jerarca, che aveva tentato più volte di assassinare il giornalista per i suoi articoli e la sua attività contro il narcotraffico.
All’inizio de La strana prole del cardinale Guzman conosciamo il prelato che compare nel titolo: vive nel palazzo episcopale della capitale tormentato da acuti dolori e da visioni di demoni lascivi e crudeli, che gli ricordano i crimini commessi e la condotta tutt’altro che casta. Il potente cardinale infatti ha appoggiato attivamenteil potere politico del corrotto presidente Veracruz nella repressione delle rivolte popolari, della guerriglia marxista e della teologia della liberazione; frequentatore di bordelli, ha avuto un figlio dalla giovane perpetua Conception, con cui segretamente convive more uxorio. Per salvare la sua anima, decide di riportare alla vera fede il popolo: un dettagliato rapporto del Sant’Uffizio descrive infatti una situazione drammatica, nella quale moltissimi sacerdoti sono dediti alla simonia e al commercio di presunte reliquie, in cui i potenti, compreso lo stesso presidente Veracruz, praticano l’occultismo durante orge e festini, in cui buona parte del popolo – a causa della crescente povertà e del degrado sociale, non riconosce più l’autorità della chiesa. L’ultima parte del rapporto è dedicata al ritorno del paganesimo e delle eresie, soprattutto nelle comunità rurali, e tra gli altri esempi di questa tendenza viene citata anche Cochadebajo de los Gatos. Il cardinale Guzman decide di organizzare una vera e propria crociata di evangelizzazione, ovviamente solo per combattere il paganesimo e l’eresia del popolo, ed ordina a Monsignor Rechin Aguilar, un fanatico domenicano che ha già dato prova di sé, di reclutare uomini fidati e utilizzare ogni mezzo adeguato per riportare il popolo alla vera fede. Uno dei principali obiettivi della crociata sarà Cochadebajo de los Gatos.
Questi sono a grandi linee gli antefatti e le vicende iniziali del ponderoso romanzo, la cui struttura essenziale è data dal connubio tra un contenuto generale di forte connotazione politica e una matrice letteraria che fa suoi i precetti del cosiddetto realismo magico latino-americano.
Il contenuto politico del romanzo e della intera trilogia è evidente. Esplicita è la denuncia della corruzione e della violenza del potere, sia di quello civile del presidente Veracruz sia di quello ecclesiastico di cui è massimo interprete il cardinale Guzman. Esplicito è anche il richiamo alla tragica storia della Colombia negli anni dal 1946 in poi, quando il periodo de La violencia tra liberali e conservatori portò ad oltre 200.000 morti, alle dittature e ad una insurrezione strisciante delle aree rurali che continua ancora oggi. Esplicito è ancora il riconoscimento del ruolo della chiesa ufficiale quale supporto sia ideologico sia pratico al potere politico ed economico, contrapposto ai fermenti che all’interno della stessa chiesa latino-americana hanno dato luogo alla teologia della liberazione (tra l’altro viene esplicitamente citata una figura come Camilo Torres). Esplicita infine è la comunanza dell’autore con le spinte liberatrici della popolazione, che – essendo il romanzo scritto già in un’epoca post-ideologica – de Bernières declina nella ricerca di una felicità basata sulle piccole cose, sulla capacità di essere comunità, sulla lontananza dal caos urbano.
Questo contenuto politico è immerso come detto in un’atmosfera di realismo magico di cui si riconosce subito la diretta ascendenza. L’ombra di García Márquez e di Cent’anni di solitudine è di fatto presente in ogni pagina del romanzo, e Cochadebajo de los Gatos, fondata dopo un lungo peregrinare nella giungla, ci ricorda subito Macondo. Così Dionisio Vivo ha molti tratti caratteriali che ricordano da vicino quelli del colonnello Aureliano Buendia, la storia di Ena e Lena spose dello stesso uomo può essere vista come speculare e ammorbidita ripetto a quella di Amaranta e Rebeca, e molti dei personaggi che abitano la città, che pure in alcuni casi sono delineati con sufficiente cura, potrebbero essere stati abitanti o visitatori di Macondo. Questa eccessiva vicinanza tra i due autori, o meglio, questa aderenza di de Bernièrs all’opera di Gabo finisce, almeno per quanto mi riguarda, non solo per generare qualche sospetto rispetto all’originalità dell’ispirazione letteraria dell’autore, ma anche per togliere fascino all’opera. Ancora una volta, di fronte ad un autore contemporaneo, mi sono insomma trovato di fronte al deja vu, ad un voler (o dover) ripercorrere sentieri letterari già tracciati, che questa volta mi è parso piuttosto smaccato e funzionale – anche in considerazione dell’estrazione culturale affatto diversa dell’autore – alla sua legittimazione nell’ambito di un filone che all’epoca andava per la maggiore non solo culturalmente. Così si ha l’impressione che il realismo magico latinoamericano di de Berniers rimanga in superficie, sia solo una patina molto utile (anche commercialmente) per rivestire le sue storie, un modo come un altro per raccontare, volto più a stupire il lettore che a connotare intimamente la sua opera. Del resto lo stesso de Bernièrs deve essere stato cosciente dei limiti della sua letteratura di quel periodo, se è vero che egli stesso si è definito un parassita di García Márquez: bisogna dare atto che si tratta di un raro esempio di onestà intellettuale da parte di un rappresentante di una categoria nella quale l’ego gioca necessariamente un ruolo importantissimo.
C’è però un elemento ancora più importante rispetto a questa evidente ascendenza letteraria (per usare un eufemismo) che mi ha fatto concludere che La strana prole del cardinale Guzman sia un romanzo di second’ordine: si tratta proprio del suo contenuto politico, attinente come ho già accennato alla società e al potere in America Latina.
Il mio giudizio negativo in proposito è relativo a due aspetti. Il primo riguarda la forma che tale contenuto politico assume nel romanzo, ovvero il fatto che è spesso espresso in modo troppo diretto ed esplicito, inserito di forza in parti del racconto, con il duplice effetto di far pensare ad un romanzo a tesi e di rompere a tratti l’atmosfera narrativa che, sia pur di seconda mano, connota il romanzo. Che differenza in questo con la capacità di Cent’anni di solitudine di essere romanzo pienamente politico senza il bisogno di dichiararlo mai al lettore. È questo uno dei motivi per cui in un caso ci troviamo di fronte ad un capolavoro e nell’altro ad un romanzo che giudico di second’ordine.
L’altro aspetto su cui intendo porre attenzione è la qualità di questo contenuto. Ho già accennato al fatto che La strana prole del cardinale Guzman potrebbe essere definito da una certa critica un romanzo post-ideologico, nel senso che a fronte della denuncia dell’ingiustizia e della crudeltà della costruzione sociale propone il ritiro nella piccola comunità che si dà nuove ed autonome regole di convivenza, trattando con distaccata ironia i movimenti rivoluzionari che praticavano la guerriglia. Questa sensazione, di una risposta consolatoria e in qualche modo palingenetica alla violenza del potere, che di per sé non mi convince molto, è accentuata a mio modo di vedere dal finale lieto del romanzo, condito della inevitabile terribile punizione dei cattivi, nel quale anche il cardinale Guzman trova la sua pace interiore. Anche qui, quanta incommensurabile distanza dal terribile, splendido finale di Cent’anni di solitudine: si potrebbe quasi dire che de Bernières abbia voluto concedere alle stirpi condannate a cent’anni di solitudine quella seconda opportunità che García Márquez aveva loro sapientemente negato nelle ultime righe del suo capolavoro.
Segnalo un altro fatto secondo me curioso, relativo all’epilogo del libro. Nelle ultime due pagine viene descritto un incidente che capita al presidente Veracruz, che in bagno finisce per cadere nella tazza tra i suoi stessi escrementi. Questo episodio grottesco ricorda molto da vicino (pur avendo anche in questo caso un finale meno incisivo) un episodio di un film italiano del 1976 oggi credo dimenticato, Signore e signori buonanotte, nel quale uno straordinario Ugo Tognazzi è un generale che si trova nella stessa situazione del presidente Veracruz. Non so se Louis de Bernières abbia mai visto questo episodio, ma se l’avesse visto prima di scrivere il suo romanzo potremmo certamente definirlo anche un parassita della commedia all’italiana.
Per concludere, credo che, al di là dell’oblio interessato che l’editoria italiana gli ha già decretato, questo romanzo non resterà nella storia della letteratura, né che il suo autore possa essere annoverato tra i maggiori esponenti del realismo magico, ”alla pari dei mostri sacri Franz Kafka e Kōbō Abe, per citarne due”, come afferma con una buona dose di involontaria comicità la voce italiana di wikipedia a lui dedicata.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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