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Cent’anni prima, l’antisemitismo in Germania

IlVendicatoreRecensione de Il vendicatore, di Thomas De Quincey

Passigli, Le Occasioni, 2006

Alcuni anni fa lessi e commentai un volume che racchiude alcune delle opere più celebri di Thomas De Quincey, tra le quali spicca Confessioni di un oppiomane. Dalla lettura emerse la figura di un autore del primo ottocento in qualche modo eccentrico, amico dei padri fondatori del romanticismo inglese William Wordsworth e Samuel Coleridge, più dedito alla saggistica che alla narrativa, la cui opera spazia dall’economia politica alla satira di costume. La sua dipendenza dall’oppio, se da un lato lo accomuna a Coleridge, dall’altro viene vissuta da De Quincey in modo del tutto diverso rispetto all’amico, facendone una condizione esistenziale che nella sua opera più famosa, non a caso ammirata da molti degli esponenti del decadentismo di fine ottocento, viene analizzata mettendone in luce gli effetti sulla percezione della realtà oltre che sulla salute, aprendo la strada a tematiche che sarebbero state pienamente sviluppate nella seconda metà del XX secolo nell’ambito delle cosiddette culture alternative.
Tra le non molte opere del De Quincey narratore vi è questo racconto, Il vendicatore, pubblicato originariamente nel 1838 sul Blackwood’s Magazine e proposto alcuni anni fa da Passigli in una edizione piuttosto scarna ancorché graficamente elegante.
Qui incontriamo il De Quincey in un certo senso apparentemente più mainstream rispetto alle tematiche squisitamente romantiche, anche se come si vedrà non mancano neppure in questo testo sicuramente minore tratti peculiari che connotano l’autore come precursore di sviluppi successivi non solo della letteratura, ma anche delle sensibilità collettive di cui questa è un derivato.
Preliminarmente mi sia consentito di accennare alla forma di scrittura del racconto. De Quincey è noto per essere un autore prolisso, il cui articolato periodare, pieno di digressioni e puntualizzazioni, sfiora e talvolta raggiunge il limite della pedanteria, tanto che – come ci ricorda Alessandro Ceni, curatore del volume, nella sua brevissima postfazione – a detta del suo biografo Edward Sackville-West le Confessioni di un oppiomane sono l’unica opera del nostro che si riesca a leggere ”…senza il minimo sforzo, la minima irritazione o il minimo desiderio di saltarne delle parti”.
Anche Il vendicatore non è ovviamente scevro dai limiti della scrittura di De Quincey, potendosi ravvisare in alcuni passi una certa inutile ampollosità e anche molte ingenuità narrative, ma in questo frangente a mio avviso viene in aiuto del lettore il traduttore e curatore, non a caso – oltre che poeta – uno dei più importanti traduttori di classici della letteratura anglosassone, con una operazione semantica di notevole spessore. Alessandro Ceni infatti traduce De Quincey in un italiano ottocentesco, contestualizzando quindi in certo qual modo lo stile dell’autore e rendendolo così accettabile al lettore in quanto figlio, anche in italiano, dell’epoca che lo ha prodotto. Certo, in questo modo la lettura richiede uno sforzo supplementare di concentrazione, ma ciò che ne risulta è una piccola chicca, nella quale è il traduttore che davvero adatta il suo lavoro al testo che affronta, non sovrapponendogli il proprio ego letterario come spesso capita a testi tradotti da scrittori ma facendo in modo che esso mostri i chiaroscuri che lo compongono in una forma che il lettore percepisce come aderente all’originale. Se quindi la traduzione è a mio avviso ottima (del resto avevo ammirato Ceni anche per la sua traduzione di Lord Jim per Feltrinelli) rimarco come la paginetta scritta dallo stesso a postfazione del racconto sia davvero misera, un compitino da farsi per contratto rispetto ad un testo che, anche per lo sforzo di traduzione messo in campo, avrebbe forse meritato qualche riflessione più approfondita.
Detto questo, per addentrarci tra gli spunti che il racconto offre è purtroppo necessario accennare alla sua trama, anche se ciò può significare togliere quella dose di suspense che in un racconto del mistero costituisce una parte del piacere della lettura. Vi è da dire, peraltro, che il già accennato stile di scrittura di De Quincey non è tale da generare e accumulare suspense, nonostante gli sforzi da lui fatti in questo senso per instillare inspiegabile orrore e terrore nel lettore, e che d’altronde dove vada a parare la storia è abbastanza chiaro sin dall’inizio, anche se è necessario attendere le ultime pagine per sciogliere il caso e comprendere appieno il senso degli avvenimenti narrati.
Secondo uno schema narrativo classico, la vicenda è raccontata alcuni anni dopo da un testimone dei fatti, un professore universitario. Vale forse la pena a questo punto riportare il primo, lungo periodo del racconto, perché dà bene l’idea dello stile di scrittura di De Quincey e di come questo è stato reso da Alessandro Ceni, perché contestualizza geograficamente e temporalmente la vicenda ma soprattutto in quanto fornisce immediatamente lo spirito programmatico e morale per cui la vicenda viene narrata.
”Quella serie di terrificanti eventi da cui la nostra pacifica città e università nella regione nord-orientale della Germania fu sconvolta durante l’anno 1816 possiede in sé, e considerandola semplicemente come un cieco moto di tigresca ferocia umana vagante scatenata in mezzo agli uomini, qualcosa di troppo memorabile per essere dimenticato ovvero lasciato senza una testimonianza a sé stante; ma la lezione morale inculcata da questi eventi è ancor più memorabile e merita la profonda attenzione delle generazioni a venire nella loro lotta verso il progresso umano, non soltanto nel ristretto campo d’interesse direttamente destato da essa, bensì in tutti i campi d’interesse analoghi, come già in realtà, e più d’una volta, con riferimento a questi medesimi eventi, tale lezione ha già ottenuto la valida attenzione di re e principi cristiani riuniti a congresso.”
Traducendo: gli eventi narrati meritano di essere ricordati non solamente per la loro intrinseca drammaticità, perché sconvolsero una pacifica città e università, ma anche perché possono servire da insegnamento e monito per le generazioni future e per il progresso dell’ordinamento sociale. Ma quali sono questi eventi?
Nel settembre del 1815, quindi pochi mesi dopo la battaglia di Waterloo, il professore/narratore riceve una lettera di raccomandazione da parte del segretario di un nobiluomo in contatto con la diplomazia russa. Egli lo prega di accogliere, per insegnargli il greco, un nobile giovane erede di un patrimonio immenso, inglese di nascita ma la cui madre si dice fosse una zingara, che si è distinto a Waterloo ed in generale nel servizio militare.
Quando il giovane, Maximilian Wyndham, giunge in città, non manca, con la sua bellezza, la sua fierezza e nobiltà d’animo, di suscitare l’ammirazione della buona società locale e in particolare delle ragazze da marito, rispetto alle quali tuttavia egli mantiene un atteggiamento distaccato da cui traspare una profonda malinconia interiore. Solo una ragazza figlia della piccola nobiltà locale, Margaret Liebenheim, che vive con il nonno e due zie, attira l’attenzione di Maximilian: presto i due giovani si innamorano e si inizia a parlare di matrimonio, anche se la cosa suscita il risentimento di un pretendente di Margaret, cui va il favore del nonno di lei.
Durante una festa che in qualche modo evidenzia il legame tra i due giovani, giunge la notizia che poco lontano una intera famiglia è stata massacrata. Non vi sono moventi apparenti, non avendo la famiglia nemici in città, tanto più che dalla casa non è stato rubato nulla, ed anche gli iniziali sospetti accentratisi su un servitore cadono presto.
Nelle settimane successive altri inspiegabili feroci assassinii si susseguono in città, sempre a carico di membri di famiglie distinte e conosciute, e a nulla valgono le ronde e altre misure di prevenzione messe in campo dai cittadini, tanto che questi vivono ormai nel terrore. Misteriosamente scompare anche il carceriere della città, un uomo crudele e odiato da tutti. Il suo corpo verrà ritrovato alcuni mesi dopo nella foresta che circonda la città, crocefisso ad un albero.
Intanto alcuni testimoni, risparmiati dagli assassini delle famiglie, permettono di capire che questi sono un piccolo gruppo, mascherati e vestiti da studenti.
Il nonno di Margaret cambia idea e acconsente al matrimonio tra lei e Maximilian, ma poco dopo anche la famiglia Liebenheim viene sterminata; Margaret, che avrebbe dovuto essere assente, era in realtà in casa ed ha assistito al massacro: viene ritrovata in stato confusionale nel suo letto, dove è stata deposta da uno degli assassini. La sua salute peggiora rapidamente, ha un aborto – ma lo scandalo montante è subito sedato dalla notizia che si era sposata segretamente con Maximilian pochi mesi prima – ed in breve muore tra le braccia dell’inconsolabile marito che pochi giorni dopo si avvelena non senza aver consegnato al professore/narratore le proprie disposizioni testamentarie e una lettera nella quale rivela il ruolo che ha avuto nelle tragiche vicende della città, lettera che costituisce le ultime venti pagine del racconto.
Da essa veniamo a sapere che il padre di Maximilian, accumulato un ingente patrimonio con manovre disinvolte durante le guerre napoleoniche, fu imprigionato anni prima in quella stessa città per l’azione di alcuni suoi nemici. Presto la crudeltà delle leggi locali e del carceriere lo portarono a morte e sua moglie, la madre di Maximilian, ebrea di nobilissime origini che era giunta in città con i tre figli per assistere il marito e aveva già subito umiliazioni a causa dell’antisemitismo istituzionalizzato della città, viene arrestata quando coraggiosamente denuncia i magistrati cittadini per la morte del marito. Condannata ad essere frustata sulla pubblica piazza, muore anch’essa come le due sorelle di Maximilian. Da allora egli non ha pensato che alla vendetta, attuata nei confronti dei magistrati cittadini di allora con l’ausilio di alcuni compagni d’armi, ebrei infiltratisi nell’università. Anche il nonno di Margaret era all’epoca un magistrato, per cui neppure la famiglia dell’amata poteva sfuggire alla vendetta di Maximilian. Egli aveva agito credendo Margaret lontana, mentre per un tragico destino ella era in casa.
Fin qui la trama. Da quanto detto emerge che due sono gli assi portanti del racconto, che si dispongono come due cerchi concentrici attorno alle vicende narrate.
Il primo, il cerchio più interno, è il tragico dilemma cui è sottoposto l’animo di Maximilian. Egli giunge in città per compiere la sua vendetta nei confronti di coloro che anni prima hanno distrutto la sua famiglia. Questo è per lui un imperativo morale volto a sanare la tragica ingiustizia che ha subito, l’unico scopo della sua esistenza. L’amore per la bella Margaret, nipote di uno dei responsabili, complica non poco le cose. Tuttavia egli sa che non avrà pace sinché la sua vendetta non sarà completa, per cui è necessario che egli uccida anche i parenti di Margaret, ed a tale dovere egli non si può sottrarre, anche se in extremis tenta di farlo provando inoltre, senza riuscirci, a salvaguardare Margaret e il loro amore. Maximilian si rivela quindi al termine del racconto come l’eroe tragico che, una volta anteposto l’imperativo morale della vendetta/giustizia ad ogni altra considerazione non può tornare indietro, anche se ciò porta alla distruzione del suo mondo e di sé stesso.
Più significativo è a mio avviso il cerchio esterno che avvolge la vicenda di Maximilian, identificabile nelle cause che De Quincey pone alla sua base ultima, che possiamo riassumere nell’arretratezza culturale e giuridica della città, che si esprime nella crudeltà delle leggi e in particolare nell’antisemitismo.
Quella che all’inizio il narratore (che per inciso è parte integrante della comunità) ci descrive come una città pacifica e devota, una città la cui università dovrebbe garantire un elevato livello culturale, è in realtà un luogo sanguinario, in cui andare in galera significa morire per le torture o gli abusi, nella quale gli ebrei per entrare devono pagare una tassa al pari dei capi di bestiame e nella quale una donna che non ha commesso alcun reato può essere, in quanto ebrea, frustata sulla schiena nuda sulla pubblica piazza. Ecco che allora la vendetta di Maximilian diventa non il suo imperativo morale, ma l’imperativo politico cui, in forme evidentemente diverse, devono dedicarsi le generazioni future e i re e principi cristiani riuniti a congresso: estirpare le leggi barbare e medievali dal cuore dell’Europa, estirpare la superstizione basata sulla razza. L’inglese De Quincey, permeato del liberalismo borghese che fonda il contratto sociale della sua terra, ammonisce sul fatto che, terminata la lotta all’usurpatore còrso, al perturbatore della pace, deve essere portata avanti una lotta ancora più dura e importante, quella ai residui di medioevo presenti in Europa. Diviene così chiaro il contenuto dell’inizio del racconto, come diviene chiaro il breve messaggio riportato in esergo, che recita: «Perché chiamarmi assassino e non piuttosto la collera di Dio che arde sulle orme dell’oppressore e monda la terra quand’è intrisa di sangue?» La vendetta di Maximilian, non a caso di nobilissime ascendenze, è così il paradigma della lotta per la giustizia, che deve prevalere su ogni altra considerazione ed è giustificata all’occhio di Dio.
Non è inutile notare come il buon De Quincey abbia fatto centro pieno ambientando, nel 1838, questo racconto in Germania, se è vero che esattamente cento anni dopo l’antisemitismo istituzionalizzato e fattosi legge presentato in questo racconto sarebbe divenuto uno dei tratti fondanti (non l’unico, ricordiamolo sempre per rispetto alle altre minoranze, etnie e aree politiche perseguitate e annientate dai nazisti) non di una città, ma dell’intera nazione cui quella fittizia città universitaria appartiene.
Il vendicatore assume così connotati che vanno al di là della vicenda tragica di Maximilian Wyndham e della stessa patina romantica che lo circonda, divenendo quasi un appello alla lotta contro l’oscurantismo e l’oppressione basata sui (o giustificata dai) pregiudizi di razza, individuando la necessità quasi trascendente di estirparlo dall’Europa con ogni mezzo.
È vero che questo appello spesso perde di efficacia a causa degli accennati limiti della prosa di De Quincey, caratterizzata anche da non poche ingenuità narrative, ma come detto anche grazie alla bella traduzione questi limiti passano in secondo piano rispetto ai grandi interrogativi che il racconto ci vuole trasmettere.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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