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Abnegazione e senso del dovere nei racconti di un antesignano di Giovanni Drogo

Recensione di Servitù e grandezza della vita militare, di Alfred de Vigny

Fazi, Le porte, 1996

Poco più di un anno fa la lettura di Stello mi ha portato alla scoperta di uno dei grandi autori del romanticismo (meglio sarebbe dire dei romanticismi) francese: Alfred de Vigny. Autore essenzialmente di poemi e pezzi teatrali, l’opera in prosa cui de Vigny ha indissolubilmente legato il suo nome è Servitù e grandezza della vita militare, da me letto nell’elegante (anche se non scevro da qualche imperfezione) e oggi quasi introvabile volume edito da Fazi oltre venti anni fa, corredata da una prefazione di Eraldo Affinati; l’opera oggi è comunque reperibile in libreria in un’altra edizione e traduzione.
De Vigny la pubblicò nel 1835, tre anni dopo Stello, nel suo periodo di massima attività creativa, riunendovi tre racconti già pubblicati poco tempo prima sulla Revue des Deux Mondes, ed accompagnando ciascuno con una sorta di prefazione. Nelle intenzioni avrebbe dovuto essere una sorta di vademecum filosofico per il soldato, un libro per mezzo del quale avrebbe potuto riflettere sul suo status, sul suo rapporto con la società, sui principi, grandi e al tempo stesso contraddittori, che regolano la vita e l’organizzazione di quel corpo separato che è l’esercito.
Alla fonte della scrittura del libro troviamo l’esperienza militare di Vigny. Figlio di una famiglia dell’antica nobiltà della Turenna, egli credeva fermamente nelle passate virtù dell’aristocrazia come classe in grado di costituire la nazione, come emerge anche dalla lettura di Stello e ancora più programmaticamente nel suo romanzo storico Cinq-Mars; era però anche perfettamente conscio che il ruolo guida dell’aristocrazia si era perso per sempre, che il periodo dell’Impero prima, quindi la restaurazione con la sua mediocrità culturale e morale, e infine la monarchia di Luglio stavano lì a dimostrare l’inadeguatezza dell’aristocrazia del suo tempo, ormai ridotta a una sorta di club autoreferenziale aggrappato a privilegi che la Storia le stava inesorabilmente sottraendo.
Emblema di questa decadenza è l’esercito: alla sete per la gloria e per la battaglia ed anche alla barbarie della guerra di un tempo si è sostituita una vita militare routinaria, fatta di noia ed esercitazioni che non portano mai all’azione; ma soprattutto, per Vigny, mentre un tempo, ” fino alla fine del regno di Luigi XIV, l’Esercito rappresentava la Nazione […] dato che il soldato era l’uomo del Nobile, da lui reclutato nella sua terra e condotto al suo seguito nell’esercito, a lui solo obbediente”, oggi ”la condizione […] dell’Esercito è tutt’altra: la centralizzazione del Potere l’ha reso […] un corpo separato dal gran corpo della Nazione, simile al corpo di un bambino, tanto è carente per intelligenza e si trova nell’impossibilità di crescere.”
Nel mondo moderno, l’esercito non serve più per fare la guerra, ma a perpetuare sé stesso: con una buona dose di ottimismo di matrice positivista, che contrasta peraltro con il pessimismo di derivazione stoica che caratterizza il suo pensiero, Vigny è convinto che gli eserciti siano destinati a scomparire in breve tempo, perché i progressi della tecnologia renderanno superflue le guerre.
L’autore come detto trae le sue convinzioni sulla vita militare dalla propria esperienza diretta: arruolatosi come sottotenente nei Gendarmi del Re il 6 luglio 1814, tre mesi dopo la prima abdicazione di Napoleone, è uno degli uomini che scortano Luigi XVIII durante la sua fuga a Gand dopo il ritorno dell’Imperatore dall’Elba. Durante i Cento Giorni rimane nascosto in casa di familiari, per tornare a servire nella Guardia del Re all’inizio della seconda restaurazione. La vita militare scorre noiosa e monotona; quando, nel 1823, il reggimento del quale è capitano deve attraversare i Pirenei per partecipare alla spedizione contro i moti liberali in Spagna, sembra che finalmente i suoi sogni di gloria si avverino: una breve licenza lo tiene però lontano dal conflitto, che si conclude in pochi giorni. Così nel 1827, disilluso e ormai guarito dalla sua malattia militare, Vigny si dimette dall’Esercito per dedicarsi alla letteratura.
Sorta di antesignano del tenente Drogo, Alfred de Vigny sente di aver mancato l’appuntamento con la Storia e con la Gloria: questa disillusione è parte integrante della sua poetica e ispirerà, pochi anni dopo, quando i tempi saranno ancora cambiati e la monarchia di Luglio avrà sancito il definitivo trionfo della grande borghesia, il suo capolavoro.
Come detto, Servitù e grandezza della vita militare è composto di tre racconti, due dei quali dedicati alla servitù militare, vale a dire all’abnegazione e al senso del dovere che caratterizza il vero soldato, mentre il terzo alla grandezza militare, ovvero alla capacità di comando e al carisma dell’ufficiale.
Dette così le tematiche trattate dai tre racconti potrebbero apparire intrise di retorica, ma è proprio nella assoluta sua mancanza e nella problematicità irrisolta delle storie raccontate che sta a mio modo di vedere il fascino imperituro di questi racconti, che non esito ad annoverare tra i capolavori della letteratura dell’ottocento e non solo.
I tre racconti hanno molto in comune: innanzitutto il fatto che l’io narrante è lo stesso Vigny, ovvero un personaggio dai tratti fortemente autobiografici. Egli in ciascun racconto viene in contatto con un vecchio soldato, che finisce per narrargli la sua storia, emblematica della servitù e della grandezza della vita militare. Ciascuno dei tre vecchi soldati ha vissuto, in periodi diversi della convulsa Storia francese a cavallo tra XVIII e XIX secolo, come un vero soldato, assaporando l’aspro ma inebriante gusto della battaglia e i drammatici dilemmi che il senso della disciplina e dell’abnegazione comportano: ciascuno narra le proprie vicende al giovane quando ormai è alla fine della propria vicenda umana, quasi a voler passare un testimone ormai però irrimediabilmente caduto a terra, dati i tempi mutati. Ciascun racconto, inoltre, quasi a sottolineare con gusto tipicamente romantico la consonanza tra vicende interiori e contesto ambientale, è narrato in lugubri giornate piovose o di notte. È inoltre significativo a mio modo di vedere che le vicende narrate si svolgano in gran parte durante il periodo rivoluzionario o quello napoleonico, quasi a voler riconoscere che queste epoche, che pure per lui esprimevano in termini generali l’antitesi dei valori in cui credeva, fossero state comunque le ultime nelle quali l’essenza vera della vita militare, le sue drammatiche contraddizioni, si fossero potute esprimere, prima del subentro della mediocre bonaccia che gli era toccata in sorte.
Il primo racconto ha come titolo Lauretta, o il sigillo rosso e a mio modesto avviso è il più bello dei tre, degno di finire nell’olimpo dei grandi racconti del romanticismo. In particolare a mio avviso è straordinario l’inizio, nel quale ci viene presentato il giovane ufficiale nella divisa rossa delle Guardie del Re che nel marzo del 1815 scorta da lontano Luigi XVIII nella sua fuga verso il Belgio. Egli è solo, di retroguardia, ed avanza lentamente perché il suo cavallo ha perso uno zoccolo. Piove a dirotto, i suoi stivali sono pieni d’acqua e la strada che corre diritta verso Artois non è che una striscia liquida e gialla che fende il piatto orizzonte senza un albero, senza una casa. Sentiamo de Vigny, anche per farci un’idea della prosa chirurgicamente poetica che lo caratterizza da un punto di vista formale:
”Talvolta questa liquida striscia si confondeva nella fanghiglia circostante e, quando un raggio un po’ meno pallido del solito faceva brillare questo triste paesaggio, io mi vedevo nel mezzo di un mare melmoso, seguendo una corrente di calce lutulenta.”
Pur se immerso in questo paesaggio melmoso, simbolo della disgregazione della monarchia che ancora una volta (seguendo un riflesso condizionato che anche noi italiani avremmo imparato a conoscere più di un secolo dopo) fugge davanti all’incalzare degli eventi, il giovane soldato canta a squarciagola, perché anche se non sa che senso abbia ciò che sta facendo, sa che è l’unica cosa che può fare in quanto soldato. Riflette così sull’abnegazione, sul sentimento che spinge il militare, e forse solo il militare, a compiere azioni che non solo rinnegano il senso comune e non hanno alcun senso, ma confliggono con il proprio sentire profondo.
Poco dopo incontra lungo la strada un vecchio ufficiale di fanteria che regge per la briglia un mulo macilento che tira un carretto chiuso da un telo. Questo ufficiale gli narrerà di quando, capitano di un vascello durante il Direttorio, ha dovuto scegliere tra i suoi sentimenti e il suo dovere di soldato, e di come quell’episodio abbia segnato per sempre la sua vita. Non voglio entrare in altri particolari, perché la storia è a mio avviso talmente bella che va assolutamente gustata senza informazioni preventive: basti dire che ogni piccolo particolare è dosato per costruire una vicenda non solo perfetta dal punto di vista narrativo, ma che lascia nel lettore un dubbio profondo e, almeno per quel che mi riguarda, un fastidioso senso di inadeguatezza. Se l’episodio narrato infatti porta alle estreme conseguenze – grazie proprio all’ambientazione militare – la necessità di compiere una scelta tra dovere e sentimento, tra legge e morale, quella stessa necessità ce la troviamo di fronte, fortunatamente in modalità solitamente meno drammatiche – quasi ogni giorno nella nostra quotidianità e sentiamo, o dovremmo sentire, la nostra inadeguatezza a risolvere i dilemmi che tale scelta comporta.
Il vecchio soldato protagonista del racconto ha scelto, o per meglio dire non ha potuto far altro che agire nell’unica direzione che gli era consentita, ma allo stesso tempo, conscio fino in fondo delle conseguenze del suo agire, ha deciso di caricarsi quasi letteralmente sulle spalle quelle stesse conseguenze, per espiare quella che con altri occhi diviene una grave colpa.
Il secondo racconto, La veglia di Vincennes, è a mio avviso il meno riuscito. Come detto, Vigny concepì Servitù e grandezza della vita militare come una sorta di vademecum per gli stessi militari: Eraldo Affinati, nella sua prefazione, lo definisce un breviario, avente come modello L’imitazione di Cristo. In questo breviario La veglia di Vincennes assume il ruolo di episodio più moraleggiante e nel quale emerge il de Vigny più francamente nostalgico dei bei tempi antichi prima della rivoluzione. La storia del maresciallo Mathurin, innamorato della sua Pierrette, che diviene soldato nonostante la passione per la musica e che sposa la sua bella grazie alla magnanimità e all’astuzia della Regina Antonietta ha un ché di artefatto. Vero è che il filo rosso che lega la storia è intrigante, essendo compendiabile nella antinomia tra caso e necessità, tra prevalere della volontà individuale e intervento della Provvidenza. Come però questa tematica viene risolta nel racconto mi ha lasciato perplesso, soprattutto in relazione alla idealizzazione della figura della regina e del suo entourage, visti quasi come una madonna con tanto di santi al seguito, preoccupati solo del bene dei loro sudditi (cui peraltro consigliavano di mangiare brioches…). Anche il quadretto familiare raccolto attorno al vecchio maresciallo che narra la sua storia sa molto di oleografia. Notevole, a far quasi da contrappunto al sentore dolciastro del racconto, è comunque il tremendo finale, nel quale la narrazione tocca punte di un macabro realismo quasi cronachistico.
L’ultimo racconto, che è anche il più ampio ed articolato, ci regala un altro grande personaggio, il capitano Renaud detto Bastone di Giunco. Come negli altri racconti, la vicenda prende l’avvio dall’incontro tra questo vecchio soldato e un giovane uomo, che in questo caso è un ex soldato. L’incontro avviene la notte del 27 luglio 1830, dopo la prima delle Trois Glorieuses, le tre giornate che chiusero definitivamente la restaurazione ed a quell’epoca Vigny ha già dato le dimissioni dall’esercito da tre anni.
A differenza dei protagonisti dei due altri racconti, il capitano Renaud non è un uomo semplice, ma un ufficiale molto noto ed amato dai suoi soldati, di vastissima cultura e conoscenza dei più importanti affari politici del periodo dell’impero: è un vero uomo d’onore, riservato e coraggioso, e in quanto tale appartenente ad un’altra epoca. Anche lui si trova a dover scegliere tra il dovere e il suo sentimento: pochi giorni prima dell’inizio della rivoluzione era in procinto di dimettersi, ma le ordinanze reali di mobilitazione lo avevano fatto tornare sui suoi passi; non gli piace sparare contro il popolo e gli operai ma deve farlo. Al giovane, che ha riconosciuto, racconta durante la calma notturna la sua intera vita, da quando, ancora bambino, ha seguito il padre ufficiale nella spedizione napoleonica in Egitto, sino all’ultimo assalto dell’impero morente nel 1814. Il racconto è costellato di episodi significativi, dai quali emerge la meschinità del potere, percepita fino in fondo quando il giovane Renaud assiste non visto ad un colloquio tra Napoleone e Pio VII, l’importanza dell’onore e della parola data, ma soprattutto il tormento che proprio il senso dell’onore genera nel soldato, che lo spinge ad affermare, proprio dopo l’ultimo assalto: ”Che differenza c’è fra me e un assassino?”
Renaud, il soldato stanco di esserlo che però non rinnega nulla, perché in ciò che ha fatto ha sempre anteposto l’onore all’interesse personale diviene, pagina dopo pagina e quasi nonostante le intenzioni dell’autore, un grande accusatore dell’assurdità e della tragicità della vita e dell’etica militare, sino al suo splendido sacrificio finale, ormai necessario contrappasso, colmo com’è di rimandi alle sue vicende pregresse.
Dopo tre racconti di questo tenore, in particolare il primo e l’ultimo, suonano quasi false le ultime pagine, nelle quali Vigny torna ad esaltare l’onore, il senso del Dovere e la fedeltà alla parola data come le virtù che anche quando gli eserciti spariranno dovranno guidare l’umanità.
Servitù e grandezza della vita militare è un libro memorabile, che ci regala almeno due autentiche perle sotto forma di racconti, che accomuna – nella visione di Vigny – il soldato al poeta di cui si era occupato in Stello, entrambi figure di paria, che devono o sono costretti a stare ai margini della società per poterci donare le medicine di cui la società necessita. Quella di Alfred de Vigny è una visione del mondo senza dubbio elitaria, ma forse proprio questa visione ci ha saputo regalare alcune pagine di una meravigliosa modernità, sulle quali possiamo riflettere ancora oggi.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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