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Nascita dell’eroe borghese (in tono minore)

Recensione de Il colonnello Jack, di Daniel Defoe

Garzanti, Grandi libri, 2002

Alla faccia dell’odierna fobia per le anticipazioni della trama (lo spoiler, come oggi si chiama in ossequio ad una prona genuflessione a tutto ciò che sa di ameregano che sfiora ormai il tragicamente ridicolo e certifica – se ve ne fosse bisogno – la morte cerebrale dell’intelligenza collettiva di questo Paese) il titolo originale di questo libro è The History and Remarkable Life of the truly Honourable Col. Jacque, commonly call’d Col. Jack, who was Born a Gentleman, put ‘Prentice to a Pick−Pocket, flourish’d Six and Twenty Years as a Thief, and was then Kidnapp’d to Virginia; Came back a Merchant, was Five times married to Four Whores, went into the Wars, behav’d bravely, got Preferment, was made Colonel of a Regiment, retunrn’d again to England, follow’d the Fortunes o the Chevalier de St. George, is now Abroad compleating a Life of Wonders, and resolves to dye a General.
Lo segnalo sia per la inusitata lunghezza, del resto comune a molti volumi scritti nei primi secoli dopo l’invenzione della stampa, ma anche per ciò che ritengo un piccolo errore commesso nell’introduzione di Giorgio Spina all’edizione Grandi Libri Garzanti (2002) da me letta, la cui perpetuazione ci può far riflettere sulle modalità di trasmissione dell’informazione nell’era di Internet.
Non sono un perfetto conoscitore dell’inglese, che però mi sforzo di parlare correntemente; per quanto posso capire la frase was Five times married to Four Whores potrebbe essere tradotta con si sposò cinque volte con quattro sgualdrine ( e ciò avviene nel romanzo: il protagonista si sposa cinque volte, ma l’ultima volta risposa la prima moglie, anche se a rigori la quarta moglie non lo tradisce, morendo di vaiolo dopo pochi anni di matrimonio).
Nell’introduzione al romanzo compare la traduzione italiana del lungo titolo, senonché la frase diviene … sposò quattro mogli, e cinque di loro si rivelarono sgualdrine; una svista di Spina, che però la attribuisce a Defoe, commentando al proposito: “su quattro mogli addirittura cinque sono sgualdrine. La svista dell’autore, oltre ad essere conseguenza, insieme ad altre incongruenze del testo, dei serrati ritmi di scrittura, è anche sintomo di una chiara tendenza al sensazionalismo di stampo giornalistico, condivisa con un certo filone della letteratura del tempo.” Se in senso generale l’osservazione è corretta, visto che oggettivamente Il colonnello Jack è un romanzo in cui le incongruenze narrative abbondano, scritto essenzialmente a fini di reddito in un tempo brevissimo e che necessitava per vendere di un titolo sensazionalistico, è curioso che essa venga ricavata da un banale errore di traduzione che semmai testimonia l’approssimazione dell’autore nello scrivere l’introduzione (forse anche da lui scritta in fretta per onorare vincoli contrattuali). Ma vi è di più: il lungo titolo, esattamente come tradotto da Spina, fa bella mostra di sé anche all’inizio della pagina italiana di Wikipedia dedicata al romanzo, subito sotto quello originale. Se ne arguisce che il redattore della pagina dell’enciclopedia online ha copiato pari pari il titolo tradotto dal volume Garzanti, senza preoccuparsi di confrontarlo con quanto da lui stesso scritto poco sopra; tutto ciò a testimonianza dell’originalità delle pagine di Wikipedia e della loro attendibilità.
Dopo questo piccolo inciso iniziale veniamo al romanzo e al suo autore. Nell’immaginario collettivo di molti lettori Daniel Defoe è essenzialmente l’autore del Robinson Crusoe, la cui fama ha oscurato tutte le altre sue opere: contando i volumi disponibili in una delle più fornite librerie in rete, ho constatato che su un totale di 68 titoli in italiano, ben 44 riguardano edizioni del Robinson, mentre solo 24 sono dedicati alle altre opere dell’autore inglese. Questa fama parziale di Defoe è ulteriormente condizionata dal fatto che, sempre nell’immaginario collettivo e diffuso, Robinson Crusoe è considerato un libro per ragazzi. Molti altri grandi classici sono stati adattati per i ragazzi, ma forse nessun altro grande autore è stato e continua ad essere identificato in senso così unilaterale come Defoe. Eppure questo autore è di fatto uno dei principali fondatori del romanzo borghese moderno, e alcune delle sue altre opere meritano un’attenzione tutt’altro che marginale.
Robinson Crusoe, lungi dall’essere semplicemente un romanzo d’avventura è di fatto il manifesto ideologico della nascente borghesia britannica, il romanzo nel quale vengono esaltati lo spirito d’intraprendenza, la capacità individuale di sopravvivere e progredire lottando contro i fattori avversi e, non ultimo, il diritto/dovere dell’uomo bianco di utilizzare le risorse naturali del mondo, comprese le popolazioni indigene, per aumentare il proprio benessere. Per inciso, mi azzardo a dire che proporlo ai giovani risponde perfettamente alla necessità di inculcare loro da subito i valori in cui credere.
Nella Gran Bretagna del 1719, in cui da poco sono stati emanati gli Enclosures acts che rivoluzioneranno l’agricoltura e che si avvia alla prima rivoluzione industriale, il Robinson ha un enorme successo editoriale, tanto che l’autore ne darà alle stampe ben due sequel, per la verità non memorabili, nel giro di un anno. Robinson Crusoe è il perfetto prodotto sovrastrutturale rispetto ad un inarrestabile movimento della società britannica, tanto che Marx ne analizzerà il contenuto durante la redazione de Il Capitale.
La modernità di Defoe, il suo essere organico rispetto all’ascesa della borghesia nella società britannica non è però solo rintracciabile nella sua opera maggiore, ma più in generale nella sua vicenda umana e culturale. Robinson Crusoe, primo romanzo di Defoe se si eccettua The Consolidator, romanzo satirico anticipatore della fantascienza, esce quando il suo autore ha quasi sessant’anni: in precedenza Defoe è stato imprenditore (fallito), uomo politico legato al partito dei whigs, polemista, giornalista e spia (costituendo probabilmente con queste due ultime occupazioni il preclaro esempio cui si ispirano noti personaggi dell’Italia contemporanea). Dopo il clamoroso successo del suo romanzo maggiore scrisse, nei successivi cinque anni, altri otto romanzi, in una frenetica attività letteraria legata a precise esigenze commerciali: mentre alcuni di essi, su tutti forse Moll Flanders, posseggono le stimmate del capolavoro, altri hanno avuto una minor fortuna anche a causa di oggettivi limiti intrinseci.
Tra questi ultimi vi è sicuramente Il colonnello Jack, che sicuramente non è, come tenterò di illustrare, un capolavoro letterario ma è sicuramente un romanzo importante per analizzare la weltanshauung di Defoe e della classe sociale di cui era in qualche modo intellettuale organico.
Secondo uno schema narrativo usuale in Defoe e comune a molti romanzi del ‘700 anglosassone, Il colonnello Jack si presenta sotto forma di biografia narrata dal protagonista, che ormai anziano racconta la sua vita. Un primo elemento da sottolineare sono a mio avviso le sue origini. Egli infatti è figlio di una signora e di un uomo di lustro (probabilmente un colonnello, da cui il nomignolo affibbiatogli sin da bambino) che lo affidano appena nato ad una balia, insieme ad ”… un bel gruzzolo perché [la balia] mi levasse d’attorno, risparmiando a lui e a mia madre le seccature che in genere accompagnano la disgrazia di avere un figlio che dovrebbe attirare pochi sguardi e meno chiacchiere.” Un figlio illegittimo di estrazione comunque elevata, il che il qualche modo giustifica a priori la sua nobiltà d’animo, intelligenza e fortuna.
La prima parte del romanzo è secondo me anche la più riuscita e la più significativa. Il giovane Jack, perduta la balia, si ritrova senza mezzi di sostentamento, costretto a dormire insieme ad altri ragazzini tra le scorie di una vetreria, al tepore dei suoi forni. Sono pagine che sembrano anticipare Dickens, anche se manca in Defoe (che, non dimentichiamolo, scrive oltre un secolo prima) la capacità di rendere le atmosfere dei bassifondi della grande città, sostituite in qualche modo da minuziosi ancorché aridi elenchi di vie, vicoli e piazze attraversate dal protagonista. Jack diventa un ladro provetto, grazie all’insegnamento di un professionista cui si associa, ma è sempre tormentato dalla coscienza di fare il male, e ben presto rifiuta il salto di qualità dal furto con destrezza alla rapina violenta. L’episodio chiave di questa prima parte del romanzo è la restituzione da parte di Jack di quanto rubato ad una povera signora. Successivamente Jack si reca, per paura della giustizia, in Scozia con un compare che intende continuare a vivere di furti, e con il quale entra presto in contrasto.
Prevale in questa prima parte un realismo narrativo che, al netto delle lacune tipiche dell’autore, le rendono sicuramente gradevoli alla lettura e importanti nella Storia del romanzo moderno. Defoe usa infatti una lingua bassa, resa bene dalla pur datata traduzione di Nemi D’Agostino, che se può apparire stilisticamente raffazzonata rende perfettamente le vicende narrate, accanto alla continuità del racconto, non suddiviso in capitoli. Il giovane Jack è una vittima delle ingiustizie sociali, costretto a rubare dalla condizione in cui si trova a vivere, ma spinto sin da subito a cercare di elevarsi da tale condizione, agendo in due direzioni, entrambe estremamente significative rispetto ai valori che Defoe intendeva evidenziare. Da un lato vi è l’anelito del giovane Jack a combattere le ingiustizie di cui è vittima e a redimersi, simboleggiato come detto dalla restituzione del maltolto a chi sta peggio di lui, ma anche dal viaggio in Scozia, che assume i caratteri di un vero e proprio viaggio interiore verso la conquista della rettitudine. Ancora più significativo a mio avviso, in quanto direttamente connesso ad un preciso assunto della morale borghese e protestante, è il fatto che il denaro accumulato da Jack rubando portafogli a mercanti e giocatori di borsa, puntigliosamente conteggiato, non solo non sia oggetto di riprovazione da parte dell’autore/narratore, ma costituisca – affidato nelle sagge mani di un onest’uomo – la base delle successive fortune di Jack.
Nella seconda parte del libro ritroviamo Jack, dopo una breve esperienza come soldato, schiavo in una piantagione di tabacco della Virginia. Da qui in poi il romanzo scade nettamente da un punto di vista letterario, divenendo nella parte centrale quasi un libro a tesi, che conserva nondimeno una sua importanza per permettere al lettore di capire ciò che Defoe voleva trasmettere al suo pubblico e presumibilmente anche ai governanti dell’epoca. Jack infatti diviene in breve il consigliere del suo padrone, al quale propone metodi di gestione delle piantagioni basati su un trattamento più umano degli schiavi negri. Durante lunghi colloqui tra i due, che assumono la forma di veri e propri dialoghi filosofici, Jack dimostra al padrone che trattare meglio gli schiavi li rende più fedeli e migliora la produttività del loro lavoro. Dato che i negri sono piuttosto primitivi, è necessario minacciarli delle più terribili punizioni corporali per poi magnanimamente perdonarli: si otterrà così una fidelizzazione degli schiavi che li porterà a lavorare con maggiore impegno e soddisfazione, e verrà meno il pericolo di rivolte.
Il borghese e progressista Defoe in altri termini non mette minimamente in discussione il sistema schiavistico su cui è basata la florida economia delle colonie americane; la sua indulgenza nei confronti degli schiavi non è generata da un astratto umanitarismo, ma dalla constatazione che un loro miglior trattamento si traduce in una maggiore produttività: se qualcuno, nonostante il trattamento clemente, continua a creare problemi, potrà essere tranquillamente venduto ad un altro padrone.
Come premio per i preziosi consigli Jack viene liberato dal suo padrone che gli dona una piccola piantagione nella quale applicherà i suoi principi gestionali, divenendo in breve tempo molto ricco.
Sono queste pagine lunghe e a tratti noiose, esemplari però come detto per comprendere meglio la funzione politica attribuita da Defoe ai suoi romanzi.
Accanto a questa, e più importante di questa, l’autore aveva però anche la necessità di divertire il suo pubblico, di vendere copie: per questo era necessario che il romanzo fosse avventuroso, e per questo Jack, ormai ricco, decide di tornare in Inghilterra, affidando le sue piantagioni ad una sorta di alter ego che lo ha avvicinato alla religione e gli ha aperto gli occhi sul ruolo della Provvidenza nella sua vita e sulla sua fortuna; catturato dai francesi durante la traversata, diviene in seguito di nuovo soldato (questa volta però ufficiale con un reggimento da lui assoldato) distinguendosi nelle campagne d’Italia contro gli austriaci. In questo periodo sposa le famose quattro donne, ma tutti i matrimoni finiscono male. Tornato in Virginia ritrova casualmente una delle sue mogli e la risposa. Quando il romanzo sembra ormai finito, Jack improvvisamente riparte per nuove avventure tra Messico e Cuba (essenzialmente in quanto Defoe aveva necessità di scrivere il numero di pagine concordato con l’editore) sinché non si ferma per scrivere le sue memorie.
Il colonnello Jack è quindi a mio avviso un romanzo nettamente diviso in due, o meglio in tre: nella prima parte, che narra del giovane Jack e delle sue traversie di ladro, l’equilibrio tra capacità narrativa e intenti morali porta ad una lettura piacevole ed avvincente anche per il lettore moderno. Nella seconda parte prevale nettamente l’intento pedagogico dell’autore, e nella terza si percepisce stancamente come le ultime avventure di Jack servano solo a solleticare il pubblico per fare cassetta.
Complessivamente il romanzo è a mio avviso più importante che bello, in quanto permette al lettore, pur tra qualche sbadiglio e voglia di finirla, di entrare in un mondo culturale che ancora oggi informa i meccanismi del nostro sentire comune: come non vedere infatti, nell’approccio utilitaristico di Defoe alla schiavitù, precise assonanze con chi oggi dice che gli immigrati ci servono e devono essere integrati perché fanno i lavori che non vogliamo più fare? Come non vedere similitudini tra la misoginia di Defoe e l’immagine ancora oggi consolidata della Donna? Del resto il mondo in cui viviamo, il suo sistema di valori è ancora (purtroppo, dico io) quello di cui Defoe è stato uno dei primi cantori.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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