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I marziani di Dick siamo davvero noi

Recensione di Noi marziani, di Philip K. Dick

Fanucci, 25 anni per 25 libri, 2007

Pare proprio che molti dei romanzi di Philip K. Dick abbiano titoli originali difficilmente traducibili in italiano, ragion per cui i nostri editori sono costretti ad arrabattarsi per trovarne altri che risultino plausibili rispetto alle vicende narrate.
Devo dire che, almeno negli ultimi due casi in cui mi sono imbattuto sinora, questo esercizio ha dato buoni risultati, nel senso che i titoli italiani, pur perdendo inevitabilmente il potere evocativo di quelli originali, sanno richiamare altri elementi fondanti dei romanzi, non meno importanti.
Così, Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb che diviene Cronache del dopobomba fa perdere indubbiamente il riferimento ironico al capolavoro di Kubrick, ma dà conto perfettamente del carattere di cronaca della ricostruzione di una piccola comunità dopo l’olocausto nucleare che è il tratto saliente del romanzo.
Lo stesso dicasi per Noi marziani, che nell’originale suona Martian time-slip. Come vedremo, il tema dello scivolamento del tempo, della sua liquidità è uno dei fulcri del romanzo, attorno al quale è costruita la figura del protagonista, il bambino autistico Manfred Steiner; è però altrettanto importante notare sin da subito che l’ambiente e la società marziana che Dick presenta al lettore è di fatto la scoperta trasposizione della società statunitense (ed occidentale) degli anni ‘60 ed anche di oggi, della sua storia, dei suoi caratteri costitutivi, della crudeltà e delle meschinità che caratterizzano i rapporti tra le persone, ed in questo senso si può davvero dire che i marziani che si incontrano nel romanzo siamo proprio noi.
Se in Cronache del dopobomba l’attenzione dell’autore è rivolta ad indicare i tratti di una possibile rigenerazione della società dopo la catartica tragedia nucleare, Noi marziani, scritto quasi contemporaneamente in quello stesso 1962, si concentra sul prima, sia pur traslandolo su Marte e nel 1994.
Come in altre sue opere e più che in altre sue opere, in Noi Marziani l’involucro fantascientifico serve a Dick per parlare del mondo in cui vive, per raccontare la sua America, dominata da grandi potentati economici che assumono tratti criminali, sempre più disumanizzata e disumanizzante, in cui si muovono personaggi il cui orizzonte familiare piccolo-borghese è talmente disgregato da risultare sopportabile – quando lo è – solo per il tramite dell’ottundimento da tranquillanti o del tradimento.
Tutto questo Dick lo racconta non uscendo da quelli che ritengo essere i limiti strutturali della sua prosa, ma in questo caso mi sento di dire che tali limiti sono meno evidenti, e che Dick riesca meglio che in altre opere a compenetrare l’involucro e il nocciolo del romanzo, a dare una buna dose di compattezza al romanzo, almeno sino alle ultimissime pagine nelle quali si assiste ad una rovinosa caduta.
Forse questa compattezza deriva dalla storia della scrittura di questo romanzo: sembra infatti che Dick abbia scritto Noi marziani riadattando il manoscritto di uno dei romanzi non fantascientifici cui si era dedicato con scarsissimo successo negli anni precedenti. Il nucleo del romanzo sarebbe quindi, accettando questa ipotesi, di genere realistico e ad esso Dick avrebbe sovrapposto l’ambientazione marziana. Così facendo Dick avrebbe forgiato, per così dire, gli elementi fantascientifici della storia al fine di accentuare e di esasperare le contraddizioni sociali e le angosce esistenziali che fanno da sfondo alla vicenda narrata.
Come detto, siamo su Marte nel 1994. Nel decennio precedente è iniziata la colonizzazione del pianeta rosso, dove c’è acqua (i famosi canali di Marte) ed un’atmosfera respirabile, favorendo l’emigrazione da una Terra sovraffollata e sempre più inquinata. Sembra di capire che esista una sorta di governo terrestre globale, assicurato dall’ONU; su Marte vi sono colonie di varie nazioni. L’acqua però è scarsa, e solo poche porzioni del pianeta sono state colonizzate; di fatto la colonizzazione si è ormai fermata. I terrestri hanno trovato sul pianeta una antica civiltà, i Bleekman, già in decadenza prima del loro arrivo, che hanno ulteriormente marginalizzato costringendoli a vivere nel deserto oppure addomesticandoli a svolgere i lavori più umili.
In questo ambiente fatto di canali di acqua giallastra e razionata, di fattorie e campi ormai scarsamente produttivi, di deserto ostile e di mercato nero per i costosissimi beni che giungono dalla terra (soprattutto cibi prelibati) conosciamo i Bohlen, immigrati da pochi anni che vivono in una casetta al margine del deserto. Jack Bohlen è un abile riparatore elettronico che ha un padrone cinese; sua moglie Silvia, insoddisfatta anche perché spesso il marito è costretto a dormire fuori per lavoro, si imbottisce di tranquillanti, mentre David, unico figlio della coppia, frequenta la scuola pubblica in un vicino agglomerato.
Vicini di casa dei Bohlen sono gli Steiner, il cui capofamiglia ha una attività di commercio di cibi terrestri. Oltre alla moglie vivono con lui le quattro figlie, ma presto veniamo a sapere che esiste un quinto figlio, Manfred, rinchiuso in un istituto in quanto autistico, di cui gli Steiner si vergognano, e di cui quindi non parlano mai. I soggetti anomali, infatti, vengono emarginati dalla società, e sulla Terra è in discussione un progetto di legge che prevede la loro soppressione.
Nei primi capitoli il lettore fa anche la conoscenza di Arnie Kott, potentissimo capo del sindacato degli idraulici, corrotto e senza scrupoli, che vive nel lusso dominando la città di Lewistown. Probabilmente per il personaggio di Arnie Kott Dick si è parzialmente ispirato a Jimmy Hoffa, il potente e controverso leader degli autotrasportatori che proprio nei primi anni ‘60 era all’apice del suo potere.
Come in altri romanzi di Dick, il romanzo riflette l’interesse dell’autore (per la verità piuttosto dilettantesco) per alcune forme di patologia psichica, in particolare in questo caso la schizofrenia e l’autismo. L’assunto alla base del romanzo è che lo schizofrenico e l’autistico, in forme diverse e con diversi gradi di intensità, abbiano una percezione diversa dello scorrere del tempo, il che permette loro in qualche modo di scivolare nel futuro: da qui la loro impossibilità di comunicare con il presente.
Convintosi di ciò, Arnie Kott vuole servirsi di Manfred Steiner e delle sue capacità paranormali per mettere le mani su una grossa speculazione edilizia che l’ONU sta programmando nel deserto, comunicando con lui attraverso Jack Bohlen, che ha un passato non concluso di schizofrenico.
Le vicende del romanzo, come spesso accade in Dick, sono molto articolate, coinvolgono molti personaggi minori, sono ricche di colpi di scena e spesso drammatiche: mi sembra corretto pertanto lasciarle alla scoperta del lettore. Vorrei però soffermarmi ad analizzare un po’ più in dettaglio l’universo, sia ambientale, sia sovrastrutturale sia umano, costruito da Dick, perché lo ritengo l’aspetto più interessante del romanzo e – come detto sopra – uno dei suoi punti di forza rispetto ad altre opere dell’autore da me lette.
Il pianeta Marte di Dick è un luogo desolato, un ambiente ostile alla vita sociale dove le risorse sono limitate, solcato da canali di acqua malsana e scarsa, i cui insediamenti riflettono i vizi e le virtù delle nazioni che li hanno fondati e su cui dominano un superpotere – l’ONU – vagamente nazista e corrotti comitati d’affari locali. Dick a tratti è capace di far percepire al lettore l’atmosfera dei luoghi anche attraverso segni esteriori, come quando descrive i pesanti e lenti trattori-autobus che arrancano tra nuvole di polvere nel deserto trasportando persone e cose.
I coloni sono innanzitutto delle vittime: sono stati convinti a trasferirsi su Marte prospettandogli un futuro radioso (”Ci avevano promesso tante cose, all’inizio…” dice Silvia Bohlen nel primo capitolo del libro) e ora si trovano a litigare per un goccio d’acqua sporca, a mangiare cibi di m… e a dover pagare una fortuna per ogni cosa che giunge dalla Terra. In sostanza sono stati mandati via dalla Terra per renderla meno sovrappopolata. Oltre che vittime sono però anche oppressori, perché hanno ridotto gli antichi originari, i Bleekman custodi di una sapienza ancestrale, a schiavi, togliendo loro le poche terre fertili, scacciandoli nel deserto od addomesticandoli. Nei Bleekman, che l’autore descrive come simili all’uomo, derivando entrambe le specie da un antenato comune, e neri, è facile vedere una raffigurazione, a cavallo tra i nativi nordamericani e la minoranza nera, delle sofferenze inflitte alle minoranze nella società statunitense. Ironicamente significativa, in questo senso, è la protezione formale che, dopo il loro pratico genocidio, la legislazione ONU riserva ai Bleekman, secondo la quale chi li avvista nel deserto deve obbligatoriamente offrirgli assistenza. Più in generale, come nota Carlo Pagetti nella sua introduzione, questa organizzazione sociale ”… non è forse uno spaccato – sganciato da ogni localizzazione temporale – del Sogno americano trasformato in un incubo metastorico? Non è questa … la parodia delle colonie americane delle origini, della frontiera del West, del capitalismo rampante esportato oltre ogni confine?”. Non si può che dargli ragione ed espandere questo spaccato sino all’oggi.
Altro elemento che ritengo di estrema importanza nella narrazione è il posto che vi occupano la Scuola e l’insegnamento. Come detto, David Bohlen, il figlio di Jack, frequenta, come tutti i bambini e ragazzi normali di Marte, la Scuola Pubblica. In uno dei primi capitoli Jack è mandato dal suo principale ad effettuarvi una riparazione. Il lettore scopre così che gli insegnanti sono dei robot molto evoluti, che instaurano un dialogo con i bambini che si siedono liberamente accanto a ciascuno di loro. Ciascun robot è depositario di un pezzo di conoscenza, e ciascuno ha le fattezze di un personaggio del passato: esistono quindi un Mark Twain, un Giulio Cesare, un Abramo Lincoln, e così via; tra gli altri c’è anche il Bidello iracondo, che sbraita ai ragazzi e il cui compito è insegnare ”… ai ragazzi a rispettare la proprietà. Una figura severa ma giusta, secondo il concetto su cui si basano gli Insegnanti.”
A parte l’ironica constatazione che spesso i circuiti di cui gli insegnanti sono fatti si rompono e questi ultimi di conseguenza si incantano, è notevole a mio avviso il fatto che Dick presenti la scuola come il luogo della creazione del consenso, della instillazione di un sapere preconfezionato, addirittura robotizzato, dell’espulsione di ogni coscienza critica. In uno dei momenti in cui Jack Bohlen riflette sul mondo in cui vive, Dick ci regala un passo a mio avviso rivelatore: Jack afferma che la scuola va contro i suoi principi, in quanto ”… non era là per informare ed educare, ma per plasmare e, per di più , plasmare secondo linee rigidamente limitate…” e, poco oltre, di non poter ”accettare la Scuola Pubblica, con i suoi Insegnanti Meccanici, come unico arbitro di ciò che era valido o no. Poiché i valori di una società sono un flusso continuo, e la Scuola Pubblica costituiva un tentativo di stabilizzare quei valori, di cristallizzarli in un punto fisso… d’imbalsamarli”. Molto significativo è il fatto che Manfred, l’anomalo che percepisce la realtà in modo diverso, riuscirà a mandare in crisi la pseudologica degli insegnanti-robot.
Una ulteriore notazione intendo riservarla alla disamina del mondo familiare di Jack Bohlen, in particolare alla figura di sua moglie Silvia. Si tratta di un personaggio minore del racconto, che appare solo in alcuni suoi punti, ma a mio avviso Silvia Bohlen è uno dei personaggi più riusciti del romanzo.
Il suo orizzonte esistenziale è squisitamente piccolo-borghese, nel senso più deleterio che si possa attribuire a questa catalogazione. Immersa nella sua villetta unifamiliare con giardino annesso, sin dall’inizio la vediamo alle prese con i vicini Steiner, da cui la separano piccole beghe e meschinità. Come detto si imbottisce di tranquillanti, per dimenticare i disagi materiali e morali della sua vita su Marte e la sua insoddisfazione di moglie con un marito che rimane troppo fuori per lavoro. Invidia l’amica che ha già avuto sei amanti, ma sembra incapace di compiere il grande passo, sinché non verrà convinta dai sillogismi dell’amica volti a dimostrare che nell’adulterio ci guadagnano tutti e da … una scatola di caviale. Credo si possa parlare di pura perfidia da parte di Dick nella caratterizzazione di questa donna. Eppure, nel finale che considero disastroso ma nello stesso tempo tipico degli insormontabili limiti di Dick, è a questa donna, pentita di ciò che ha fatto, che Jack – anch’egli adultero – tornerà, ed insieme ricostruiranno l’armonia familiare, unico antidoto alla disgregazione sociale e alla durezza del vivere. Nell’ultima pagina vediamo Silvia, redenta, preparare la tavola e andare sulla soglia di casa per chiamare Jack, anch’egli redento, e il padre di lui: sa che non verranno subito, in quanto troppo occupati, ma li chiama comunque, ”… perché quello era il suo compito”. No comment, se non per dire che un finale di questo tipo rischia di uccidere un romanzo tutto sommato ben costruito, anche se non immune dalle usuali ingenuità (il lettore cerchi ad esempio il saluto dei Bleekman) e discontinuità nell’intensità della narrazione.
Alcune notazioni finali, a mo’ di curiosità. Ho già parlato della scuola Pubblica immaginata da Dick: è uno degli elementi profetici del libro, perché credo di poter dire che oggi la Scuola, non solo nel nostro paese, stia andando, fra test, alternanza scuola-lavoro ed altro, esattamente nella direzione di plasmare, non di educare. Non è però l’unica profezia che il lettore potrà trovare realizzata nel felice mondo globalizzato in cui viviamo. Segnalo solo due piccoli elementi che mi hanno colpito, perché frutto del caso (ma esiste il caso?).
Il primo è questo. L’unica parola che Manfred ripete è putrìo, ad indicare il disfacimento, il degrado che lo circonda. Nell’originale il termine è gubble, dotato di una strana assonanza con una delle presenze che sovrintendono ormai alla nostra informazione ed educazione globale.
Il secondo. L’edificio immaginato da Manfred, che verrà costruito dall’ONU nel deserto e subirà un rapido degrado, ha un nome che deriva da un verso di Schiller, ripreso da Beethoven nell’Inno alla gioia: Alle Menschen werden Brüder, il cui acronimo, usato nel romanzo, è AM-WEB.
Diavolo di un Dick!

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

3 pensieri riguardo “I marziani di Dick siamo davvero noi

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