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Tra satira e melodramma: esigenze del mercato e creatività in un grande (e grosso) romanzo

Recensione di Martin Chuzzlewit, di Charles Dickens

Adelphi, gli Adelphi, 2007

Quasi sette anni sono passati dalla mia ultima lettura di un romanzo di Dickens. È stato un grande piacere quindi scoprire che il mio metodo di lettura mi stava riportando nel mondo di questo grande autore. Se forse Dickens non può essere considerato scrittore di grandezza assoluta – troppi essendo i condizionamenti derivantigli dall’essere organico alla nascente industria culturale britannica – è a mio avviso indubbio che sia uno dei più grandi narratori di ogni tempo, con una capacità creativa straordinaria, in grado di produrre un mix unico di affabulazione e umorismo che (almeno nelle sue opere maggiori) non può non affascinare il lettore contemporaneo che ami i classici.
Affrontando uno dei quindici grandi romanzi di Dickens ci si trova di fronte ad alcuni inconfondibili marchi di fabbrica. Innanzitutto la mole: quasi tutti i suoi romanzi superano, nelle usuali edizioni economiche moderne, le 500 pagine, ed alcuni si spingono oltre le 1000. Queste dimensioni di scrittura hanno una motivazione ben precisa: Dickens, autore di successo, pubblicava i suoi romanzi a puntate settimanali o mensili, e naturalmente l’editore aveva tutto l’interesse a richiedere all’autore opere lunghe, in grado di fidelizzare i lettori per molto tempo. La pubblicazione a puntate è all’origine anche di un altro dei tratti riconoscibili nelle opere di Dickens: la suddivisione in capitoli che in genere si interrompono con qualche elemento di suspense o di incertezza, in modo da chiamare la lettura della puntata seguente. Peculiare dello stile di Dickens è anche la compresenza di elementi drammatici, satirici e patetici, e di personaggi, molti indimenticabili altri francamente meno, che incarnano tali elementi. Questi tratti si traducono poi spesso in una complessità ed articolazione delle vicende narrate, che a volte risulta non del tutto agevole seguire e possono dare l’idea di una certa confusione narrativa.
Martin Chuzzlewit può essere considerato a buon diritto una sorta di summa di questi tratti salienti della scrittura dickensiana, con i suoi grandi pregi e i suoi pochi difetti congeniti.
Le 1289 pagine di questo eccellente volume Adelphi, impreziosito dalle tavole originali di Phiz, che – pur mortificate dal formato tascabile – emanano comunque la loro magia, possono incutere al lettore un certo timore reverenziale. Superatolo ed addentrandosi nella lettura, egli conoscerà alcuni personaggi memorabili ed altri quasi stucchevoli per il loro profilo melodrammatico; troverà pagine intrise di una cupa ironia e di una satira sferzante nei confronti dell’ipocrisia e dell’egoismo generati dai valori di una organizzazione sociale dominata dal denaro e dalla ricerca del suo possesso, pagine drammatiche ed altre da cui sgorga un buonismo ed un paternalismo improbabili ed insopportabili; dovrà stare attento a non perdersi seguendo i molti personaggi e le loro intricate vicende. Giunto all’ultima pagina capirà di essersi trovato di fronte al vero Dickens romanziere e deciderà se amarlo od odiarlo.
Un romanzo quindi a mio avviso importante per addentrarsi nelle tante sfaccettature della poetica dickensiana, che segna un passaggio tra le opere della prima fase narrativa dell’autore e quelle della maturità, ma che stranamente nel nostro Paese non ha avuto molta fortuna editoriale. L’edizione Adelphi è l’unica reperibile in libreria, e prima di essa ho rintracciato solamente gli storici tre volumi della BUR grigia risalenti al 1963. Si pensi, a confronto, che oggi in libreria sono disponibili una trentina di edizioni diverse do Oliver Twist, una dozzina de Il circolo Pickwick e una decina di Grandi speranze.Martin Chuzzlewit, sesto romanzo di Dickens, fu scritto a partire dall’autunno del 1842. Dickens, che era già una sorta di star letteraria in tutto il mondo anglosassone, all’inizio di quell’anno aveva compiuto un viaggio di cinque mesi negli Stati Uniti, tenendo conferenze e letture: nonostante l’accoglienza trionfale tornò molto deluso dall’incontro con la società statunitense, che aveva ritenuto basata sui valori dell’uguaglianza e della giustizia. Il viaggio gli rivelò invece un Paese volgare, violento e supponente, convinto della propria superiorità morale e di avere una missione salvifica nel mondo, che mentre si riempiva la bocca con la retorica della libertà basava il proprio sistema produttivo sulla schiavitù e dove il denaro era la misura di ogni virtù. Più prosaicamente, le sue critiche, raccolte come impressioni di viaggio nelle American notes, derivavano anche dal fatto che, per la mancanza di una adeguata legge sui diritti degli autori, le sue opere venivano vendute liberamente negli USA senza garantirgli entrate.
Proprio la critica della società statunitense costituisce uno dei grandi temi di Martin Chuzzlewit, e i capitoli che narrano le peripezie del protagonista che va oltreoceano in cerca di fortuna con il fido Mark Tapley sono sicuramente tra i più frizzanti del romanzo. Al fine di dare un’idea della concretezza e della radicalità dell’analisi di Dickens, riporto, nella bella traduzione di Bruno Oddera, un brano a mio avviso molto significativo di queste pagine americane, nelle quali gli interventi diretti dell’autore, altro tratto tipico del suo stile narrativo, si intensificano. Martin partecipa ad una occasione mondana ed ecco il commento di Dickens: ”La conversazione era ben poco interessante, a dire il vero, e per la maggior parte poteva compendiarsi in una sola parola: dollari. Tutte le preoccupazioni, le speranze, le gioie, gli affetti, le virtù, le conoscenze di quei gentiluomini sembravano fondersi in dollari. Qualunque fosse il loro contributo al pentolone in ebollizione lenta dei loro discorsi, esso non faceva che inspessire l’intruglio a furia di dollari. Gli uomini venivano soppesati in base ai dollari che possedevano e misurati con lo stesso criterio; la vita veniva posta all’asta, valutata, fatta salire o diminuire di prezzo, in base ai dollari che valeva. Subito dopo i dollari, in ordine di importanza, veniva qualsiasi iniziativa che si proponesse di guadagnarne.” Molti sono gli aspetti della società e della mentalità statunitense presi di mira da Dickens, dalla politica alla stampa, dal nascente militarismo al disprezzo per la cultura alle abitudini volgari dei più, ed è divertente constatare come avesse individuato con precisione alcuni fondamentali che sono (purtroppo) tutt’oggi ancora lì a definire lo spirito statunitense. Naturalmente oltreoceano il libro non venne preso bene: questa edizione si chiude con un breve postscriptum di oltre 20 anni dopo, nel quale l’autore sostanzialmente ritratta le sue critiche, richiamando quanto da lui detto durante una conferenza tenuta a New York a proposito della sua ammirazione per gli USA, per la generosità e magnanimità di quella nazione, per gli straordinari cambiamenti che vi aveva riscontrato. Probabilmente, azzardo, nel frattempo le questioni concernenti il diritto d’autore si erano risolte.
Se i capitoli americani costituiscono a mio avviso uno dei punti focali del libro, introdotti – a testimonianza della matrice commerciale dell’ispirazione di Dickens – per stuzzicare la curiosità dei lettori rispetto a vendite dei primi fascicoli mensili non soddisfacenti, è indubbio che a mio modo di vedere Martin Chuzzlewit sia soprattutto un romanzo fatto di personaggi, alcuni dei quali davvero indimenticabili. Il primo che ci viene presentato è un personaggio collettivo: i Chuzzlewit in quanto famiglia. Nel primo, breve e gustosissimo capitolo Dickens decanta l’antico lignaggio di questa stirpe, i cui rappresentanti nei secoli sono stati oscuri maneggioni, violenti, falliti, costruendo un’epica di caratteri che hanno attraversato la storia imbrogliando il prossimo e sgomitando invano per emergere, e facendo dei Chuzzlewit che si incontreranno nel romanzo gli epigoni di tali caratteri, adattatisi alle condizioni sociali in cui vivono.
Tra i numerosi personaggi del romanzo a mio avviso due emergono prepotentemente, tanto che potrebbero essere sicuramente inseriti in un ipotetico aggiornamento del Dizionario dei personaggi di romanzo di Gesualdo Bufalino: Mr. Pecksniff e Sairey Gamp.
Seth Pecksniff vive in un villaggio nei pressi di Salisbury. È vedovo ed ha due figlie in età da marito: Charity (che comincia per la verità ad essere già un poco passatella) e Mercy. È architetto e ospita giovani allievi ai quali insegna il mestiere. Già i nomi delle figlie rivelano molto della sua indole: Mr. Pecksniff è considerato dalla piccola comunità in cui vive e di cui è una delle guide morali, un benefattore, devoto e altruista. In realtà egli è un perfetto ipocrita, che agisce solo per il suo interesse materiale ma è capace di nascondere il suo egoismo dietro una patina brillante fatta di retorica della bontà e servilismo nei confronti dei potenti. Sfrutta i suoi allievi sia con rate esose sia ricavando compensi dai loro lavori, mira a maritare le figlie con dei buoni partiti che possano accrescere il patrimonio di famiglia, sa essere particolarmente crudele – sempre ammantandosi di una falsa bontà pelosa – quando gli conviene. Dickens – maestro nel tratteggiare i personaggi attraverso mix irresistibili di caratteri fisici e morali – ce lo presenta così: ”Si trattava di un uomo assolutamente esemplare, pieno zeppo di precetti virtuosi, più di un libro stampato. Taluni lo paragonavano ad un palo indicatore, che indica sempre la direzione per arrivare in una determinata località e non ci va mai. […] Di lui, persino la gola era morale. Se ne vedeva una gran parte. Si guardava oltre lo steccato assai basso di una cravatta bianca (della quale nessun uomo al mondo aveva mai visto il nodo, in quanto egli l’annodava posteriormente) e là essa giaceva, una valle tra due sporgenti cime di colletto, serena e sgombra dai peli.” Significativamente, Mr. Pecksniff è in realtà un Chuzzlewit, anche se di un ramo laterale. L’ipocrisia di Mr. Pecksniff si manifesta dunque essenzialmente con il suo linguaggio, attraverso il quale sistematicamente esprime verità che sono opposte al significato letterale delle cose che dice.
Il vero personaggio dickensiano del romanzo è però Sairey Gamp, che appare verso la metà del romanzo. Levatrice e infermiera a domicilio, anzianotta, piccola e rotondetta, sempre accompagnata dal suo ombrello scuro, Sairey è anch’essa un’ipocrita, ma la sua ipocrisia è irresistibilmente comica. Si occupa con la stessa indifferenza di nascite e di morti, maltratta bonariamente i pazienti che le vengono affidati, pretende pasti abbondanti dai parenti dei suoi assistiti ed è dipendente dall’alcool, cosa che ovviamente nega recisamente. Ma il vero colpo di genio di Dickens, che rende indimenticabile il personaggio, è la Signora Harris, una immaginaria amica di Sairey, par di capire della buona società, di cui lei parla spessissimo in quanto, a suo dire, non farebbe altro che tessere le sue (di Sairey) lodi. A differenza di quella di Mr. Pecksniff, l’ipocrisia di Sairey Gamp non si manifesta principalmente attraverso l’uso strumentale e distorto del linguaggio, ma attraverso la continua esposizione dei giudizi positivi espressi su di lei da un’altra persona, la Signora Harris, appunto, che però è stata inventata da Sairey stessa per questo scopo, cosa che rende l’ipocrisia dell’infermiera in qualche modo più simpatica di quella di Mr. Pecksniff.
In tema di ipocrisia va anche ricordato un personaggio minore ma significativo nell’economia complessiva del romanzo: si tratta di Mister Mould, impresario di pompe funebri che lucra sul dolore altrui con una indifferenza mascherata di partecipazione, mettendo plasticamente in evidenza come in una società basata sul profitto tutto possa essere trasformato in affari.
Oltre agli ipocriti nel romanzo vi sono anche i cattivi veri e propri, la cui caratteristica essenziale è di essere figli dei tempi, vale a dire essere animati nelle loro azioni dalla sete di denaro e dalla brama della scalata sociale. Sono questi i personaggi di gran lunga più cupi del romanzo, protagonisti degli episodi tragici.
I personaggi generalmente più deboli del romanzo sono quelli positivi, con l’eccezione a mio avviso notevole di Mark Tapley, il compagno delle avventure americane di Martin Chuzzlewit Jr. La sua filosofia bislacca (ma neppure tanto da un punto di vista strettamente logico) che il merito consiste nel cercare di essere felice in situazioni di infelicità e la sua praticità rispetto all’ingenuità di Martin lo avvicinano, sia pure in tono minore, al Sam Weller de Il circolo Pickwick.
Tom Pinch e sua sorella Ruth rappresentano a mio avviso la dimostrazione del pesante dazio che Dickens, scrittore commerciale, doveva pagare alle esigenze del mercato. Esempi di virtù e bontà perfetta, che sconfina a volte nell’idiozia, assicurano la dose di patetismo che il lettore vittoriano si aspettava di trovare nei romanzi popolari. Tom, in particolare, risulta persino fastidioso con la sua remissività e il perenne annullamento del suo io a favore degli altri, che si spinge sino a negare in letizia il suo amore per una donna quando la sa innamorata di Martin. Anche gli altri personaggi positivi che appaiono nel romanzo non si elevano rispetto al bozzetto di genere. In particolare i due personaggi che danno il titolo al libro sono, a mio avviso, tra i meno significativi e i più sbiaditi della compagine.
Altro dazio pagato ai lettori è il lieto fine, comune in Dickens ma che in questo romanzo raggiunge vette di contrasto con il succo pregresso delle vicende e di mielosità da farlo apparire del tutto posticcio. Forse anche Dickens se ne rese conto, se è vero che nell’ultimo capitolo, dopo cotanto melodrammatico lieto fine, aggiunge un ulteriore episodio comicamente crudele.
Le vicende di questi personaggi, e di molti altri, sono immerse in atmosfere urbane, rurali o americane che Dickens sa come al solito rendere con grande maestria: si legga ad esempio la descrizione del tramonto e del vento che apre il secondo capitolo del romanzo.
In definitiva Martin Chuzzlewit è un ottimo romanzo per scoprire o approfondire la conoscenza di questo grande autore dell’800. In esso si palesano appieno vizi e virtù che caratterizzano l’intera produzione di Dickens, sempre sospesa tra l’innato grandissimo talento, l’urgenza del realismo e della denuncia sociale e la necessità di vendere. Sono questi elementi contraddittori che fanno di Dickens un autore unico nel panorama della letteratura classica, e che ci consentono di leggerlo ancora oggi con grande piacere.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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