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La summa dell’arte di Flaubert, con un piccolo capolavoro

Recensione di Un cuore semplice e altri racconti, di Gustave Flaubert

Rizzoli, BUR, 2000

La produzione letteraria di Gustave Flaubert non è copiosa. Le sue vicende esistenziali e soprattutto la sua nota ossessione per la forma della pagina scritta lo hanno portato ad avere lunghissimi tempi di gestazione per le sue opere. A parte gli scritti giovanili, quelli raccolti dopo la sua morte e il Dizionario dei luoghi comuni, ci ha lasciato quattro romanzi, dei quali l’ultimo incompiuto, un poema in prosa, alcune opere teatrali, peraltro di scarsissimo successo lui vivente, due diari di viaggio e tre soli racconti.
Questi ultimi sono stati l’ultima opera da lui pubblicata in vita, nella primavera del 1877. È importante notare sin da subito, a fini dell’analisi di questi racconti, che Flaubert li concepì sin dall’inizio per una loro pubblicazione unitaria: infatti, anche se ciascuno di essi apparve inizialmente a puntate su riviste diverse, già poche settimane dopo furono stampati in volume.
Anche se non ritengo si possa parlare di testamento spirituale dell’autore, in quanto la morte lo avrebbe raggiunto solo tre anni dopo, mentre era ancora alle prese con Buvard e Pécuchet, è indubbio che – come vedremo – i Tre racconti (inspiegabilmente pubblicati da Rizzoli con un titolo diverso) rappresentano una sorta di summa dell’arte di Flaubert, sotto vari aspetti, pur con le (presunte) limitazioni insite nella forma racconto.
A prima vista si tratta di tre racconti affatto diversi l’uno dall’altro. Mentre il primo, Un cuore semplice, è ambientato lungo i decenni della prima metà del XIX secolo, quindi di fatto nella contemporaneità dell’autore, il secondo, La leggenda di San Giuliano ospitaliere è invece situato nell’alto medioevo, e l’ultimo, Erodiade, nell’antichità, narrando il celebre episodio della decollazione del Giovanni Battista dopo la danza di Salomè.
Ciascuno di essi, in realtà, si rifà più o meno implicitamente alle tematiche e alle modalità espressive che si ritrovano nelle opere maggiori di Flaubert, tanto che alcuni critici hanno accostato Un cuore semplice a Madame Bovary, La leggenda di San Giuliano ospitaliere a La tentazione di Sant’Antonio e Erodiade a Salammbô. Pur ritenendo che non si possano fare accostamenti così automatici, è indubbio che nel primo racconto si ritrova la minuziosa analisi della psicologia e delle relazioni umane e sociali che costituiscono uno dei fondamenti non solo del capolavoro maggiore, ma anche di Buvard e Pécuchet, che il secondo si caratterizza per la visione immaginifica e a tratti quasi fiabesca che ritroviamo nel poema in prosa a cui lavorò per quasi tutta la vita e che in Erodiade si ritrova un’altra delle peculiarità della poetica flaubertiana: il gusto per l’esotico e per la minuziosità della ricostruzione storica, che trova la sua massima espressione proprio nel grande romanzo da lui ambientato a Cartagine: il tutto condito dell’inimitabile stile di scrittura di Flaubert, che esprime la sua musicalità sia che si occupi della descrizione di una povera stanza della provincia normanna sia che porti il lettore nel palazzo di Macheronte dove Erode Antipa dà il suo banchetto.
Riservandomi di tornare sugli aspetti di unitarietà dei tre racconti, dato a mio avviso importante per una loro interpretazione complessiva, ritengo sia altrettanto importante penderli in considerazione separatamente.
Un cuore semplice, il racconto a mio avviso più significativo, che può a buon diritto considerarsi un piccolo capolavoro assoluto, narra lungo cinquant’anni la vita di Félicité, domestica della signora Aubain a Pont-l’Évêque, cittadina della Normandia, regione della quale Flaubert era originario. Il racconto è fortemente autobiografico e molti dei protagonisti e dei luoghi rimandando direttamente alla vita dell’autore.
Félicité è un grande personaggio letterario, la cui vita è scandita dalla continua sottrazione degli affetti che le danno un senso: ogni volta che l’oggetto del suo amore le viene negato ella ne trova un altro, in qualche modo sempre più distante e impersonale ma sul quale ella riversa incondizionatamente le sue energie morali ed umane.
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Davvero questo è Dickens? È Dickens (cit.)

Recensione di Mugby Junction, di Charles Dickens

Edizioni Studio Tesi, Collezione biblioteca, 1991

L’ultimo capitolo della mia personale trilogia di Dickens non è dedicato ad un grande romanzo, ma ad alcuni degli scritti minori che formarono il cuore dell’attività letteraria dell’autore inglese nell’ultimo decennio della sua vita.
In stretta continuità con l’esperienza di Household Words, il popolare settimanale da lui fondato nel 1850, che dovette chiudere per una disputa con la casa editrice, nel 1859 Dickens fonda All the Year Round, periodico su cui potrà esercitare un maggiore controllo e che sopravviverà per un quarto di secolo alla sua morte. Qui Dickens pubblicherà i suoi ultimi romanzi e racconti darà spazio ad alcuni dei principali autori del secondo ottocento inglese, tra i quali Elizabeth Gaskell, Sheridan Le Fanu, Wilkie e Charles Collins.
Dickens in questa nuova rivista continuerà inoltre la tradizione del numero speciale di natale, nel quale ogni anno verranno presentati alcuni racconti suoi e dei suoi amici letterati, accomunati in qualche modo da un fil rouge narrativo. Il numero speciale per il natale 1866 aveva come titolo Mugby junction e conteneva otto storie di treni e fantasmi: di queste, quattro erano scritte da Dickens, mentre le altre erano a firma di Andrew Halliday, Charles Collins, Hesba Stretton e Amelia B. Edwards.
Il volumetto delle benemerite Edizioni Studio Tesi da me letto, oggi fuori catalogo e reperibile solo sul mercato dell’usato e, forse, tra i remainder, propone i quattro racconti di Dickens (che in realtà come vedremo sono tre), e permette al lettore di accostarsi ad un Dickens diverso, nel quale oggettivamente le esigenze di carattere commerciale sono ancora più impellenti che nei grandi romanzi, ma che forse proprio per questo – oltre che per il fatto di essere un autore maturo – mostra sfaccettature della propria arte e del proprio talento narrativo forse non del tutto scontate.
Dei quattro testi raccolti nel volume, solo l’ultimo – che come si vedrà è una storia di fantasmi – ha avuto qualche altra edizione nel nostro Paese ed oggi è reperibile all’interno di Da leggersi all’imbrunire, volume dei Tascabili Einaudi: pur essendo come vedremo a suo modo notevole, è forse anche il racconto più convenzionale e in ogni caso è strettamente legato a quelli che lo precedono. Consiglio quindi agli appassionati di Dickens di non perdere l’occasione di acquistare o reperire in biblioteca il volume di Studio Tesi, che rappresenta l’unica possibilità di leggere l’insieme dei racconti che Dickens scrisse per la sua rivista nel natale del 1866. Tra l’altro merita senz’altro di essere letta – anche se non ne condivido alcuni spunti di analisi – la bella introduzione di Rosanna Bonadei, che ha curato anche la traduzione dei testi.
Quattro racconti, quindi, che possono essere ridotti a tre. I primi due, infatti, Eredi Barbox ed Eredi Barbox e Company costituiscono di fatto un unico racconto, aventi lo stesso protagonista, il secondo racconto essendo di fatto il quarto e conclusivo capitolo delle sue vicende.
Il protagonista si chiama Jackson Barbox, ed è come si vedrà un personaggio di estremo interesse. Il lettore ne fa la conoscenza una notte di dicembre, quando scende da un treno alla stazione di Mugby Junction, importante nodo ferroviario sperso nella campagna inglese. È un uomo di mezza età, e si viene presto a sapere che non ha una meta precisa, ma sta scappando, il giorno del suo compleanno, dalla sua vita precedente, fatta di un’infanzia solitaria e infelice, di una ditta di consulenze giuridiche fallita e soprattutto del tradimento da parte della sola donna che ha amato, scappata con il suo (di lui) migliore amico. Egli è il Viaggiatore per Nessun-Luogo, come viene chiamato più avanti nel racconto. Solo sul marciapiede della stazione, senza sapere bene cosa fare, incontra Lamps, un facchino, che – non essendoci altri treni sino al giorno dopo – lo accompagna all’unica locanda del borgo.
Il mattino dopo Barbox, dopo avere riflettuto sulla sua vita ed essendo indeciso su quale direzione dare al suo viaggio, fa una passeggiata nei dintorni, e capita nei pressi di una linda casetta da cui escono dei bambini allegri e alla cui finestra scorge una graziosa fanciulla che lo colpisce e lo attrae anche perché sembra avere qualcosa di strano: decide così che deve conoscerla. La ragazza è Luna, è la figlia di Lamps ed è paralizzata da quando era bambina. Per avere compagnia mentre il padre è al lavoro, dà lezioni di canto ai bambini del paese. Barbox rimane affascinato dalla gioia di vivere che Luna, pur costretta sempre a stare sul letto, gli trasmette, che contrasta con il suo disagio esistenziale, ed in breve se ne innamora, di un casto amore corrisposto. Dopo più di un anno parte per la grande città, dove reincontra la donna che lo ha abbandonato e sua figlia Polly, che gli dà una ulteriore grande lezione di umanità. Torna quindi a Mugby Junction per stabilirvisi definitivamente.
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Famiglia e Società, i due poli dell’orrore borghese

Recensione de La piccola Dorrit, di Charles Dickens

Einaudi, Tascabili, Classici Moderni, 2003

La piccola Dorrit è il secondo capitolo della trilogia dickensiana da me letta in questo periodo, e presenta numerose analogie con il precedente, ovvero Martin Chuzzlewit.
Anche in questo caso ci troviamo infatti di fronte ad un romanzo corposo, che supera le mille pagine; anche in questo caso, inoltre, si tratta di un romanzo che non ha avuto nel nostro paese una eccessiva fortuna editoriale. A dire il vero nel secondo dopoguerra il romanzo ha avuto molte edizioni, ma si tratta quasi esclusivamente di edizioni ridotte, per ragazzi, nelle quali presumibilmente le poche pagine estratte dal testo originale (si pensi che una edizione è ridotta a 73 pagine!) accentuano i contenuti melodrammatici e i buoni sentimenti che, pur abbondantemente presenti nel romanzo, non ne costituiscono senza dubbio il tratto essenziale, essendo anzi a mio avviso quelli che in qualche modo ne mettono in discussione la forza complessiva.
Così, l’edizione Einaudi del 2003, che riprende la storica traduzione di Vittoria Rossi Ancona accompagnandola con una illuminate prefazione di Carlo Pagetti, rappresenta ancora oggi l’unica possibilità di avere in libreria questo classico della letteratura inglese. Prima di addentrarmi nei meandri di quest’opera senza dubbio complessa e sfaccettata, mi sia permessa però una breve divagazione di ordine estetico. All’inizio di questa recensione si trova la copertina dell’edizione 2003, da me letta, mentre qui si può vedere quella della nuova edizione, datata 2019. Entrambe rappresentano una ragazza, ma che differenza tra la misurata eleganza della prima e la puerilità della seconda, che sembra pensata per ammiccare al lettore e indurlo a pensare ad un romanzo davvero scritto per ragazzi. Come ho detto altre volte, trovo questa decadenza delle copertine – che in Einaudi assume toni drammatici in quanto è stata gettata a mare una vera e propria cultura della sobrietà e dell’eleganza – uno dei segni – non certo il più importante ma forse il più emblematico – della decadenza dell’editoria un tempo di qualità.
Del resto l’ennesima piccola caduta di stile di Einaudi, sicuramente dettata dagli strateghi del marketing al fine di vendere qualche copia in più, ha un precedente importante proprio nell’autore, se è vero che – come ci dice Carlo Pagetti – il titolo del romanzo avrebbe dovuto essere, sino a poco prima della pubblicazione del primo fascicolo nel dicembre del 1855, Nobody’s Fault, allusione al fatto che le drammatiche vicende raccontate nel romanzo non erano il frutto del carattere dei singoli personaggi, ma della crudeltà del mondo in cui vivevano. La scelta del titolo definitivo, ponendo al centro dell’attenzione la protagonista, che è anche il personaggio più melodrammatico del romanzo, rispondeva anch’essa – per uno scrittore pienamente integrato nonché dipendente dai meccanismi dell’industria culturale vittoriana – al fine ultimo di far cassa, fornendo al lettore un prodotto almeno apparentemente più rassicurante.
Al pari della grande maggioranza dei romanzi di Dickens, anche La piccola Dorrit è un’opera complessa ed articolata, in cui compaiono svariati personaggi, le cui storie a volte si intrecciano a volte si dipanano in parallelo. Quasi tutti questi personaggi fanno parte di un nucleo familiare, e ciascuna delle famiglie che appaiono nel romanzo è attraversata a modo suo da conflitti, dolori ed infelicità: è necessario entrare un po’ nel dettaglio, perché ritengo che la critica dell’ordine familiare, la messa a nudo delle tensioni, delle ipocrisie e delle violenze come vero cemento dei legami familiari costituisca uno dei tratti più significativi del romanzo, tanto più se si pensa al periodo storico in cui fu scritto.
Due sono le famiglie protagoniste del romanzo: I Dorrit e i Clennam. Queste due famiglie abitano tra l’altro nei due luoghi focali delle vicende narrate, ed a questi si deve far riferimento per capire meglio le relazioni che intercorrono tra i loro componenti.
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