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Famiglia e Società, i due poli dell’orrore borghese

Recensione de La piccola Dorrit, di Charles Dickens

Einaudi, Tascabili, Classici Moderni, 2003

La piccola Dorrit è il secondo capitolo della trilogia dickensiana da me letta in questo periodo, e presenta numerose analogie con il precedente, ovvero Martin Chuzzlewit.
Anche in questo caso ci troviamo infatti di fronte ad un romanzo corposo, che supera le mille pagine; anche in questo caso, inoltre, si tratta di un romanzo che non ha avuto nel nostro paese una eccessiva fortuna editoriale. A dire il vero nel secondo dopoguerra il romanzo ha avuto molte edizioni, ma si tratta quasi esclusivamente di edizioni ridotte, per ragazzi, nelle quali presumibilmente le poche pagine estratte dal testo originale (si pensi che una edizione è ridotta a 73 pagine!) accentuano i contenuti melodrammatici e i buoni sentimenti che, pur abbondantemente presenti nel romanzo, non ne costituiscono senza dubbio il tratto essenziale, essendo anzi a mio avviso quelli che in qualche modo ne mettono in discussione la forza complessiva.
Così, l’edizione Einaudi del 2003, che riprende la storica traduzione di Vittoria Rossi Ancona accompagnandola con una illuminate prefazione di Carlo Pagetti, rappresenta ancora oggi l’unica possibilità di avere in libreria questo classico della letteratura inglese. Prima di addentrarmi nei meandri di quest’opera senza dubbio complessa e sfaccettata, mi sia permessa però una breve divagazione di ordine estetico. All’inizio di questa recensione si trova la copertina dell’edizione 2003, da me letta, mentre qui si può vedere quella della nuova edizione, datata 2019. Entrambe rappresentano una ragazza, ma che differenza tra la misurata eleganza della prima e la puerilità della seconda, che sembra pensata per ammiccare al lettore e indurlo a pensare ad un romanzo davvero scritto per ragazzi. Come ho detto altre volte, trovo questa decadenza delle copertine – che in Einaudi assume toni drammatici in quanto è stata gettata a mare una vera e propria cultura della sobrietà e dell’eleganza – uno dei segni – non certo il più importante ma forse il più emblematico – della decadenza dell’editoria un tempo di qualità.
Del resto l’ennesima piccola caduta di stile di Einaudi, sicuramente dettata dagli strateghi del marketing al fine di vendere qualche copia in più, ha un precedente importante proprio nell’autore, se è vero che – come ci dice Carlo Pagetti – il titolo del romanzo avrebbe dovuto essere, sino a poco prima della pubblicazione del primo fascicolo nel dicembre del 1855, Nobody’s Fault, allusione al fatto che le drammatiche vicende raccontate nel romanzo non erano il frutto del carattere dei singoli personaggi, ma della crudeltà del mondo in cui vivevano. La scelta del titolo definitivo, ponendo al centro dell’attenzione la protagonista, che è anche il personaggio più melodrammatico del romanzo, rispondeva anch’essa – per uno scrittore pienamente integrato nonché dipendente dai meccanismi dell’industria culturale vittoriana – al fine ultimo di far cassa, fornendo al lettore un prodotto almeno apparentemente più rassicurante.
Al pari della grande maggioranza dei romanzi di Dickens, anche La piccola Dorrit è un’opera complessa ed articolata, in cui compaiono svariati personaggi, le cui storie a volte si intrecciano a volte si dipanano in parallelo. Quasi tutti questi personaggi fanno parte di un nucleo familiare, e ciascuna delle famiglie che appaiono nel romanzo è attraversata a modo suo da conflitti, dolori ed infelicità: è necessario entrare un po’ nel dettaglio, perché ritengo che la critica dell’ordine familiare, la messa a nudo delle tensioni, delle ipocrisie e delle violenze come vero cemento dei legami familiari costituisca uno dei tratti più significativi del romanzo, tanto più se si pensa al periodo storico in cui fu scritto.
Due sono le famiglie protagoniste del romanzo: I Dorrit e i Clennam. Queste due famiglie abitano tra l’altro nei due luoghi focali delle vicende narrate, ed a questi si deve far riferimento per capire meglio le relazioni che intercorrono tra i loro componenti.
I Dorrit sono quattro. Il padre, William, è stato rinchiuso in prigione per debiti oltre vent’anni prima le vicende narrate, ambientate attorno al 1825. Secondo le regole dell’epoca, chi andava in prigione per debiti non ne poteva uscire sinché il debito non fosse stato saldato: inoltre la famiglia, volendo, poteva abitare con il condannato. Per questo la prigione per i debitori, chiamata Marshalsea, era una vera e propria città nella città, una sorta di enorme, squallido condominio dotato di spazi comuni, cortili interni ed in continua comunicazione con l’esterno. La Marshalsea (che all’epoca della scrittura del romanzo era già stata chiusa e in gran parte demolita) compare anche ne Il circolo Pickwick, e Dickens la conosceva molto bene perché, lui ragazzo, per alcuni mesi vi era stato rinchiuso suo padre. William Dorrit è l’inquilino anziano della prigione, il padre della comunità dei reclusi, che più o meno ironicamente lo onorano e gli offrono piccole elemosine, che egli accetta considerandole tributi alla sua autorità. È così immerso nella sua parte, che gli consente di sopravvivere moralmente, da trattare con superiorità il fratello, che si barcamena suonando il clarinetto, e da non accorgersi (o fingere di non accorgersi) che il suo sostentamento materiale viene dai lavori di cucito che la figlia minore Amy (la piccola Dorrit del titolo) svolge presso case signorili. I due figli maggiori, un maschio e una femmina, cercano in vari modi di non farsi riconoscere come figli di un detenuto, e disprezzano Amy per il suo essere figlia della Marshalsea. Le tensioni familiari crescono quando la situazione dei Dorrit cambia, e di fatto la famiglia si sfalda tra accuse e sospetti reciproci che fanno della piccola Amy il capro espiatorio di un passato socialmente imbarazzante che gli altri vorrebbero dimenticare. La figlia maggiore formerà una sua famiglia, sposando un imbecille solo per essere ammessa in Società(con la esse maiuscola) .
Anche i Clennam sono una famiglia infelice: la madre di Arthur, coprotagonista del romanzo, è una donna dura, dedita agli affari, che non ha mai provato alcun affetto per il figlio ed ha sempre comandato sul debole marito, ora morto. I Flintwinch, i due domestici di casa Clennam sono a loro volta sposati. Il matrimonio è stato combinato dalla Signora Clennam e tra i due non c’è mai stato il minimo amore, anzi: Jeremiah Flintwinch tratta la povera moglie Affery come un’idiota e la picchia spesso.
Nel romanzo appaiono anche altre famiglie: tra queste i Merdle e i Meagles svolgono un ruolo significativo nelle vicende narrate, e il lettore potrà scoprire quali abissi di stupidità e ipocrisia Dickens faccia emergere da rapporti familiari e sociali apparentemente irreprensibili. Non sfugga infine che il cattivo a tutto tondo del romanzo, Rigaud, inizia la sua carriera con un uxoricidio.
Se la destrutturazione del mito vittoriano (ma anche odierno) della famiglia luogo dell’amore è una delle cornici di fondo entro le quali si sviluppa il romanzo, l’altra è senza dubbio la critica nei confronti dell’organizzazione sociale, per sviluppare la quale Dickens mette in campo tutto l’armamentario del suo talento narrativo.
La più pura satira Dickensiana la troviamo infatti nei capitoli dedicati alla tecno-burocrazia inglese dell’epoca, magistralmente personificata nell’Ufficio delle Circonlocuzioni e nella schiatta dei suoi eterni reggenti, i Barnacle. Merita di essere riportato come nel capitolo X Dickens introduce l’Ufficio.
”Codesto glorioso istituto era sorto quando gli uomini di Stato avevano scoperto quanto fosse difficile governare il paese; era stato il primo a studiare l’essenza di questa sublime rivelazione e a estenderne la brillante influenza su tutta la procedura ufficiale. Qualunque cosa ci fosse da fare, l’Ufficio delle Circonlocuzioni era alla testa di tutti gli altri uffici pubblici nello scovare il modo di non farla.”
A capo e nelle varie ramificazioni di questo fantastico ufficio vi sono da sempre i componenti della famiglia (non a caso anche qui una famiglia) Barnacle, che nei secoli si sono sposati solo con gli Stiltstalking, perpetuando il loro potere assoluto sul popolo e sugli stessi politici. Sono sublimi, per la tipica dura bonomia di Dickens, le pagine nelle quali conosciamo i meandri degli uffici, i vari Barnacle che li dirigono e le strategie del non fare.
Sicuramente più drammatici sono i toni con i quali Dickens narra la parabola di Mr. Merdle, avventuriero del mondo della finanza da tutti osannato per la sua spregiudicatezza, che tutti trascina nella sua rovina e che tutti disconoscono il giorno successivo a questa. Dickens anche in altri romanzi ci ha descritto altoborghesi malfattori, ma per quanto ho letto di lui sinora credo di poter dire che nessuno come Mr. e Ms. Merdle siano descritti in modo così vivido come il prodotto naturale di un mondo corrotto, nel quale l’unico metro di giudizio sono il successo economico e l’apparire in Società (meravigliosa a questo proposito la riduzione per sineddoche di Ms. Merdle al suo enorme seno, il cui compito è quello di sostenere i gioielli di cui si adorna). A completamento della figura di Mr. Merdle e della critica al potere finanziario e speculativo, nel romanzo appare anche il prototipo dello strozzino, rappresentato da Mr Casby.
Non posso a questo punto fare a meno di chiedermi se sia mai stata compiuta un’analisi dei nomi in Dickens: Merdle (l’autore conosceva certamente bene la lingua francese) è solo la punta di diamante di una infilata che solo in questo romanzo annovera i già citati Stiltstalking e Flintwinch, una signora Wade e l’italiano Giovanbattista Cavalletto.
Oltre ai personaggi principali, come capita quasi sempre nelle opere maggiori di Dickens il romanzo presenta straordinari tipi umani, la cui caratterizzazione è affidata a geniali colpi di colore narrativo. Su tutti il complesso personaggio di Pancks, che per il respiro sbuffante diviene spesso un rimorchiatore che quando si muove lascia la darsena; inoltre Flora, ex fidanzata di Arthur Clennam, per la quale Dickens – prendendo in giro una sua ex fiamma riapparsa dopo decenni – inventa un linguaggio sconnesso e sconclusionato che pare l’anticipazione ironica del monologo interiore (e che potremmo definire monologo esteriore), e infine quel piccolo meraviglioso cameo che è la zia del defunto marito di Flora.
La piccola Dorrit è, oltre che un romanzo di personaggi, anche un romanzo nel quale i luoghi rivestono una importanza primaria per definirne l’atmosfera complessivamente cupa. Protagonista assoluta in questo senso è la città di Londra, che viene presentata come caotica e rumorosa o spesso come una successione di vicoli bui, luridi e maleodoranti. Di questa Londra notturna e soffocante due sono come già detto i punti focali: la prigione della Marshalsea e casa Clennam.
La prima è un vero e proprio piccolo universo labirintico, in senso geografico ed umano. Qui troviamo, estremizzate, le miserie che caratterizzano la città, ed il fatto che in questa prigione viva anche chi non deve scontare alcuna colpa, che chiunque possa entrare e uscire liberamente (fatti salvi i detenuti) accentua nel lettore la sensazione che la Marshalsea sia Londra, ovvero che tutta Londra sia una immensa Marshalsea, nella quale albergano la costrizione, la miseria e il sopruso ma anche inaspettati slanci di solidarietà e nobiltà d’animo. In questo senso poco distingue la prigione dalla Corte del Cuore sanguinante, il quartiere dove abitano i proletari vittime dello strozzinaggio di Mr. Casby.
L’altro polo della Londra de La piccola Dorrit è casa Clennam, tetra e deserta, puntellata da un lato perché non cada, abitata da alcune delle figure più cupe del romanzo. Se questa casa è la rappresentazione fisica dell’orrore, o quantomeno delle ambiguità, che stanno alla base dell’istituto familiare, la Marshalsea, che si estende idealmente a tutta la città, lo è della crudeltà dei rapporti sociali, quando la società è basata sul denaro e sul suo possesso. È in quest’ottica significativo, a mio avviso, che prima della (parziale) redenzione finale Arthur Clennam debba vivere in entrambi gli edifici, scontando quindi sia il dramma familiare sia quello sociale.
Oltre a Londra il romanzo ci presenta anche un po’ di Italia. È l’Italia del Gran Tour, ironicamente intrapreso dai Dorrit arricchiti quale passo obbligato del loro accreditamento sociale, centrato su Venezia e Roma. Se non è un’Italia da cartolina, è anche vero che le due città raramente emergono con una personalità propria, perché nell’economia del romanzo è sufficiente che facciano da sfondo esotico alle vicende dei Dorrit.
Un elemento che differenzia sottilmente La piccola Dorrit da altri romanzi di Dickens è il finale. Apparentemente siamo di fronte al solito happy end dickensiano, cui si giunge per avvenimenti poco probabili, ma a guardar bene le cose stanno diversamente. Si ripensi a come Dickens tratta la famiglia in tutto il romanzo e quindi si rifletta sul fatto che Amy e Arthur vanno a formare anche loro una famiglia.
Del resto che il finale sia quantomeno aperto rispetto al canone e vissero felici e contenti è testimoniato proprio dalla chiosa del romanzo: ”Scesero tranquillamente nelle vie fragorose, benedetti e inseparabili; e mentre passavano dal sole all’ombra, la gente vana e rumorosa, arrogante, bisbetica, avida, si affannava e sudava, arrabattandosi nel solito strepito fragoroso.” Come dire che il mondo continua ad essere lo stesso, ed è in tale mondo che i due continueranno a vivere. Davvero Nobody’s fault sarebbe stato un titolo più azzeccato.
Tutto questo splendore narrativo è comunque pur sempre opera di Dickens, ed in quanto tale non poteva mancare il personaggio debole, che come è facile intuire è proprio la protagonista. Anche in questo caso l’autore sprofonda nella melassa più pura, descrivendoci una bambina di 22 anni (!) che sacrifica tutta sé stessa al padre, che ama incondizionatamente i fratelli che la svillaneggiano, che non osa amare Arthur sentendosi del tutto inferiore a lui: un personaggio tutto bontà ed abnegazione che giustifica le numerose riduzioni per ragazzi. Dickens però è anche questo, e non bisogna mai dimenticare che scriveva per un pubblico che pretendeva di avere buoni sentimenti e di poter versare lacrime: probabilmente questo era il dazio da pagare per poter tratteggiare Mr. e Ms. Merdle, Mr. Casby, Ms. Clennam e le loro comicamente tragiche famiglie. Per averci dato loro possiamo quindi perdonargli volentieri la piccola, insopportabile Amy Dorrit e continuare ad amarlo pur con tutti i suoi difetti di scrittore mainsteram.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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