Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Narrativa, Racconti, Recensioni

Davvero questo è Dickens? È Dickens (cit.)

Recensione di Mugby Junction, di Charles Dickens

Edizioni Studio Tesi, Collezione biblioteca, 1991

L’ultimo capitolo della mia personale trilogia di Dickens non è dedicato ad un grande romanzo, ma ad alcuni degli scritti minori che formarono il cuore dell’attività letteraria dell’autore inglese nell’ultimo decennio della sua vita.
In stretta continuità con l’esperienza di Household Words, il popolare settimanale da lui fondato nel 1850, che dovette chiudere per una disputa con la casa editrice, nel 1859 Dickens fonda All the Year Round, periodico su cui potrà esercitare un maggiore controllo e che sopravviverà per un quarto di secolo alla sua morte. Qui Dickens pubblicherà i suoi ultimi romanzi e racconti darà spazio ad alcuni dei principali autori del secondo ottocento inglese, tra i quali Elizabeth Gaskell, Sheridan Le Fanu, Wilkie e Charles Collins.
Dickens in questa nuova rivista continuerà inoltre la tradizione del numero speciale di natale, nel quale ogni anno verranno presentati alcuni racconti suoi e dei suoi amici letterati, accomunati in qualche modo da un fil rouge narrativo. Il numero speciale per il natale 1866 aveva come titolo Mugby junction e conteneva otto storie di treni e fantasmi: di queste, quattro erano scritte da Dickens, mentre le altre erano a firma di Andrew Halliday, Charles Collins, Hesba Stretton e Amelia B. Edwards.
Il volumetto delle benemerite Edizioni Studio Tesi da me letto, oggi fuori catalogo e reperibile solo sul mercato dell’usato e, forse, tra i remainder, propone i quattro racconti di Dickens (che in realtà come vedremo sono tre), e permette al lettore di accostarsi ad un Dickens diverso, nel quale oggettivamente le esigenze di carattere commerciale sono ancora più impellenti che nei grandi romanzi, ma che forse proprio per questo – oltre che per il fatto di essere un autore maturo – mostra sfaccettature della propria arte e del proprio talento narrativo forse non del tutto scontate.
Dei quattro testi raccolti nel volume, solo l’ultimo – che come si vedrà è una storia di fantasmi – ha avuto qualche altra edizione nel nostro Paese ed oggi è reperibile all’interno di Da leggersi all’imbrunire, volume dei Tascabili Einaudi: pur essendo come vedremo a suo modo notevole, è forse anche il racconto più convenzionale e in ogni caso è strettamente legato a quelli che lo precedono. Consiglio quindi agli appassionati di Dickens di non perdere l’occasione di acquistare o reperire in biblioteca il volume di Studio Tesi, che rappresenta l’unica possibilità di leggere l’insieme dei racconti che Dickens scrisse per la sua rivista nel natale del 1866. Tra l’altro merita senz’altro di essere letta – anche se non ne condivido alcuni spunti di analisi – la bella introduzione di Rosanna Bonadei, che ha curato anche la traduzione dei testi.
Quattro racconti, quindi, che possono essere ridotti a tre. I primi due, infatti, Eredi Barbox ed Eredi Barbox e Company costituiscono di fatto un unico racconto, aventi lo stesso protagonista, il secondo racconto essendo di fatto il quarto e conclusivo capitolo delle sue vicende.
Il protagonista si chiama Jackson Barbox, ed è come si vedrà un personaggio di estremo interesse. Il lettore ne fa la conoscenza una notte di dicembre, quando scende da un treno alla stazione di Mugby Junction, importante nodo ferroviario sperso nella campagna inglese. È un uomo di mezza età, e si viene presto a sapere che non ha una meta precisa, ma sta scappando, il giorno del suo compleanno, dalla sua vita precedente, fatta di un’infanzia solitaria e infelice, di una ditta di consulenze giuridiche fallita e soprattutto del tradimento da parte della sola donna che ha amato, scappata con il suo (di lui) migliore amico. Egli è il Viaggiatore per Nessun-Luogo, come viene chiamato più avanti nel racconto. Solo sul marciapiede della stazione, senza sapere bene cosa fare, incontra Lamps, un facchino, che – non essendoci altri treni sino al giorno dopo – lo accompagna all’unica locanda del borgo.
Il mattino dopo Barbox, dopo avere riflettuto sulla sua vita ed essendo indeciso su quale direzione dare al suo viaggio, fa una passeggiata nei dintorni, e capita nei pressi di una linda casetta da cui escono dei bambini allegri e alla cui finestra scorge una graziosa fanciulla che lo colpisce e lo attrae anche perché sembra avere qualcosa di strano: decide così che deve conoscerla. La ragazza è Luna, è la figlia di Lamps ed è paralizzata da quando era bambina. Per avere compagnia mentre il padre è al lavoro, dà lezioni di canto ai bambini del paese. Barbox rimane affascinato dalla gioia di vivere che Luna, pur costretta sempre a stare sul letto, gli trasmette, che contrasta con il suo disagio esistenziale, ed in breve se ne innamora, di un casto amore corrisposto. Dopo più di un anno parte per la grande città, dove reincontra la donna che lo ha abbandonato e sua figlia Polly, che gli dà una ulteriore grande lezione di umanità. Torna quindi a Mugby Junction per stabilirvisi definitivamente.
Chi avrà occasione di leggere questo racconto vi troverà sia elementi tipicamente dickensiani sia elementi che almeno a me sono apparsi inediti rispetto ai topoi frequentati dall’autore inglese.
Tipicamente dickensiana è la caratterizzazione di alcuni personaggi, su tutti il buon Lamps, che si sfrega continuamente sul viso un fazzoletto bisunto riemergendone con una faccia lucida che assomiglia proprio allo stoppino di una lampada ad olio. Tipico e come sempre indice di una straordinaria capacità narrativa – anche se nella versione italiana giocoforza si perde quasi del tutto – il giocare di Dickens con la parola lampade nelle prime pagine del racconto: ci sono lampade nella stazione, portate dai facchini e nella loro stanza, lampade che si sono ormai spente in città e c’è Lamps, che sembra appunto una lampada, che appare nella notte per guidare il Viaggiatore e, per il tramite di sua figlia, lo guiderà verso una nuova vita. Come sempre in Dickens i nomi sono altamente evocativi: Lamps illumina la vita del viaggiatore, che si chiama Barbox (chissà se in inglese suscita lo stesso senso di noia evocato in italiano) e il luogo dove la vicenda si svolge richiama facilmente l’aggettivo muggy che significa afoso, umido.
Molto riconoscibile è anche lo stile di scrittura complessivo, con l’uso di dialoghi serrati, raramente interrotti da commenti del narratore (che come spesso in Dickens è una terza persona), il che conferisce ad alcune parti del racconto un ritmo quasi teatrale. Chi avesse voglia di confrontarsi con l’originale (ad esempio qui) troverà anche un altro elemento fortemente dickensiano, quasi del tutto scomparso nella traduzione: l’uso di un inglese basso, popolare e fortemente sincopato, soprattutto da parte di Lamps. Infine è quasi un marchio di fabbrica l’alternarsi di toni cupi e gioiosi, che qui giungono al limite del fiabesco e, al solito, del melodrammatico, con conseguenze che personalmente ritengo cadute di stile dovute alla necessità di far cassa rispondendo alle aspettative del suo pubblico popolare e piccolo-borghese. Rosanna Bonadei, come pure Carlo Pagetti introducendo La piccola Dorrit, inseriscono questi lati della prosa di Dickens in un eccesso di fantasia sfrenata, che non si ferma neppure davanti al paradosso e al non-senso, introdotti nella narrazione per creare un grande miscuglio che va al di là di certo realismo didascalico. Personalmente non concordo con questa interpretazione di un Dickens quasi postmoderno, e preferisco tenermi stretta la buona vecchia ipotesi che egli, scrittore professionista, perfettamente cosciente di dover rispondere alle aspettative dell’industria culturale di cui era parte integrante, dovesse dare al suo pubblico ciò che si aspettava.
Del tutto inaspettato, almeno per quanto attiene alla mia conoscenza di Dickens, è invece il personaggio principale, il Viaggiatore per Nessun-Luogo Jackson Barbox, nel quale davvero, come fa notare Rosanna Bonadei, si rintracciano i prodromi dell’uomo del Novecento, con le sue angosce, le sue incertezze, il suo disagio rispetto all’organizzazione sociale e alle relazioni umane. Egli giunge anche fisicamente ad un bivio, e non sa che strada prendere per ritrovare sé stesso. Ha liquidato la sua ditta perché, senza accorgersene, era diventato un uccello rapace, unica figura in grado di (r)esistere nel mondo degli affari, e par di capire che proprio per ciò che era ha perso l’unico amore della sua vita. Come accennato, però, si ritorna presto in pieno ottocento, ed in un ottocento dickensiano nel senso più caramelloso del termine, nel momento in cui angoscia e disagio si sciolgono alla fine del racconto.
Corre l’obbligo a questo punto di sottolineare che la traduzione di Rosanna Bonadei, pur se complessivamente buona, non è a mio avviso in grado di rendere appieno la prosa di Dickens, che tanta importanza ha nel determinare il fascino dei suoi racconti. Non mi riferisco tanto alla palese impossibilità di rendere i rimandi tra lamp, lamps e Lamps delle prime pagine, condizionati dalla necessità di non tradurre il nome del personaggio, quanto alla accennata incapacità di rendere il linguaggio colloquiale dei personaggi. Inoltre, Bonadei fa scelte discutibili quando decide di chimare Luna la figlia di Lamps, che nell’originale è Phœbe, e in altre occasioni, nelle quali adatta il testo originale con forse troppa libertà. Cito su tutti un passo nel quale crea un evidente anacronismo traducendo l’originale ”… as if the railway Lines were getting themselves photographed on that sensitive plate in ”… come a voler fotografare su una pellicola molto sensibile l’intrico dei binari” (sottolineature ovviamente mie).
A questo racconto letteralmente in chiaroscuro e per certi versi sorprendente segue un piccolo, grande pezzo di bravura, che ci riconduce al Dickens capace di mettere sulla pagina una peculiare vis satirica, subito riconoscibile dal suo lettore.
Il breve racconto, dal titolo Binario centrale. Il Boy di Mugby vede il protagonista, Ezechiele, cameriere al Ristoro-Viaggiatori della stazione di Mugby Junction, narrare in prima persona del suo ambiente di lavoro e dei suoi colleghi. Lungo una dozzina di pagine divertentissime Dickens scaglia i suoi strali contro la qualità del servizio di ristorazione delle ferrovie inglesi dell’epoca, tra dolcetti ammuffiti, panini di segatura e un sistematico e rivendicato disprezzo per il cliente. Nei locali del Ristoro-Viaggiatori lavorano, oltre ad Ezechiele, La Madama, direttrice dell’esercizio, le cameriere Miss Piff e Miss Paff, nonché Mr e Ms. Sniff. Ritengo che Dickens, grande viaggiatore, fosse realmente stato colpito dalla pessima qualità della ristorazione ferroviaria inglese, perché fa compiere a Madama la direttrice un viaggio a fini comparativi in Francia, dal quale torna convinta, nonostante le evidenze contrarie, della superiorità inglese rispetto alle abitudini dei barbari mangiarane post-napoleonici. Il lettore si ritrova insomma in pieno Dickens, e può aggiungere un nuovo capitolo, anche se sicuramente minore quanto a bersaglio rispetto ad altri, alle innumerevoli situazioni nelle quali il nostro ha affondato le sue lame satiriche nella viva carne delle pretese superiorità dell’Isola dei prodi e Terra dei liberi.
Ciò che caratterizza questo breve testo è però senza dubbio il racconto in prima persona da parte di Ezechiele, che lo trasforma in un serrato e divertentissimo monologo, condotto sul filo del paradosso. Rosanna Bonadei giunge a dire che siamo di fronte ad un rudimentale flusso di coscienza: pur ritenendo che sia necessario andarci piano con tali arditi accostamenti, è indubbio che la vivacità del monologo, la circostanza che Ezechiele esprima spesso nel corso delle pagine i suoi giudizi tranchant, ed il fatto stesso che Dickens scelga di mostrarci il mondo della ristorazione ferroviaria inglese visto dal punto di vista dell’ultimo inserviente di una piccola stazione, permettono di dire che ci si trova di fronte ad un testo sicuramente non convenzionale per l’epoca, tutto da gustare ancora oggi.
Nell’ultimo racconto del volume, intitolato Primo binario. Il segnalatore, Dickens si confronta con il genere horror, o meglio con le storie di fantasmi. Non è una tematica nuova per l’autore inglese: sin dai tempi di A Christmas Carol (1843), poi in alcuni capitoli di suoi romanzi e in alcuni racconti Dickens ha narrato di fantasmi e spettri, come del resto la letteratura vittoriana esigeva.
Questo racconto però, anche se apparentemente convenzionale quanto a svolgimento (una apparizione è premonitrice di sciagure e disastri) si protende a mio avviso in avanti più che rifarsi semplicemente al bagaglio di quanto già scritto nel genere, testimoniando anche in questo caso le capacità del Dickens maturo di arricchire la sua poetica di elementi nuovi.
Innanzitutto è da notare l’ambientazione nel mondo delle ferrovie. Poco dopo la metà del XIX secolo la ferrovia era l’emblema stesso del progresso tecnologico, dei traguardi di civiltà che il dominio della borghesia aveva raggiunto, della razionalità ingegneristica e meccanica. Dickens ci presenta invece una ferrovia oscura, mai raggiunta dal sole, che sbuca da un tunnel ignoto ed è causa di lutto e dolore. Il protagonista è un semplice segnalatore, che vive e lavora solitario in questa buia forra, non riuscendo ad interpretare i segnali premonitori che gli arrivano dalla ferrovia, sino a caderne egli stesso vittima.
Soprattutto, il lettore viene lasciato solo a decidere se ciò che accade sia davvero preannunciato da un fantasma o il tutto non sia il semplice concatenarsi di coincidenze. Questa incertezza, questa ambiguità del racconto, mi ha ricordato subito la grande ambiguità che permea Il giro di vite di Henry James, sia pure dovendo necessariamente sottolineare che oltre trent’anni separano i due racconti, e che il secondo ha uno spessore intrinseco ben maggiore del testo dickensiano. Detto questo, come non percepire una sottile comunanza di spirito tra i due racconti? Come non pensare che anche questo piccolo racconto abbia contribuito non poco a dare una delle prime spallate all’edificio del racconto gotico vittoriano, prima che James facesse venir giù tutto?
Con Mugby Junction siamo quindi sicuramente di fronte ad un Dickens minore, ma anche ad un Dickens che ci riserva non poche sorprese: rinnovo quindi l’invito a cercare questo libro sulle bancarelle o in rete, perché chi ama questo autore potrà sicuramente commentare, come Rosanna Bonadei: ”Davvero questo è Dickens? È Dickens”.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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