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Il romanzo austroungarico del più francese degli scrittori prussiani

IlContePetofyRecensione de Il conte Petöfy, di Theodor Fontane

Ponte alle Grazie, Letture, 1994

Bisogna davvero rendere grazie alla casa editrice Ponte alle Grazie per avere a suo tempo messo a disposizione del pubblico italiano questo romanzo di Theodor Fontane, autore piuttosto trascurato dall’editoria italiana, che si è concentrata soprattutto nella pubblicazione dei suoi due romanzi maggiori, Effi Briest e, in misura minore, Lo Stechlin. In realtà esistono altre due alternative per leggere questo romanzo: una edizione Fabbri del 2002, ormai reperibile solo sul mercato dell’usato (e sulla cui qualità non giurerei) e all’interno dei Meridiani Mondadori dedicati ai romanzi di Fontane, che però, oltre a soffrire della usuale intrinseca scarsa leggibilità, sono a quanto pare caratterizzati da una traduzione pessima, almeno stando all’unica recensione in merito che ho reperito in rete.
Peraltro i due romanzi di Fontane pubblicati da Ponte alle Grazie nei primi anni ‘90 – Il conte Petöfy e Cécile – non sono più in catalogo da tempo, ed è facile ritenere che saranno presto entrambi esauriti.
Ancora una volta non si può non criticare l’editoria nostrana per la scarsa attenzione nei confronti di un autore sicuramente importante, anche se credo di aver notato che stavolta siamo in buona compagnia, nel senso che le opere ritenute minori di Fontane sono scarsamente disponibili anche nel mondo francese e in quello anglosassone.
Il conte Petöfy appartiene alla prima fase del Fontane romanziere: fu pubblicato infatti nel 1884, quando l’autore sessantacinquenne aveva alle spalle, oltre all’attività giornalistica e ai diari di viaggio cui si era dedicato nei decenni precedenti, solo alcuni altri romanzi, tra i quali i più significativi sono forse L’adultera e Schach von Wuthenow, edito solo l’anno precedente. È utile ricordare, anche per la tematica trattata ne Il conte Petöfy, che Fontane iniziò a scrivere romanzi solo attorno ai sessant’anni, e che il suo capolavoro Effi Briest vide la luce con l’autore ormai settantatreenne.
Il romanzo narra del matrimonio di una persona anziana, il vecchio conte Adam Petöfy, con un’attrice molto più giovane di lui. Come sempre nelle opere di Fontane, questa vicenda privata si inserisce in un contesto sociale preciso, che dà modo all’autore di esplorare e criticare, oltre alla psicologia dei personaggi, le relazioni e le convenzioni che costituivano la sovrastruttura del variegato mondo tedesco dell’epoca.
Il romanzo si svolge nella contemporaneità di Fontane e i Petöfy ci vengono presentati come una delle famiglie di più antica nobiltà magiara. Possiedono un sontuoso palazzo a Vienna, a pochi passi dal Graben, ed un castello nella tenuta di Arpa, nei pressi di un grande lago che può essere identificato come il Balaton. Il vecchio conte Adam, che ha di fatto la stessa età dello scrittore, è uno scapolo agnostico e, pare di capire dalla misurata prosa di Fontane, in gioventù piuttosto libertino, amante del teatro, delle arti e della società. È al tempo stesso pienamente ungherese e legato all’imperial-regia autorità degli Asburgo. Nel ‘48 non ha aderito ai moti rivoluzionari scoppiati nella sua patria ma ha chiesto all’imperatore di accettare le sue dimissioni dall’esercito per non essere costretto a sparare contro i suoi patrioti.
Nel grande palazzo di Vienna vive anche la contessa Judith, vedova Gundolskirchen, devotissima cattolica molto critica nei confronti della leggerezza della vita del fratello. Anche se i due sono uniti da un formale affetto fraterno, emblematicamente occupano ali diverse del palazzo, e si incontrano solo negli spazi comuni dello stesso. Della famiglia fa parte anche il giovane conte Egon, ufficiale degli ussari, figlio di una sorella dei due vecchi conti, morta da anni.
Ad una delle sue esclusive soirées invernali il conte invita Franziska Franz, una ventiquattrenne attrice di teatro molto quotata, che si sta esibendo a Vienna. Franziska è prussiana, originaria di una piccola città sul Baltico, e figlia di un pastore luterano. Ciononostante la sua personalità, brillante ed arguta, la sua cultura e la sua bellezza conquistano subito la cattolicissima contessa Judith, anche perché il suo consigliere spirituale, il liguoriano Padre Fessler, ne resta letteralmente affascinato, forse non solo spiritualmente.
Ben presto quindi il conte Adam accarezza l’idea di fare di Franziska la compagna della sua vecchiaia. La sorella, nel colloquio durante il quale il conte le espone il progetto di matrimonio, rimarca i problemi che l’unione potrebbe creare, connessi alla differenza di censo, di religione e d’età intercorrenti tra il conte e Franziska, ma rispetto ai primi i Petöfy si ritengono sufficientemente nobili da poter sopportare che una borghese entri in famiglia senza creare scandalo, e quanto ai secondi Franziska ha, come detto, conquistato con il suo atteggiamento aperto anche Judith. Il conte pensa inoltre, da buon laico e viveur, di compensare la differenza d’età lasciando la massima libertà a Franziska, senza preoccuparsi delle convenzioni e delle presumibili dicerie. Franziska acconsente a stipulare quello che appare un vero e proprio contratto (anche perché la prospettiva di diventare contessa Petöfy non la lascia certo indifferente) ed il matrimonio viene celebrato.
Dopo l’immancabile viaggio di nozze in Italia i due si stabiliscono nel solitario, ancorché immerso in un magico paesaggio ungherese, castello di Arpa, dove il conte passa una parte dell’anno curando i propri interessi terrieri. Franziska appare felice ed appagata dalla sua nuova situazione: ha con sé Hannah, un’amica d’infanzia che le fa da domestica, studia l’ungherese per sentirsi parte della comunità, si avvicina a piccoli passi al cattolicesimo e non rimpiange di essersi ritirata dalle scene e dal mondo che girava attorno al teatro. A differenza del marito, sembra non pesarle neppure il fatto che, come ampiamente prevedibile, la nobiltà locale non frequenta il castello a causa dello scandalo di un simile matrimonio. Tuttavia, dopo alcuni mesi, la solitudine (e probabilmente anche gli ormoni) iniziano a farsi sentire, e quando il giovane Egon giunge al castello, complice una circostanza drammatica l’inevitabile accade (o almeno si intuisce che accada, considerata ancora una volta la ellitticità della prosa di Fontane riguardo tali argomenti). Lascio a questo punto al lettore il gusto di scoprire gli avvenimenti successivi e la piega che prende il romanzo, anche se – come sempre – risulta complicato condurre le analisi basandosi sul non detto.
Fontane in questo romanzo tratta molti degli argomenti che si ritrovano in altre sue opere: il matrimonio, tra rispetto e rottura delle convenzioni sociali, l’adulterio, il contrasto – da lui particolarmente sentito in quanto franco-tedesco – tra il rigido luteranesimo prussiano e un cattolicesimo anch’esso, sia pure in forme diverse, tendenzialmente assolutizzante e condizionante la personalità umana. Forte, per quanto si debba cercarla attentamente nel contesto di una scrittura come detto sempre misurata, è la sua critica all’aristocrazia ormai decadente nella Felix Austria di fine ‘800. La contessa Judith ci viene descritta come una bigotta che, ancorché dotata di una sua peculiare saggezza, ha assorbito la pesantezza tedesca del marito, ”uno stiriano grossolano, di quelli che vengono al mondo già calzando gli stivali”, e sebbene si comporti con l’attrice in modo formalmente ineccepibile e improntato all’affetto, non manca della consapevolezza di una superiorità di casta, come emerge dal suo atteggiamento nei confronti di Franziska e dell’amica Phemi durante la vacanza estiva ad Öslau, ben sintetizzato dal suo giornaliero affacciarsi al balcone dell’albergo per rivolgere alle due attrici sedute nella vicina veranda un semplice e distante cenno di saluto col capo. È nel contesto estivo di Öslau che Fontane fa emergere con maggiore nettezza la rigidità delle convenzioni nella società dell’epoca, come quando il lettore scopre che la piccola figlia di Phemi, frutto di una relazione con un arciduca, deve essere ufficialmente presentata come nipote di Franziska.
Anche il conte Adam, che senza dubbio è il personaggio più sfaccettato del romanzo, ed a cui vanno istintivamente le simpatie del lettore, non è in realtà esente da un comportamento egoistico che deriva dal suo sentirsi superiore. Franziska, nei suoi disegni, sarà la compagna che gli allieterà le giornate con la sua arguzia, la sua cultura e la sua diversità, cui in cambio lascerà la propria libertà sociale e sentimentale. È comunque lui che, giunti ad Arpa, organizza le giornate di Franziska, stabilendo quando possono stare insieme, quando lei gli deve leggere il giornale e così via. Di fatto, dietro la cornice di assoluta bontà che Franziska gli attribuisce spesso, il conte detta le regole della vita di lei, contribuendo ad allontanarla da sé. Lo stesso giovane conte Egon, che non a caso la vecchia contessa taccia di saper ”solo tacere ed essere indifferente”, è poco più di uno zerbinotto, attratto dalle donne e dalla caccia e, come il finale rivelerà, destinato a rimanere tale.
Il senso di decadenza di una aristocrazia ormai esausta, non più perno della società asburgica è percepito nettamente da Fontane, che dissemina in questo senso di indizi il romanzo. Tra questi vi sono sicuramente la già citata non belligeranza del conte Adam al tempo della rivoluzione ungherese, segno di una incapacità di assumersi le proprie responsabilità storiche, ma anche e soprattutto l’episodio della visita alla cappella di famiglia, muffosa, piena di ragnatele e nella quale significativamente non vi sarà presto più posto per nuovi monumenti funebri. Incidentalmente occorre notare come una analoga immagine di cripta sepolcrale come luogo nel quale si percepisce la fine di un mondo ricorrerà qualche decennio dopo in uno dei principali cantori del finis Austriae, Joseph Roth.
Ma è forse la metafora della campana, che percorre tutto il romanzo, quella che più sottilmente allude all’impossibilità dell’autoconservazione dell’aristocrazia. Padre Fessler, approvando le sue nozze con il conte, definisce l’anima di Franziska ”di una lega da cui si può forgiare una campana che suoni”, e la stessa Franziska, narrando della sua infanzia, ricorda di quando lei ed Hannah suonavano le campane della chiesa. Il giorno del suo arrivo al castello di Arpa è accolta dal suono di due campane, delle quali però una si incrina subito, e riprende a suonare solo nell’ultimo capitolo, quando…
Franziska potrebbe dunque essere la nuova lega in grado di temprare, con una nuova fusione, l’ormai arrugginito metallo dell’aristocrazia asburgica, e il vecchio conte, che cerca di dare in questo modo un senso alla sua vita, rappresenta benissimo questo tentativo, destinato però all’inevitabile fallimento in quanto, nonostante i tentativi di facciata, le convenzioni sono più forti e nulla possono, nei loro confronti, i tentativi razionali e solo ideologici di scardinarle. Franziska rappresenta il nuovo che avanza, e stabilisce, con la sua scelta finale, che non posso svelare e può sembrare spiazzante ma è perfettamente coerente con lo svolgersi del romanzo, la non possibilità di alternativa all’estinzione dell’aristocrazia come classe dominante, anzi, come quella estinzione fosse già nei fatti almeno in Austria nella seconda metà dell’800. Proprio la cornice austriaca del romanzo, in qualche modo eccentrica rispetto alla produzione dell’autore, ha a mio avviso varie motivazioni: essa permette a Fontane di ambientare la vicenda nel cuore di una società dai tratti apparentemente immutabili, di cui percepisce l’imminente disfacimento, e al contempo di introdurre in modo forte un tema a lui caro, il confronto/conflitto tra cattolicesimo e luteranesimo. Come detto, l’anno precedente l’autore aveva pubblicato Schach von Wuthenow, il cui protagonista è un giovane e brillante ufficiale del reggimento prussiano più prestigioso e più ricco di tradizioni, che si troverà costretto tra due doveri inconciliabili, e il cui finale è – almeno esteriormente – molto simile a quello de Il conte Petöfy. Leggendo i due romanzi in parallelo si può forse azzardare che Fontane percepisse anche la profonda differenza tra l’aristocrazia austriaca, in profonda crisi, e il militarismo degli Junker prussiani, che stava vivendo in epoca guglielmina l’epoca di massima espansione. Mentre infatti da Il conte Petöfy è un’intera classe che esce sconfitta, la società Prussiana di Schach von Wuthenow è ancora in grado di schiacciare l’individuo sotto il peso delle proprie convenzioni. Questo tema peraltro sarà centrale, con varie sfaccettature, anche nella produzione successiva di Fontane, e forse anche il fatto che Franziska, destinata di fatto a succedere ai Petöfy, sia prussiana e luterana ha un suo preciso significato nella visione dell’autore.
La prima guerra mondiale si sarebbe comunque assunta il compito di unificare il destino di queste due società così diverse ma tanto simili nei fondamentali da affondare insieme, anche se il militarismo tedesco sarebbe tornato presto e – nelle vesti di un mercantilismo solo apparentemente più pacifico – informi ancora oggi di sé l’essenza di quella società.
Tutto questo e altro ancora Fontane lo narra avendo come modello culturale il realismo e il naturalismo francesi: il narratore è ovviamente onnisciente ma interviene pochissimo nel racconto, lasciando ai dialoghi tra i protagonisti la definizione delle loro personalità e del loro pensiero. A volte il perseguimento di questa assenza porta l’autore, che non dimentichiamolo era alle prime armi, a qualche ingenuità, come quando, all’inizio del romanzo, affida la descrizione del conte Egon e delle sue relazioni parentali a improbabili sartine che sbirciano dalla casa di fronte.
Il forte tributo del Fontane di questo periodo alla letteratura francese è esplicitato proprio in questo romanzo, durante un dialogo tra il conte Adam e Franziska, che riporto:
”«Realismo, dunque. […] Anche qui slancio, vita e realtà. E il romanzo ancora di più.»
«Ah, Sue, Balzac.»
«Superati.»
«Flaubert.»
«Superato.»
«Chi dunque, allora?»
«Un nuovo astro. Zola. Emile Zola.»”

Concludo annotando che il romanzo si presenta in questa vecchia edizione in una forma scarna – non c’è neppure un’introduzione – e con una copertina esteticamente discutibile, ma la traduzione di Lina Biondi-Bini mi è parsa buona. Il conte Petöfy è quindi un romanzo da leggere per scoprire la genesi dei capolavori del più francese degli scrittori prussiani. Speriamo gli venga concessa in futuro maggiore attenzione.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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