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Kafka inverato: l’angoscia nella Praga dell’occupazione nazista

IlSignorTheodorMundstockRecensione de Il signor Theodor Mundstock, di Ladislav Fuks

Einaudi, I coralli, 1997

Praga era una città davvero magica. Chiunque ami la letteratura del ‘900 non può prescindere dai grandi autori che in questa città sono nati e vissuti. Praga è stata in grado, con le sue atmosfere, la sua geografia urbana e sociale, di imprimere il proprio inconfondibile marchio su una serie impressionante di grandissime opere letterarie, che il lettore individua subito come praghesi: forse nessuna altra città in Europa ha saputo, per ragioni complesse che critici e storici hanno compiutamente analizzato, divenire non solo lo scenario, ma l’essenza stessa di tante opere, la conditio sine qua non della loro produzione.
Se l’age d’or della produzione letteraria praghese è stato senza dubbio il primo novecento, epoca del crollo dell’impero austroungarico, della ritrovata identità nazionale, del rapido avvicinarsi della seconda guerra mondiale, è indubbio che essa abbia avuto una coda importante anche nei decenni del secondo dopoguerra, nei quali Praga è stata sicuramente l’epicentro emblematico delle speranze, delle contraddizioni e delle tragedie che hanno segnato il socialismo realizzato. In particolare nei primi anni ‘60, periodo che precede la fine drammatica della cosiddetta primavera di Praga, si affacciano sulla scena letteraria praghese una serie di scrittori che a vario titolo subiscono l’influsso della città e della sua recente storia culturale. Alcuni di questi, soprattutto dopo la caduta del comunismo, vengono tradotti in tutto il mondo, divenendo vere e proprie star internazionali, e non è un caso, a mio avviso, che si tratti quasi sempre degli scrittori più leggeri, portatori di istanze letterarie in sintonia con il nuovo pensiero unico, nelle quali Praga, le sue atmosfere tragiche, grottesche e profondamente ironiche ad un tempo vengono usate per raccontare l’aspirazione alla libertà dell’individuo, che ovviamente deve coincidere con la piena occidentalizzazione della città e del paese. Altri grandi scrittori di quel periodo, con storie più problematiche rispetto al cliché dell’intellettuale-censurato-e-perseguitato-dal-regime, latori di una letteratura che non è facilmente classificabile entro i canoni del mainstream culturale, vengono solo sporadicamente frequentati e proposti in occidente, e spesso rapidamente marginalizzati.
E così in quest’oggi nel quale Praga è stata ormai germanizzata ad un livello che neppure i nazisti avrebbero ritenuto pensabile, i cui luoghi magici sono ridotti a postazione per selfie e di acquisti di souvenir per masse di turisti low-cost, quasi fossero luoghi di una Venezia qualsiasi, trovare in libreria un romanzo di un autore come Ladislav Fuks è impresa ardua, mentre abbondano in vari cataloghi editoriali le opere di Milan Kundera e Bohumil Hrabal, simboli a mio avviso di un certo praghismo di seconda mano. Eppure la lettura de Il signor Theodor Mundstock, romanzo d’esordio di Fuks, rivela al lettore un narratore di prima grandezza, la cui poetica e la cui prosa si ricollegano direttamente alla grande letteratura ceca dell’anteguerra e la attualizzano rispetto ai tempi in cui è vissuto.
L’opera di Fuks giunse in Italia grazie ad Angelo Maria Ripellino, grande connettore tra la nostra cultura e quella slava: così nel 1972 (altri tempi, davvero) Einaudi pubblicò Il bruciacadaveri, secondo romanzo di Fuks, edito originariamente nel 1967, e nello stesso anno uscì presso Garzanti, con l’orripilante titolo Una buffa triste vecchina, il suo quarto romanzo, il cui titolo originale è traducibile in I topi di Natalie Mooshabrová. Einaudi propose poi, ben venticinque anni dopo, a seguito della morte dell’autore, Il signor Theodor Mundstock, uscito a Praga nel 1963. Oggi, solo Il bruciacadaveri è di nuovo disponibile in libreria, in una nuova traduzione per Miraggi edizioni, (consiglio caldamente di acquistarlo prima che vada fuori catalogo, così come consiglio la recensione che ne fa Lilicka sul suo blog) mentre delle altre opere di Fuks (in tutto circa una decina di romanzi) non vi è traccia.
Come detto, il mio sospetto è che l’oblio di cui è oggetto questo importante autore sia, almeno in parte, dovuto al fatto che Fuks non risponde allo stereotipo dello scrittore marginalizzato dal regime, meglio se esule in occidente. Certo la sua vita non fu facile: nato nel 1923, visse drammaticamente l’occupazione nazista della Boemia, assistendo alla deportazione di numerosi suoi amici ebrei od omosessuali come lui: questa esperienza sarà alla base di alcune delle sue prime opere. Dopo la guerra lavorò in alcuni uffici culturali statali, dedicandosi a tempo pieno alla letteratura solo dai primi anni ‘60. Anche se in alcune sue opere evidenziò gli aspetti critici del regime e più tardi denunciò l’invasione sovietica, aderì alla ufficiale lega degli scrittori cechi e continuò a pubblicare in patria anche dopo la fine della primavera. Di carattere tormentato, col tempo si isolò (e fu isolato) sempre più, morendo nell’agosto del 1994: il suo corpo venne ritrovato due giorni dopo la morte nell’appartamento di Praga in cui viveva in solitudine da anni.
Il signor Theodor Mundstock è ambientato a Praga tra l’autunno del 1941 e il giugno del 1942. La città è da tre anni capitale del Protettorato di Boemia e Moravia, dopo l’occupazione nazista del marzo 1939. In quei mesi si svolsero avvenimenti di portata storica: il 20 gennaio 1942 si tenne la Conferenza di Wannsee, durante la quale venne pianificata la soluzione finale nei confronti delle comunità ebraiche tedesche e dei territori occupati; il 27 maggio dello stesso anno un attentato ferì gravemente Reinhard Heydrich, governatore del Protettorato, il boia di Praga ed organizzatore della conferenza: Heydrich morì, in conseguenza delle ferite riportate, dopo alcuni giorni, e i tedeschi attuarono una sanguinosa repressione.
Il clima che si respira a Praga in quei mesi è quindi di angoscia, soprattutto in seno alla comunità ebraica: ogni giorno può arrivare la convocazione, l’ordine di partire per i campi di concentramento. Molte famiglie ebraiche sono già sparite lungo i binari che portano ad est, e poco si sa di quale sia il loro destino. C’è chi parla di lavori forzati, di fucilazioni o di semplice deportazione in luoghi remoti. Alla paura per il futuro si aggiungono le ristrettezze date dal razionamento del cibo e il clima di sospetto dato dalla presenza di delatori e collaborazionisti.
Fuks racconta quel clima attraverso gli occhi di una piccola, grande figura: quella del signor Theodor Mundstock. È un ebreo ormai piuttosto anziano (sessantenne, presumibilmente), che vive solo in un piccolo appartamento della città. Nel corso del romanzo veniamo a conoscere i pochi avvenimenti significativi della sua vita prima dell’occupazione: per oltre trent’anni ha lavorato come procuratore per la ditta «Menache Löwy. Canapa, corde e fili», dividendo l’ufficio con il signor Vorjahren – con il quale aveva un rapporto che non andava al di là delle formalità tra colleghi – sino a quando un giorno non trovò l’ufficio devastato e occupato dai tedeschi che gli annunciarono il suo licenziamento. Lungo gli stessi trent’anni ha avuto una storia platonica con Ruth Krausová, una ragazza ebrea bruttissima, soggetta a depressione, che per lunghi periodi preferiva non vederlo. Altro di lui non sapremo, se non che è religioso, che in tempo di pace frequentava qualche famiglia della comunità ebraica ed un locale dove si ritrovava borghesia ceca, che è molto cortese e dimesso con vicini di casa e conoscenti, tra i quali peraltro si annida anche un delatore della Gestapo: ora frequenta unicamente, e solo dietro espliciti inviti, gli Štern – una famiglia di commercianti che conosce da molti anni, caduta in povertà per la requisizione del loro negozio – essendo tra l’altro molto affezionato a Šimon, il loro quindicenne figlio minore. Farà visita anche a un vecchio rabbino, un tempo guida della comunità, che ora vive solo in una vecchia e cadente casa. Verremo infine a sapere che, provvisto di un liso cappotto grigio su cui spicca la stella gialla a sei punte, deve spazzare alcune delle vie di Praga in forza dell’Arbeitseinsatz.
Mundstock è un antieroe piccolo-borghese, che di fronte ad una tragedia di cui non riesce a percepire il senso e neppure l’entità si è ritirato in sé stesso, trincerandosi dietro un piccolo universo personale fatto del suo minuscolo appartamento, di una gallinella che gli fa compagnia zampettando ai suoi piedi e della sua ombra, da lui chiamata Mon, con la quale da qualche tempo dialoga spesso, cercando in un grottesco contraddittorio con sé stesso di esorcizzare la paura di trovare la convocazione nella cassetta delle lettere.
Nonostante la sua solitudine Mundstock ha ancora dei doveri sociali, che gli derivano dall’essere stato a suo tempo un apprezzato procuratore. Così, quando si reca dagli Štern, sempre più disperati per la prospettiva di essere trasferiti in un campo di concentramento, si dice convinto che la guerra finirà presto con la sconfitta dei nazisti e sfrutta la sua fama di cartomante per predire un futuro sereno alla famiglia.
Quando l’atmosfera si fa sempre più cupa e le partenze hanno ormai coinvolto gran parte dei suoi conoscenti, Mundstock cambia tattica, ed invece di cercare di non pensare a ciò che potrebbe capitargli decide di prendere di petto la questione, e di prepararsi alla partenza e alla futura vita nel campo di concentramento. Cessa di parlare con la sua ombra e, ricordandosi di essere stato un uomo pratico, decide di darsi un metodo: analizza i problemi che dovrà superare, dal trasporto della pesante valigia verso il treno al modo di evitare di essere bastonato all’arrivo al campo, dal modo di dormire su un tavolaccio di legno alla strategia per sfuggire alle presumibili angherie degli aguzzini, sino a come affrontare la possibile morte. Nella parte centrale del romanzo, in alcune pagine bellissime, Mundstock vede ciò che lo aspetta, identifica i suoi punti deboli e si esercita per superarli. Raggiunge così uno stato di superiore tranquillità: non ha più paura di dover partire, perché si è autoconvinto di poter superare tutte le difficoltà cui andrà incontro quando succederà.
Gli avvenimenti intanto incalzano: nella tarda primavera c’è l’attentato a Heydrick, e all’istintivo moto di gioia della popolazione ebraica subentra presto la spietata repressione nazista. Il romanzo va verso la sua fulminea e fulminante conclusione.
Il signor Theodor Mundstock è a mio avviso un grande romanzo, per una serie di motivi. Innanzitutto perché tratta una tematica importante, quella dello sterminio degli ebrei di Praga e più in generale dell’olocausto, da una angolazione particolare, affidandola ad un uomo senza qualità, un modesto impiegato che, senza la grande tragedia che la Storia gli getta addosso avrebbe avuto una vicenda umana segnata comunque da una tragica banalità. Egli era già un vinto prima, con la sua storia fallimentare con Ruth, la sua routine lavorativa, sempre uguale a sé stessa per trent’anni, le solitarie vacanze in Slovacchia. Se ciò che accade è senza senso, se è dettato da decisioni impossibili da comprendere, solo chi ha già di per sé vissuto senza senso potrà cercarne l’antidoto, il modo di superare l’angoscia che permea l’aria. La razionalità, il metodo nel quale Mundstock si rifugia convincendosi di poter resistere alle prove cui verrà sottoposto, è figlia del suo rammentarsi di essere stato un uomo pratico, epiteto che il suo collega Vorjahren gli appioppava ironizzando sul suo rapporto con la racchia Ruth. Significativamente, sarà l’unica crepa in questa corazza meticolosamente autocostruita da Mundstock per autoisolarsi da tutto e da tutti, l’unico filo che ormai lo lega all’esterno, ovvero il suo legame con gli Štern e l’amore per il giovane Šimon, a far fallire in modo tragicamente ironico il suo metodo.
Thomas Mundstock è secondo me innanzitutto un grande personaggio pienamente immerso nel novecento letterario, che- prendendo le mosse dalle angosce esistenziali tipiche del prima – ha la possibilità, se così si può dire, di sperimentare in che forma tali angosce si inverano negli anni della seconda guerra mondiale.
Il signor Theodor Mundstock è un grande romanzo anche in quanto, accedendo ad un altro livello interpretativo, si può affermare che trascenda dalla contingenza della tragedia degli ebrei di Praga per raccontare al lettore cosa siano la paura e l’angoscia assoluta, in questo caso indotte da precise condizioni ambientali, e come queste vengano interiorizzate ed espresse. In questo senso Fuks si riallaccia pienamente alla grande lezione di Kafka, e Thomas Mundstock può essere considerato stretto parente dei protagonisti dei suoi due maggiori romanzi. Anche lui infatti si trova di fronte ad avvenimenti che non può comprendere e ne ricerca una impossibile razionalizzazione. A differenza di Kafka, però, Fuks non è di cultura ebraica, e ciò che marca l’atmosfera dei romanzi di Kafka, il senso del magico e dell’ineluttabile, è qui di fatto assente. Anche senza essere Kafka, Fuks è comunque maestro nell’arte di condurre la narrazione in modo perfettamente coerente con il senso di angoscia che vuole trasmettere al lettore. Il romanzo è scritto in terza persona, ma il narratore non è onnisciente: è nella mente e dietro gli occhi di Mundstock, di cui registra i pensieri e le parole in modo asettico ed oggettivo, senza commento alcuno, facendoli spesso soffermare su particolari apparentemente insignificanti ma essenziali per descrivere i meccanismi di difesa della mente di fronte all’inconcepibile, come quando, a fronte della notizia dell’attentato ad Heydrick la sua attenzione viene assorbita dalla ringhiera del balcone con la vernice scrostata o quando, attendendo l’arrivo della Gestapo, pensa al modo in cui è stata costruita la sua cassetta della posta. Sono inoltre magistrali, come ho già detto, i passi in cui Mundstock passa dalla visione del viaggio verso il campo di concentramento alla realtà del suo appartamentino e viceversa.
In definitiva anche la prosa di Fuks rivela il grande scrittore, che troverà conferme nelle prove successive.
A volte anche la letteratura del secondo ‘900, peraltro da me poco frequentata, regala autori e libri importanti: a mio avviso Ladislav Fuks e Il signor Theodor Mundstock lo sono, e non meritano l’oblio cui sono al momento condannati, mentre gli scaffali sono come sempre pieni di insostenibili leggerezze e servitori di re inglesi.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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