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“Non giudicate”: La giustizia ai tempi del determinismo lombrosiano

IlCasoRedureauRecensione de Il caso Redureau, di André Gide

Editori Riuniti, Tracce, 1997

André Gide è stato certamente uno degli intellettuali più importanti del primo novecento europeo; dotato di una personalità complessa e sfaccettata, che si riflette nelle sue opere, fu il fondatore di una delle più prestigiose riviste letterarie d’oltralpe, la Nouvelle Revue Française, nelle pagine della quale trovarono ospitalità alcuni tra i maggiori scrittori francesi e non solo. Sue opere quali La porta stretta, L’immoralista e I sotterranei del Vaticano sono ancora oggi imprescindibili per chi voglia avere una visione ampia della letteratura europea del XX secolo.
Rispetto alle sue opere più importanti questo breve scritto, edito nel 1930, è da considerarsi sicuramente minore, essendo in gran parte la raccolta di materiale giudiziario relativo ad un caso di omicidio plurimo avvenuto nella regione di Nantes oltre una quindicina di anni prima. Non si tratta quindi di un’opera letteraria vera e propria, quanto di una sorta di pamphlet su un caso che aveva scosso l’opinione pubblica francese. Tuttavia si tratta di un volumetto – in tutto un’ottantina di pagine – interessante, sia perché permette al lettore di indagare uno dei tanti interessi di Gide, quello per il funzionamento, i riti e i meccanismi della giustizia francese, sia in quanto – anche grazie alla breve ma importante prefazione di Maurice Nadeau, altro grande intellettuale francese – stimola il lettore a porsi interrogativi di carattere generale sulla psiche umana e l’inadeguatezza del grado di comprensione del suo funzionamento da parte della società e delle autorità costituite.
Il caso Redureau fece molto scalpore nella Francia che si avvicinava alla prima guerra mondiale. La mattina del primo ottobre 1913 nel villaggio di Le Landreau, nei pressi di Nantes, i corpi di sei componenti di una famiglia di piccoli proprietari terrieri, i Mabit, e della loro giovanissima domestica vennero trovati massacrati nella loro abitazione in modo atroce. Vittime furono il capofamiglia, la moglie incinta di sette mesi e tre dei quattro figli, tra i quali il più piccolo di appena due anni, oltre alla nonna e alla domestica sedicenne. Tutti erano stati colpiti ripetutamente con una roncola, in un accesso di furia selvaggia. Fu subito chiaro che si trattava di omicidii commessi da un unico individuo in un breve lasso di tempo: oltre ad un figlio quattrenne dei Mabit, che era stato risparmiato, mancava all’appello solo un ragazzo del paese che da pochi mesi lavorava al servizio dei Mabit, aiutandoli nei campi: il quindicenne Marcel Redureau fu trovato quasi subito, nascosto nei pressi della sua abitazione, e confessò immediatamente di essere l’autore della strage. Processato, fu condannato a 20 anni di reclusione, il massimo della pena per un minorenne; morì di tubercolosi in carcere nel 1916, diciottenne.
Ciò che attirò subito l’attenzione della stampa a dell’opinione pubblica fu la mancanza di un movente plausibile per un delitto così efferato. Redureau, durante gli interrogatori, affermò che mentre lavorava al torchio per pressare l’uva la sera del 30 settembre il padrone l’aveva rimproverato, dicendogli che era uno scansafatiche. Irritato da un rimprovero ritenuto ingiusto, egli l’aveva colpito al capo con una mazza di legno e, quando era crollato a terra gemendo, gli aveva tagliato la gola con una roncola. Poi, per mettere a tacere eventuali testimoni del delitto, si era recato nel vicino appartamento e aveva ucciso, con la stessa roncola, la moglie di Mabit e la giovanissima domestica, quindi la nonna che era accorsa alle grida e i tre bambini che piangevano nella vicina stanza. Non aveva ucciso il quarto figlio della coppia perché dormiva in un’altra stanza.
Redureau si dichiarò pentito di quanto fatto, e affermò anche di aver tentato il suicidio, mancandogliene però il coraggio.
Gide, prima di raccontare questi fatti, scrive una breve ma significativa introduzione: Il caso Redureau avrebbe dovuto essere nei suoi propositi il primo capitolo di una collana progettata dall’autore, dal titolo Ne jugez pas, nella quale il grande scrittore intendeva raccogliere alcuni casi inspiegabili sulla base di assunti logici e dei metodi della giustizia. Ecco come Gide apre l’introduzione:
”La collana, di cui presentiamo qui il primo volume, non è affatto una raccolta di cause celebri. Non ci importano i «bei delitti», quanto piuttosto i «casi», non necessariamente criminali, i cui moventi restano misteriosi, casi che sfuggono alle regole della psicologia tradizionale e sconcertano la giustizia umana che, quando cerca di applicare la sua logica Is fecit cui prodest, rischia di lasciarsi trascinare negli errori più clamorosi.”
Ma quali sono gli errori che Gide intende evidenziare scrivendo Il caso Redureau? In fondo sembra che non ne sia stato commesso alcuno, visto che il ragazzo è reo confesso. L’attenzione di Gide, come accennato, si concentra sulla capacità della giustizia e degli strumenti analitici e conoscitivi di cui si avvale di capire davvero ciò che è successo, Dalla prefazione di Maurice Nadeau veniamo a sapere che Gide nel 1912 aveva accettato di far parte della giuria della Corte d’Assise di Rouen, con l’intento di capire dal di dentro come funzionava uno dei poteri cardine della società, quello grazie al quale alcuni uomini possono giudicare le azioni di altri e infliggere loro delle pene. Due anni dopo pubblicherà sulla Nouvelle Revue Française i Souvenirs de la cour d’assises, resoconto di quell’esperienza che gli aveva insegnato come l’istituzione non fosse immune da errori anche clamorosi, ma soprattutto come il determinismo di matrice positivistica che guidava l’attività dei tribunali penali, per il quale è possibile e necessario trovare sempre una spiegazione razionale ai fatti, al fine di accertare la verità e sanzionare equamente il colpevole, non riesce in realtà spesso a comprendere le motivazioni profonde, gli elementi fondanti l’azione del colpevole e quindi a fare davvero giustizia.
Non è quindi del singolo errore giudiziario che Gide va alla ricerca scrivendo Il caso Redureau, ma dell’errore di metodo della giustizia, come veniva esercitata nella Francia del primo XX secolo.
Per tale tipo di analisi la vicenda di Marcel Redureau e del suo processo sono esemplari, ed è per questo che Gide lo sceglie, sia pur a distanza di tanto tempo dai fatti, per inaugurare la sua collana, che peraltro non sarebbe andata oltre il primo capitolo.
Per condurre la sua analisi Gide lascia in gran parte parlare i documenti dell’epoca, eccettuati alcuni puntuali interventi e una serie di note a piè di pagina: anche il riassunto dei fatti del primo capitolo è affidato all’atto di accusa del tribunale. Da esso si desumono alcuni elementi importanti: innanzitutto come Marcel durante l’istruttoria avesse ripetuto e precisato, nei vari interrogatori cui era stato sottoposto, la dinamica dei fatti senza apparente emozione, pur dicendo di avere dei rimorsi ed essere pentito di ciò che aveva fatto; in secondo luogo che il ragazzo apparteneva ad una famiglia stimata, amica dei Mabit, che era intelligente e ”fornito del diploma di scuola primaria”. Nell’atto di accusa viene citato anche un testimone, il quale asserisce che Marcel, alcuni mesi prima del delitto, gli avrebbe detto che i Mabit non gli piacevano, e che se fosse stato per lui si sarebbe dovuto ammazzarli tutti. Gide tuttavia propende per la tesi che questo testimone sia un mitomane, e stigmatizza il rilievo che fu dato alla sua testimonianza durante il processo. Anche dagli articoli dei giornali nei giorni successivi emerge il ritratto di un ragazzo del tutto normale, che non beve, non ha vizi, ha un’intelligenza vivace, non ha mai creato problemi. Alcuni conoscenti gli attribuiscono un carattere chiuso, ma nulla che trascenda una personalità comunque sociale. Il lettore moderno già leggendo i resoconti giornalistici dell’epoca si rende conto di quanto fosse considerata normale una concezione antropologica del crimine, con chiari connotati di classe: un articolo riferisce così, con non poco stupore, il fatto che il ragazzo non ”presenta nessuna di quelle tare ereditarie, né quei segni di degenerazione che caratterizzano il vero criminale”, mente altri semplicemente queste tare le inventano, presentando Marcel come ”un bambino il cui sviluppo mentale non si sia completato [e che] in piedi poi è alto come uno stivale” oppure descrivendolo come segue: ”la testa grossa, i capelli biondi i cui ciuffi cadono su una fronte bassa e prominente. Il profilo […] è sfuggente”. Peccato che queste descrizioni siano del tutto false, come attesta la perizia dei medici legali: Marcel è un ragazzo per la sua età alto più della media dell’epoca e dal profilo molto regolare.
Proprio la perizia medica, che Gide riporta quasi per intero, costituisce la parte centrale del volume. L’autore le assegna una parte fondamentale nell’economia dell’inchiesta, perché è essenzialmente sulla base di questo atto, che analizza scientificamente i fatti e la personalità dell’imputato, che la corte inflisse a Marcel Redureau il massimo della pena. Ed è proprio in questo atto, attraverso il quale i medici devono essenzialmente rispondere al quesito se l’imputato fosse o meno in possesso delle sue capacità mentali al momento del delitto, che emerge tutta l’incapacità del determinismo di matrice positivista che li guida di ridurre entro i canoni della razionalità ciò che è avvenuto, con conseguenze, sia pur forse inevitabili dato il contesto in cui agivano, paradossali.
La perizia conferma quanto già detto della personalità di Marcel, e ciò mette non poco in difficoltà i periti: egli è un ragazzo con una intelligenza al di sopra della media, che ha delle letture ma ”non ha mai letto quei romanzi popolari i cui soggetti preferiti sono delitti ed assassini”, non si è mai ubriacato, non gioca d’azzardo e non frequenta l’osteria, non ha mai frequentato ragazze né avuto rapporti sessuali, risponde in modo pertinente alle domande che gli vengono poste, si mostra addolorato per ciò che ha fatto e prova dei rimorsi: insomma l’origine del delitto non può essere spiegata avvalendosi delle ”abituali condizioni eziologiche della criminalità giovanile. Non è frutto dell’ereditarietà o dell’influenza della classe sociale: l’autore del delitto non ha precedenti ereditari di tal genere: è cresciuto in un ambiente irreprensibile che gli ha inculcato buoni princìpi e dato buon esempio.”. È qui senza dubbio da rimarcare quell’accenno all’influenza potenzialmente criminale della classe sociale di appartenenza. La perizia riporta solo il carattere piuttosto chiuso di Marcel e una sua certa tendenza ad avere paura. Neppure l’accurata analisi morfometrica cui viene sottoposto rivela anomalie: è come detto un ragazzo ben fatto, e non vengono riscontrate le stigmate di Morel, malformazioni che indicherebbero la degenerazione morale secondo un approccio lombrosiano alla criminologia. Questo e molto altro rilevano i periti, ma nulla che possa ricondurre Marcel entro i canoni del criminale ereditario, in qualche modo predeterminato da tare sociali o individuali riscontrabili.
I medici minimizzano anche il possibile influsso dell’alterazione dovuta alla stanchezza come possibile causa del delitto: è vero, dicono, che la giornata lavorativa era di 15 (!) ore, ma tutto sommato il ragazzo aveva avuto alcuni giorni di riposo, per cui non poteva essere stravolto dalla fatica del lavoro.
Affermano quindi che ”non nella psicopatologia ma piuttosto nella normale psicologia di un adolescente bisogna cercare il vero determinismo delle azioni commesse dall’imputato”, e più avanti che alcuni episodi difficilmente spiegabili, come questo, ”possono essere la conseguenza di uno stato mentale che non rileva nulla di patologico, e che invece, in una parola, è fisiologico”. Per questi motivi i periti concludono che Marcel Redureau al momento del delitto non era in stato di demenza ed era invece in possesso della piena consapevolezza e coscienza delle sue azioni. Abbastanza paradossalmente quindi da un lato attribuiscono ad una presunta fisiologia adolescenziale ciò che è successo, dall’altro affermano che proprio perché fisiologico questo comportamento è consapevole e quindi merita il massimo della pena.
Seguono poi pagine dedicate all’arringa dell’avvocato difensore di Marcel (ovviamente nominato d’ufficio) che tenta invano di escludere la possibilità che i delitti siano stati commessi a seguito di un progetto criminale unitario e avvalora la tesi dell’alterazione dovuta alla stanchezza da lavoro.
Gide, dal canto suo, in una lunga nota, evidenzia la paurosità di Marcel come possibile causa della strage: dopo aver ucciso Moabit in un impeto d’ira per l’ingiusto rimprovero, la paura delle conseguenze di ciò che aveva fatto lo ha portato a sopprimere i possibili testimoni. Egli sarcasticamente sottolinea che un suo parente al fronte avesse compiuto, spinto dalla paura, azioni simili a quelle commesse da Redureau, e per questo era stato insignito della croce di guerra.
Leggere oggi Il caso Redureau permette, tra le pieghe del resoconto documentario di Gide, di addentrarci nei meccanismi di una giustizia che ancora cento anni fa, in uno degli stati più avanzati e democratici del mondo si poneva solo il problema della pena, e non quello del recupero del reo: i venti anni inflitti a Marcel, che tra l’altro sarebbero stati drammaticamente abbreviati dalle condizioni del carcere, corrispondevano infatti alla pena di morte per i maggiorenni. Con l’unica finalità di determinare la pena adeguata quella giustizia si affidava a concezioni e principi scientifici che non potevano nascondere la loro genesi per larghi versi ideologica: non è necessario capire, ma determinare perché sia avvenuto il delitto, entro uno schema giuridico angusto: si è trattato di patologia o piuttosto di fisiologia? In ogni caso, come dice Nadeau, bisogna impedire a Marcel di entrare nel mondo degli adulti.
Oggi fortunatamente molte cose sono cambiate, almeno sulla carta. Spesso infatti ci troviamo ancora di fronte ad una giustizia classista, deterministica, attenta solo ad infliggere la pena, in questo aiutata da certa politica e da media che assurgono al ruolo di giudici sommari. Gide, che sperimentò sulla sua pelle il giudizio sommario della società rispetto al suo essere diverso, volle intitolare la sua collana Non giudicate: da non cristiano mi sento di dire che l’esortazione di Cristo è quanto mai attuale.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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