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I nomi della cosa

LInchiestadiMesserDieuRecensione de L’inchiesta di Messer Dieu chirurgo e visionario nel Regno di Francia, di Franz-Olivier Giesbert

Frassinelli, 2000

Franz-Olivier Giesbert è innanzitutto un giornalista e un uomo di potere. Leggendo la sua biografia emerge come egli sia stato direttore di importanti mezzi d’informazione francesi, quali Le Nouvel Observateur, Le Point e Le Figaro. Negli anni ‘80 ha collaborato con importanti membri del Partito Socialista, contribuendo non poco a costruirne l’immagine mediatica. Ha scritto articoli e libri controversi sulle figure presidenziali di Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy, che più volte ne chiesero la testa, giornalisticamente parlando, ed ha condotto programmi culturali e di politica su varie emittenti televisive francesi.
Ha trovato però anche il tempo di scrivere una quindicina di romanzi, che in patria hanno ricevuto importanti premi e alcuni dei quali sono stati tradotti anche in italiano.
Tra questi vi è L’inchiesta di Messer Dieu chirurgo e visionario nel regno di Francia, lungo titolo che l’editore italiano ha voluto abbastanza inspiegabilmente dare al più sintetico Le Sieur Dieu originale. Edito nel 1998, è la quarta fatica letteraria dell’autore, e fu pubblicato in Italia da Frassinelli due anni dopo, in una edizione ancora rintracciabile, sia pure a fatica. Si tratta di un romanzo storico, che ha l’ambizione di descrivere accuratamente un preciso e cruciale periodo della storia francese, o meglio di una regione della Francia, per cui ritengo necessario iniziare la mia analisi da tale elemento.
Nell’aprile del 1545 il sud della Francia, e in particolare la zona circostante il massiccio del Luberon, è stata teatro di orrendi massacri che hanno avuto come vittime le comunità valdesi. All’epoca la Provenza era divisa in due unità politiche distinte: La Contea di Provenza, facente parte del Regno di Francia, e il Contado Venassino, area circostante Avignone delimitata verso est dalla Durance e dal Rodano, che costituiva, insieme alla città, una enclave del papato. Anche se da quasi due secoli il Papa era tornato a Roma, queste terre erano a tutti gli effetti dominio della Chiesa, e tali sarebbero rimaste sino alla Rivoluzione del 1789. Nei villaggi attorno al Luberon, sia in territorio papale sia nella contea francese, si erano insediati, a partire dall’inizio del XVI secolo, numerose comunità valdesi, chiamate dal vescovo di Marsiglia a ripopolare l’area, di fatto abbandonata dopo aspre lotte tra papalini e francesi. I Valdesi, il cui credo era nato a Lione nel XII secolo, erano uno dei tanti movimenti pauperisti medievali: predicavano il distacco dai beni materiali e non riconoscevano l’autorità del Papa, anche perché la Chiesa cattolica li aveva scomunicati sin dal 1184, soprattutto a causa della loro pretesa di predicare ed interpretare in pubblico la bibbia, da loro tradotta nelle varie lingue volgari. La Chiesa cattolica percepiva benissimo che la diffusione della bibbia a livello popolare avrebbe minato il suo monopolio sull’interpretazione dei testi sacri, per cui difese strenuamente nei secoli l’impiego del solo latino e il diritto dei soli sacerdoti di spiegarli al popolo.
Tuttavia sia da parte della Chiesa sia da parte della Francia vi furono periodi di tolleranza nei confronti dei Valdesi, tanto che come detto essi si poterono stabilire liberamente nell’area del Luberon, provenendo principalmente dalle Alpi: si calcola che oltre 1.400 famiglie valdesi vivessero in una quarantina di villaggi della zona, sostentandosi con l’agricoltura e l’allevamento. La situazione cambiò attorno al 1530, anche in seguito all’adesione dei Valdesi ai principi del calvinismo. Francesco I, che sino ad allora aveva pensato di utilizzare il protestantesimo per indebolire il suo grande nemico Carlo V, vide nel calvinismo una minaccia al suo potere assoluto, e – servendosi della chiesa cattolica e della Santa Inquisizione – iniziò una persecuzione sistematica di calvinisti e valdesi, dando di fatto inizio a quelle che sarebbero divenute, pochi anni dopo, le guerre di religione francesi.
Fu in questo contesto che alla metà di aprile del 1545 il primo presidente del Parlamento d’Aix, Jean Maynier, barone d’Oppède, iniziò una spedizione contro i Valdesi di Provenza: il 18 aprile fu raso al suolo il paese di Mérindol, principale insediamento della comunità, e le campagne e i piccoli villaggi circostanti vennero devastati. Il giorno successivo Jean Maynier cinse d’assedio la sola cittadina fortificata dei Valdesi, Cabrières-d’Avignon, dove si erano rifugiati parecchie centinaia di scampati ai massacri. Maynier promise che i cittadini avrebbero avuto salva la vita ma, una volta che il suo esercito fu lasciato entrare in città, tutti furono massacrati: gli uomini nel castello della città, bambini e donne – queste ultime dopo essere state sistematicamente stuprate – nella chiesa in cui si erano rifugiati. Il capo della resistenza valdese, Eustache Marron, fu catturato e, dopo essere stato orrendamente torturato, fu messo al rogo poche settimane dopo. Si calcola che circa 3000 persone vennero uccise, mentre molte altre vennero letteralmente vendute come schiave; i pochi sopravvissuti ai massacri scapparono verso la Svizzera calvinista. Papa Paolo III si congratulò con Maynier per avere estirpato l’eresia e lo fece Cavaliere dello Sperone.
Questi i fatti storici, riportati con estrema precisione, che fanno da cornice al romanzo di Giesbert, o per meglio dire ne costituiscono l’essenza. Ma un romanzo, a differenza di una cronaca, ha bisogno di un eroe, e questo eroe è Jehan Dieu de La Viguerie. Egli è un chirurgo, con tutto ciò che questo significava nel XVI secolo: è infatti anche scienziato, farmacista, erborista e, non ultimo, umanista. Nell’aprile del 1545 ha circa 40 anni, e nel corso del romanzo si scoprirà che ha viaggiato molto, sino in India e in Cina, alla ricerca di bachi da seta più produttivi di quelli francesi. Durante questi viaggi ha avuto modo di conoscere il pensiero buddista, quello islamico, il confucianesimo e il manicheismo, ma soprattutto l’opera di Meister Eckhart, che lo ha molto influenzato: Dio è il nulla, il totale, l’indefinito e l’indefinibile. Egli stesso, come testimonia il nome datogli dall’autore, è Dio. Ne consegue tra l’altro che Dio si manifesta, sia pure in forme diverse, in ciascuna religione, visto che queste hanno molti fondamenti in comune. Jehan sta scrivendo un libro nel quale rievoca le sue precedenti vite, perché una delle cose in cui crede è la reincarnazione. Le sue convinzioni lo portano ad un atteggiamento simpatetico anche verso i Valdesi, nei quali vede dei reietti ingiustamente perseguitati. Vive in una bastia sulle rive della Durance con un servo devoto, Thomas Pourcelet.
Le sue idee, in tempi così difficili, potrebbero essere viste come prossime all’eresia, ma egli è molto considerato come medico ed amico dei potenti, in primis di Jean Maynier, che ha più volte curato, e questo lo mette al riparo dai possibili strali dell’Inquisizione.
Contemporaneamente all’avvio della campagna contro i Valdesi, la zona è scossa da un altro terribile avvenimento. Una adolescente, Edmée Baudure, figlia di contadini ma che si dice essere sorellastra di Jehan Dieu, viene ritrovata morta: è stata strangolata, violentata e le è stato asportato il fegato. Naturalmente tutti accusano i Valdesi di essere gli autori dell’atroce delitto. Jehan, sia per il suo senso di giustizia, sia perché amico dei Baudure, sia infine per la quasi parentela con la morta, decide di indagare, tanto più che nei giorni seguenti altre bambine vengono uccise con le stesse modalità. Nel frattempo Jean, dopo essersi recato ad assistere il parto complicato di una donna appartenente ad una piccola comunità valdese che, scampata al massacro di Mérindol, vive in alcune grotte sulla montagna, si innamora perdutamente di una ragazza valdese, Catherine Pellenc, che porta a vivere con sé.
Sullo sfondo delle tragiche vicende dell’epoca, quindi, Giesbert costruisce un romanzo che è una sorta di giallo/noir con il contorno dell’immancabile grande storia d’amore: non ne svelo ulteriormente gli sviluppi perché questa è la classica opera nella quale il piacere della lettura è dato anche dall’andamento della trama, che è costruita per generare suspense.
Il romanzo ha a mio avviso alcuni pregi e molti difetti.
Un pregio indiscutibile è quello di proiettare il lettore in un’epoca storica tragica, i cui avvenimenti sono poco conosciuti al di fuori della Francia, durante la quale si combatté uno scontro senza esclusione di colpi sia per l’egemonia religiosa, e quindi politica, sull’Europa, sia per il consolidamento del potere monarchico in Francia. La Provenza, che siamo ormai abituati a considerare una terra quasi idilliaca, luogo d’eccellenza di un certo carattere rilassato della provincia francese, fu uno degli epicentri di questo scontro, e l’atmosfera di terrore che avvolgeva località oggi note come mete turistiche è bene resa dal romanzo attraverso una prosa essenziale in cui i dialoghi si alternano a digressioni esplicative.
Come detto l’accuratezza della ricostruzione storica è notevole, e anche se il romanzo lascia solo intuire le motivazioni vere del massacro dei valdesi, gli interessi nazionali e quelli locali che portarono alla violenza indiscriminata contro intere comunità, ho trovato – a differenza di alcuni che hanno scritto recensioni – particolarmente utili le pagine dedicate dall’autore alla storia dei Valdesi, alla ricostruzione e descrizione dei principali movimenti eretici, alle dispute teologiche e alle repressioni che le accompagnarono. Ancora, segno di una notevole documentazione storica da parte dell’autore sono le pagine dedicate qua e là alla descrizione di come la medicina e la chirurgia venissero praticate all’epoca, all’uso indiscriminato del salasso, di cui Jehan Dieu è un convinto assertore, alle medicine utilizzate.
Il romanzo poi evidenzia, soprattutto attraverso il personaggio di padre Nicolas Riqueteau, il domenicano inquisitore di Avignone, il ruolo dell’Inquisizione nella repressione, le ipocrisie e la perversa logica a fondamento ideologico della sua azione, la sua contiguità con il potere politico laico.
Un ulteriore pregio del romanzo è la capacità di variare a volte il tono lugubre che accompagna la maggior parte delle pagine, nelle quali non manca il ricorso a scene e particolari grandguignoleschi, con situazioni più leggere: su tutte, a mio avviso, l’episodio della guarigione di Jean Maynier dalla forma di impotenza temporanea che lo affligge, lui vero e proprio mandrillo che salta da una donna all’altra, e quello dell’assalto sessuale da parte di Béatrix de Rochebelin, respinto da Jean Dieu facendo ricorso ad una tattica scatologica.
Il sesso gioca una parte importante nel romanzo, ed è descritto in termini anche espliciti, sia quando si tratta del sesso gioioso e tenero tra Jean Dieu e Catherine Pellenc, sia quando diventa quello esercitato come dimostrazione simbolica del potere politico, sia infine quando si tratta di descrivere le tragiche conseguenze dell’abuso su adolescenti o donne. A volte tuttavia si ha l’impressione che l’autore si compiaccia un po’ troppo in alcune descrizioni forse inessenziali: è il caso degli esami molto accurati cui Jean Dieu sottopone le parti genitali delle povere bambine assassinate, durante le quali Giesbert fa sfoggio di conoscere – quasi fosse un epigono di Benigni – una pluralità di nomi con i quali tali parti vengono popolarmente indicate (peraltro il traduttore Francesco Bruno fa ricorso a termini per me insoliti quali fracoscio, petenecchio, fantolinetta), oppure quando descrive minuziosamente le modalità tecniche dello stupro di una donna valdese da parte di due soldati.
A parte quelle che io considero delle cadute di tono, il romanzo presenta comunque alcuni problemi congeniti. Il primo e a mio avviso più evidente è un certo sentore di già visto. Leggendolo, non si può infatti fare a meno di pensare a un altro libro, uscito quasi vent’anni prima, che tratta di inspiegabili delitti in epoca di eresie: Il nome della rosa di Umberto Eco. Molte infatti sono le analogie, forse sospette, tra i due romanzi, oltre a quelle citate; tra queste in primis il ruolo di investigatore attribuito al protagonista, che in entrambi i casi risulta essere un loico, un intellettuale dalla mentalità aperta rispetto agli angusti sentieri culturali entro i quali l’epoca pretendeva che si camminasse.
Mi sento comunque di affermare che mentre il romanzo di Eco spicca per la capacità dell’autore di bilanciare gli aspetti speculativi e di contesto con la vicenda che narra, facendo della seconda il perfetto pretesto per parlare al lettore dei primi, il romanzo di Giesbert rivela la propria debolezza complessiva proprio nello iato che separa queste due sue componenti. La storia, le vicende di Jean Dieu, il suo amore per Catherine, i misteriosi omicidi delle ragazzine sembrano in qualche modo posticce e stereotipate rispetto all’affresco storico che Giesbert dipinge in sottofondo, facendo cadere il romanzo nel genere. È come se l’autore, non avendo il coraggio letterario di scrivere un saggio sullo sterminio dei Valdesi nella Provenza del XVI secolo vi avesse appiccicato alcune vicende particulari poco convincenti, che dimostrano tutta la loro debolezza lungo tutto il libro, ed in modo specifico nella poco azzeccata soluzione del mistero degli assassinii. È quindi l’amalgama tra il contesto storico e la vicenda romanzesca che secondo me funziona poco; a mio avviso, però, non perché un giallo potenzialmente buono sia reso lento da pagine di descrizioni di eresie e vicende storiche, come alcuni lettori affermano, ma per il motivo opposto: la interessante e appassionante contestualizzazione storica in cui il romanzo è immerso non è supportata a sufficienza dalle vicende narrate, che invano l’autore tenta di rendere più golose facendo ricorso ad un iperrealismo sensazionalistico. Se ciò è innanzitutto vero per gli assassinii delle fanciulle, vale anche per la vicenda d’amore tra Jehan e Catherine, che rimane confinata tra gli stereotipi di genere, ancorché condito di particolari piccanti, con tanto di lettere d’amore e sacrificio estremo.
Dando atto quindi all’autore di avere compiuto uno sforzo non indifferente per documentarsi ed informare il lettore sull’epoca in cui ambienta il suo romanzo, credo che esso sia il tipico frutto di chi è innanzitutto giornalista, ed in quanto tale fatica strutturalmente a coordinare la necessità di documentarsi con lo sforzo creativo. O almeno così dovrebbe essere, in quanto mi pare che oggi abbondino sempre più esemplari di giornalisti in cui la verve creativa, in genere al servizio delle ideologie e interessi da cui sono pagati, sovrasta nettamente la tensione documentaria, considerata un fastidioso orpello.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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