Pubblicato in: Classici, Illuminismo, Letteratura, Letteratura italiana, Libri, Narrativa, Recensioni, Teatro

L’approdo della riforma

LaTrilogiadellaVilleggiaturaRecensione de La trilogia della villeggiatura, di Carlo Goldoni

Mursia, GUM, 1997

Tredici anni separano le prime commedie di carattere da La trilogia della villeggiatura. In questo periodo Carlo Goldoni scrive alcuni dei suoi capolavori assoluti, come La locandiera, Il campiello, I rusteghi. La sua produzione teatrale è quantitativamente prodigiosa, come testimonia emblematicamente l’impegno, mantenuto, a scrivere sedici commedie in un solo anno, il 1750. Sono anni nei quali egli completa la sua riforma, traendo spunto dal mondo per inventare il suo teatro. Si è ormai definitivamente staccato dai cliché della commedia dell’arte, e il suo sguardo indagatore si punta sull’aristocrazia parassita, sulla borghesia mercantile veneziana, sulle classi subalterne, sulle relazioni conflittuali che intercorrono tra le varie componenti della società in cui vive, sulle piccole meschinità e le ipocrisie dei singoli. Nelle sue commedie non vi sono più maschere, ma uomini e donne in carne ed ossa, che mostrano le loro contraddizioni, spesso determinate dai limiti loro imposti da invalicabili convenzioni sociali. È comunque sempre attento a trattare questi argomenti entro i limiti di una satira cortese, che induca il pubblico alla risata liberatoria, una satira mai espressa apertamente se non attraverso l’implicito connaturato alla scrittura teatrale, perché è cosciente che altrimenti potrebbe incorrere nel boicottaggio e nella censura, cosa che, vivendo della sua opera, non si può permettere.
Nelle sue commedie quindi, anche in quelle più sovversive, non manca mai il finale lieto, che riconduce situazioni potenzialmente irregolari entro i binari del politicamente corretto.
Nonostante queste attenzioni, il teatro di Goldoni non era mai stato alieno da critiche, anche feroci, da parte di autori più tradizionalisti, primo fra tutti l’abate Piero Chiari. All’inizio degli anni ‘60 l’opera di Goldoni è sottoposta ad un esplicito attacco da parte di un altro commediografo: il patrizio e conservatore Carlo Gozzi mette in scena, durante il carnevale del 1761, L’amore delle tre melarance, fiaba scritta sotto forma di canovaccio nella quale polemizza apertamente con il realismo della riforma goldoniana e la sua pericolosità sociale. L’opera di Gozzi ha un grande successo di pubblico, e Goldoni, che ha ormai passato la cinquantina, deluso dalla mancata assegnazione di un vitalizio da parte della Repubblica e preoccupato per il suo futuro pensa di lasciare un’altra volta Venezia: l’anno successivo si trasferisce a Parigi, dove è stato invitato per risollevare le sorti della Comédie Italienne. Quella che avrebbe dovuto essere una permanenza piuttosto breve si prolungherà sino alla morte, oltre trent’anni dopo. Prima di lasciare Venezia, Goldoni scrive alcuni dei suoi ultimi capolavori, tra i quali, oltre alla Trilogia, Le baruffe chiozzotte, Sior Todaro brontolon e quella sorta di addio che è Una delle ultime sere di carnovale.
La trilogia della villeggiatura riveste un ruolo particolare nell’ambito dell’opera goldoniana, innanzitutto per la struttura. Si tratta infatti, come dice il nome, di tre commedie, distinte ma concatenate temporalmente, aventi gli stessi protagonisti. La prima narra dei preparativi per la villeggiatura, la seconda di ciò che accade durante la villeggiatura e la terza delle conseguenze della villeggiatura. Goldoni già in passato aveva scritto alcune commedie che ne riprendevano altre, ma è la prima ed unica volta che presenta un trittico tanto organico che potrebbe quasi essere considerato un’unica commedia in nove atti, come dice lo stesso autore, il quale rimarca anche come il tutto sia stato scritto contemporaneamente. Indubbiamente questa scelta può essere stata dettata dalla intrinseca ampiezza delle situazioni trattate, ma non è escluso che ci possa anche essere stata, da parte di un professionista del teatro, anche la volontà di fidelizzare il pubblico, spingendolo a tornare a teatro per vedere come andava a finire.
Perché Goldoni punta la sua attenzione sulla villeggiatura? Per capirlo è necessario contestualizzare questa pratica.
Le ville venete sono famose: disegnate da noti architetti del rinascimento e del barocco, punteggiano il paesaggio delle province di Treviso, Vicenza e Padova. Oggi in molti casi sono annegate nello scempio che di tale paesaggio ha fatto un’urbanizzazione che allo sviluppo (in realtà alla mistica del denaro come unico valore) ha sacrificato tutto, a partire dall’identità del territorio, ma per secoli sono state il fulcro di una precisa organizzazione territoriale, sociale ed economica. La nobiltà veneziana traeva una parte importante della propria ricchezza dalla proprietà terriera, e la villa era il luogo nel quale si recava per sovraintendere alle operazioni colturali e ai raccolti. In villa si andava all’inizio dell’estate e vi si tratteneva sino alla vendemmia. Con l’accentuarsi del ruolo parassitario dell’aristocrazia rispetto alla borghesia mercantile, la villeggiatura perse gradualmente il suo aspetto utilitaristico per divenire uno svago, un simbolo di distinzione. Le ville, i cui spazi originariamente erano utilizzati in prevalenza per immagazzinare le derrate, si trasformarono in lussuose dimore signorili. All’epoca di Goldoni questa trasformazione della villeggiatura in uno degli status symbol delle classi dominanti era compiuto da tempo. La stessa borghesia veneziana, ormai da tempo detentrice del potere reale, quello economico, aveva introiettato la necessità di imitare i modi dell’aristocrazia quale segno della distinzione sociale, e lo sfarzo della villeggiatura era uno di questi. In villa si davano le serate più brillanti, si intrecciavano le relazioni più importanti, e la villeggiatura ormai si prolungava sino all’autunno inoltrato.
Goldoni per lunghi anni è stato in qualche modo il cantore delle virtù di saggezza, frugalità e avvedutezza del mercante veneziano, di cui il personaggio di Pantalone De’ Bisognosi ha rappresentato l’archetipo. L’autore veneziano ne mise anche in mostra i difetti, quali l’avarizia, l’autoritarismo e l’attaccamento ottuso alle tradizioni, ma tutto sommato questi difetti erano in qualche modo il necessario corollario di una personalità sociale complessivamente percepita come positiva, soprattutto se comparata alla grettezza dell’aristocrazia.
È con le quasi contemporanee I rusteghi e La trilogia della villeggiatura che questa concezione si incrina: mentre però ne I rusteghi alla berlina sono messi, sia pure in modo più totalizzante e corrosivo, i difetti già visti, quelli propri del mercante veneziano, con la Trilogia l’autore fa un salto in avanti per così dire teorico, colpendo la borghesia, in particolare quella media e piccola, nelle sue smanie di scimmiottare l’aristocrazia. In questo modo Goldoni sembra avvertire che la nuova classe sta ormai rinunciando ad affermare i valori sulla quale si era formata e, vinta ormai la battaglia per il potere con una nobiltà che si sta autoestinguendo, mira ad ereditarne le tare, viste come elemento di legittimazione.
È però ora necessario, al fine di giustificare queste asserzioni, accennare alle vicende narrate, sia pure a grandissime linee, avvertendo il lettore che le commedie presentano altre storie collaterali, che però in gran parte hanno solo la funzione di rispondere alle esigenze di farsa ed azione del pubblico di Goldoni.
Innanzitutto si deve rilevare come la vicenda sia ambientata non a Venezia, ma a Livorno. Probabilmente anche questo è un segno della consapevolezza di Goldoni che queste sue commedie miravano al bersaglio grosso. Sinché i suoi strali si rivolgevano all’aristocrazia o si limitavano ad accentuare più o meno bonariamente difetti che il suo pubblico (per lo più borghese) poteva recepire come proprie virtù fondanti, l’ambientazione poteva essere veneziana. Quando però la critica si fa radicale sino ad attribuire alla borghesia la stessa vacuità dell’aristocrazia ecco che Goldoni ritiene più prudente spostare l’azione in un’altra città.
Nella prima commedia, Le smanie per la villeggiatura, entrano in scena i due nuclei familiari che saranno protagonisti del ciclo: da una parte Filippo, anziano mercante vedovo, e sua figlia Giacinta; dall’altra due giovani fratelli, Leonardo e Vittoria. Leonardo è innamorato di Giacinta, anche se non si è ancora dichiarato. Vittoria è in cerca di marito. Le due famiglie hanno due ville vicine in quel di Montenero, poco lontano dalla città, e stanno per partire insieme per la villeggiatura. In particolare le due giovani smaniano per poter sfoggiare a Montenero i loro vestiti alla moda ed essere le star delle serate mondane: la loro accesa rivalità è dissimulata da una amicizia fatta di convenevoli ed adulazione reciproca. Durante i preparativi si viene a sapere che, proprio per la necessità di apparire, la villeggiatura costa moltissimo, e Leonardo sta contraendo numerosi debiti. Geloso, viene a sapere che nel calesse accanto a Giacinta ci sarà un altro giovane, Guglielmo, che egli ritiene un rivale. Tutta la commedia è punteggiata dalle false partenze dovute ai tentativi di Filippo di non lasciare che Guglielmo accompagni Giacinta. Alla fine, di fronte al carattere di Giacinta, che rivendica la sua libertà di vedere chi vuole ma nello stesso tempo si promette a Leonardo, le due famiglie partono.
La seconda commedia, Le avventure della villeggiatura, è ambientata a Montenero. Punto saliente ne è l’innamoramento di Giacinta per Guglielmo, che la conquista con i suoi modi suadenti e le sue dichiarazioni d’amore. Giacinta è combattuta tra la promessa di matrimonio data a Leonardo, che però non ama, e la passione per Guglielmo, sul quale ha nel frattempo messo gli occhi Vittoria. Dopo aspri e dolorosi conflitti interiori Giacinta sceglierà di rimanere fedele all’impegno preso, spingendo Guglielmo a chiedere in sposa Vittoria. Nel frattempo la vita di villeggiatura prosegue apparentemente spensierata, tra caffè e cioccolate, pettegolezzi della servitù, partite a carte, visite reciproche, l’amore senile di una zia di Giacinta per uno scroccone, l’amore tra due giovani poveri e un po’ scemi, amici dei protagonisti. La situazione finanziaria di Leonardo però precipita senza che gli altri lo sospettino, ed egli è costretto a tornare precipitosamente a Livorno, seguito a breve da tutti gli altri.
Nell’ultima commedia, Il ritorno dalla villeggiatura, Leonardo tenta, con l’aiuto di un vecchio galantuomo, Fulgenzio, di farsi dare una mano finanziaria dallo zio Bernardino, un vecchio ricco ed avaro, che però lo umilia per la sua sventatezza e si rifiuta di aiutarlo. Nel frattempo Giacinta respinge gli ultimi assalti di Guglielmo, pur essendo cosciente di sacrificare l’amore, e tutto si avvia verso il lieto fine, di cui sarà deus ex machina il buon Fulgenzio, grazie al quale Leonardo e Giacinta potranno divenire amministratori di alcune proprietà genovesi del padre di lei.
Come detto in queste commedie Goldoni colpisce al cuore da angolature diverse ”quell’ordine di persone che [ha] voluto precisamente prendere di mira; cioè di un rango civile, non nobile e non ricco; poiché i nobili e ricchi sono autorizzati dal grado e dalla fortuna a fare qualche cosa più degli altri” (da L’autore a chi legge).
Nessuno dei personaggi principali, con la parziale eccezione di Giacinta, esce bene dalle vicende narrate. Non certo Leonardo, scialacquatore e improvvido, che mira a Giacinta essenzialmente perché i suoi 8.000 scudi di dote gli permetteranno di pagare i debitori. Non certo sua sorella Vittoria, intenta solo a seguire la moda ed a rivaleggiare con Giacinta per il vestito più bello, pur essendo pienamente consapevole dei debiti che sta accumulando. Non certo Guglielmo, che ad onta del suo dichiarato amore per Giacinta si accomoda presto a sposare senza amarla la povera Vittoria. Ma non ne escono bene neppure i vecchi: Fulgenzio è, pur galantuomo, un rustego bigotto, tutto preso dalle convenienze a da una morale ipocritamente fuori dai tempi; lo stesso Filippo, padre di Giacinta, è un signore senza alcuno spessore morale, succube delle circostanze, che si lascia influenzare nelle decisioni dall’ultimo che gli parla, e il cui orizzonte ultimo è gastronomico. Sicuramente, però, la figura più straordinaria di vecchio è lo zio Bernardino, che compare solo in due scene (a mio avviso le più belle della Trilogia) ma che rappresenta uno dei personaggi più meschini e luciferini ideati da Goldoni: come fa giustamente notare Gastone Geron nell’introduzione, proprio la sinteticità con cui Goldoni dipinge il personaggio ne costituisce uno dei tratti di grandezza indelebile. Non è neppure il caso di accennare, poi, ai tratti quasi caricaturali che Goldoni conferisce a donna Costanza, alla zia Sabina, sessantacinquenne letteralmente in fregola, allo scroccone e pettegolo Ferdinando. Diversamente che in altre commedie goldoniane, i servitori giocano un ruolo marginale, ad eccezione di Brigida, confidente di Giacinta.
Complessivamente la Trilogia consegna al lettore/spettatore il ritratto di una piccola borghesia vacua, spendacciona oltre le sue possibilità, nella quale l’avarizia non è più sinonimo di accortezza ma di cinismo e crudeltà, ottusa, bigotta e senza autorità: tutte le sue virtù sono state rinnegate. Non è quindi un caso che Goldoni abbia ambientato le vicende lontano da Venezia, e forse neppure che le due commedie in cui questi caratteri vengono sempre più allo scoperto (le ultime due) siano state a lungo considerate commedie sbagliate o minori.
Accennavo alla parziale eccezione, rispetto a questo desolante panorama umano e sociale, rappresentato da Giacinta. Ella è certo l’ennesimo esemplare di donna forte goldoniana, che vive un dramma interiore e alla fine lo sa risolvere. Però non bisogna dimenticare il suo essere perfettamente organica alle smanie, come rivela la spassosa rivalità con Vittoria; inoltre va notato come la soluzione data al suo dramma sia quella peggiore: seguirà infatti le ragioni delle convenzioni piuttosto che quelle del cuore, adattandosi ad un futuro presumibilmente infelice accanto ad un uomo che non ama. Forse Goldoni non poteva fare altrimenti, ma è indubbio che il personaggio di Giacinta ne esce notevolmente indebolito.
Prima di andarsene da Venezia Goldoni ci rivela tutta la sua disillusione verso la classe sulla quale aveva puntato: significativamente l’ultimo acuto lo riserverà ai pescatori di Chioggia. Poi sarà solo Francia, e quando lì quella stessa borghesia prenderà il potere, lo farà morire povero, togliendogli la pensione.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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