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Tra Kafka e Witkiewicz, senza la loro forza evocativa

BacacayRecensione di Bacacay, di Witold Gombrowicz

Feltrinelli, Universale Economica, 2004

Ho iniziato con Bacacay la lettura di una trilogia di Witold Gombrowicz che mi ha portato ad esplorare in senso cronologico alcune delle tappe più significative della produzione letteraria di questo scrittore polacco che ha attraversato il XX secolo con una vicenda esistenziale sbilenca. Nato nel 1904, figlio della nobiltà terriera polacca, pubblicò le sue prime opere negli anni ‘30; fu sorpreso in Argentina dallo scoppio della seconda guerra mondiale, e nel paese sudamericano visse in relativa povertà e sostanzialmente sconosciuto per oltre vent’anni, prima di ritirarsi nel 1963, ormai affermato scrittore, in Provenza, dove morirà nel 1969.
Questo intervallo temporale, che scandisce la vita dell’artista, rende anche conto di come, almeno a mio avviso, Gombrowicz possa essere considerato uno degli anelli di congiunzione, forse uno dei più importanti, tra la letteratura della crisi dei primi decenni del ‘900 e i lidi postmoderni cui quella stessa letteratura approderà nel secondo dopoguerra.
Leggere quindi le opere di Gombrowicz seguendo il periodo in cui furono scritte è a mio avviso molto utile per comprendere questa evoluzione personale, che per certi versi rispecchia l’evoluzione di un intero filone letterario.
Bacacay è la prima pubblicazione dell’autore, e risale al 1933, quando fu edita a Varsavia con il titolo di Ricordi del periodo della maturazione. Il volume Feltrinelli da me letto riprende però l’edizione di Cracovia del 1957, nella quale, oltre a cambiare il titolo, lo scrittore aggiunse tre racconti pubblicati in precedenza su riviste, dei quali due negli anni ‘30 e uno nel dopoguerra, e rivide alcuni dei precedenti. Il volume, curato da Francesco M. Cataluccio, massimo esperto italiano di Gombrowicz, è completato da un apparato critico che riporta i cambiamenti apportati ai racconti originali, da una ottima introduzione dello stesso Cataluccio e da un breve chiarimento dell’autore circa il significato dei suoi racconti.
Complessivamente oggi Bacacay si compone di dieci racconti che, sia pure tutti connotati dall’inconfondibile modalità di scrittura di Gombrowicz, dal suo sbeffeggiante anarchismo, dal suo gusto per il paradosso e l’ironia, sono a mio avviso parecchio disomogenei.
Nel primo racconto, Il ballerino dell’avvocato Kraykowski, si assaporano già a ben guardare tutti gli ingredienti della letteratura di Gombrowicz, soprattutto del primo Gombrowicz: lo sberleffo nei confronti delle regole sociali, la critica verso il perbenismo delle classi dominanti, l’eros come fattore destabilizzante, il gusto per il non-senso e il paradosso. Narra in prima persona di un tizio che, volendo saltare la coda per acquistare un biglietto teatrale viene preso per il bavero e rimandato indietro da un signore molto distinto, che commenta rivolto alla moglie: ”Ordine ci vuole, siamo in Europa.” Il narratore resta fulminato dalla perfezione formale del signore e lo segue verso casa, scoprendo che si tratta dell’illustre avvocato Kraykowski. Seguire l’avvocato, cercare di entrare in contatto con lui diviene la sua ossessione: gli manda fiori, gli paga le consumazioni al bar, ma naturalmente Kraykowski allontana con fastidio l’importuno. Resosi conto che l’avvocato fa la corte ad una donna sposata, le manda lettere anonime invitandola a darsi al grand’uomo, senza apparente successo. Quando una sera vede i due appartati sulla panchina in un parco solitario e la cosa accade inizia a gridare la sua gioia: ”L’avvocato Kraykowski la sta…! L’avvocato Kraykowski la sta…! L’avvocato Kraykowski la sta…! Accorre gente e scoppia il pandemonio. Quando, pochi giorni dopo, l’avvocato Kraykowski si appresta a rifugiarsi in una località di villeggiatura per sfuggire al suo persecutore questi, che è venuto a saperlo, decide che lo seguirà.
Ho voluto sintetizzare la trama di questo primo racconto per evidenziare il modo in cui gli elementi della letteratura di Gombrowicz che ho elencato sopra si presentino nella pagina dello scrittore polacco. La vicenda, paradossale e leggera, presenta a mio avviso accenti vagamente kafkiani, sia pure giocati su un piano affatto diverso rispetto a quello esplorato dallo scrittore praghese. Qui infatti, non è un potere oscuro che risucchia inesorabilmente la vita del protagonista, ma è il protagonista stesso che si annulla dedicando la propria vita all’uomo di potere, al rappresentante della perfezione formale borghese, l’illustre avvocato, arrivando a distruggere tale perfezione e finendo per coglierlo sul fatto, e mettendone così in evidenza tutte le contraddizioni ed ipocrisie. Kraykowski è indubbiamente vittima di un molestatore, ma è lui stesso, con la sua pretesa dirittura morale, che crea il brodo di coltura del tormento che subirà. Dalla lettura del racconto emerge anche, sia pure in nuce, la tematica che Gombrowicz svilupperà di lì a poco nel suo primo romanzo, Ferdydurke: quella dell’immaturità come chiave per affrontate la vita e il mondo. Il protagonista è infatti evidentemente un immaturo, in qualche modo un bambino adulto che si annulla inseguendo un presunto modello, che gioisce infantilmente della conquista sessuale del suo idolo, ma è proprio attraverso il suo comportamento immaturo che riesce a mettere a nudo l’inconsistenza di tale modello. Tanta carne al fuoco fin dalla prima prova, verrebbe da dire, ma forse è anche il caso di evidenziare come già da questo racconto emergano tutti i limiti della letteratura di Gombrowicz, ed innanzitutto la sua incapacità di scavare a fondo rispetto alle questioni che pone, finendo spesso per essere egli stesso vittima della ricerca del paradosso fine a sé stesso, del gusto di stupire tanto per stupire, della ricerca della bella pagina piuttosto che della buona pagina.
Il protagonista del racconto seguente, Il diario di Stefano Czarniecki, è figlio di un nobile polacco e di una ricca ebrea. Il racconto narra della sua vita di topo neutro, né bianco né nero, nella Polonia nazionalista e venata di antisemitismo degli anni ‘30, dominati dal revanscismo del generale Piłsudski. Il mezzo ebreo Stefano Czarniecki è in qualche modo costretto ad assorbire il nazionalismo polacco sin da piccolo, per farsi accettare dai suoi compagni; diverrà soldato ed andrà in guerra, riuscendo grazie alla divisa a conquistare la sua amata, ma l’esperienza bellica gli aprirà gli occhi, ed egli tornerà cambiato e fallito. Il racconto si chiude con la dichiarazione di Czarniecki di essere divenuto un comunista, sia pure non nel senso ortodosso del termine (Gombrowicz è sempre stato anticomunista, semmai lo si può definire un anarcoide). “Ovunque scorgo la presenza di un sentimento misterioso: sia esso la virtù o la famiglia, la fede o la patria – debbo commettere una mascalzonata”, dice Stefano, richiamando esplicitamente l’immaturità, il ritorno all’infanzia come strumento di lotta contro le aberrazioni sociali. È questo il racconto più esplicitamente politico della raccolta, ma forse proprio per questo è anche uno dei più deboli e scontati, perché tra l’altro a mio avviso fa emergere tutta l’ingenuità della visione politica dell’autore.
Riferendomi al primo racconto ho parlato di accenti vagamente kafkiani. Non sono stato in grado di appurare se all’epoca Gombrowicz conoscesse o meno l’opera dello scrittore praghese, morto da meno di dieci anni, ma è indubbio che questi accenti si fanno più importanti nel terzo racconto, Un delitto premeditato. Né Catalucci nella prefazione né lo stesso Gombrowicz nel Breve chiarimento in cui spiega i suoi racconti accennano ad un eventuale debito nei confronti di Kafka, per cui le assonanze, secondo me evidenti, rimangono un piccolo mistero.
La vicenda, narrata in prima persona, vede un giudice recarsi nella casa di un possidente terriero dove è stato invitato per risolvere alcune questioni legali. Quando però giunge alla stazione, non c’è nessuno ad accoglierlo. Giunto nella casa, trova un’atmosfera reticente ed ostile da parte della famiglia del possidente, e solo dopo un po’ gli viene detto che questi è morto nella notte. Il giudice inizia a sospettare un omicidio e a raccogliere indizi in tal senso.
Molti sono gli elementi che a mio avviso avvicinano Un delitto premeditato a Kafka: tra quelli di carattere formale sicuramente l’atmosfera complessivamente notturna e claustrofobica, l’indeterminatezza dei luoghi, il possidente che si chiama Ignazio K. Anche dal punto di vista sostanziale questo racconto, che per inciso è quello che mi ha maggiormente convinto dell’intera raccolta, ricorda esplicitamente Kafka: lascio al lettore scoprire perché, dato che non è opportuno a mio avviso addentrarsi troppo nella sua trama, inficiando il piacere della scoperta.
Il simposio della contessa Kotlubaj è il racconto dove a mio avviso a Kafka si sostituisce, come riferimento immediato, Stanisław Ignacy Witkiewicz. Il grande Witkacy, che personalmente considero uno dei più significativi autori del primo novecento europeo, era amico di Gombrowicz, e indubbiamente quest’ultimo risentì molto della sua fortissima personalità artistica e culturale. Il suo capolavoro, Insaziabilità, era stato pubblicato nel 1930, e nella figura della contessa Kotlubaj non si possono non rintracciare echi della Principessa Ticonderoga, artefice dello svezzamento del giovane Genezyp Kapen. Tuttavia, anche qui, quale differenza tra la potenza dirompente della scrittura di Witkiewicz e la paginetta di Gombrowicz che, anche se a volte è di indubbia efficacia assumendo tratti quasi espressionisti quando descrive l’abiezione dell’aristocrazia polacca che si abbandona ai suoi vizi segreti, resta lontana anni luce dalle capacità di immaginifica visionarietà dell’amico.
Con La verginità si entra a piè pari nell’ambito di un altro dei temi centrali della letteratura di Gombrowicz, per la verità già sfiorato in alcuni dei racconti precedenti: il sesso come fattore in grado di scardinare i rapporti sociali cristallizzati dalla morale corrente. È questo uno dei pochi racconti non scritti in prima persona, e narra dei turbamenti di Alice, fanciulla in fiore fidanzata a Paolo, che tutti considerano vergine, ignara delle cose della vita. Paolo, che sogna una vita coniugale tranquilla e comme il faut, ama in lei proprio questa sua innocenza, senonché Alice sa che c’è qualcos’altro, qualcosa di segreto e di molto importante nella vita delle persone e di cui però nessuno parla, e vuole a tutti i costi capire di che cosa si tratta. Spinge quindi l’innamorato, sempre più sconcertato, a spiegarle, a provare. Gombrowicz, come farà sempre, parla del sesso per circonlocuzioni e per simboli, senza rendere espliciti i riferimenti. In questo caso Alice chiede a Paolo, nel finale del racconto, di rosicchiare insieme un osso trovato in una pattumiera, suggerendo al tempo stesso la fisicità e la trasgressività dell’atto sessuale rispetto alle regole.
I due racconti seguenti, Le avventure e Cose accadute sul brigantino Banbury sono a mio avviso i più deboli della raccolta. Secondo Catalucci fanno in qualche modo il verso al polacco Conrad, narrando per lo più di avventure aventi come scenario il mare. Il primo in particolare, il cui protagonista viene tormentato da un negro di pelle bianca, che prima lo abbandona tra le correnti oceaniche e in seguito lo getta nella Fossa delle Marianne, mi è sembrato una prova di scrittura fine a sé stessa. Il secondo racconto, nel quale si ritrovano echi de I ribelli del Bounty di Verne, è il racconto più lungo della raccolta, e narra delle avventure di un passeggero su una nave il cui equipaggio si ribella al capitano. Anche in questo racconto è presente il tema del sesso, relativamente alla forzata omosessualità dei marinai, giocato in modo discreto ed allusivo. Il racconto è a mio avviso non poco verboso e autocompiaciuto, rimanendo piatto come la calma che avvolge il Banbury in mezzo all’oceano, che vorrebbe essere metafora della noia esistenziale di Gombrowicz. La chiosa del racconto, molto citata, perché riflette uno dei punti fermi su cui si basa la poetica di Gombrowicz, e dà conto del suo idealismo anarchico recita: ”il mondo esteriore non è che uno specchio nel quale si riflette il mondo interiore.
In Sulla scala di servizio il sesso torna protagonista, con le modalità che caratterizzano Gombrowicz. Il protagonista è un alto funzionario d’ambasciata che ha una passione segreta per le donne di servizio, in particolare per quelle grasse e dalle gambe grosse. Le avvista per strada e le segue negli androni in cui entrano, cercando di attaccar bottone e venendo abitualmente respinto. È sposato con una donna bella ed irreprensibile, che rappresenta tutto ciò da cui lui tenta di sfuggire per il tramite delle donne di servizio. Quando anche in casa sua arriva una donna grassa e brutta, questa non tarda a scoprire il potere che ha sul padrone e a soggiogare marito e moglie. Sulla scala di servizio è un racconto a mio avviso notevole, che avrebbe potuto essere il soggetto ideale per un film di un altro grande anarchico, la cui personalità artistica presenta notevoli analogie con quella di Gombrowicz: Luis Buñuel, che ne avrebbe potuto trarre un altro Il fascino discreto della borghesia; del resto, anche La verginità si sarebbe prestato bene ad una rielaborazione per lo schermo da parte del grande regista spagnolo.
Gli ultimi due racconti, comparsi, insieme a La scala di servizio, nell’edizione del 1957, a mio avviso non aggiungono molto alla raccolta. Il primo, dal titolo Il topo, è la storia di un brigante che viene rinchiuso in una segreta e resiste a tutte le torture tranne che alla sua paura irrazionale per i topi, mentre il secondo, Il banchetto, racconta in chiave farsesca la gretta venalità di un monarca.
I racconti di Bacacay (a proposito, il titolo deriva dal nome di una viuzza di Buenos Aires dove Gombrowicz visse) sono proprio i ricordi del periodo della maturazione dell’autore, come recitava il titolo originale divenuto in seguito sottotitolo. Ci permettono infatti di seguire la maturazione artistica dell’autore, che per la verità appare già ben formato sin dalle prime prove, pur con tutti i limiti che a mio avviso la sua scrittura evidenzierà sempre, e di percepire il significato di omologazione che Gombrowicz attribuisce a questo termine, significato che verrà sviluppato nel successivo Ferdydurke, oggetto del mio prossimo commento.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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