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L’hard boiled d’autore che delude

PiomboeSangueRecensione di Piombo e sangue, di Dashiell Hammet

Guanda, Le Fenici Tascabili, 2002

Mi sono accostato a questo romanzo di Dashiell Hammett con molte aspettative. Hammett è infatti considerato l’inventore dell’hard boiled, il genere letterario incentrato sulla figura dell’investigatore privato solitario e duro, il cui modello è Sam Spade, e caratterizzato dal realismo delle storie raccontate, ambientate solitamente in città degli Stati Uniti violente, notturne e corrotte, dove domina la malavita organizzata, spesso in collusione con la polizia e la politica. Il discepolo più famoso di Hammett, Raymond Chandler, padre di Philip Marlowe, nel suo saggio La semplice arte del delitto afferma che ”Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali.” Questo realismo delle storie raccontate è infatti in grado, a mio avviso, di elevare il giallo o il noir al di sopra della scrittura commerciale, conferendogli una precisa dignità letteraria. È ciò che successe anche in Europa, grossomodo nello stesso periodo in cui scrive Hammett, con due autori che idearono interessanti figure di detective: Georges Simenon e Friedrich Glauser, con Maigret e il Sergente Studer, ci hanno fornito l’esempio di come il genere giallo possa essere usato per descrivere ambienti sociali, tormenti interiori, personalità complesse, insomma per fare vera letteratura. Ovviamente il contesto culturale in cui vivevano questi autori, affatto diverso da quello delle metropoli statunitensi, hanno portato a risultati stilistici e anche contenutistici del tutto diversi dall’hard boiled, ma si può dire che c’è stato un momento, significativamente coincidente con l’inizio della grande depressione e il progressivo avvicinarsi della seconda guerra mondiale, nel quale alcuni scrittori delle due sponde dell’Atlantico hanno ridefinito i cardini del poliziesco classico, così come erano stati fissati da Edgar Allan Poe ed elaborati da molti autori successivi, introducendovi elementi che mettevano in discussione l’assunto di ritorno all’ordine sotteso alla soluzione di misteriosi delitti.
Devo anche ammettere che vi è un altro elemento che rende per me affascinate la figura di Dashiell Hammett: la sua vicenda esistenziale e politica. Sfogliando la sua biografia, infatti, si scopre come il personaggio Hammett riassuma in sé tutte le specificità, le contraddizioni ed i drammi della democrazia statunitense che si avviava a divenire la potenza egemone del mondo capitalistico occidentale. Hammett fu in gioventù agente dell’Agenzia Pinkerton, la società di investigazione privata che tanta parte ha avuto, al servizio di grandi e piccoli capitalisti, nella repressione di scioperi e rivendicazioni sindacali prima e durante la grande depressione: questa esperienza lo ispirò nella scrittura dei suoi racconti e romanzi. Anche se non combatté a causa della tubercolosi, si arruolò sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, dimostrando un indubbio spirito patriottico, il che gli ha dato il diritto di riposare nel Cimitero Nazionale di Arlington. Ma Hammett fu soprattutto un comunista. Attivo politicamente su posizioni nettamente antifasciste sin dai primi anni ‘30, dal 1935 fece parte della Lega degli Scrittori Americani, associazione egemonizzata dal Partito Comunista degli Stati Uniti, e nel 1937 si iscrisse al Partito. Nel 1946 divenne presidente del Civil Right Congress, associazione che si batteva contro i processi a sfondo politico e razziale. Le sue idee lo portarono ad essere progressivamente emarginato dall’industria culturale statunitense, in particolare durante il primo dopoguerra e il maccartismo. Nel 1951 scontò sei mesi di carcere per essersi rifiutato di fare i nomi dei contributori di un fondo, di cui era tesoriere, a sostegno delle spese legali di sospetti comunisti, e il suo nome comparve nelle famigerate liste nere del senatore McCarthy: tutti i contratti legati alle sue opere vennero sospesi, e più tardi per una vicenda di tasse tutti i suoi beni confiscati. Oppresso dall’aggravarsi della malattia visse in povertà gli ultimi anni, morendo nel 1961. Questa vita complicata ha fatto sì che tutta la sua opera letteraria risalga all’anteguerra, essendo composta di soli cinque romanzi – di cui il più noto è sicuramente Il falcone maltese, del 1930, da cui una decina d’anni dopo fu tratto un celebre film con Humphrey Bogart nella parte di Sam Spade – e da numerose storie brevi.
Le grandi speranze che nutrivo in Piombo e sangue sono però andate quasi totalmente deluse. Per la verità questo non era il primo testo di Hammett da me letto: un ventennio fa infatti mi ero imbattuto in La ragazza dagli occhi d’argento, racconto lungo uscito nel 1924 su Black Mask, la rivista che ha dato i natali all’Hard Boiled; attribuivo però il fatto di non avere conservato una particolare memoria di tale lettura al tempo trascorso e alla precocità dell’opera di un autore non ancora trentenne, in pratica agli esordi letterari.
Piombo e sangue è invece un vero romanzo, il primo dei cinque di Hammett. Uscito nel 1929, è in realtà legato a testi anteriori come La ragazza dagli occhi d’argento, in quanto vede al pari di quelli protagonista ed io narrante The Continental Op, un investigatore della filiale di San Francisco dell’Agenzia privata Continental. Di mezza età, un po’ sovrappeso, freddo e a volte cinico, gran bevitore di whisky e gin, Continental Op è il protagonista di trentasei racconti e dei primi due romanzi di Hammett, per essere poi sostituito dall’oggi più noto Sam Spade.
Il romanzo si apre con l’arrivo dell’investigatore a Personville, cittadina mineraria di circa 40.000 abitanti; vi è stato chiamato da Donald Willson, direttore del giornale locale. Personville è chiamata Poisonville, a causa del clima di violenza che vi regna: alcune bande criminali la tengono in pugno, e il giornale sta conducendo una forte campagna di denuncia. In realtà questa situazione ha responsabilità precise. Il padrone della città, il vecchio e ormai malato Elihu Willsson, padre di Donald, che ha costruito un impero economico grazie alle miniere e corrompendo politici locali e nazionali, ha chiamato tempo prima in città e finanziato le organizzazioni criminali per stroncare gli scioperi e le rivendicazioni dei minatori; la situazione però gli è sfuggita di mano ed ora teme che le bande minaccino il suo potere. Per questo ha tra l’altro richiamato il figlio dall’Europa e lo ha messo a capo del giornale, ovviamente di sua proprietà, affinché avviasse una campagna moralizzatrice.
Sistematosi in albergo, Op si accorda con il giovane Willson per un primo appuntamento alle dieci di sera in casa di quest’ultimo. Recatosi sul posto trova solo la moglie del giornalista, che lo accoglie con freddezza e lo lascia solo dopo aver ricevuto una misteriosa telefonata. In breve si scopre che Donald Willson è stato ucciso a revolverate per strada, davanti alla casa di Dinah Brand, una ragazza piuttosto sciatta ma vorace di uomini e soldi, attualmente donna di Max Thaler, detto Bisbiglio per un problema alle corde vocali, uno dei criminali che si contendono la piazza di Personville.
Op viene così incaricato da Elihu Willsson di risolvere il giallo della morte del figlio, cosa che farà in breve tempo, inducendo poi il vecchio tycoon ad incaricare l’Agenzia Continental di ripulire Personville. L’investigatore lo farà utilizzando i suoi metodi poco ortodossi, osteggiato anche dal corrotto capo della polizia locale. Tra efferati delitti, agguati e sparatorie, edifici fatti saltare con bombe a mano e grazie alle notevoli capacità investigative e deduttive del protagonista l’intricata vicenda giungerà al suo (inevitabile) finale.
La motivazione della mia delusione rispetto a questa lettura, che pure, come tenterò di esporre più oltre, presenta anche elementi di interesse, risiede primariamente nel fatto che tali elementi sono quasi completamente sopraffatti dalle necessità che il genere ha imposto all’autore, che egli a mio avviso non è riuscito a controllare adeguatamente, onde evitare che le vicende scadessero nell’inverosimiglianza, il cui rifiuto avrebbe dovuto essere, come detto sopra, il marchio di fabbrica dell’autore. Evidenzio innanzitutto a questo proposito un dato meramente quantitativo, ma che assume a mio avviso la funzione di buon indicatore di ciò che intendo affermare. Durante i pochi giorni in cui la vicenda si svolge ho contato trenta assassinii documentati, cui si devono aggiungere sicuramente quelli a carico della manovalanza delle gang in lotta durante le sparatorie di massa. Se alcuni di questi assassinii sono necessari alla storia narrata, altri raggiungono vette di inutilità e di assurdità giustificabili solo con le necessità commerciali dell’opera, pubblicata originariamente a puntate nella citata rivista Black mask: su tutti credo si debba citare, a mo’ di esempio, l’assassinio di un pugile che, mentre è proclamato vincitore di un incontro, viene nientedimeno colpito dritto al collo da un coltello lanciato da una lontana balconata tra il pubblico. Colpisce anche come la gran parte di questi omicidi venga trattata dall’autore senza un minimo di analisi psicologica delle loro conseguenze su chi rimane: a volte si ritrovano i protagonisti a bere gin con cadaveri nella stessa stanza, oppure si vede la moglie di Donald Willson, rientrata a casa subito dopo aver trovato il marito morto per strada, limitarsi a dire al suo ospite: ”Sono proprio spiacente, […] ma ha aspettato tutto questo tempo per niente. Mio marito non tornerà a casa, stanotte.”
Sconcertano anche le reazioni delle forze dell’ordine ai delitti di cui (a volte) non sono protagoniste. Quando Elihu Willsson è protagonista di un altro delitto gratuito, che non ha alcun nesso logico con la vicenda, freddando un presunto ladro, tale Yakima Shorty, che si era introdotto nella sua stanza, questa è l’unica reazione del capo della polizia, accorso sul luogo: ”Se tutti trattassero così i loro aggressori, sarebbe magnifico. Dopodiché inizia, con il cadavere sul pavimento, a discorrere tranquillamente d’altro con l’onnipresente Op. Forse però questo mio sconcerto, derivante dal fatto che dalla polizia venga dato per scontato che eliminare un poco di buono sia comunque una azione giusta e meritevole, deriva dal mio bizantinismo europeo, che non è in grado di comprendere e giustificare il vitalismo e la mancanza di formalismo della società statunitense, la più grande democrazia del mondo… Sta di fatto che anche questo episodio, insieme a molti altri, evidenzia a mio modo di vedere una notevole ingenuità dell’autore, che ricorre a molti luoghi comuni per raccontarli. Hammett non è neppure interessato ad approfondire la personalità dei personaggi del romanzo, facendo dei pochi sui quali concentra un’attenzione non unicamente utilitaristica dei manichini a mio avviso solo abbozzati e unilaterali. Forse il caso più eclatante, l’occasione persa per eccellenza del romanzo è il personaggio di Dinah Brand. Questa ragazzotta di provincia, come detto sufficientemente sciatta e leggera, avrebbe potuto essere un buon personaggio se solo Hammett avesse avuto voglia di andare oltre la sua superficie di bionda fatale. Egli in realtà in qualche modo parte bene, accennando alle sue calze pretenziose ma sempre smagliate, alle camicette sdrucite, al suo essere accogliente tutrice di un vecchio malato (di tubercolosi, male di cui soffriva lo stesso Hammett) ma poi si perde attribuendo alla povera ragazza solo un ruolo di informatrice di Op in cambio di denaro, e facendola uscire di scena con modalità piuttosto incongrue rispetto allo sviluppo della storia.
A questi elementi di ingenuità e superficialità riguardanti la struttura del romanzo si accompagna anche il linguaggio usato dall’autore, che oggi non può che apparire datato, anche se ogni giudizio in questo senso deve essere adeguatamente contestualizzato. Il romanzo è scritto nello stile diretto che sarebbe diventato un marchio di fabbrica di certa letteratura statunitense, sino ad essere caricatura di sé stesso. Così abbondano termini gergali oggi inevitabilmente percepiti in senso ironico, come svanziche, pupe, capo e anche un improbabile migliarozzo che sta per 1000 dollari, forse da attribuire più al traduttore che alle intenzioni di Hammett. Così, ancora, nel romanzo si sale su una Buick che passa in un vicolo solo perché la sua verniciatura era molto sottile, e Op non fuma una sigaretta, ma una Fatimas. Come detto questo linguaggio va però contestualizzato, non dimenticando che Hammett fu tra i primi ad usarlo, e che il suo effetto dovette essere dirompente rispetto a quello paludato usato dagli scrittori di gialli classici dell’epoca.
Se questi sono i limiti del romanzo, è indubbio che in esso si rinvengano anche aspetti di sicuro interesse, che però come detto quasi scompaiono, sommersi dai primi. Va quindi segnalato come l’ambientazione in una città corrotta e disperata, succube dei poteri forti economici, riflette la visione che il comunista Hammett aveva della società in cui viveva, alla vigilia della Grande Depressione. I roaring twenties stavano per finire, con il loro portato di effimera affluenza e spensieratezza, le grandi sperequazioni sociali, il proibizionismo e il gangsterismo, la violenza istituzionalizzata e la corruzione diffusa. Tutto ciò è presente nel romanzo, al quale fa da sfondo, e nel quale compaiono, ad esempio, anche l’eco delle lotte sociali e un ex sindacalista radicale ormai disilluso. Ma è in qualche modo uno sfondo sfocato, poco più a mio avviso di una quinta, che non riesce ad emergere rispetto alle necessità di spettacolarizzazione e di azione che i committenti dello scrittore esigevano. Qualche critico ha voluto vedere nel romanzo elementi di critica marxista alla società: io credo che per poter affermare ciò l’opera avrebbe dovuto avere ben altro spessore, sia per quanto concerne la profondità della sua ambientazione sia quanto a caratterizzazione dei personaggi.
Forse per il fatto che sia il primo romanzo di Hammett, forse perché mi aspettavo molto di più da un autore di culto, sta di fatto che leggere Piombo e sangue (a proposito, pessima traduzione di un bel titolo come Red Harvest) non è stata un’esperienza indimenticabile, anche perché ho avuto la sensazione che spesso l’autore volesse davvero semplicemente fornire un cadavere ai lettori.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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