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Il “metodo James” negli USA del secondo dopoguerra

Recensione de La lotteria, di Shirley Jackson

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2007

Questo piccolo volume, un’ottantina di pagine, contiene quattro racconti. Tre di essi sono buoni racconti, che si inseriscono nell’ambito della letteratura attenta a descrivere l’alienazione e la nevrosi, sociale ed individuale, che covava sotto la cenere negli Stati Uniti usciti vincitori dalla seconda guerra mondiale, lanciati verso l’egemonia sul mondo occidentale e verso la costruzione della società dei consumi, di cui molti altri grandi scrittori sono stati interpreti. Il quarto, che dà il nome al libro e lo apre, è semplicemente – a mio avviso – uno dei più potenti e sconvolgenti capolavori della letteratura statunitense, e non solo, del ‘900.
L’autrice, Shirley Jackson, nata nel 1916 in California, vissuta per molti anni in un piccolo villaggio del Vermont e morta a soli quarantotto anni, fu giornalista nonché scrittrice di alcuni romanzi e molti racconti. Molto nota in ambito anglosassone, soprattutto per il romanzo The Haunting of Hill House (L’incubo di Hill House, Adelphi, 2004 e 2016) e per La lotteria, nel nostro Paese è stata fatta conoscere da Adelphi, che ne ha pubblicato alcune delle opere.
Jackson non ebbe una vita facile. Proveniente da una famiglia conservatrice e con una madre che arrivò a definirla, per il suo aspetto che non rispettava i canoni della bellezza correnti, un aborto mancato, sposò un critico letterario, che però a quanto pare si rivelò autoritario e la tradì frequentemente. Le sue prese di posizione sui diritti dei neri e delle donne non la aiutarono certo, visto il contesto: quando La lotteria fu pubblicato sulle colonne del New Yorker, nel 1948, scatenò un putiferio, non è difficile immaginare a causa di quali sentimenti nazionali si sentissero gravemente offesi. Nonostante ciò ebbe già in vita alcuni significativi riconoscimenti.
Rilevo preliminarmente che a mio modo di vedere l’editore ha commesso un grave errore assemblando questi quattro racconti: aprire il volume con La lotteria significa infatti far assaggiare subito al lettore il boccone di gran lunga più prelibato, cosicché gli altri tre racconti risultano alla prima lettura piuttosto insipidi. Tale scelta non pare avere giustificazioni plausibili, visto che non segue neppure l’ordine temporale di uscita dei racconti. In queste mie note seguirò quindi un ordine diverso, lasciando per ultimo l’indiscusso gioiello e procedendo per così dire in ordine inverso d’importanza, almeno per ciò che è stato il mio personale giudizio.
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La satira ai tempi di Stalin, oltre la vulgata corrente

IlVitellodOroRecensione de Il vitello d’oro, di Il’ja Il’f ed Evgenij Petrov

Studio Tesi, Collezione Il flauto magico, 1992

Andare alla ricerca oggi di un libro di Il’ja Il’f ed Evgenij Petrov in Italia è impresa difficile. La coppia di scrittori satirici sovietici scrisse infatti pochi romanzi – essendo entrambi i suoi componenti morti giovani – e di questi solo tre sono stati pubblicati nel nostro paese. Il più famoso è senza dubbio Le dodici sedie, del 1927, da cui sono stati tratti numerosi film, tra i quali uno di Mel Brooks (1970) e uno di Carlo Mazzacurati (il suo ultimo lavoro, 2013). Cercando in rete, ho trovato di questo romanzo solo una edizione di Lucarini del 1988, dispersa, e una Rizzoli (1993 – 2005), oggi disponibile solo in e-book. Ancora più arduo, anche nei canali dell’usato, reperire Il vitello d’oro, del 1931, edito originariamente nel nostro paese dagli editori Riuniti nel 1962 e quindi da Studio Tesi nel 1992, e il meno noto Il paese di Dio (1936), dato alle stampe da Einaudi nel lontano 1947.
Similmente ad altre opere della letteratura sovietica incontrate sul mio cammino di lettore, che non fossero della dissidenza o di denuncia esplicita del potere, anche queste sembrano essere state semplicemente rimosse dall’editoria nostrana, forse perché non aderiscono perfettamente alla vulgata della monoliticità e del controllo asfissiante di tale potere sui prodotti culturali.
Per comprendere meglio l’epoca in cui i due romanzi più noti di Il’f e Petrov videro la luce è necessario fare attenzione alle loro date d’uscita. Mentre Le dodici sedie viene pubblicato durante gli ultimi anni della NEP, Il vitello d’oro è edito in un anno nel quale la politica economica dell’URSS ha subito un profondo cambiamento: Stalin, consolidato il suo potere, ha di fatto già liquidato la Nuova Politica Economica di Lenin (morto ormai da alcuni anni) e di Bucharin, ed è in pieno sviluppo il primo piano quinquennale, che punta sull’infrastrutturazione del Paese, sull’industrializzazione pesante e sulla collettivizzazione delle campagne. Anche se le purghe sono ancora lontane è indubbio che ormai l’ala staliniana del partito ha il pieno controllo dell’apparato: nella percezione oggi comune, anche da parte di chi non è anticomunista, questo periodo è sentito come quello della brusca normalizzazione, della fine degli entusiasmi e della vivacità culturale che avevano caratterizzato i primi anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre, sostituiti da un potere che si stava sempre più burocratizzando. Uno spartiacque fortemente simbolico in questo senso può essere fissato nel giorno del suicidio di Vladimir Majakovskij, il 14 aprile 1930.
L’attività letteraria di Il’f e Petrov, insieme a quella di molti altri autori, pare invece dimostrare che neppure in quel periodo, almeno al suo inizio, calò sulla cultura sovietica una cappa di piombo impenetrabile, ma che alcuni spazi di critica e di satira erano rimasti aperti.
Il’ja Il’f e Evgenij Petrov non erano infatti due dissidenti emarginati. Giornalisti, specializzati in pezzi satirici, il primo scrisse anche per giornali ufficiali come la Pravda e la Literaturnaya Gazeta, morendo – non in un gulag ma di tubercolosi – nel 1937; Petrov divenne più tardi corrispondente di guerra e perì nel 1942 per l’abbattimento da parte dei tedeschi dell’aeroplano con il quale stava rientrando dal fronte di Sebastopoli.
Il vitello d’oro è fortemente collegato a Le dodici sedie, di cui costituisce una sorta di continuazione, avendo come protagonista la figura di Ostap Bender, il grande impresario (traduzione forse non troppo precisa dell’originario velikij kombinator) che viene resuscitato (probabilmente a furor di popolo, come già accaduto a Sherlock Holmes) dopo essere morto alla fine del primo romanzo.
Ed è proprio la figura di questa simpatica canaglia, di questo truffatore colto e sagace, a suo modo onesto anche se cinico, che costituisce uno dei tratti di spicco di questo romanzo. Come fa notare Caterina Graziadei nella sua imperdibile introduzione, la figura di Ostap Bender affonda le sue radici nella commedia dell’arte, richiamando il servo furbo, e nel romanzo picaresco (Graziadei individua come prototipo di Bender Lazzarillo de Tormes), in quest’ultimo caso soprattutto per l’importanza che nei romanzi che lo vedono protagonista assume il motivo del viaggio, visto che la narrazione non avviene in prima persona come nel romanzo picaresco classico.
Ma Bender è anche il prodotto di due altri importanti fattori: la grande letteratura russa – in particolare evidenti sono le ascendenze Gogoliane – e l’ottobre, la grandissima vivacità culturale scatenata dalla rivoluzione che, come detto, non era affatto morta una dozzina d’anni dopo.
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