Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Narrativa, Racconti, Recensioni

Ritratto dell’artista da giovane (forse)

Recensione de La lacrima nel sigillo e altri racconti, di Henry James

Mondadori, Oscar classici, 2005

Questo volume degli Oscar classici Mondadori dalla vita editoriale piuttosto breve – edito nel 2005 ed oggi non più in catalogo – è la traduzione italiana di The Uncollected Henry James, pubblicato dallo studioso statunitense Floyd R. Horowitz dopo quasi trent’anni spesi alla ricerca delle prime opere di Henry James.
Come informa lo stesso Horowitz nella breve prefazione, il primo racconto firmato Henry James, The Story of a Year, apparve sulla rivista Atlantic Monthly nel 1865, mentre l’anno precedente era apparso sul Continental Monthly un racconto anonimo, A Tragedy of Error, sicuramente di James. La struttura di questi due racconti lasciava tuttavia intravedere, secondo Horowitz, una serie di riferimenti simbolici, allusioni e tematiche difficilmente riconducibili ad uno scrittore alle prime armi. Egli iniziò quindi a leggere i racconti pubblicati dalle numerose riviste letterarie edite attorno alla metà dell’ottocento nell’area di New York e Boston, sottoponendoli ad una analisi testuale basata sulla ricerca di particolari parole, giochi di parole, allusioni e temi rinvenibili nelle opere più tarde firmate dall’autore. In seguito il ricercatore ha sottoposto i racconti secondo lui attribuibili a James ad una analisi computerizzata. Il risultato di tutto questo lavoro sono stati l’attribuzione certa ad Henry James di settantadue racconti pubblicati tra il 1852 e il 1869. Ventiquattro di questi, quelli ritenuti più significativi, vennero pubblicati nel 2004 nel volume The Uncollected Henry James.
Il volume è quindi il risultato di un lungo lavoro di ricerca, e come tale ha avuto ed ha sicuramente una notevole importanza di carattere filologico, permettendo agli studiosi di James di approfondire l’evoluzione dello stile letterario dell’autore, le tematiche che egli tratta, le sue ascendenze ed influenze culturali sin dalle origini; più complicato è invece attribuirgli un valore per il lettore dilettante, per il semplice appassionato dell’autore statunitense, che in gran parte dei racconti fatica a ritrovare l’essenza della letteratura del James maturo, quella prosa estenuante e precisa (non sembri questa un’antitesi inconciliabile, perché in James non lo è), quell’ambiguità data dall’importanza del non detto, quella crescente importanza assunta dalla caratterizzazione psicologica e dal disagio esistenziale dei suoi personaggi che costituiscono la cifra di fondo della sua opera.
A questo proposito è utile ricordare come Quattro incontri, il primo dei racconti contenuti nel volume La bestia nella giungla e altri racconti, da me recentemente letto, e che ci consegna un James ancora per certi versi immaturo, sia del 1877, quindi otto anni (ed oltre venti racconti) dopo l’ultimo dei racconti di questa raccolta. La fatica che il lettore comune fa a riconoscere James in questi racconti è a mio avviso inoltre accentuata dalla traduzione di Monica Luciano, che definire sciatta è poco. Oltre che per un tono generale che mi è parso a tratti inutilmente enfatico e altrove all’inverso eccessivamente colloquiale, la traduzione si caratterizza per alcune divertenti sviste (scopriamo così che nel 1860 negli USA – peraltro da sempre nostro faro di civiltà e progresso – esistevano già le stazioni degli autobus) e per l’impiego di un italiano a volte approssimativo (”Aveva con sé l’oro, che gli aveva consumato la sua giovane vita…”); questa sciatteria, deprecabile in ogni traduzione, lo è ancora di più nel caso di un autore come James, sia pure un James giovanile e al di là di ogni dubbio minore, del quale è nota l’attenzione per la precisione della frase.
Il volume si apre con quello che dovrebbe essere il primo racconto pubblicato, anonimo, da Henry James: Il paio di pantofole esce nel 1852, quando James ha nove anni. Si tratta di una graziosa novella di ambientazione orientale, che senza dubbio testimonia le vaste letture del ragazzo e, al di là dell’inevitabile limitatezza dei mezzi espressivi, mette già in luce il suo talento nell’inventare storie.
Nella sua prefazione Horowitz informa il lettore della profonda influenza che sul giovane James hanno avuto le tesi filosofiche e teologiche di Emanuel Swedenborg, scienziato e pensatore svedese del XVIII secolo che sviluppò nella sua opera principale, Arcana Cœlestia, la dottrina delle Corrispondenze, secondo la quale ogni cosa del mondo materiale ha il suo corrispettivo nel mondo spirituale, e ogni scelta fatta dall’essere umano lo porta necessariamente verso il cielo o verso l’inferno. Il padre di James, a sua volta teologo e filosofo, declinò tali teorie in una sorta di socialismo umanitario e cristiano, ed in tale atmosfera culturale, aperta ma ben definita, crebbe Henry Jr. Il secondo racconto del volume, L’influenza di una donna, pubblicato sul Newport Mercury nel maggio del 1858, quando James era quindicenne, è interessante in quanto intrinsecamente ispirato alle tesi di Swedenborg ed anche in quanto introduce una delle figure che più spesso si ritroveranno in questi racconti giovanili: la donna attratta solo dal lusso e dal divertimento che spesso viene redenta dagli eventi di cui è protagonista. Il nucleo swedenborghiano del racconto è percepibile nella vicenda umana del protagonista, Lawrence Bayford, che passa dall’attrazione per la bellissima Cora Levine alla consapevolezza della sua leggerezza, il che lo sprona verso il successo economico fino all’incontro con il vero amore di carattere divino, incarnato in una perfetta ereditiera che significativamente si chiama Celeste. Si fa fatica a pensare che questo racconto, firmato “Isole”, sia stato scritto da un quindicenne, per di più un quindicenne come James, che presumibilmente aveva già i problemi con l’altro sesso che caratterizzeranno la sua intera esistenza: le poche pagine che descrivono l’amore nascente tra Lawrence e Cora, l’introiezione nella psicologia dei due personaggi, la attenta descrizione dei loro cambiamenti caratteriali ed anche il ruolo di pettegolo mormorio svolto dalla società sembrano scritte da un autore maturo. Il quindicenne, ammesso che sia lui l’autore, emerge invece a mio avviso nella didascalica seconda parte, nella quale gli assunti teologici alla base del racconto lo portano verso un epilogo a tesi e persino ad un fervorino finale di ammonimento alle donne. In ogni caso le intense pagine iniziali rendono L’influenza di una donna uno dei racconti più interessanti della raccolta.
Altro racconto interessante è il successivo La giornata di pioggia, del 1859, nel quale affiora per la prima volta l’afflato umanitario dell’autore, che Horowitz inquadra nel clima di simpatie socialiste che si respirava in casa James. In realtà nella vicenda che vede protagonista la ricca, bella e frivola Georgianna Middleton, che per avere il suo vestito rosa in tempo per un’occasione mondana provoca di fatto la morte della povera cucitrice Amy Moore, salvo poi comprendere il male che ha fatto e dedicarsi per il resto della sua vita ai poveri c’è ben poco di socialista. Amy è infatti solo lo strumento passivo della redenzione di Georgianna, e la vicenda è pervasa da una morale paternalistica nei confronti delle classi abbienti, che dovrebbero occuparsi dei poveri piuttosto che sfruttarli, al fine della propria elevazione spirituale. Nulla quindi che metta in discussione lo status quo di una costruzione sociale della quale lo sfruttamento è componente essenziale. Se da un lato è necessario tener presente che con ogni probabilità il racconto è stato scritto da un sedicenne appartenente all’alta borghesia dell’East Coast statunitense, sia pure cresciuto in un contesto culturale molto aperto, dall’altro colpisce come all’alba del XXI secolo un ricercatore e critico presumibilmente non sprovveduto cerchi di stendere una patina di socialismo su un racconto del tenore di La giornata di pioggia, al cospetto del quale l’opera di Dickens (di cui peraltro il giovane James era un fervente ammiratore) dovrebbe per coerenza essere considerata quantomeno marxista-leninista. A mio avviso ciò si spiega con la colossale ignoranza tipicamente statunitense di cosa il socialismo abbia rappresentato e rappresenti ancor oggi, plasticamente esemplificata, nel commento posto in apertura al racconto, dalla seguente frase (i grassetti sono miei): “Le ingiustizie sociali che sfortunatamente separavano i lavoratori – i quali sopportavano la miseria dovuta ai ricchi che li impiegavano in modo scorretto – sono chiaramente messe in luce in questo racconto…”: se i termini riportati non sono il frutto della sconclusionata traduzione di Monica Luciano essi dimostrano una ben povera conoscenza di come il socialismo si ponga anche lessicalmente rispetto alla questione sociale.
I tipi umani presentati nei racconti precedenti, la civetta che si redime ovvero la ricca e bella ragazza che prende coscienza della povertà da un lato e la sartina povera ma nobile d’animo che ne causa la redenzione, vengono riproposti in alcuni altri racconti di questa fase creativa del giovane James, ai quali rimando direttamente il lettore. Varianti a mio avviso nettamente più dickensiane della serie sono Un racconto d’inverno (dickensiano sin nel titolo) e Da sola: quest’ultimo, una volta depurato di un’atmosfera nettamente melodrammatica carica di colpi di scena, cattura comunque l’interesse del lettore perché le vicende narrate sono quelle della povera sartina in luogo di quelle del ricco cui cambierà la vita: sia pure in veste di protagonista, ella resta comunque lo strumento di fatto passivo di una discesa sociale del ricco che assume il significato di un innalzamento morale.
L’atmosfera cambia decisamente con La morte del colonnello Thoreau, racconto nel quale il giovane James, diciottenne alla sua pubblicazione, paga il tributo della sua ammirazione per Edgar Allan Poe. Autentico giallo della camera chiusa, il racconto da un lato soffre di alcune ingenuità, prima fra tutte il fatto che la soluzione del mistero viene affidata ad un personaggio del tutto estraneo alla vicenda che compare all’improvviso sulla scena narrandone i lati oscuri, dall’altro presenta la interessante figura di una donna colpevole a causa delle convenzioni sociali, che forse ha tra i suoi ascendenti letterari la Hester di Hawthorne. Il giovane autore si dimostra in grado di costruire una trama complessa, nella quale non manca di approfondire la psicologia dei personaggi principali, ed il racconto può essere considerato il primo esempio di uso del genere (in questo caso il giallo) da parte di James, che nella sua fase matura sarà maestro nell’uso strumentale del gotico e delle storie di fantasmi.
Una tematica che affiora in alcuni dei racconti pubblicati nella prima metà degli anni ‘60 è quella della guerra civile, ed è sicuramente interessante notare come la materia della guerra si evolva nei tre racconti che la vedono protagonista.
Come noto, il rapporto tra James e la guerra civile fu complesso: arruolato nel 1863, egli fu tuttavia subito esentato dal servizio, a causa di problemi di salute, forse una ferita, di cui non è stata mai chiarita la vera natura. Si sentirà isolato rispetto alla comunità in armi, e sublimerà la sua esclusione paragonando i suoi dolori ad una ferita di guerra.
I tre racconti facenti parte del volume sono comunque antecedenti all’esenzione, e riflettono la crescente consapevolezza di James della vera natura della guerra. Nel primo, La storia di una gala, la guerra è di fatto poco più di un pretesto per una usuale storia di redenzione: il tenente Wilton, scapestrato e beone, si fa donare una gala del vestito della bella Agnes al ballo che precede la partenza, prendendo l’impegno di non bere più: quando torna come eroe ferito convola a giuste nozze.
Già nel secondo racconto, che dà il titolo al volume, l’atmosfera cambia: anche qui c’è una sorta di dono, una lettera con sigillo con la quale l’eroina respinge il tardivo ritorno di fiamma dell’innamorato. Quel sigillo sarà una sorta di corazza per lui e indirettamente l’artefice della loro riunione. L’interesse del racconto è dato dal fatto che vi compaiono presagi di morte, ospedali da campo e cruente battaglie, in contrasto con il trionfalismo ufficiale. Il terzo racconto di guerra, Il mio amato fratello perduto, è forse il più bello del volume, ed uno dei pochi in cui a mio avviso inizia a trasparire il vero Henry James. La guerra appare, in questa storia di amore assoluto di una ragazza per suo fratello, in tutta la sua crudeltà, e vi è anche un accenno a voci e richiami misteriosi che anticipano molta della letteratura posteriore dell’autore.
Sempre di ambientazione militare è un piccolo ma prezioso racconto, Il fazzoletto azzurro, che tocca il tema della crudeltà della Legge, quando viene applicata prescindendo dalla giustizia. La secchezza e l’essenzialità del racconto, europeo per ambientazione e stile, lo rendono molto più efficace quanto a capacità di denuncia sociale rispetto ai racconti precedenti centrati su ricche civette e sartine povere e redentrici.
Infine un racconto che a parer mio merita particolare attenzione è In un circo, che – pur essendo solo una ulteriore variante della storia del giovane ricco che incontra una bambina povera, adottandola e facendola poi sua moglie – si segnala per l’ambientazione circense, che permette all’autore di caratterizzare molti personaggi come maschere deformi e di rendere sapientemente il clima forzatamente giocoso dello spettacolo, che in realtà nasconde emarginazione e disperazione ma anche sentimenti profondi; l’ambientazione conferisce al racconto tratti quasi surreali, oserei dire espressionistici. Il giovane James può così, con questo racconto, essere annoverato tra i primi narratori in grado di comprendere le grandi potenzialità espressive del mondo del circo, che dopo di lui ispirerà molti grandi artisti (si pensi a Degas, a Picasso o a Freaks di Tod Browning).
Gli altri racconti del volume a mio avviso non aggiungono molto a quanto detto.
Se la pubblicazione di questo volume è stata importante per ricostruire a tutto tondo la personalità artistica di James resta a mio avviso un problema: anche se personalmente non mi permetto di dubitare delle attribuzioni dell’eminente studioso che ha passato la vita ad analizzare le opere di James, è indubbio che in gran parte di questo volume dell’Henry James che conosciamo non vi siano che labili tracce, rinvenibili solo usando lenti interpretative molto potenti. Sempre che davvero tutti questi racconti siano stati scritti da lui.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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