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La villa incantata

VersanteSudRecensione di Versante sud, di Eduard von Keyserling

Guanda, Prosa contemporanea, 1989

Dopo oltre due anni dalla lettura di Principesse ecco un altro breve romanzo di Eduard von Keyserling, autore tedesco considerato da Thomas Mann uno dei suoi maestri, raffinatissimo cantore della decadenza dell’antica aristocrazia terriera baltica, cui egli stesso apparteneva, fagocitata dall’affarismo borghese e dal militarismo che costituiscono la cifra della Germania guglielmina che si avvia verso la prima guerra mondiale.
Analogamente a Principesse anche Versante sud, edito nel 1914, appartiene all’ultima fase della produzione dell’autore, che morirà roso dalla sifilide nel 1918; e le analogie tra i due romanzi sono molte, essendo l’intera opera di von Keyserling assimilabile quasi ad un’unica storia, narrata in numerose varianti.
La principale analogia, oltre alla comune ambientazione sociale dei due romanzi, è data dalla loro ambientazione fisica: al castello di Gutheiden, scenario delle vicende di Principesse, si sostituisce la villa estiva dei von West-Wallbaum, ma entrambe le ambientazioni, con i grandi appartamenti, le stalle, le scuderie e gli altri ambienti di servizio e soprattutto con i loro giardini, delimitano un mondo chiuso ed esclusivo, dove l’aristocrazia vive isolandosi dalle brutture del mondo esterno. Queste ambientazioni, che assumono un forte connotato simbolico, rimarcando la separatezza della nobiltà dal resto del corpo sociale e la sua incapacità di relazionarsi con esso, hanno portato a definire romanzi del castello molte delle opere di von Kayserling.
In Versante sud la distanza che separa la villa, e la vita che in essa si conduce, dall’esterno è resa con magistrale tocco impressionistico nel bellissimo incipit, che vede il giovane Karl Erdmann, il protagonista, appena promosso sottotenente, giungere in carrozza di sera dalla guarnigione in cui serve alla villa di famiglia, per un periodo di riposo estivo. I pensieri e le aspettative del giovane sfilano in un buio indistinto e silenzioso, nel quale solo si sente ”il fruscio della rugiada tra le foglie”; dopo una curva appare, biancheggiante contro il cielo scuro, la sagoma della villa, sulla cui scalinata esterna si sono radunati per accoglierlo i parenti, dei quali all’inizio percepisce solo i chiari vestiti delle ragazze e i punti rossi dei sigari fumati dagli uomini. Karl Erdmann è accolto con una sorta di cerimonia formale e silenziosa, quasi stesse per entrare in una chiesa di cui divenire adepto; poco dopo il patriarca invita tutti ad entrare nelle stanze ”piene di luce, di fiori e di tende bianche trasparenti”. È un incipit da leggere attentamente, perché da un lato rivela la raffinatezza della prosa dell’autore, che disegna una scena perfetta per essere tradotta per il cinema da un regista come Luchino Visconti, dall’altro è perfettamente funzionale a segnalare sin dall’inizio del racconto la netta separazione tra un fuori oscuro e misterioso e un dentro dove la vita scorre (almeno in apparenza) ordinata, tranquilla e prevedibile, dove “non c’era altro da fare se non abbandonarsi al profondo sentire, godere del buon cibo e lasciarsi viziare”.
Chi è ammesso in questo mondo separato? Oltre al patriarca, vecchio militare in pensione, la madre di Karl Erdmann e i suoi fratelli: Botho, maggiore di lui e già capitano, Oda, fidanzata con il conte Ottomar Lynck, e i due adolescenti Heida e Leo. Vi sono anche alcuni personaggi estranei alla famiglia, dei quali due assumono un ruolo molto importante nel racconto: la seducente Daniela von Bardow, amica della madre di Karl Erdmann e separata dal marito, da anni ospite abituale dei West-Wallbaum, e il giovane precettore di Leo, Aristides Dorn; mentre Daniela è comunque parte integrante della società nobiliare, Aristides rappresenta l’elemento estraneo, ammesso per necessità didattiche e a malapena tollerato nella cerchia chiusa della famiglia.
Karl Erdmann si aspetta molto dai due mesi in villa: è innamorato di Daniela von Bardow, come del resto tutti gli uomini di famiglia, e crede che il suo status di sottotenente gli permetta di essere finalmente visto da lei come un uomo, suscitando un’attenzione diversa da quella quasi materna riservatagli sino allora: crede insomma che questa estate sia quella buona per ottenere i favori di Daniela.
I rapporti tra Daniela von Bardow e gli uomini della villa costituiscono una delle tematiche portanti del romanzo, nonché quella che avrà le conseguenze più concrete. Su questi si basa infatti in buona parte la denuncia da parte dell’autore della vacuità e del formalismo autoreferenziale che definisce il carattere dei West-Wallbaum e per traslato dell’aristocrazia baltica. La scrittura di von Keyserling è di matrice naturalistica e di impronta fortemente impressionistica, quindi sarebbe inutile cercare nel testo una denuncia esplicita di tale carattere: il narratore, terzo anche se vicino al protagonista, di cui conosciamo i pensieri, non esprime mai giudizi, limitandosi a trasmettere impressioni al lettore; è quindi quest’ultimo, che raccogliendo gli indizi che queste impressioni lasciano sulla pagina, deve costruirsi un suo proprio quadro interpretativo, che peraltro a mio avviso appare comunque ben definito, sia pure in trasparenza.
Quale sia la facies dei rapporti tra la signora von Bardow e gli uomini della villa è presto detto: tutti le fanno la corte, dal vecchio padre al giovane Botho al conte Ottomar, che pur essendo fidanzato con Oda non tralascia di sciorinarle una sorta di dichiarazione. Quanto a lei, pienamente conscia del suo fascino, non pare attribuire troppa importanza a queste attenzioni, se non per trasformarle in un sottile potere che le consente di essere sempre al centro dell’attenzione. Chi veramente brucia d’amore per lei è Aristides Dorn, il precettore che anche nel nome denuncia la sua estraneità al mondo in cui deve vivere per poter vivere: è l’unico che per amore non può dormire, ed il rumore dei suoi passi notturni sulla ghiaia dei vialetti del parco rappresenta uno dei brani della colonna sonora del racconto. Naturalmente Daniela von Bardow usa il suo amore come usa gli altri, facendosi dare consigli di lettura e lezioni di greco. I rapporti tra Daniela e gli uomini della famiglia sono quindi giocati sul piano della correttezza formale e sostanziale, o per meglio dire sono accettati da tutti come parte del gioco sociale, tant’è vero che né la moglie e madre né la fidanzata Oda reagiscono in qualche modo alla palese corte che i loro congiunti fanno a Daniela, sicure come sono che tutto rimanga entro ambiti ben definiti dalle convenzioni. Tutto è ricompreso in ”quella squisita cautela nei rapporti” che caratterizza la vita della villa, dove non c’è posto per sentimenti veri.
Quanto a Karl Erdmann, anche il suo amore è in qualche modo un atto dovuto dalla sua condizione sociale: richiamare alcuni passaggi del racconto può essere utile per capire lo stile dell’autore e come sia necessario al lettore raccogliere con cura gli indizi che egli dissemina nelle sue pagine. Veniamo informati di questo amore già mentre il giovane sottotenente si avvicina alla villa: ”Durante le vacanze, quindi, Karl Erdmann era sempre stato innamorato, e per la precisione sempre della signora von Bardow. Era qualcosa che faceva parte delle vacanze, come lo scintillio della neve di Natale o le pere gialle d’agosto”. Nei successivi colloqui, durante i quali egli in qualche modo si dichiara, il suo amore assume toni che potrebbero sembrare sinceri, ma di fronte alle reazioni politicamente corrette di Daniela non sa far altro che rifugiarsi nell’etichetta e far prevalere il suo presunto orgoglio. La teatralità, la superficialità dell’amore di Karl Erdmann vengono messe esplicitamente alla berlina dall’autore, con una notevole dose di ironia, nell’episodio della lettera che il giovane scrive all’amata: piena di luoghi comuni romantici, la lettera, lanciata di sera attraverso una finestra ai piedi di Daniela che sta leggendo, viene dalla stessa corretta con una matita rossa, come fosse un compitino, e commentata con l’autore per quello che è, vale a dire l’espressione dell’autocompiacimento di Karl Erdmann per il proprio amore da adulto, piuttosto che l’espressione di un vero sentimento. ”Lei cura lo stile, i pensieri e le parole sono belli e ben formati; probabilmente l’ha scritta con piacere e si è sentito placato, non è vero?” gli dice con perfida ironia. Lascio al lettore scoprire come von Keyserling faccia evolvere il rapporto tra i due, ma – senza che egli lo dica mai – il sentimento di Karl Erdmann si connota per quello che è: un amore finto, formale, dettato forse dalla necessità di avere una relazione vera e importante ora che è sottotenente, cui corrisponde, anche nel momento culminante, l’atteggiamento materno della matura Daniela, che egli naturalmente non comprenderà. Così l’incapacità di amare veramente, di provare emozioni diviene la seconda metafora della resa dell’aristocrazia rispetto alla necessità di affrontare la vita vera, già simboleggiata nel suo rinchiudersi in spazi delimitati che escludano l’ignoto che si trova fuori.
Un altro episodio utilizzato da von Keyserling per evidenziare la spossatezza morale della nobiltà baltica è il duello: Karl Erdmann deve infatti battersi con un borghese per una vicenda di onore militare, ma non riesce mai a pensare seriamente all’eventualità della propria morte, essendo perfettamente conscio che anche questa vicenda si risolverà formalmente. La cosa cui tutti danno importanza, dal padre al fratello Botho, è che la faccenda si svolga secondo i canoni; importanti sono i riti che precedono e accompagnano il duello, non il duello in sé, che si concluderà infatti con due colpi mandati intenzionalmente a vuoto: oltre a non saper amare, il povero Karl Erdmann non sa dunque neppure morire. L’uscita degli astanti dal recinto della villa per recarsi nel luogo del duello, l’incontro con il dott. Ulich, che verrà presto deluso nella sua convinzione di essere testimone di un evento alto ed emozionante, la notte passata nella casa del guardaboschi e le riflessioni di Karl Erdmann insonne al limitare della foresta sono altrettanti colpi di piccone al mito aristocratico: tra questi spiccano, anche per la sottile ironia che li pervade, sia i commenti nei confronti dei contadini incontrati lungo strada sia il piccolo episodio del colloquio di Karl Erdmann con la vecchia sulla soglia della casa, nel quale alla astratta e romantica visione della foresta da parte del nobile ella contrappone la pratica osservazione che fa freddo e gli alberi non fanno passare il sole.
Cosa siano il vero amore e la vita con le sue emozioni e i suoi drammi, condizionati dalla costruzione sociale, tenterà di rivelarlo tragicamente l’unico estraneo al gruppo chiuso dei nobili. Aristides Dorn, come detto, ama davvero la signora von Bardow, di un amore disperato e naturalmente impossibile, data la sua condizione inferiore. Uno dei passi centrali del romanzo è costituito dal teso colloquio che di sera egli ha con Karl Erdmann. Alla domanda di quest’ultimo se gli piaccia la vita in villa egli replica: ”Una vita simile non può non piacere, […] qui c’è tutto quello che deve piacere, ed è escluso tutto quello che dovrebbe ferire. Tutto ciò è molto bello, anche se una vita simile non dovrebbe esistere.” E poco oltre: ”ho l’impressione che qui l’immagine della vita sia in un certo senso falsata. La vita è comunque un problema che presenta pericoli, minacce, con qualche episodio piacevole qua e là e con una grande possibilità di ignorare il male. Qui essa deve essere solo piacevole e facile, e tutto il male viene ignorato. Io ho constatato che ci rende meno resistenti, più vili nei confronti di noi stessi”. Quando Karl Erdmann pensa di attribuire le critiche di Dorn alle sue idee politiche, quest’ultimo si ribella, dicendo che lui e i suoi amici non hanno idee politiche, ma una visione del mondo che deve andare oltre il soddisfacimento delle istanze sociali, cosa  che può essere risolta facilmente, per affrontare le più complesse problematiche esistenziali. Dorn e i suoi amici rappresentano quindi per von Kayserling gli intellettuali, dei quali in poche righe delinea il compito storico.
La lezione di Dorn viene ovviamente ignorata da Karl Erdmann e più oltre, quando il primo trarrà le estreme conseguenze dalla sua impossibilità di essere amato, non servirà molto alla famiglia per tornare alla normalità; Daniela, che ha compreso solo in parte le motivazioni del gesto di Dorn, attribuendolo esclusivamente al suo amore per lei, lascia la villa, essendo la sua amicizia quasi ripudiata dalla padrona di casa, alla quale von Kayserling affida la sentenza che sancisce l’irrecuperabilità dell’illusione in cui ritiene necessario continuare a vivere: ”Ora la nostra vita ha ripreso il suo corso regolare. […] Domani vorrei far raccogliere le prugne, sarà ora, devo andare a controllare.”
Questo accenno alle prugne, che assieme alla lotta alle infestanti rappresentano i principali interessi del personaggio, permette un aggancio logico al fil rouge metaforico che percorre il romanzo: il tema delle pere, di cui abbiamo avuto sopra un primo assaggio.
Già nelle prime pagine viene detto che Karl Erdmann nella villa ”diventava sensibile e delicato, come un frutto maturato nel versante sud”. Più oltre Aristides paragona la non-vita della villa alle pere mangiate una sera, pere dolci e succose ma malate, pere che non avrebbero dovuto esistere. E nel giardino della villa c’è proprio un albero di pere, che almeno in un paio di occasioni lascia cadere i suoi frutti maturi, dei quali si sentono i tonfi sordi sul terreno. Ecco che quindi, nella scoperta metafora delle pere che cadono, come pure nell’atmosfera sempre afosa e sospesa dei pochi giorni in cui il racconto si consuma, sempre uguale anche dopo brevi piovaschi o lontani brontolii di tuoni, l’impressionismo di von Keyserling si carica di una sorta di simbolismo decadente, perfetto per descrivere l’atmosfera di sfacelo che sta corrodendo dall’interno la classe a cui appartiene. Solo nelle ultime righe, quando Karl Erdmann decide di tornare al reggimento, perché – come dice la sorella – ”credo che un uomo, se vuole ancora fare qualcosa, non debba restare da noi con il suo dolore”, von Keyserling sembra attribuire ancora una possibilità al suo mondo esausto. La decisione del giovane sottotenente somiglia molto a quella che prenderà una decina di anni dopo il borghese Hans Castorp, trovando un mondo sconvolto dalla guerra. Anche da ciò si intuisce il debito che Mann riconobbe a questo poco conosciuto autore, ed oggi Versante sud potrebbe forse chiamarsi La villa incantata.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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