Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Narrativa, Novecento, Parigi, Recensioni

L’eleganza di una prosa (quasi) vuota, nonché di Francia e francesi

Recensione di Fermina Márquez, di Valery Larbaud
Neri Pozza, Biblioteca, 2006

Chi frequenti la Francia per qualche tempo si renderà conto che, nonostante l’attenzione quasi maniacale alla conservazione delle proprie radici culturali ed identitarie, derivante da un nazionalismo che affonda le radici nella precoce origine dello stato-nazione, essa è forse il paese europeo che ha sposato più apertamente un modello di sviluppo e uno stile di vita di stampo statunitense.
A mio avviso infatti esiste una netta divaricazione tra ciò che la Francia oggi è e come si immagina e si rappresenta al suo interno e verso l’esterno. Da un lato è innegabile che in nessun altro paese europeo è stata costruita una narrazione culturale così spasmodicamente tesa a rimarcare la propria identità e le proprie peculiarità, l’aspetto più eclatante di ciò essendo rappresentato dalla strenua difesa della lingua. A questo proposito mi siano consentite alcune riflessioni, anche relative a ciò che accade invece nel nostro Pese.
Tutti hanno constatato come le recenti restrizioni alle libertà di movimento introdotte a seguito del dilagare del COVID-19 siano state immediatamente definite dai nostri mezzi di comunicazione con il termine anglosassone lockdown, mentre in Francia il termine usato è confinement. Siamo qui a mio avviso di fronte ad un ennesimo caso di provincialismo linguistico ormai patologico in un Paese, il nostro, nel quale l’uso di termini anglosassoni viene considerato segno di distinzione, in particolare dalla categoria dei giornalisti, ormai composta per la gran parte da scribacchini e parolai insulsi con il solo merito di essere perfettamente organici ai poteri dai quali dipendono. In questo caso quindi mi sento di gridare vive la France (e anche la Spagna con il suo confinamiento) e mi vergogno una volta di più per l’Italia, che ha smarrito completamente il senso dell’importanza della lingua e del linguaggio, che chiama le sue leggi Jobs act e Family act, il suo Presidente del Consiglio Premier, i percorsi politici Road maps e così via: non è un caso che molte di queste traduzioni riguardino il mondo della politica, essendo la finalità quella di astrarla sempre più, di renderla sempre più nebulosa e lontana, così da sottrarla ad un reale diritto di critica informata; in sostanza l’obiettivo dell’anglicizzazione di buona parte dell’informazione ufficiale è quello della disinformazione, che si accompagna a un tasso elevato di idiozia e servilismo degli operatori del settore.
Se quindi da un lato apprezzo molti aspetti della difesa della lingua operata dai francesi è indubbio che essa a volte diviene ridicola, specularmente a quanto accade all’anglofilia linguistica italiana. Così accade che i nostri vicini esagerino, traducendo termini che sono nativi anglosassoni, il cui impiego comune è pertanto giustificato. L’esempio più eclatante e noto è quello dei termini informatici: sinceramente fa sorridere che il byte diventi octect e l’hard disk disc dur.
Ma la difesa dell’identità francese non passa ovviamente solo per la lingua: mi piace citare a tal proposito il fatto che – caso unico in Europa – il periodo dell’egemonia di Roma antica nella regione e i resti archeologici presenti in Francia sono denominati gallo-romani, a significare anche qui la costruzione di una presunta identità profonda che peraltro trova la sua espressione nazional-popolare in Asterix.
Se questa è dunque la narrazione ufficiale di una Francia orgogliosa delle sue peculiarità, la realtà strutturale del Paese è a mio avviso molto diversa. Enormi aree commerciali alle periferie di città grandi e piccole, nelle quali trovano spazio grandi catene commerciali, cui fanno riscontro borghi antichi spesso quasi completamente abbandonati caratterizzano ormai il paesaggio, non solo fisico ma anche sociale, francese. Tutto o quasi tutto in Francia è serializzato. Non esiste infatti, almeno nell’Europa latina, un altro paese con una tale densità di fast-food e dove anche i ristoranti di fascia superiore appartengono a poche catene; di catene sono parte quasi tutti i panifici, con il pane preparato in grandi stabilimenti e poi distribuito surgelato ai singoli esercizi; a catene appartengono la grandissima maggioranza degli hotel, da quelli economici modellati sui motel statunitensi a quelli di lusso; c’è perfino una catena nazionale per il lavaggio auto. Insomma, la mia impressione è che l’identità francese sia un collante sovrastrutturale necessario ad un potere ancora molto centralizzato per tenere insieme un paese dove la vita è sempre più spersonalizzata e atomizzata, per sublimare l’imposizione di uno stile di vita – figlio di scelte precise in campo economico e sociale – che di francese ha ormai ben poco, assomigliando in modo impressionante a quello statunitense. Del resto come spiegare altrimenti le periodiche rivolte delle periferie e in generale l’intensità che raggiungono in Francia le proteste sociali?
Un altro aspetto interessante (ed interessato) dell’identità francese è quello della sua democrazia: la Francia, uno dei paesi più brutalmente colonialisti della Storia, che ancora oggi si comporta come tale in vaste regioni africane, anche attraverso il controllo di una sorta di moneta unica, il Franco CFA, e che nell’ultimo cinquantennio si è reso responsabile, direttamente o sostenendo attivamente colpi di stato, dell’eliminazione fisica di almeno una ventina di capi di stato non graditi, questa Francia dove un uomo solo – in genere eletto da una esigua minoranza del corpo elettorale – ha poteri paragonabili, guarda caso, solo a quelli del Presidente USA, e dove una élite tecnocratica chiusa, formata in poche scuole d’eccellenza, è l’essenza stessa dello Stato profondo, questa Francia si narra e viene narrata come una delle patrie della Democrazia. Se forse storicamente lo è stata, per l’oggi sarebbe il caso almeno di specificare a quale tipologia di democrazia ci si riferisce, perché anche nell’ambito delle cosiddette democrazie liberali la Francia è tra quelle che più somiglia a una monarchia elettiva. In definitiva si assiste così all’apparente paradosso per cui il Paese che culturalmente sembra maggiormente difendere sé stesso è quello che concretamente più si è venduto a modelli d’oltreoceano, mentre l’Italia, che sembra volersi liberare a tutti i costi di un retaggio storico presentato e spesso sentito come un fardello, è in realtà il Paese che più conserva un tessuto sociale fatto di molteplici identità, che ne generano una ancora vitale, anche se probabilmente non per molto, visto che le dinamiche del capitalismo dettano legge e anche qui ci stiamo incamminando a grandi passi verso una sempre maggiore concentrazione in poche mani e serializzazione delle attività produttive e commerciali, con tutte le conseguenze del caso.
Perché questa lunga tirata in una nota che dovrebbe parlare di un romanzo di Valery Larbaud? L’occasione di parlare della Francia e della percezione ambivalente che ne ho mi è stata data da una piccola notizia reperita ricercando opinioni e commenti su Fermina Márquez, il romanzo di cui dovrei parlare. Esso fa parte infatti dell’elenco dei 12 migliori romanzi scritti in lingua francese nella prima metà del XX secolo, stilato nel 1950 dalla giuria del Grand prix des Meilleurs romans du demi-siècle, composta da scrittori , critici letterari, operatori culturali e uomini politici, e presieduta da Colette. Al di là delle scelte (chi fosse interessato può trovarle qui) in gran parte quantomeno discutibili, che paiono riflettere una attenzione alle correnti culturali e politiche francesi più che il reale valore dei testi, questa piccola notizia mi è sembrata da un lato tipica dello sciovinismo francese, dall’altro molto simile alle classifiche aventi finalità chiaramente commerciali, provenienti solitamente da oltreoceano e che infestano il web, sulle migliori mete turistiche o canzoni o quant’altro, con le quali si tende ovviamente a orientare il gusto e i consumi del pubblico. La piccola storia di questo Gran premio mi è parsa quindi paradigmatica dell’ambivalenza dello spirito francese.
Quanto a Fermina Márquez non ho moltissimo da dire, considerandolo un romanzo tutto sommato poco significativo nel panorama letterario del primo ‘900, checché ne pensassero Colette e soci.
L’autore, Valery Larbaud, figlio della buona borghesia, condusse una vita da ricco dandy cosmopolita sino al 1935, quando, cinquantaquattrenne, venne colpito da emiplegia e afasia, passando il resto della vita costretto su una poltrona senza essere in grado di dire altro che la frase “Bonsoir les choses d’ici-bas”.
Oltre che viaggiatore fu poeta, romanziere e traduttore: in particolare alla sua supervisione si deve la prima traduzione francese dell’Ulisse di Joyce, di cui era amico, (1929); contribuì a far conoscere in Francia le opere di Italo Svevo e fu amico di André Gide. Politicamente schierato a destra, propugnava gli Stati Uniti d’Europa, di cui facessa parte un’Occitania libera con capitale Montpellier e comprendente la natia Vichy.
Questa sorta di grande dilettante della letteratura non ha lasciato molte opere. La più nota sono le opere complete di A.O. Barnabooth, (uno dei suoi pseudonimi), composte dal diario del viaggio europeo in wagon Lit del protagonista, un elegante dandy tratteggiato con molta ironia, sotto il quale è facile riconoscere l’autore, nonché da alcune poesie. Uscito nel 1913, è una sorta di grande ode elegiaca alla morente Belle Époque, da parte di uno scrittore sempre pronto, come il suo alter ego, a lasciarsi sedurre “dalla bellezza di un alessandrino, di una teiera o dalle spalle di una donna”. Barnabooth svela quale sia lo sguardo di Larbaud sulla società, sguardo aristocratico ed elegante, che dall’alto di una cultura cosmopolita (e di una notevole disponibilità di mezzi) si riconosce in un mondo elitario dove dominano il buon gusto e la raffinatezza.
Fermina Márquez, breve romanzo uscito due anni prima di Barnabooth ed ambientato verso la fine del XIX secolo, anni della giovinezza dell’autore, è anch’esso figlio della sua visione elitaria e cosmopolita della società, ed è centrato sul tema dell’irruzione dell’eterno femminino nell’adolescenza.
Scenario delle vicende narrate è il collegio Saint-Augustin, nella valle della Senna, luogo appartato da cui si vede in lontananza la metropoli e nel quale vengono educati a divenire classe dirigente i rampolli di potenti e ricche famiglie. Tra questi un buon numero è rappresentato da figli di ricchissimi sudamericani, ”…armatori di Montevideo, …mercanti di guano del Callao, …fabbricanti di cappelli dell’Equatore…” che si sentono ”in tutta la loro persona e in ogni istante della loro vita, discendenti dei Conquistadores”. Anche gli alunni francesi sentono la supremazia morale di questi americani, che hanno della vita una visione eroica e tra i quali spicca per la sua eleganza, prestanza e maturità il messicano Santos Iturria. La vita nel collegio è ovviamente scandita, più che dal rigido regolamento, dai tentativi degli allievi di aggirarlo, che in Iturria assumono le forme di fughe notturne a Parigi per frequentare locali e donne, cosa che contribuisce non poco al suo mito presso gli altri alunni.
Questa atmosfera da caserma viene sconvolta quando, per facilitare l’ambientazione di un nuovo piccolo allievo, iniziano a frequentare ogni giorno il parco del collegio due ragazze accompagnate da una zia, figlie di un grande banchiere colombiano. Se la più giovane è poco più di una bambina, la diciassettenne Fermina turba con la sua elegante femminilità la vita di molti allievi. Tre in particolare tenteranno di avvicinarsi a lei, sia pur con spirito diverso.
Se un breve accenno merita il piccolo Camille Moûtier, vittima del bullismo dei più grandi, che si innamora disperatamente di Fermina sapendo tuttavia di non avere speranza alcuna, il personaggio di cui il racconto scandaglia con maggiore attenzione la personalità è Joanny Léniot, un quindicenne primo della classe, che studia incessantemente per dimenticare, per superare la solitudine del collegio in cui è entrato a nove anni e le meschinità della sua origine piccolo-borghese. Imbevuto di letture classiche, ritiene necessario avere esperienze amorose e decide di sedurre Fermina. Naturalmente non avrà successo: inizialmente la ragazza gli concede la sua amicizia, anche perché lui si erge a protettore di suo fratello dalle angherie dei grandi, ma poi sbaglia completamente l’approccio, annoiandola con le sue teorie sulla necessità per la civiltà occidentale di ricostruire l’impero romano e le sue citazioni classiche, e infrangendosi sulla devozione cristiana della ragazza; sperimenterà inoltre sulla sua pelle la grettezza borghese della famiglia di lei. Così il povero egocentrico Léniot consegna in pratica Fermina all’unico che abbia le carte in regola per farla innamorare, l’unico uomo del gruppo: Santos Iturria. Il romanzo si chiude con quella che considero una inutile coda: una visita dell’io narrante (che appare solo a tratti nel racconto, a testimonianza di una certa sperimentalità del testo) al collegio, ormai chiuso, molti anni dopo i fatti narrati: lì un vecchio custode gli narrerà i destini dei ragazzi, aggiungendo a mio avviso prosaicità ad una storia che avrebbe potuto chiudersi nel capitolo precedente.
Fermina Márquez narra come detto del fascino della femminilità su un adolescente che la incontra per la prima volta, del tutto impreparato ad affrontarla: anche il nome della protagonista, così simile al latino fœmina sembra alludere all’archetipicità che per un ragazzo assume lo sconosciuto mondo femminile. Se la prosa di Larbaud è senza dubbio molto elegante, ben resa dalla traduzione di Maria Rosaria Masone, resta la sensazione di un libro superficiale, figlio di un orizzonte culturale che, seppur vasto, rimane purtuttavia ancorato ad una visione aristocraticamente limitata del mondo e dei fermenti culturali dell’epoca. Nel 1911 v’erano a disposizione potenti strumenti per analizzare la complessità e le angosce legate alla scoperta del femminile da parte di un ragazzo: dietro l’eleganza della frase, Larbaud si serve invece solo di un armamentario ottocentesco, dando l’impressione anche formale di nostalgia per un mondo mitico che non esiste più (a questo forse allude l’ultimo capitolo) e che nella realtà non è mai esistito, se non nella sua visione separata del mondo, drammaticamente scandita da quel “Bonsoir les choses d’ici-bas” che più tardi ripeterà senza fine.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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