Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura russa, Libri, Narrativa, Recensioni

Lo “skaz a tesi” di un reazionario problematico

Recensione di Una famiglia decaduta, di Nikolaj S. Leskov

Fazi, Le porte, 1996

Alla fine della lettura di Una famiglia decaduta, romanzo di Nikolaj Semënovič Leskov, sono rimasto un po’ perplesso, avendo avuto l’impressione di un finale affrettato, se non in qualche modo sospeso. Se infatti esso coincide con la fine della vicenda terrena della protagonista, principessa Varvara Nikanorovna Protozanova, è altrettanto vero che alcuni sviluppi della storia della sua famiglia, preannunciati nel corso della narrazione, non vengono sviluppati, e sembrano rimandare ad un prosieguo mancante; appare anche strano che Mefodij Mironyč Červev, personaggio di cui si percepisce la potenziale importanza nell’economia del romanzo, venga fatto entrare in scena solo nell’ultimo capitolo. Curiosamente, né Mauro Martini nella introduzione al volume, né l’editore né le poche recensioni reperite in rete accennano al fatto che Una famiglia decaduta è un romanzo incompiuto. Le due parti che lo compongono furono infatti pubblicate nel 1874 sulla rivista letteraria e politica Russkij vestnik, il cui fondatore e direttore, Michail Nikiforovič Katkov, abbandonate le originarie posizioni liberali, era approdato a lidi conservatori e panslavisti. La rivista operò numerosi tagli al romanzo, e Katkov ebbe a dire alla redazione, a proposito di Leskov: ”Abbiamo fatto un errore, non è dei nostri”. La pubblicazione si interruppe e Leskov non scrisse mai la terza parte del romanzo, uscito in volume nel 1875 ”nella mia versione, non in quella di Katkov”, come affermato dall’autore in una lettera indirizzata a Ivan Aksakov. Forse a quella prima edizione in volume risale l’affrettato finale.
Le vicende editoriali di Una famiglia decaduta sono paradigmatiche della ambigua collocazione culturale di Leskov nella Russia della seconda metà del XIX secolo. Apparentemente non vi è discussione in proposito: sin dai suoi esordi nei primi Anni ‘60 l’autore si era infatti attestato su posizioni di netta critica al movimento anarco-rivoluzionario russo dell’epoca, universalmente noto come nichilismo. Dopo la pubblicazione, nel 1862, di un articolo nel quale avanzava il sospetto che alcuni incendi verificatisi a San Pietroburgo fossero in realtà attentati legati alle dimostrazioni studentesche di protesta per la timidezza delle riforme di Alessandro II, i circoli intellettuali progressisti lo accusarono di stare dalla parte del governo. Negli anni successivi Leskov pubblicò alcuni romanzi che attaccavano frontalmente i nichilisti, dipingendoli come uomini senza ideali o veri e propri criminali. Queste controverse opere, dal contenuto direttamente politico e generalmente considerate oggi di scarso valore artistico, gli valsero da un lato un isolamento intellettuale pressoché totale – solo Dostoevskij sulla sua rivista Epocha e il già citato Katkov pubblicheranno suoi lavori – dall’altro la riconoscenza dell’autorità zarista, che lo assunse al Ministero dell’educazione. Il giudizio del conservatore Katkov – quel suo famoso ne naš – ed anche il fatto che dal suo incarico ministeriale sia stato allontanato a seguito della pubblicazione di alcuni racconti nei quali criticava la chiesa ortodossa, lasciano però intravedere una figura culturalmente più complessa rispetto a quella di un reazionario tout-court, in coerenza con la difficoltà di tipizzare le correnti intellettuali e politiche russe dell’800 (e non solo) quando le si traguardi usando lenti interpretative occidentali. Una famiglia decaduta esemplifica perfettamente questa sostanziale ambiguità, o per meglio dire problematicità dell’autore: se sostanzialmente è un romanzo nel quale traspare palesemente la nostalgia dell’autore per la Russia rurale, la sua antica nobiltà terriera e i valori che ne erano parte integrante, ormai negati in una società che sta cambiando sia pur lentamente, non pochi elementi apparentemente secondari contribuiscono a rendere più complessa la sua interpretazione, che forse avrebbe potuto essere resa più univoca proprio dalla parte mancante; non è detto comunque che ciò sia un male, visto che a mio parere spesso le opere incompiute sono in realtà perfette, e in questo caso un finale conseguente avrebbe forse potuto accentuare il senso di romanzo a tesi che a tratti si avverte leggendolo.
Prima di addentrarmi nel tentativo di analizzare il contenuto del romanzo mi sia però concessa una digressione riguardante la sua forma, il modo in cui è scritto, perché essa consente di conoscere meglio questo autore tutto sommato negletto rispetto ai grandissimi scrittori russi del suo tempo.
Molte delle prefazioni ai romanzi di Leskov editi in Italia citano un famoso saggio di Walter Benjamin, dal titolo Il Narratore: considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, del 1936, nel quale il grande pensatore tedesco lamenta, con un’analisi peraltro di straordinaria attualità, la fine della capacità di narrare nella società moderna, come conseguenza tra l’altro del prevalere della solitudine dell’ascoltatore/fruitore. Narrare significava comunicare alla comunità e con la comunità; il narratore ”…prende ciò che narra dall’esperienza […] e lo trasforma in esperienza di quelli che ascoltano la sua storia”. La narrazione orale, tipica dell’antichità, è stata sostituita nella società moderna dal romanzo, che nasce su presupposti diversi, perché il romanziere quando scrive è solo e si rivolge usualmente a chi legge in solitudine. Così avviene anche per l’informazione giornalistica e, potremmo dire noi, per la stragrande maggioranza delle forme di comunicazione della contemporaneità, che tendono ad isolare sempre più (anche per evidenti fini politici) l’ascoltatore/spettatore. La scomparsa della narrazione (termine che significativamente ha ormai assunto nel nostro vocabolario una accezione negativa) comporta anche la perdita dei legami di gruppo e della capacità di scambiarsi direttamente le esperienze, che rafforzavano anche le singole identità. Benjamin sviluppa questi concetti proprio a partire dall’opera di Leskov, nel quale vede uno dei pochi narratori in ambito letterario, anche se non gli sfugge ovviamente che la fissazione della parola sulla carta costituisce di per sé una alterazione della narrazione vera e propria, fatta anche di intonazione, gestualità, pause etc. Leskov narra in quanto la sua scrittura si rifà allo skaz, forma tradizionale di narrazione orale russa, ricca di termini dialettali, di monologhi e dialoghi serrati volti a caratterizzare i personaggi attraverso le loro stesse parole, che prevede al contempo frequenti digressioni e considerazioni da parte del narratore. L’importanza dello skaz per la letteratura russa, da Gogol a Belyj a Remizov fu colta dai formalisti nei primi decenni del XX secolo, e ciò portò tra l’altro ad una riscoperta di Leskov.
Una famiglia decaduta è un buon esempio di questa tecnica di scrittura di Leskov, che raggiunge tuttavia l’apice nel suo racconto più famoso, Il viaggiatore incantato. Le vicende sono infatti narrate, decenni dopo, dalla nipote della protagonista, in uno stile colloquiale nel quale i dialoghi si alternano a considerazioni personali, descrizioni di personaggi che interrompono per più capitoli il flusso degli avvenimenti e digressioni anche temporali. Inoltre la narratrice si avvale spesso, dovendo narrare vicende di cui non è stata testimone non essendo ancora nata, dei racconti della ormai vecchia cameriera della principessa, Ol’ga Fedetovna, riportati spesso direttamente come narrati da quest’ultima. Anche se mediata dalla traduzione italiana, con tutta probabilità non in grado di trasmettere la ricchezza gergale dell’originale, la differenza di tono tra i racconti della nipote e quelli attribuiti ad Ol’ga vengono percepiti dal lettore per la sottile sgrammaticatura di questi ultimi, che a dire il vero inizialmente tendevo ad attribuire a inusitate cadute di stile della traduzione. Riporto al proposito un solo breve esempio di racconto di Ol’ga, tratto dai primi capitoli del romanzo: ”La Principessa metteva fretta a tutti, era come se si aspettava che un’ultima disgrazia stava per colpire il nonno…” Sono spesso critico con le traduzioni, ma in questo caso credo sia d’obbligo manifestare solidarietà a Flavia Sigona per lo sforzo fatto per rendere in italiano lo skaz leskoviano.
Questo modo di narrare conferisce indubbiamente vivacità al racconto, lo avvicina come detto ad una narrazione orale e fa di Leskov una sorta di precursore di tecniche narrative che avrebbero contribuito a destrutturare il romanzo ottocentesco di lì a pochi decenni.
La vita della principessa Varvara Nikanorovna Protozanova è narrata dalla nipote molti anni dopo, nella contemporaneità di Leskov: il periodo cruciale della narrazione copre gli anni che vanno dal 1812 al 1825, anni significativi per la storia russa. Figlia di piccoli nobili poveri, sposa il giovane rampollo di una delle più antiche famiglie della nobiltà russa, Lev L’vovič Protozanov. La coppia, cui nascono una figlia e un figlio, vive a San Pietroburgo facendo vita mondana e di corte, sinché Lev L’vovič non parte per la guerra contro Napoleone, morendo in battaglia nel 1812; la moglie, che è incinta e si è da poco ritirata nella proprietà di famiglia nel sud della Russia, non si risposerà, dedicandosi ad una saggia amministrazione dei suoi beni, a migliorare le condizioni di vita dei suoi contadini (letteralmente suoi, essendo servi della gleba), all’educazione dei figli e a guardare con distaccato occhio critico il degrado morale della nobiltà cittadina e di corte e le torsioni politiche dell’epoca. Le sono vicini e fedeli alcuni personaggi importanti nell’economia del romanzo, tra i quali spiccano il maggiordomo Patrikej Semenyč Sudaričev, la già citata Ol’ga Fedetovna e un bislacco e povero nobile che abita poco lontano, Dorimedont Vasil’evič Rogožin, detto Don Chisciotte per la sua attitudine ad attaccar briga con il potere costituito. Un primo motivo di turbamento di questo idillio rurale è dato dalla proposta di matrimonio, rifiutata, fattale dal conte Funkendorf, un baltico di recente nobiltà che di fatto mira solo alle sue ricchezze. La partenza della figlia maggiore Anastasija per un rinomato istituto femminile di San Pietroburgo, cui lo status sociale la costringe ad iscriverla, segna una ulteriore rottura della tranquilla vita condotta a Protozanovo: Anastasija, che viene preparata per vivere nell’alta società cittadina, si distacca progressivamente dalla madre, considerandola una provinciale di idee antiquate. Tornata a vivere a San Pietroburgo per stare vicina alla figlia, la principessa verrà di fatto sconfitta dall’ipocrisia e dalle maldicenze degli ambienti mondani della capitale, cadendo vittima della loro corruzione e tartufismo.
La principessa Varvara Nikanorovna è il personaggio che esprime i valori di cui Leskov invocava la rinascita per fermare il degrado sociale della Russia a lui contemporanea e su cui fondare una maggiore giustizia sociale, soprattutto nei confronti dei contadini; questi avevano visto nel 1861 l’abolizione della servitù della gleba ma erano di fatto rimasti, causa la parzialità delle riforme liberali di Alessandro II, in balia dei proprietari terrieri. Ambientando il romanzo in un periodo della storia russa nel quale, analogamente a quello in cui viveva, si affacciavano timide proposte di riforma e spinte più radicali che sarebbero sfociate nella rivolta dei Decabristi, Leskov vagheggia, mettendola in bocca a Varvara Nikanorovna, una soluzione palingenetica dall’alto della questione sociale, basata sul recupero del ruolo storico dell’antica nobiltà terriera, i cui esponenti avrebbero dovuto ”… innanzitutto purificare sé stessi, illuminare le proprie menti con il sapere e addolcire i propri cuori con la carità; occorre liberare il popolo dalle piaghe e dagli abusi, altrimenti esso non vi seguirà…” L’autore del resto ritiene pericolosi i vasti piani dei populisti, con i quali si alletta inutilmente il popolo ”col miele sul coltello affilato”.
Al di là delle opinioni politiche espresse da Varvara Nikanorovna, da cui non ci si può onestamente aspettare molto e che ad ogni buon conto non risparmia strali anche all’ipocrisia di una fede pelosa, il personaggio risulta molto debole per il suo essere perfetta, per il suo incarnare sempre e solo le presunte virtù che la classe cui appartiene dovrebbe avere e propugnare. Più che un personaggio vivo la principessa pare per quasi tutto il romanzo la personificazione di una tesi, e francamente molti passaggi della prima parte, dedicata in gran parte alla messa a fuoco del personaggio, risultano quasi stucchevoli. Analoga debolezza si può riscontrare nei due servitori, Ol’ga Fedetovna e Patrikej Semenyč, esempi di abnegazione quasi mistica verso la padrona, al punto da rinunciare ad una vita propria per starle accanto.
Un personaggio molto più interessante è Dorimedont Vasil’evič Rogožin, il cui nome è un evidente omaggio a Dostoevskij, che aveva pubblicato L’idiota pochi anni prima. In questo vecchio nobile povero, malandato ed attaccabrighe, animato da un senso di giustizia ormai anacronistico, che si diletta a miniare capolettere in oro e viaggia per la Russia su uno scalcinato carretto tirato da favolosi ronzini, accompagnato dal suo Sancho Panza personale, prevale una vis comica carica di una tragicità immanente che giustifica il suo soprannome di Don Chisciotte. A mio avviso sono proprio i personaggi sui quali Leskov riversa la sua satira sociale tratteggiandoli comicamente, come il trombettiere ubriacone Grajvorona, la bigotta ed ipocrita contessa Choteova o l’insegnante di francese Gigot, protagonista di memorabili zuffe con Rogožin, a rendere particolarmente vivace la seconda parte del romanzo, affrancandolo dall’ipoteca melodrammatica verso cui lo stavano spingendo la perfezione della principessa e l’abnegazione dei suoi servitori.
Un personaggio importante, che appare però come detto solo nel repentino finale, è Mefodij Mironyč Červev, possibile precettore dei due figli maschi della principessa, latore di un anarchismo di stampo cristiano che un po’ a sorpresa Leskov sembra sposare nelle ultime pagine e che provocherà la più grave sconfitta della principessa, quella rispetto alle sue idee, smontate da Červev in un drammatico dialogo poco prima di essere portato al confino; è questo il dialogo che riscatta parzialmente la principessa dal manicheismo che si porta addosso sin lì.
Una famiglia decaduta è un romanzo non pienamente riuscito, nei cui alti e bassi si rispecchia la complessità (o confusione) della visione politica di Leskov, e che neppure lo skaz riesce appieno ad elevare a capolavoro.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Lo “skaz a tesi” di un reazionario problematico

  1. ho letto il libro tempo fa e la tua recensione è preziosa, perchè chiarisce a me stessa alcuni dubbi. la fine è frettolosa, concordo, ma ai tempi mi aveva stupito la qualità della scrittura di un autore, per me, sconosciuto.

    Piace a 1 persona

    1. Ciao Mocaiana.
      In effetti ci sono momenti, soprattutto nella seconda parte, in cui lo skaz fornisce un brio notevole al testo: come ho scritto, ho apprezzato soprattutto i personaggi in cui prevale il taglio comico.
      Grazie per il commento. A presto
      V.

      Piace a 1 persona

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