Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura neozelandese, Libri, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni

Il modernismo applicato alla banalità: storie di corna, nevrosi e poco altro

Recensione di Felicità, di Katherine Mansfield

Rizzoli, Superbur Classici, 2003

Il breve saggio di Pietro Citati che apre questa edizione di Felicità di Katherine Mansfield è a mio modesto avviso l’esempio perfetto di come non si dovrebbe scrivere un’introduzione, se questa ha la funzione di farti capire meglio un autore, l’epoca in cui visse, le motivazioni e la forma della sua scrittura. Citati si lancia in una descrizione apologetica della personalità dell’autrice, partendo dalla dolcezza dei suoi lineamenti, dei suoi gesti ”quieti, contenuti, riservati, rari” (come possano essere rari i gesti di una persona lo può spiegare solo Citati). Di buon passo, fortunatamente solo per otto pagine, ci informa di quanto Mansfield fosse dolce ed animalesca, selvaggia e piena di incubi che la terrorizzavano, ironica e brillante, capace di grandi amori e di grandi odii. Il grande critico raggiunge vette di assoluto lirismo descrivendo la scrittrice con frasi come ”sotto le sopracciglia arcuate, sotto le ciglia così lunghe che, quando le abbassava, riflettevano la luce, gli occhi scuri da uccello guardavano qua e là, posandosi dappertutto nello stesso momento; le pupille si dilatavano mentre guardava: lo sguardo era circospetto e indagatore, inquisitivo, possessivo, impavido, divorante; e, alla fine, quando tutto era stato riflesso e assorbito, quando tutto era ormai perduto, si smarriva lontano”, oppure ”quando era posseduta dal furore, il volto le diventava terreo, quasi verde, e i grandi occhi neri si stringevano come fessure”.
Pietro Citati è nato nel 1930, quando Katherine Mansfield era ormai morta da sette anni: si può quindi ragionevolmente escludere che l’abbia conosciuta e frequentata. Ergo delle due l’una: o trae queste descrizioni così precise da altri, da chi l’ha veramente conosciuta – ma in questo caso sarebbe suo dovere citare le fonti – oppure inventa, dando libero sfogo alla sua percezione di come Mansfield avrebbe dovuto essere. Sia come sia, il risultato sono otto pagine di nulla, al termine delle quali la conoscenza e le capacità critiche del lettore rispetto alla produzione letteraria della scrittrice neozelandese non avranno fatto il minimo passo in avanti.
Il mio personale sospetto è comunque che in qualche modo Citati sia stato costretto a ripiegare sulla personalità della scrittrice in quanto, almeno da quanto emerge da questa prima lettura della sua opera, ci si trova complessivamente di fronte ad una autrice del tutto minore nel panorama letterario anglosassone del primo novecento, i cui racconti sono perlopiù angustamente rinchiusi nell’ambito di un autobiografismo sublimato che, sia pur trattato con una tecnica di scrittura interessante che confluisce appieno nel gorgo della corrente modernista dell’epoca, raramente riesce ad elevarsi al di sopra di una scoraggiante banalità quanto a tematiche affrontate.
Eppure molto mi aspettavo dalla lettura di questo libro, forse la più nota delle sue raccolte di racconti. Proprio la sua biografia, la sua irregolarità di giovane donna insofferente delle convenzioni sociali, che sfugge dall’ambiente a un tempo altoborghese e provinciale da cui proviene per gettarsi in una vita scandalosa, fatta di amicizie burrascose con alcuni dei più prestigiosi intellettuali dell’epoca, di amori bisessuali, di un matrimonio mai consumato, di viaggi e soggiorni tra Parigi e Londra, una vita per la quale verrà diseredata dai genitori, interrotta a soli trentaquattro anni dalla tubercolosi, mi pareva la garanzia di un’opera letteraria di alto livello, in grado di restituire l’atmosfera di un’epoca cruciale della Storia. Dalla lettura di Felicità ho invece tratto l’impressione di una scrittrice non risolta, incapace di dare respiro alla sua opera, per meglio dire incapace di darle continuità, considerato che comunque alcuni racconti emergono rispetto alla complessiva mediocrità che caratterizza la raccolta.
L’elemento autobiografico emerge fortemente sin dal primo racconto, Preludio, che narra del trasloco di una ricca famiglia da una città per andare a vivere in campagna, poche miglia lontano. Alcuni elementi geografici consentono di ambientare il racconto nei dintorni di Wellington, da cui effettivamente i Beauchamp (Katherine Mansfield è pseudonimo di Kathleen Mansfield Beauchamp) si trasferirono in una villa nel sobborgo occidentale di Karori quando la futura scrittrice aveva cinque anni.
Nella nuova casa si ritrovano i Burnell, una famiglia allargata, composta dalla nonna, dai due genitori, da una giovane sorella della madre, e da tre figlie, oltre alla servitù. Nell’atmosfera di eccitazione e di frenesia che caratterizza, soprattutto per le bambine, i primi giorni nella nuova casa, la scrittrice lascia emergere, da sottili indizi che devono essere attentamente ricercati dal lettore, le tensioni familiari: Linda, la madre, è di nuovo incinta, e ha ormai seri dubbi circa il suo amore per un marito che appare superficiale, venale ed egocentrico e forse fa la corte a sua sorella, Beryl, la quale sogna un’indipendenza economica che non ha e detesta l’isolamento cui sarà costretta in campagna; le bambine subiscono il fascino del grande giardino, nel quale spicca una grande agave (che nel racconto originale è però un’aloe), la pianta che fiorisce ogni cento anni, con le foglie dotate di spine acuminate. In un racconto fatto di atmosfere rarefatte, di sogni ed impressioni dei protagonisti, spicca un episodio molto forte: Pat, cocchiere e tuttofare della villa, mostra ai bambini la decapitazione di un’anatra che sarà servita a cena, e come il corpo privato della testa, spillando sangue, continui a camminare per qualche secondo.
Preludio è indubbiamente un bel racconto, a mio avviso uno dei migliori della raccolta. La sua atmosfera sospesa si carica di sottintesi angoscianti sullo sviluppo delle relazioni tra i componenti degli apparentemente felici Burnell, e l’episodio dell’anatra decapitata può essere interpretato come la presa di coscienza della necessaria crudeltà sottesa ad una vita ovattata, non a caso ad opera di un estraneo all’ambiente familiare: il titolo stesso allude a qualcosa che accadrà, forse identificabile con la futura vita della scrittrice, che può essere vista come il tentativo di sfuggire al disagio esistenziale, ipocritamente mascherato, tipico del suo ambiente d’origine. Tuttavia anche Preludio non sfugge a quello che considero il grande limite di molti di questi racconti: essere a loro volta vittime di una sorta di pudore borghese, di ipocrisia per la quale le cose non possono essere dette per quello che sono, ma solo sussurrate, ricondotte a canoni estetico-morali accettabili, che spesso non solo nascondono accuratamente il senso della narrazione, ma la riconducono ad un orizzonte esclusivamente individualistico che a mio avviso le toglie forza espressiva.
Questi limiti si evidenziano appieno nel successivo Je ne parle pas français, dove una tematica potenzialmente intrigante, quella dell’incontro tra due intellettuali, venato di omoerotismo, e del successivo irrompere dell’elemento femminile nel rapporto tra i due, finisce per diventare una banale storia d’amore impossibile, proprio per lo sforzo che l’autrice fa – anche con l’impiego tecnicamente eccellente ma funzionalmente inadeguato di modalità di scrittura tipiche del modernismo (monologo diretto verso il lettore, salti temporali, digressioni etc.) – per nascondere quelli che potrebbero essere i veri oggetti del suo narrare. Questo senso di iato tra ciò che Mansfield vorrebbe comunicare e ciò che davvero comunica è in questo caso accentuato dal fatto che per poterlo pubblicare l’autrice acconsentì a tagli che hanno eliso alcune delle parti più forti del racconto, che forse lo avrebbero dotato di una maggiore coerenza.
Il racconto che dà nome alla raccolta è a mio avviso uno dei meno significativi. Prima di giustificare questa affermazione è tuttavia necessario soffermarsi su un aspetto solo apparentemente formale. Affidata ad una delle più importanti traduttrici del secondo dopoguerra, Maria Luisa Agosti Castellani, per la prima edizione BUR risalente al 1954, a mio avviso la versione italiana dei racconti risente ormai del tempo trascorso, e forse anche questo contribuisce ad accentuare il senso di inadeguatezza cui ho accennato. Alcune incongruenze sono evidenti, come il trovare più volte il termine ciliege, ma è il tono generale della traduzione che fa pensare ad una particolare attenzione per ciò che era politicamente corretto nell’Italia dei primi anni ‘50. Anche il titolo italiano di questo racconto è a mio avviso inadeguato, perché l’originale non è happiness ma bliss, termine quest’ultimo più ambiguo, riferibile ad un sentimento forse più profondo rispetto al primo, che rimanda ad una sfumatura di religiosità, e traducibile meglio con beatitudine, estasi.
Bliss è però al fondo una banalissima storia di corna, di amara e repentina disillusione di una moglie pienamente, irrimediabilmente borghese rispetto all’amore del marito, e a mio avviso nulla lo schioda da questa banalità, neppure le inessenziali venature di omosessualità che caratterizzano alcuni dei personaggi; l’ambientazione in un milieu altoborghese e intellettuale, comune a molti dei racconti di questa raccolta non fa altro che dimostrare come per Mansfield fosse difficile muoversi all’infuori dell’ambiente da cui proveniva, che conosceva e frequentava sia pure da irregolare, considerando mondo il suo mondo e universali le trascurabili problematiche esistenziali in cui si crogiolava.
Tralasciando Il vento soffia, semplice abbozzo di poche pagine e ancor minore significatività, credo che Psicologia sia un altro ottimo esempio del solipsismo espressivo di Mansfield. Solita ambientazione intellettuale, lei commediografa lui scrittore, i due sono amici: hanno una relazione esclusivamente intellettuale, credendo di ”… essere ormai abbastanza maturi per goderne in pieno, senza sciocche complicazioni sentimentali. La passione avrebbe guastato ogni cosa: se ne rendevano conto tutti e due”. In realtà entrambi vorrebbero gettarsi nelle braccia dell’altro, ma non riescono a rompere il muro del loro finto cameratismo. Quanto a novità di approccio nel trattare di relazioni umane e profondità con cui vengono esplorate Psicologia fa davvero il paio con Felicità. Nel racconto si trovano anche, sotto forma di dialogo tra i due, alcune considerazioni sul rapporto tra letteratura e psicologia, tanto banali da sperare che l’autrice le abbia messe in bocca ai protagonisti solo per sottolineare la falsità del loro discorrere rispetto ai loro pensieri.
Storie simili, di amori sfumati nel tempo, di abissali timidezze, di mariti premurosi ma inadeguati, di mogli nevrotiche e tiranniche, nelle quali si fa molta fatica a ritrovare un senso che non sia quello delle personali idiosincrasie dell’autrice sono oggetto di alcuni altri racconti, che lascio comunque al giudizio del lettore essendo convinto di aver sufficientemente espresso il mio.
Significativo è invece il fatto che i racconti a mio giudizio migliori siano quelli nei quali la prosa della Mansfield si fa più piana, basandosi su canoni meno sperimentali ed accompagnando storie nelle quali si sente l’influsso dei grandi modelli ottocenteschi di cui l’autrice si era nutrita. Il più significativo di questi racconti ritengo sia La giornata di Reginald Peacock, che narra appunto un giorno nella vita di un modesto insegnante di canto, con una moglie bisbetica che lo tiranneggia e alcune graziose allieve con le quali si convince di poter avere rapporti non solo professionali. È un racconto divertente, svolto su un registro ironico a tratti graffiante, senza grandi pretese psicologiche ma proprio per questo riuscito. Reginald Peacock, che sin dal nome tradisce chiare ascendenze dickensiane, è un personaggio a tutto tondo, degno rappresentante di una tronfia mediocrità, che – a differenza dei suoi esausti colleghi di altri racconti – può davvero ambire a rappresentare un tipo umano, figlio di un’epoca e di una costruzione sociale. Anche l’ambientazione familiare in questo caso non è asfitticamente ripiegata su sé stessa, anzi diviene davvero, molto più che nei racconti modernisti della raccolta, il paradigma di rapporti interpersonali basati sulle difficoltà del vivere quotidiano.
Un altro racconto da citare è La piccola istitutrice, forse il più ottocentesco e a suo modo naturalista della raccolta; meno originale e brillante de La giornata di Reginald Peacock narra la drammatica avventura di una giovane ed ingenua ragazza inglese che si reca in Germania come istitutrice in una famiglia. Il racconto pare quasi costituire la coda velenosa di una raccolta di racconti pubblicati da Mansfield un decennio prima, Una pensione tedesca, nella quale – prendendo lo spunto da un periodo di cura passato in una stazione termale bavarese – si scaglia con garbata violenza contro la rozzezza tedesca.
Un ulteriore racconto sicuramente significativo è Sequenze, drammatica storia di una cantante lirica ormai matura che non riesce più a farsi scritturare ed essendo ormai senza soldi è costretta all’estrema degradazione.
Infine, fa a mio avviso quasi da trait d’union tra i racconti modernisti e quelli più realisti il breve ma intenso Rivelazioni, nel quale l’autrice risolve finalmente in modo convincente la constatazione della crudeltà del mondo in cui ha ambientato gran parte delle sue storie, narrando di una signora altolocata che ”dalle otto di mattina alle undici e mezzo circa” soffre di nervi, e dell’indifferenza con cui reagisce alla tragedia che colpisce il suo parrucchiere.
I racconti di Felicità sembrano a mio avviso quasi opera di due Katherine Mansfield: quella modernista, che applica la sua prosa sperimentale a tematiche francamente banali, senza riuscire a fare dei suoi personaggi dei veri uomini e donne del novecento ma relegandoli al ruolo di borghesi insoddisfatti e nevrotici, ciascuno con il proprio personale e stantio dramma, e quella con meno pretese letterarie, in grado di proporre alcune storie e personaggi da ricordare. Forse per capire chi davvero fosse Katherine Mansfield e che posto assegnarle nel mio personale panorama letterario è necessario leggere altre sue opere, a cominciare da Una pensione tedesca, oggetto del mio prossimo commento. Per ora mi limito a posizionarla in secondo piano, vicino allo sfondo del mio quadro d’insieme, accanto ad altri autori di cui conservo un ricordo sfocato in virtù della loro scarsa rilevanza.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

5 pensieri riguardo “Il modernismo applicato alla banalità: storie di corna, nevrosi e poco altro

  1. Di Mansfield ho letto qualche tempo fa The Garden Party and other stories, che contiene alcuni dei racconti che citi. Non li ricordo nel dettaglio, ma a me erano piaciuti. Proprio anche il modo di raccontare. Dovrei rileggerli, e so già che non lo farò… Più che Mansfield, poveretta, il vero intellettuale inutile mi sembra Pietro Citati!

    Piace a 1 persona

    1. Forse mi aspettavo troppo: ho finito stasera Una pensione tedesca e credo che la rivaluterò un poco, non foss’altro perché il bersaglio sono loro (scherzo, non cominciare a spararmi a palle incatenate).
      In realtà, come ho tentato di dire, quelli che mi hanno dato fastidio sono i racconti in cui ha voluto fare la Woolf di serie B. A un certo punto non ne potevo più di tutte quelle velette che si alzavano e di quei manicotti di pelliccia da cui uscivano mani di signore nevrotiche. Secondo me ha frequentato troppo Bloomsbury: finché si è rifatta a Cechov non era male.
      Poi certo rincresce per la sua vicenda umana, ma come vuoi che vada a finire una ragazzotta neozelandese scaraventata nel turbinio della vecchia Europa?

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...