Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura neozelandese, Libri, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni

Elogio dell’immaturità letteraria

UnaPensioneTedesca2Recensione di Una pensione tedesca, di Katherine Mansfield

Rizzoli, Superbur Classici, 2003

Qualche settimana fa ho manifestato tutta la mia delusione dopo la lettura di Felicità, la raccolta di racconti forse più famosa di Katherine Mansfield, con la quale entra nella sua maturità artistica, pubblicata nel 1920, appena tre anni prima della morte.
Con Una pensione tedesca la vicenda umana ed artistica dell’autrice si riavvolge di una decina anni, portando il lettore praticamente alle origini di quest’ultima, e devo subito dire che a mio avviso questi racconti, pure definiti più tardi dall’autrice immaturi, sono dotati di una freschezza e di una forza che ne fanno una prova molto più convincente rispetto a Felicità.
Nel 1908 Katherine Mansfield, ventenne, ritorna a Londra dopo alcuni anni passati in varie località dell’Europa continentale. Per più di un anno conduce vita bohémienne, scrivendo pochissimo; oltre ad alcune importanti relazioni omosessuali ha una breve ed appassionata storia d’amore con Garnet Towell – fratello di un violoncellista di cui era stata innamorata in precedenza – del quale rimane incinta. Per volontà della famiglia di lui i due si lasciano e nel marzo del 1909 Mansfield sposa George Bowden, più vecchio di lei di undici anni, lasciandolo comunque subito, prima che il matrimonio sia consumato. A questo punto interviene la madre, che piomba a Londra dalla Nuova Zelanda, disereda la figlia e la spedisce subito nella stazione termale bavarese di Bad Wörishofen, dove Katherine ha un aborto spontaneo. Durante il soggiorno di alcuni mesi in Baviera scopre i racconti di Anton Čechov, e da allora di fatto diviene una scrittrice a tempo pieno: pubblica alcuni racconti che raccoglie nel 1911 nella sua prima raccolta, appunto Una pensione tedesca.
Come è facile intuire, i tredici racconti che la formano prendono spunto dalla sua permanenza a Bad Wörishofen; alcuni sono veri e propri pezzi di satira sulla società germanica e in particolare sulla grettezza dell’ambiente della casa di cura in cui soggiornò, mentre in altri l’ambientazione tedesca fa semplicemente da sfondo a storie che affrontano tematiche quali i rapporti tra i sessi e la condizione della donna.
I primi tre racconti formano una triade compatta, che mette in luce direttamente e con efficacia la grossolanità e la volgarità della borghesia tedesca che alloggia nella pensione in cui soggiorna anche la narratrice. Il racconto che apre il volume, Tedeschi a tavola, consegna al lettore, tramite una pungente ironia, i pregiudizi dei tedeschi nei confronti dei britannici, cui si sentono del tutto superiori sia moralmente sia culturalmente, pregiudizi che i vari astanti esprimono a tavola alla giovane ospite anglosassone, attraverso luoghi comuni e ridicole asserzioni, espressi con ferrea convinzione: così ad esempio gli inglesi non sanno preparare il tè e non hanno un esercito degno di questo nome. Il racconto deve buona parte della sua forza alla caratterizzazione dei personaggi attraverso il loro comportamento a tavola: mentre denigrano gli inglesi, tutti mangiano moltissimo, pulendosi colli sudati ed orecchie con il tovagliolo oppure (una signora) i denti con una forcina per capelli. Non so se Mansfield all’epoca avesse visto qualche opera pittorica del nascente espressionismo, ma è indubbio che i ritratti deformati di questi bravi borghesi tedeschi sembrano prefigurare le opere di artisti come Dix e Grosz.
Il tema del cibo compare anche nel successivo Il Barone, breve racconto che narra della provinciale venerazione degli ospiti della pensione per un Barone che, dall’alto della sua posizione aristocratica, non li degna di uno sguardo ma che si rivelerà essere solo un ometto strambo e solo. Tratto distintivo del racconto sono, a mio modo di vedere, i nomi attribuiti alle signore, identificate con il ruolo sociale dei mariti. Compaiono così una Frau Oberregierungrat (Consigliere superiore del governo) la cui figlia ha sposato un banchiere, coronando così il sogno della sua vita, e una Frau Feldleutnantswitwe (vedova del luogotenente). Al di là dell’effetto sarcastico dato dalla lunghezza e dall’ufficialità dei nomi, credo che Mansfield abbia voluto sottolineare da un lato la riduzione a mera appendice dei mariti di queste donne e dall’altro la grottesca praticità di un paese che riduce persino i nomi delle persone a semplici funzioni.
Analoga tematica, il complesso di inferiorità della borghesia tedesca nei confronti della nobiltà, forma l’oggetto de La sorella della baronessa, nel quale più che il finale a sorpresa, che di fatto tanto originale non è, sono notevoli alcune chicche di pura perfidia letteraria, come la frase ”I bambini disgraziati hanno modi così amabili!”, risposta data da Frau Doktor (altro nome funzionale) al direttore della pensione, che rileva come la figlia della Baronessa Von Gall, di cui la Frau ambisce la compagnia per conoscere l’altolocata madre, sia muta, oppure la descrizione del grembiulino della stessa bambina, che ”non era un grembiule, ma una barriera sociale”.
Nella stessa pensione è ambientato anche Frau Fischer, che si differenzia dai precedenti perché qui l’io narrante non è semplice osservatrice, sia pure coinvolta nelle vicende, ma assurge al ruolo di coprotagonista. È il primo racconto centrato esplicitamente sul tema della condizione femminile, e contrappone la visione ipocritamente perbenista della signora tedesca, vedova e proprietaria di una fabbrica di candele, che esalta la famiglia e la maternità ma che da alcuni accenni si scopre essere una vedova allegra, alla libertà ed indipendenza rivendicata dalla narratrice.
Più complesso ed articolato è Frau Brechenmacher assiste ad un matrimonio, forse il racconto più importante della raccolta. Di impronta decisamente naturalista, narra della partecipazione della protagonista – una donna che si intuisce essere di condizione modesta, ancora giovane ma con già cinque figli – e del marito alla festa di matrimonio di una ragazza che alcuni anni prima ha avuto, da un altro uomo, una figlia.
Le signore presenti si scandalizzano del fatto che la bambina sia presente alla festa, e durante la serata anche Frau Brechenmacher si unisce ai pettegolezzi e al moralismo delle amiche. Quando però il marito consegna agli sposi un regalo volgare, che allude al sesso ormai sdoganato nel matrimonio, in lei qualcosa si rompe (Brechenmacher si può tradurre con causa di rottura); tornata a casa si rende conto della volgarità del marito e della sua sottomissione a lui. Il racconto è un atto di accusa preciso ed efficace contro il matrimonio come contratto volto a legalizzare il sesso e contro la vita coniugale nella quale la donna è sottomessa al marito. L’atmosfera soffocante delle convenzioni sociali per le quali la donna deve essere casta sino al matrimonio e quindi deve soggiacere alle voglie del marito è resa da Mansfield con efficacia, contrapponendo il gelo della strada che i due coniugi percorrono per giungere alla festa con l’aria surriscaldata della festa, gonfia di volgarità, astio e birra che scorrono sotto il perbenismo e il moralismo degli astanti.
Con Lo spirito moderno Mansfield torna all’ambientazione borghese, ai personaggi della pensione, ed anche alla sua perfidia. Stavolta la protagonista è un’attrice, Sonia, che recita Ibsen a Vienna e si ritiene una grande artista, trovando ”… in tutte le opere dei più grandi scrittori, specie nelle loro lettere inedite, un tocco, un segno di [sé] stessa…”, ma in pratica non riesce a rescindere il cordone ombelicale che la lega ad una madre che la tiranneggia; si concederà a Herr Professor, mediocre trombonista che divora ciliegie con i vermi sputando i noccioli a distanze incredibili e si lamenta perché l’albergo gli mette in conto il bicchiere di latte serale, ulteriore variante del tedesco volgare e tronfio presentato nei primi tre racconti.
Da Lehmann, piccola storia di una giovane cameriera inesperta della vita che si sente attratta da un giovane cliente che vuole solo approfittare di lei non aggiunge molto alle tematiche care all’autrice, come pure Bagno d’aria, altro breve racconto della pensione. Di tono minore è a mio avviso anche Una nascita, che Mansfield aveva originariamente ambientato in Nuova Zelanda e nel cui protagonista si intravvede il padre dell’autrice.
Con La bambina-stanca, piccolo capolavoro, il tono vira improvvisamente verso la tragedia. Il racconto a mio avviso è prettamente tedesco più che per l’ambientazione per il fatto di essere una sorta di cupa fiaba che molto deve al romanticismo, ed in particolare ai fratelli Grimm. In questa fiaba, che ha come protagonista una sorta di piccola Cenerentola sfruttata e maltrattata da padroni tiranni, non c’è lieto fine, anzi: la vendetta della protagonista contro il suo destino è tanto tragica quanto istintuale ed animalesca, come animalesco è il rapporto che i padroni hanno con lei, e ha come vittima l’unico innocente nei suoi confronti. Nel racconto assume una peculiare importanza l’elemento onirico, sola via di fuga della protagonista da una realtà insopportabile. Sembra quasi che con questo racconto, che come detto presenta chiare ascendenze romantiche, Mansfield abbia voluto in qualche modo presentare al lettore l’altra faccia del suo rapporto con la Germania, riconoscendo l’importanza della cultura di quel paese. Del resto che l’autrice fosse animata da sentimenti contrastanti rispetto alla Germania è dimostrato dal fatto che nel primo dopoguerra negò il permesso alla ristampa del volume, sia perché – come detto – lo considerava frutto di una fase artistica immatura, ma anche in quanto non voleva contribuire ad alimentare lo sciovinismo imperante contro la nazione vinta.
Con La signora evoluta si torna per l’ultima volta alla satira e alla pensione bavarese con i suoi ospiti. Stavolta oggetto degli strali di Mansfield è l’intellettuale che ha come compito perpetuare il ruolo subalterno della donna nella società. La protagonista, che interloquisce con la narratrice durante una gita di gruppo nei campi usando luoghi comuni e mostrando un provinciale sciovinismo culturale, è una scrittrice affermata che sta scrivendo un romanzo sulla donna moderna, quella ”veramente emancipata; non una di quelle violente creature che negano il loro sesso e celano le loro ali fragili sotto […] l’ingannevole aspetto di una falsa mascolinità”, quanto piuttosto la donna ”incarnazione dell’amore che tutto comprende”, e così via per frasi fatte.
Se il personaggio principale soffre a mio avviso di un certo didascalismo, in quanto deve appunto rappresentare il paradigma di tutto ciò che Mansfield odiava in tema di femminilità, il racconto si ravviva per alcuni dei personaggi secondari, quali i due fidanzatini che non fanno altro che sussurrarsi frasi insulse, l’anemico filosofo latore di un pessimismo leopardiano sulla natura matrigna indifferente alle sofferenze umane e i due personaggi che con spirito di precisione tutto tedesco discutono se la distanza della gita sia di otto chilometri piuttosto che di sette e mezzo.
Anche Il moto del pendolo tratta della condizione femminile, e pur essendo un racconto non perfettamente risolto, anzi anch’esso affetto da una buona dose di didascalismo, la prospettiva da cui analizza alcuni tratti psicologici della protagonista è indubbiamente interessante. Viola è una ragazza in difficoltà economiche legata a Casimiro, aspirante scrittore pure lui squattrinato. Quando minaccia di essere sfrattata dalla sua padrona di casa perché non paga l’affitto se la prende in contumacia con il fidanzato, reo di non averle dato la sicurezza economica e di non farla vivere nel lusso cui anela. Vagheggia così di lasciare Casimiro e diventare una cortigiana d’alto bordo: l’irruzione reale di una proposta indecente la farà però presto tornare con i piedi per terra.
L’elemento caratterizzante Il moto del pendolo è l’uso esteso del monologo interiore, che appare per la prima volta in questa raccolta e probabilmente nelle opere di Katherine Mansfield, inequivocabile segno indicatore dell’evoluzione successiva della prosa dell’autrice.
Il volume termina con un piccolo ma delizioso racconto, Una vampata che in poche pagine ci presenta un notevole ritratto di donna. Elsa, moglie di Victor, si è lasciata corteggiare da Max, amico del marito. Quando però Max vuole raccogliere i frutti di questo corteggiamento Elsa lo respinge, perché – dice – ”mi piace che gli uomini mi ammirino, mi adulino, persino mi corteggino… ma non mi darei mai a nessuno”. Max non capisce, accusandola di essere peggio di una prostituta, che almeno è più generosa, al che Elsa risponde:”Lo so benissimo, ma non posso essere diversa da come sono”. La raffinata Elsa diviene così in qualche modo il contraltare della donna messa in scena dalla signora evoluta: rappresenta una donna conscia della propria sensualità e della propria alterità femminile, che vuole viverle per ciò che le danno, secondo canoni da lei stabiliti, e non in funzione degli uomini come le convenzioni vorrebbero. Il racconto termina comunque con una nota di speranza anche per noi maschietti, visto che il buon Victor sembra essere entusiasta di sua moglie proprio perché capisce ed apprezza la sua libertà interiore.
I racconti di Una pensione tedesca furono come detto rinnegati alcuni anni dopo la loro pubblicazione da una Katherine Mansfield ormai approdata ai lidi modernisti di Felicità e delle altre sue opere mature. Indubbiamente in alcuni di essi si sente la mano di una scrittrice ancora insicura, legata ai canoni dei suoi grandi modelli naturalisti ottocenteschi. Tuttavia ella applica quei modelli a tematiche che a mio avviso sono più intriganti rispetto ai tic e alle nevrosi di molti dei personaggi di Felicità. La carica cromatica con cui tratteggia e dileggia i borghesi tedeschi che fanno la cura nella stazione termale assume a tratti connotati espressionistici, ed in generale restituisce efficacemente il ritratto di un paese e di una classe sociale che si preparavano a scatenare una guerra, cosa che in alcuni passaggi Mansfield sembra quasi intuire. Anche i tipi umani e le situazioni proposti in questa raccolta sembrano più articolati rispetto a quelli della produzione matura, legata alla frequentazione di Bloomsbury.
Confrontando questi racconti a quelli di Felicità mi sembra di poter dire quindi che in Mansfield all’acquisizione di stilemi letterari tipicamente novecenteschi abbia fatto da contraltare un’involuzione tematica: sembra quasi che nel momento in cui dispone di nuovi strumenti per dire, in realtà le sia rimasto ben poco da dire.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

7 pensieri riguardo “Elogio dell’immaturità letteraria

  1. Intervengo in difesa dei Bavari. No, intervengo perché se no mi accusi di non leggerti. Io i tuoi post li leggo sempre.
    Non solo intervengo, ma prima di intervenire sono andata a ripescare il mio librino di Mansfield e ho constatato che è un’antologia Penguin per studenti (comprata chissà in quale occasione) in cui sono infilati, sembrerebbe in ordine cronologico, racconti da differenti raccolte o anche fuori raccolta (senza nemmeno un’indicazione bibliografica). Comunque dalla pensione tedesca c’è The Advanced Lady, che ricordavo infatti vagamente e che ho riletto. Concordo con Mansfield che è un racconto immaturo: un racconto in cui la narratrice, inglese, è intelligente, mentre gli altri personaggi, tedeschi, sono tutti cretini, può essere considerato solo immaturo.
    Poi ci ho trovato Bliss (e Psychology), di cui hai parlato nel post precedente, che ho pure riletto. Capisco il tuo fastidio per i soprabiti con le scimmiette e le calze bianche abbinate alle sciarpe di seta; tuttavia io ci vedo molto più che una storia di corna. Senza nemmeno scendere nei dettagli (ma lì è tutta una questione di dettagli), mi limito a notare che, pur con l’ingenuità che caratterizza il personaggio, la prima a marcare una distanza da scimmiette e calze di seta è proprio Bertha – ed è lei a rimanere fregata da quel mondo di eleganze squisite e fasulle (la bellezza vera, e fuori portata, sarebbe l’albero di pero in fiore).
    Mi sembra che ciò che può risultare irritante in Mansfield sia il carattere marcatamente femminile della scrittura che può essere facilmente avvertita come futile. In realtà è una fenomenologa precisa e molto accurata e, tornando a Bliss, a me sembra che si possa leggere come la critica potente e circostanziata di un modo di sentire che aveva decisamente fatto il suo tempo.

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    1. Eccomi.
      Non penso di averti mai accusato di non leggere i miei articoli; solo, da un annetto a questa parte, le poche persone con cui dialogavo (Tu, Raffaele, Dragoval, Gabrilu) se ne sono andate, e questo mi dispiace, anche se il blog lo tengo (pensa, da 8 anni…) essenzialmente per il piacere di scrivere e vedere ordinato e in fila ciò che ho scritto, a futura mia memoria su ciò che ho letto. Sono perciò contento di poter contare sulla tua lettura.
      Venendo a Mansfield. Anche secondo me The Advanced Lady non è esattamente tra i più significativi racconti di Una pensione tedesca: l’ho definito didascalico, soprattutto a causa proprio di come è tratteggiata la protagonista. Al di là dei tre racconti iniziali, di satira contro la borghesia tedesca (ricorda che siamo nel 1910 o giù di lì, Militarismo, Junker, Guglielmo…) che sono diciamo così efficaci, i due più importanti sono a mio avviso Frau Brechenmacher assiste ad un matrimonio e La bambina-stanca, diversissimi ma molto belli.
      Quanto a Bliss, la metafora del pero me l’ero segnata, ma siccome avevo appena finito di parlare di peri e pere a proposito di Versante sud di Von Keyserling (letto qualcosa di lui? Secondo me è notevole) ho tralasciato. Io ho interpretato il pero bello, ritto e in fiore che tutte e due le donne ammirano, nel momento in cui Bertha capisce l’altra, come la comune percezione del loro desiderio per l’ineffabile Harry.
      Forse sono io che non ho colto, ma non mi pare che Bertha, che compra un frutto solo perché fa pendant con la tovaglia, che continua a volteggiare nella sua falsa felicità (o meglio devozione) prenda le distanze da un modo di sentire che aveva decisamente fatto il suo tempo, e non vedo neppure una tale presa di distanza da parte della narratrice terza. Capisco che i dettagli siano importanti, ma devono comunque servire a costruire un tutto, e quel tutto è… la scoperta delle corna fatte da Harry alla povera Bertha. Né mi pare che il chiacchiericcio della coppia di intellettuali e dell’ospite omo risollevino il racconto. Solo per pudore semantico non oso dire che il racconto non è nelle mie corde.
      ‘Nzomma (si direbbe a Roma) la Mansfield modernista non mi è piaciuta, quella immatura un poco di più (diciamo 2/5 stelle alla prima e 3/5 alla seconda): in generale una minore.
      Dalla prospettiva di un rozzo maschio (?) è tutto per ora.
      V.

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  2. Davvero ti sembra che la narratrice/autrice aderisca alle scimmiette, alle calze bianche, al motivo “pesce fritto” con cui l’amica talentuosa decorerà una stanza, e all’immortale verso “Perché dev’esser sempre minestra al pomodoro?”
    E Bertha, la protagonista, tutto il tempo non fa che ripetersi quanto è felice con quel marito (scopriamo poi che fin lì è stata di fatto frigida), quella casa, quella bambina (che non può neanche toccare), quegli amici (che ci vengono mostrati nei loro lati insopportabilmente ridicoli, addirittura Bertha, senza malizia, vede in Face stessa qualcosa della scimmietta, ammette che, “se non lo conoscesse così bene”, troverebbe ridicolo anche il marito) – chiaramente per convincersi che è felice – e da un certo punto di vista effettivamente sembrerebbe tutto a posto.
    Però ci sono questi stati di beatitudine che non rientrano nello schema, che sono di ordine estetico ma diversamente dalle scimmiette e dal motivo pesce fritto, di ordine estetico più profondo, una dimensione sicuramente più autentica in cui lei però non può comunicare con nessuno – tranne, crede, con Miss Fulton. Ma si sbaglia, prende un abbaglio – quello che Miss Fulton le comunica, quello che fa passare, non è l’estasi del bello ma, più prosasticamente e decisamente meno esteticamente (“his lips curled back in a hideous grin”), la voglia di scopare con suo marito.
    Abbaglio quindi. Cosa resta? L’estasi estetica (“But the pear tree was as lovely as ever…”) – per quel che vale.
    Quell’estasi estetica che più o meno in quegli anni veniva diversamente rincorsa, ad esempio, da Proust e dai surrealisti.
    Io non trovo Mansfield così minore, anzi.

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    1. Ciao e Buon natale in clausura.
      Per come l’ho letto io Bliss resta il racconto di una stupidina che subisce le corna di suo marito accorgendosene solo per caso.
      Non che le corna non siano un argomento letterario importante, tutt’altro, ma c’è modo e modo di trattarle e di contestualizzarle. Senza tornare ai grandi classici dell’adulterio, subito dopo Mansfield mi è capitato Musil: Vereinigungen, il cui primo racconto Il compimento dell’amore è un racconto di corna. Beh… capolavoro assoluto che ho appena riletto per la terza volta in pochi giorni, dove c’è tutto o quasi, dove le corna diventano il pretesto per la summa di una visione dell’io e di un’epoca, il che fa ancora di più sbiadire l’opera della Woolf di serie B, il cui accostamento a Proust e ai surrealisti (almeno ai migliori tra essi) mi suona quasi blasfemo. Per me il pero resta lì solo a contrasto del crollo delle sue certezze, sorta di ginestra coltivata: difficile pensare ad un’estasi estetica da parte di chi ha appena comprato un frutto perché era del colore giusto.
      A mio avviso non c’è forza, non c’è profondità, non c’è capacità di trasmettere al lettore, e il fatto stesso che anche Tu debba andare a cercare significati nelle pieghe più recondite del racconto a mio avviso lo dimostra.
      E con questa sono due (dopo Il soccombente): avrò a disposizione una terza chance o sarò condannato immantinente?
      V.

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      1. Ma porca vacca, non sono le pieghe più recondite, è il racconto!
        Ma sarà bello avere opinioni discordanti? 🙂
        Il compimento dell’amore me lo beccai da interpretare mi sembra il secondo anno del mio studio in Germania e mi valse il primo 30, che fu probabilmente l’inizio della mia insopportabile presunzione.
        Grandissimo, senza dubbio. Ma non puoi paragonare Mansfield a Musil, perché Musil, pur essendo un mistico, non è un esteta (vuole andare oltre), mentre Proust e i surrealisti (a loro modo) sì.
        Chi compra un frutto del colore giusto (che richiama il tappeto, non la tovaglia)è in preda a un’estasi estetica. Rimproverare a Berthe il grappolo di uva rossa (come continui tenacemente a fare) è come rimproverare a Cézanne di non dipingere nelle sue nature morte frutti a caso.
        Buon Natale, caro Vittorio, a te e alla tua famiglia. Se riesco a tradurre qualcosa come Dio comanda, ci risentiamo a breve… 🙂

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        1. Potrà anche essere il racconto, ma ciò non mi impedisce comunque di esclamare “tutto lì?” Tutto lì nel 1920??
          Perché non posso paragonare Mansfield a Musil? L’unico motivo che vedo è che sono incommensurabilmente diversi, ma quanto a Qualità. Io non credo si possa dire: questo è un esteta quindi lo paragono agli esteti, questo è un realista quindi… Io credo che la grande letteratura sia fatta di capacità di essere dentro la propria epoca e di capacità creative e tecniche di dimostrarlo (brutalizzo). Proust sarà anche stato un esteta, ma ha scritto cose decisive sulla società, sull’arte, sull’amore (sui diversi tipi di amore), sulla memoria, ha costruito una cattedrale: avrebbe potuto, da esteta, disegnare vestiti per Chanel (ammesso che ci fosse già… che bel suggerimento, purtroppo postumo, per Mansfield); Musil anche, da un’altra prospettiva, ed oltre alla sua cattedrale ha scritto anche un piccolo racconto di corna, che lascia indietro di migliaia di miglia nautiche la Bertha di Mansfield, della quale persisto a dire che sia una stupida, ma una stupida che riflette la superficialità della sua autrice (vedansi in proposito anche le insulse considerazioni sulla nuova letteratura, credo in Psicologia).
          E non mi puoi fare l’esempio di Cezanne, visto che da un lato si parla di composizione visiva, dall’altro della caratterizzazione psicologica di un personaggio: l’unica chiave in cui si potrebbe leggere l’episodio del frutto è quella ironica/sarcastica, ma da questo e dagli altri altri racconti della raccolta emerge a mio avviso come Mansfield sappia usare l’ironia solo quando si libera dell’ansia modernista che sembra attanagliarla (invidia del pene nei confronti di Woolf?). Ad esempio La giornata di Reginald Peakock è un bel racconto, perché è quasi dickensiano.
          Non mi convincerai mai, almeno sulla base di quanto ho letto sinora, che sia una scrittrice meritevole di più di un rapido sguardo, soprattutto rispetto al panorama letterario del tempo: è una piccola decadente che si rifugia in un suo mondo piccino piccino forse perché non capisce il mondo in cui vive.
          Dal mondo delle convinzioni granitiche è tutto per ora.
          V.

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