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Uno spettro si aggira per l’Europa: se il Perutz “politico” non va oltre il genere

Recensione de La neve di San Pietro, di Leo Perutz

Fazi, Le porte, 1998

Le mie uniche letture di libri di Leo Perutz risalivano ad un decennio fa: allora avevo affrontato, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, due romanzi dello scrittore praghese (o viennese?): Il marchese di Bolibar e Il cavaliere svedese. Già a quel tempo avevo preso l’abitudine di lasciare in rete brevi commenti sulle mie letture: andandoli a rileggere oggi vi ho trovato la conferma di un entusiasmo che, ricordavo, aveva accompagnato la mia scoperta di questo autore. Entrambi i romanzi avevano meritato giudizi più che positivi, e del protagonista de Il cavaliere svedese mi ero spinto ad affermare, con non poca enfasi, che ”… è forse una delle più belle figure della letteratura moderna”. Mi aveva in particolare colpito la capacità di Perutz di ammantare di atmosfere fantastiche e cariche di suspense storie che esploravano sentimenti umanissimi quali l’amore, il tradimento dell’amicizia, la disperazione esistenziale; questi romanzi mi erano sembrati inoltre parte integrante della letteratura di un’epoca e di un ambiente culturale molto preciso, la Mitteleuropa sospesa tra lo sfaldamento dell’impero austroungarico e l’avvento del nazismo; Praga e Vienna sono state notoriamente due degli epicentri più importanti di tale ambiente, ciascuna dotata di elementi specifici, e le opere di Perutz mi erano sembrate coglierne, attraverso la sapiente costruzione di atmosfere peculiari, i tratti distintivi e le drammatiche convulsioni.
Tali atmosfere derivano dal retaggio che l’autore assorbe da entrambe le città, come alcuni cenni biografici possono sommariamente indicare. Nato a Praga nel 1882 da una agiata famiglia di commercianti ebraici secolarizzati, si trasferì diciannovenne a Vienna, città dove visse sino al 1934; analogamente a Franz Kafka, che peraltro conobbe, lavorò per una compagnia assicurativa, occupandosi di matematica e statistica, prima di ottenere un grande successo editoriale a partire dal 1915, in particolare sul mercato tedesco. Frequentò attivamente i circoli letterari viennesi degli anni ‘20, legandosi a molti dei più importanti intellettuali dell’epoca. Nel 1933 il nazismo vieta la pubblicazione delle sue opere in Germania, quindi nel 1938, a seguito dell’Ansclhuss, deve rifugiarsi in Palestina, dove la sua famiglia paterna ha già trasferito l’attività. Non si integrerà mai nel nuovo ambiente, continuando tra l’altro a parlare tedesco e, finita la guerra, tornerà spesso in Austria, dove la morte lo coglierà nel 1957.
Recentemente il mio antico apprezzamento per Perutz è stato confermato dalla recensione, come sempre ampia e profonda, di Raffaele, sul suo blog Il collezionista di letture, del romanzo Dalle nove alle nove, da me non ancora letto. Raffaele sottolinea con precisione la duplicità dell’identità culturale di Perutz, nella quale si incarnano ”… due ‘Patrie’: Vienna realtà sia di vita che intellettuale, essendo stato Perutz partecipe a pieno titolo della vita culturale della città dei primi decenni del ‘900, e Praga luogo dell’anima e della memoria”, e più avanti: “Perutz rappresenta uno dei massimi esiti di quella grande cultura mitteleuropea di cui, unendo i diversi influssi di cui fu portatore, egli realizzò, di fatto, una sintesi esemplare”. A questi elementi anagrafici aggiungerei anche il suo essere ad un tempo affascinato dalla razionalità (la formazione matematico-statistica) e dall’occulto, soprattutto dopo la morte della amata prima moglie Ida, avvenuta nel 1928.
Notevoli erano quindi su queste basi le mie aspettative quando ho iniziato a leggere La neve di San Pietro, pubblicato in Germania all’inizio del 1933, poco prima che le opere di Perutz venissero bandite dal regime: purtroppo queste aspettative sono andate in buona parte deluse. Non ho infatti ritrovato in questo romanzo il riuscito mix tra esoterismo e mistero praghese ed introiezione psicologica e analisi sociale di stampo viennese, né la capacità di condurre la narrazione su almeno due livelli compenetrati, quello della trama, avvincente e misteriosa, e quello dell’esplorazione di sentimenti personali e collettivi, che formano la cifra della letteratura di Perutz nelle sue opere più riuscite.
Eppure da un punto di vista formale lo sviluppo del breve romanzo è costruito indubbiamente con sapienza, e reca l’impronta dello scrittore ormai esperto, che sa come conquistare l’attenzione del pubblico, anche se in questo caso non riesce, o non vuole, andare oltre gli stereotipi del genere. A questo proposito si considerino preliminarmente due elementi: Perutz era all’epoca uno scrittore popolare, che vendeva molto: i suoi romanzi dovevano quindi rispondere anche a precise logiche di mercato; non è un caso che Brecht, che pure lo ammirava, lo definisse un autore di intrattenimento. Inoltre, il romanzo fu pubblicato originariamente a puntate sulla rivista tedesca Die Dame: spesso accade (si veda in proposito l’esempio di Dickens) che la pubblicazione a puntate condizioni la struttura dell’opera, rendendo necessario il ricorso a precisi trucchi compositivi per destare e tener alta nel tempo l’attenzione del lettore, ed in definitiva indurlo ad acquistare il numero successivo della rivista.
Il protagonista, che narra in prima persona, si sveglia un giorno – precisamente il due marzo 1932, in un letto d’ospedale della città tedesca di Osnabrück, ferito a un braccio e ad una spalla, senza inizialmente rendersi conto di chi sia né del perché si trovi in quelle condizioni. Lentamente affiorano i ricordi, che però contrastano con quanto gli viene detto dal personale medico. Egli ha netti nella memoria avvenimenti della sua vita che risalgono sino alla settimana prima, mentre gli viene assicurato che si trova in ospedale, dopo essere stato investito da un’auto ed aver subito un grave trauma cranico, da oltre un mese. Non comprendendo le ragioni per cui tutti gli mentono, inizia a raccontare a sé stesso (e al lettore) gli avvenimenti in cui è stato coinvolto.
Si chiama Friedrich Amberg ed è un giovane medico di Berlino, figlio di uno studioso di storia medievale tedesca morto da qualche anno. Durante un tirocinio si è innamorato di una collega greca, soprannominata Bibiche, che ha però perso di vista senza riuscire a dichiararsi. Trovatosi senza lavoro e in difficoltà economiche, risponde all’annuncio del barone von Malchin, proprietario terriero in Westfalia, che cerca un medico per la condotta del piccolo villaggio di Morwede di cui è signore. Viene scelto perché il barone conosceva suo padre; durante una sosta del viaggio verso Morwede, ad Osnabrück, rivede per un attimo Bibiche a bordo di una cadillac verde; per l’emozione e la distrazione rischia di essere investito da un’altra auto, ma giunge senza altri problemi a Morwede. Il barone è uno strano tipo, che vive nel mito della restaurazione del Sacro Romano Impero sotto la guida degli Hohenstaufen, il casato di Federico II, e conduce strani esperimenti scientifici, facendosi assistere proprio da Bibiche, che così il nostro ritrova. Von Malchin ha adottato un ragazzo, Federico, figlio di un artigiano bergamasco, ma in realtà ultimo rampollo della famiglia imperiale, e sta facendolo studiare da imperatore. I suoi esperimenti hanno a che fare con un fungo parassita del frumento, che secondo antichi autori è in grado di suscitare una forte esaltazione religiosa. Dopo oltre un anno, Bibiche ha estratto i principi attivi del fungo, in grado di condizionare il sentimento religioso degli uomini: il barone vuole farlo assumere ai suoi contadini così da verificare se sia in grado di suscitare un sentimento favorevole alla restaurazione dell’Impero, il cui potere era basato sulla fede. Nonostante gli avvertimenti del saggio parroco, l’esperimento ha luogo, ma con esiti catastrofici, in quanto i contadini drogati abbracciano… la fede marxista; scoppia una cruenta rivolta, durante la quale Amberg viene ferito e perde conoscenza. Non mancano ovviamente nel romanzo gli sviluppi del suo amore per la bella Bibiche. Il romanzo si chiude senza sciogliere del tutto l’enigma se le vicende narrate siano state semplicemente il frutto di un sogno/incubo avuto da Amberg durante il coma ovvero fatti realmente accaduti che le autorità vogliono nascondere per motivi politici.
Una trama costruita sapientemente, dunque – mi scuso per averne rivelato forse troppi particolari – ma comunque piuttosto strampalata, nella quale non mancano elementi di inverosimiglianza che non fanno parte, come in altre opere, di un’atmosfera misteriosa ed enigmatica funzionale a possibili diversi piani interpretativi della narrazione, ma che sembrano costruiti solo per rassicurare il pubblico dei lettori (o delle lettrici, vista la presumibile platea di Die Dame) con la messa in campo di alcuni luoghi comuni delle storie di genere. Così il protagonista è di fatto solo il testimone di accadimenti più grandi di lui, a tutta prima incomprensibili, che trovano la loro collocazione logica nel corso della vicenda solo grazie a lunghe spiegazioni degli altri personaggi; ha un ruolo attivo praticamente solo nella storia d’amore con Bibiche, la cui funzione strumentale è peraltro evidente e che si basa su alcune coincidenze davvero improbabili (il fugace avvistamento a Osnabrück, il nuovo incontro proprio nel luogo dove Amberg va a lavorare, l’incredibile agnizione finale); così ancora, ogni personaggio è caratterizzato in maniera superficiale unicamente in funzione del preciso ruolo che gioca nella vicenda: il barone è un pazzo visionario che non si rende conto delle conseguenze delle sue azioni, il suo amministratore un esule russo che da buon nobile emigrato pensa solo al gioco e ai beni lasciati in patria, Federico un ragazzo mediterraneo che, dovendo divenire imperatore, ha già tutte le qualità del leader, il parroco rappresenta il buon senso della chiesa e della ragione, il maestro l’intrigante sempre pronto a seminar zizzania, Bibiche una ragazza divisa tra l’amore per Amberg (che non si capisce bene da cosa derivi) e il dovere professionale. Ed è proprio questa unilateralità di caratterizzazione dei personaggi, soprattutto se li si confronta con i protagonisti di altre opere dell’autore, dove acquistano statura proprio grazie alla loro sfaccettatura morale, che stupisce negativamente nel romanzo, portando alla tentazione di relegarlo al livello del puro intrattenimento commerciale.
A mio avviso, però, la finalità commerciale del romanzo non basta da sola a spiegare le sue pecche tanto evidenti. In fondo è la stessa finalità che sottende le opere maggiori di questo scrittore di successo. C’è forse una motivazione più profonda, messa in luce dalla bella introduzione di Marino Freschi all’edizione Fazi del romanzo da me letta: La neve di San Pietro, secondo Freschi, ”è il racconto più politico di un autore sostanzialmente impolitico, uno scrittore che […] non poteva essere certo incasellato nella letteratura dell’impegno”. Personalmente mi spingo oltre, definendo La neve di San Pietro sostanzialmente un romanzo a tesi, e individuo in questo suo status la causa principale del suo essere monocorde, prendendo nel contempo atto che le motivazioni profonde della sua scrittura non risiedono solo nella necessità dell’autore di far denaro.
Come detto da Freschi, l’impegno politico non è mai stato una caratteristica di Perutz, e tantomeno se ne trova traccia nelle sue opere, se non attribuendo all’aggettivo un significato molto esteso. Se subito dopo la guerra aveva simpatizzato per la socialdemocrazia austriaca era solo perché essa propugnava l’unione di Austria e Germania sconfitte in un’unica repubblica parlamentare, prospettiva cui posero il veto le potenze vincitrici (con i risultati tragicamente beffardi che conosciamo). Fondamentalmente però il borghese Perutz era un conservatore, tanto che mi spingo a dire che se il nazismo non lo avesse ostracizzato in quanto ebreo avrebbe tranquillamente continuato a vivere in Austria e pubblicare i suoi romanzi. Quale poteva essere all’inizio degli anni ‘30 l’incubo che il buon conservatore Perutz doveva esorcizzare per sé e per il suo pubblico? Ovviamente il bolscevismo. E così il tormentato autore, in grado di regalare storie e personaggi complessi come la realtà in cui viveva, decide di scrivere un romanzo tramite il quale dimostrare che la nuova fede del popolo, una volta che si siano risvegliati i suoi istinti, è il comunismo, una fede brutale e sanguinaria, che tutto può travolgere sul suo cammino. La tesi del romanzo è infatti scopertamente proprio questa: attenzione a svegliare il popolo dal suo torpore, anche con i propositi più nobili quale quello di ristabilire un’età dell’oro di unificazione europea basata su antichi valori quali la fede cristiana e la cultura umanistica; oggi uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo, ed un popolo drogato lo può far diventare realtà. Il comunismo quindi come fanatismo indotto, in grado di trasformare un popolo remissivo e sottomesso in una massa informe e sanguinaria che assalta il palazzo al grido di ammazziamo il prete e bruciamo tutto. Secondo questa lettura non ha quindi senso chiarire se i fatti di Morwede siano realmente accaduti o solo il parto della mente febbricitante di Friedrich Amberg: in entrambi i casi il messaggio è passato, ed il finale aperto diviene solo l’ennesimo espediente letterario per ammaliare ancora il lettore, conferendo spessore formale ad un racconto che nella sostanza rimane tuttavia esile. In sintesi, ritengo che proprio il fatto di essersi assunto il compito, forse per la prima volta, di dover dimostrare letterariamente un assunto politico abbia reso Perutz per così dire meno libero nella sua scrittura, e lo abbia in qualche modo costretto entro gli angusti sentieri del didascalismo di genere.
Incidentalmente è il caso di notare che ironicamente fu proprio questo suo romanzo antibolscevico a cadere per primo sotto la scure della censura nazista, a dimostrazione di come anche nelle tragedie che si presentano per la prima volta nella Storia sia possibile rinvenire a volte elementi farseschi, dati in genere dalla stupidità di chi le tragedie le provoca.
Altrettanto incidentalmente, corre l’obbligo di segnalare come, se da un lato in qualche modo il romanzo riflette le polarizzazioni politiche e la cupezza dell’epoca, dall’altro Perutz sbagli grossolanamente obiettivo, se è vero che, una dozzina d’anni dopo, potrà rientrare nell’amata Austria proprio grazie all’immane carica ideale e allo spirito di sacrificio della forza che aveva descritto come demoniaca.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

5 pensieri riguardo “Uno spettro si aggira per l’Europa: se il Perutz “politico” non va oltre il genere

    1. Buon anno anche a Te.
      Non cominciare però da questo romanzo: suggerirei Il cavaliere svedese o – a giudicare dalla recensione di Raffaele, Dalle nove alle nove, che mi pare molto Kafkiano.
      A presto
      V.

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  1. Per la trama, “strampalata” mi sembra l’aggettivo giusto.
    Il fungo del grano mi fa venire in mente la segale cornuta, che in passato ha creato dei bei problemi ma non il furore comunista delle masse.
    Io Perutz non l’avevo mai sentito nominare, però è anche vero che sono meno patita della Mitteleuropa di te e di Raffaele. Francamente questa performance non invoglia (ma uno che scrive una roba del genere è uno scrittore serio?) – tuttavia sulla tua parola ho gettato le reti e ho ordinato – rigorosamente su Amazon, che me lo recapita a casa – Der schwedische Reiter. Ti farò sapere. Buona serata!

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    1. In tedesco? Così magari, quando lo leggi, mi farai sapere anche come scrive. Il cavaliere svedese è sicuramente molto meglio di questo romanzo: Certo Perutz non è Kafka o Werfel , ma il suo essere un Viennese di Praga si sente nei romanzi migliori, come sottolinea anche Raffaele, le cui analisi sono molto più attendibili delle mie. Secondo me non ti pentirai di averlo in libreria.
      Riguardo alla segale cornuta, in effetti credo che Perutz vi si sia ispirato: è anche citata nelle note al testo della mia edizione ed effettivamente provocava allucinazioni anche di tipo mistico-religioso.
      Del resto anche Tu sostieni che il comunismo sia una sorta di religione millennaristica ;-).
      (Quanto ad Amazon, semplicemente non commento…)
      Alla prossima
      V.

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