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La prova generale di un autore marginalizzato ma non marginale

LaGambaSinistraRecensione de La gamba sinistra, di Theodore Francis Powys

Il melangolo, Nugae, 1995

Theodore Francis Powys non è scrittore molto frequentato dall’editoria italiana: dopo alcuni volumi usciti nel dopoguerra, oggi reperibili sul mercato dell’usato, negli ultimi decenni praticamente solo l’immancabile Adelphi ha dedicato qualche volume alle sue opere, che pure furono numerose, pubblicando nella prestigiosa collana Biblioteca due dei suoi romanzi più significativi: nel 1977 usciva Gli dei di Mr. Tasker e, ben quaranta anni dopo, Il buon vino del signor Weston, da molti considerato il suo capolavoro.
In questo lungo arco di anni, solo un’altra casa editrice ha fatto un timido tentativo di proporre questo autore al pubblico italiano: nel 1995 Il Melangolo pubblicò infatti una novella, La gamba sinistra, eponima della prima raccolta di Powys, composta da altri due racconti, Hester Dominy, e The Abraham Men, a quanto ne so mai tradotti nella nostra lingua. Da tempo fuori catalogo, oggi La gamba sinistra è riproposto dalla Piccola biblioteca Adelphi nella stessa traduzione di Adriana Motti, forse a segnalare l’intenzione dell’editore di seguire la rinnovata attenzione che anche il suo Paese sta dedicando a questo scrittore, attenzione a mio modo di vedere sicuramente meritata.
Theodore F. Powys nacque in Inghilterra nel 1875 da un reverendo di origini gallesi; ebbe dieci fratelli e sorelle, molti dei quali emersero in vari campi dell’arte: tra gli altri, John Cowper, Llevelyn e Philippa Powys furono anch’essi scrittori, mentre Gertrude Powys divenne una affermata pittrice. Visse buona parte della sua esistenza in una casa ai margini del piccolo villaggio di East Chaldon, nell’Inghilterra meridionale, in compagnia della moglie Violet Dodd, sposata nel 1905. La coppia ebbe due figli e adottò una bambina.
La prima opera che pubblicò fu, nel 1916, The Soliloquy of a Hermit, riflessioni in prima persona sulla sua condizione esistenziale, il suo cristianesimo eterodosso e la sua visione del mondo, opera sulla quale tornerò brevemente. Nel 1923 uscì la raccolta di novelle The Left Leg, cui seguì, nel dodicennio successivo, una intensa produzione, con la pubblicazione di numerose altre raccolte di racconti e di alcuni romanzi: dal 1936 non scrisse praticamente più; morì nel 1953.
Queste brevi note biografiche connotano già il carattere dell’autore: Theodore F. Powys fu uomo e scrittore solitario e marginale, che alla crisi epocale in cui è immerso dà una risposta sicuramente inattuale, basata sulla affermazione dell’immanenza spinoziana di un dio cristiano pervicacemente negata dai comportamenti umani e dalla società, il che lo porta ad un pessimismo cosmico, da lui definito ”il migliore e più duraturo vestito tra una copertina [di un libro] e l’altra”; risposta inattuale la sua, ma non consolatoria, anzi come vedremo carica di problematicità. Considerato scrittore metafisico da certa critica, soprattutto in quanto, viene detto, la categoria di cui si occupa prevalentemente la sua letteratura è ”il male”, credo di poter dire che – almeno alla luce della lettura di questa novella e, molti anni fa, de Gli dei di Mr. Tasker – il male, che assume nelle due opere, scritte a poca distanza l’una dall’altra, connotati molto simili, abbia radici oltremodo terrene, che Powys riesce ad identificare con precisione.
Per iniziare ad addentrarsi nella poetica dell’autore può essere utile riportare e commentare qualche passo di The Soliloquy of a Hermit, ritrovato in rete (scusandomi sin d’ora per la traduzione artigianale).
Un primo dato da evidenziare è il suo totale rifiuto della modernità, che traspare dalle ambientazioni rurali delle sue storie. L’eremita Powys rifugge dalla società delle macchine, dell’apparenza, delle convenzioni, del possesso e del rapporto distorto con la natura, come bene esplicita un passaggio del Soliloquy: ”Quella che solitamente viene chiamata ‘vita semplice’ non lo è affatto, essendo in realtà la vita più profonda. La vita semplice è invece quella delle automobili, dei divorzi, dei balli scimmeschi, della caccia ai gatti, alle lepri e alle volpi, dello sparare alla gente e del giocare compulsivamente. Tutto questo rappresenta la naturalità, la semplice vita di ogni uomo. Chiunque può provare piacere in queste cose [… Ma] la gioia più elevata non si ottiene così facilmente.”
La gioia per Powys è possibile se si recupera la vera semplicità, che non ha segreti: ”Anch’io, per molto tempo, ho guardato dietro questo o quell’altro angolo alla ricerca del segreto di Dio, quindi ho finalmente scoperto che posso benissimo gironzolare attorno alla mia vita senza conoscere alcun segreto”, ed ancora: ”Ai vecchi tempi, quando nascondevo la testa sotto la sabbia del mistero, pensavo che mi sarebbe accaduto qualcosa di meraviglioso; ora credo che la cosa più meravigliosa sia che non accade nulla di meraviglioso.”
Oltre se stesso, Powys, scrittore come vedremo dotato di un humor di pece (l’espressione non è mia), non risparmia neppure la classe a cui appartiene, quella degli intellettuali alla ricerca di segreti che non ci sono: ”Senza dubbio un giorno vedremo tutti gli scrittori mistici lasciare le loro penne e i loro scavi attorno all’indicibile mistero dell’essere di Dio, per darsi da fare tutto il giorno piantando quietamente cavoli.”
Sembrerebbe un richiamo alla semplicità della vita agreste, delle piccole comunità nel cui isolamento sopravvivono i veri valori, ad una visione stifteriana della vita, all’accettarsi per ciò che si è senza ambire all’indagine, alla soluzione dei grandi misteri della vita, perché dio non ha alcun segreto, egli è lì, nella natura, basta saperlo vedere ristabilendo un rapporto corretto con quest’ultima: l’ambientazione delle sue opere sembra peraltro confermare tale visione. Vedremo che è solo in parte così.
Un primo, importante indizio della problematicità di una tale interpretazione regressiva dell’opera di Powys è dato dall’importanza che assume, sia ne La gamba sinistra che ne Gli dei di Mr. Tasker la figura del matto, e che sembra risuonare in questo ulteriore passaggio tratto da The Soliloquy of a Hermit: ”Quello che chiamiamo ottusità è davvero il miglior terreno che possiamo scavare, in quanto l’oro che produce è molto prezioso e duraturo.”
In entrambe le opere è solo il matto, colui che è al di fuori delle regole della comunità, ad essere in qualche modo in contatto con dio, percependone i segnali di presenza. All’inverso, la comunità in quanto tale, in quanto fatta di relazioni distorte, non è in grado di relazionarsi a lui.
Ma per approfondire questi assunti è ora necessario trasferirsi a Madder.
Madder è un piccolo villaggio, disteso ai piedi di un anfiteatro di colline che lo isolano dal resto del mondo. Poche vie, poche case, quasi tutte con il tetto di paglia. A Madder vivono i protagonisti della nostra storia.
Mew il fattore, proprietario di quasi tutti i terreni e le case, aspira a comprare quel poco che ancora non gli appartiene. ”Vivere per lui significava prendere, o meglio acquistare potere su tutto ciò che desiderava sino a farlo completamente suo”.
James Gillet cerca il senso della vita nell’estasi della preghiera; così sta facendo andare in malora la sua fattoria, che verrà presto fagocitata da Mew; James ha una giovane figlia, Mary.
George Summerbee è il serafico parroco di Madder. Tollerante, convinto che le persone siano buone, svolge le sue funzioni senza particolari afflati, come un lavoro qualsiasi. È innamorato del proprio giardino, dai prodotti del quale la moglie Susan ricava marmellate e altre ghiottonerie, che lui adora.
Minnie Cuddy è la vedova ancor giovane di un marinaio: vive in una casa isolata, detta Il Nido d’Amore, dove alleva galline bianche e riceve il suo amante, nonché altri due uomini sposati e troppo timidi per abbordarla, anche se a lei non dispiacerebbe affatto.
Ann Patch vive ai piedi di una collinetta, nell’unica casa non ancora di proprietà di Mew. È zitella. Odia i bambini che vengono a giocare nei pressi, odia Minnie Cuddy e odia gli scarafaggi, che schiaccia con gran piacere sotto le scarpe. Alleva galline nere.
Gli Squibb sono mezzadri di Mew. Eli e sua moglie Joan hanno sei figli, tra i quali Maggie e Flossie, ormai donne fatte, e Nellie, adolescente.
Mamma Button è la madre di Tom il matto, ragazzo deriso da tutti che corre dietro alle ragazze Squibb.
Nel villaggio vivono anche John Soper, falegname ed amante di Minnie Cuddy, Andrew Corbin, il veterinario, e il Signor Billy, negoziante, che ambiscono come detto ai favori della bella vedova.
A Madder però manca qualcuno: molti anni prima se ne è andato il Vecchio Jar, personaggio mitico di cui tutti attendono il ritorno, anche se molti lo denigrano. È stato lui che molto anni prima, per distinguere il villaggio da altri due Madder della contea, lo ha chiamato Madder di Dio. Ha lasciato una casupola che miracolosamente sta ancora in piedi e una grande pietra infissa nel terreno nei dintorni del villaggio, la pietra di Jar, sorta di altare che tutti rispettano.
Già da questo elenco è possibile notare alcuni aspetti fondamentali circa tono della novella ed in generale dell’opera di Powys.
Il primo è lo humor che pervade la storia. È come accennato una sorta di humor nero che accompagna il lettore per tutto il racconto, anche nei non pochi momenti drammatici, e che trova il suo climax nella figura di Ann Patch, la quale come detto prova una gioia maligna nello schiacciare tutti gli scarafaggi che le capitano a tiro, getta cocci di bottiglia sul pendio della collinetta dove giocano i bambini e farà una fine tanto assurda quanto ridicola. Una buona dose di humor caratterizza anche l’ardore sensuale di Minnie Cuddy o le figure del reverendo Summerbee, sul quale tornerò, di sua moglie e della gran parte dei personaggi.
Questa cifra narrativa è sorretta da una prosa sapiente, ispirata ai grandi modelli settecenteschi ammirati da Powis, che fa di Madder un luogo senza tempo, e delle vicende che vi accadono fatti quasi mitici, che è sufficiente narrare per come accadono, con limitatissimi interventi del narratore terzo e senza introiezioni nella psiche dei personaggi, i quali semplicemente sono ciò che fanno. Così dal loro elenco si può facilmente arguire come essi siano allegorie delle relazioni sociali ed umane dominanti nella società moderna. Ed è proprio traguardando la novella (termine secondo me più appropriato rispetto a racconto, considerati il tono quasi da apologo e la prosa classicheggiante) da questa prospettiva – a mio avviso quella principale – che emerge tra l’altro tutta l’eterodossia del cristiano Powys rispetto all’ufficialità religiosa, altro elemento di complessità e fascino dell’opera. L’autore infatti ci consegna con Summerbee il ritratto di un sacerdote che sostanzialmente, una volta grattata la vernice di bonarietà, si rivela del tutto ignavo, incapace di provare alcuna pietà per una morta ed attento solo al proprio benessere personale: del resto la critica alle gerarchie ecclesiastiche diverrà ancora più dura con la figura del vicario Turnbull in Gli dei di Mr. Tasker. Ma vi è molto di più: vi è da un lato l’accettazione di una sessualità gioiosa come fatto di natura (Tom il Matto, Minnie Cuddy), contrapposta al sesso e allo stupro come espressione del dominio sulle persone, dall’altro la constatazione dell’inutilità della preghiera che sostituisce l’agire, come evidenziato dall’inanità delle estasi di James Gillet che lascia andare in rovina i suoi campi e abbandona la povera figlia Mary a sé stessa e alle brame di Mew. Del resto di questo essere un irregolare della fede Powys era perfettamente conscio, se è vero che scrisse: ”alcune volte mi sembra di essere un infedele e talvolta un credente, a volte un cristiano e talvolta un pagano”.
È a questo punto quasi superfluo rimarcare come Mew il fattore, il personaggio centrale della vicenda, rappresenti con grande efficacia gli spiriti animali del capitalismo, che da oltre cento anni rappresentava la nuova religione della società britannica.
L’ambientazione rurale non serve quindi a Powys per offrire al lettore una alternativa consolatoria alla modernità, tutt’altro: ha un duplice, diverso, fine. Riassumere in un microcosmo, sorta di Spoon River popolata da vivi, il macrocosmo delle relazioni sociali, nonché permettere all’autore di coniugare per contrasto questo microcosmo umano alla natura, luogo cui è necessario avvicinarsi, di cui è fondamentale capire le dinamiche e alla quale è dovuto rispetto per comprendere veramente segreti che, si è visto, non sono tali.
Così Mew è per Powys più che un capitalista: è colui che vuole possedere la natura, oltre che gli uomini, che spara agli uccelli perché siano suoi, che si chiede se siano suoi anche i fiori che sbocciano nei campi, raccogliendone un gran mazzo solo per abbracciarli, buttandoli poi via; così la grande gioia di Ann Patch quando schiaccia un intero nido di scarafaggi trova il tragico epilogo nella sua fine, quasi una nemesi del mondo animale nei suoi confronti.
Altro elemento di fascino della novella è il finale in qualche modo aperto, che invita veramente il lettore a riflettere e lascia ampi margini di interpretazione, anch’esso intriso, a mio modo di vedere, dello humor che la caratterizza. Forse l’elemento di maggior debolezza sta proprio nel personaggio del vecchio Jar, prima rappresentazione di dio nell’universo letterario di Powys, che diviene un enigmatico deus ex machina del finale. In un quadro di personaggi allegorici, tutti delineati con molta cura, il vecchio Jar è l’unico non soggetto all’humor complessivo del racconto, e il suo intervento finale appare superfluo in una storia che a mio avviso avrebbe funzionato benissimo anche senza di lui.
Powys comunque si riprende subito, e conclude la novella riproponendo i versi di una nota filastrocca per bambini, con cui l’aveva aperta, che recita:

There I met an old man
Who wouldn’t say his prayers,
So I took him by his left leg
And threw him down the stairs.

Naturalmente i versi non spiegano molto del titolo, per la cui comprensione rimando alla lettura.
La gamba sinistra è in qualche modo la prova generale delle opere principali di Theodor F. Powys, autore a mio avviso tutt’altro che marginale, a dispetto della sua marginalità oggettiva, nel vasto panorama della letteratura europea della prima metà del XX secolo: ad oggi vi sono purtroppo poche occasioni per scoprirlo, forse anche per l’etichetta di scrittore metafisico che falsamente gli è stata applicata dalla quantitativamente e qualitativamente scarsa critica nostrana.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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