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Il decadentismo delle origini: non solo spleen

Recensione di Monsieur Vénus, di Rachilde

Editori Riuniti, I Grandi, 1994

Anche Rachilde fa parte dei numerosi autori importanti quasi dimenticati dall’editoria italiana. Degli oltre sessanta lavori di cui è stata autrice, comprendenti romanzi, racconti e opere teatrali, da più di venticinque anni ai lettori italiani non è proposto alcunché, e anche le edizioni precedenti si contano sulle dita di una mano.
Eppure dalla lettura di Monsieur Vénus, il suo romanzo più noto, nonché dalle note biografiche reperibili in rete emerge un’autrice tutt’altro che marginale, sorta di musa della grande rottura artistica che caratterizzò, in tutta Europa ma in particolare in Francia, la seconda metà del XIX secolo, e che va sotto il nome di decadentismo.
Nata Marguerite Eymery nel 1860 in provincia, un padre militare che non la amava perché avrebbe voluto un maschio e una madre che praticava lo spiritismo, a quattordici anni tenterà il suicidio per rifiutare un fidanzamento impostole dalla famiglia. Dopo due anni di collegio in convento giunge a Parigi a diciotto anni, conducendo una vita bohémienne punteggiata da numerose relazioni, con uomini e con donne. Ottima cavallerizza, tira di spada e con la pistola e si presenta con un biglietto da visita su cui è scritto «Rachilde, homme de lettres». Nel 1885 ottiene dalla Prefettura di Parigi il permesso di vestirsi da uomo, cosa allora vietata, e nel 1889 sposa per convenienza Alfred Villette, che di lì a poco fonderà il Mercure de France, una delle riviste letterarie di riferimento del decadentismo e del modernismo francesi; Rachilde collaborò alla redazione della rivista sino al 1924. Sotto l’ombrello del Mercure diede vita ad un salotto letterario frequentato tra gli altri da Verlaine, Louÿs, Jarry, Bataille, Apollinaire, Gide, Mallarmé e Oscar Wilde. Morì, in qualche modo sopravvissuta a sé stessa e completamente dimenticata, nel 1953.
Monsieur Vénus – Roman matérialiste è uno dei primi romanzi scritti da Rachilde: la sua stesura risale infatti al 1880, quando la scrittrice aveva vent’anni. Venne pubblicato in Belgio quattro anni più tardi e immediatamente sequestrato sulla base di ben cento capi d’accusa; l’autrice fu condannata ad un anno di carcere e duemila franchi di multa, pene che evitò tornando velocemente in Francia.
Perché questa condanna? Perché Monsieur Vénus è un romanzo scandaloso che, pur non essendo propriamente pornografico, affronta in maniera esplicita tematiche legate alla sessualità e alle stesse identità sessuali maschile e femminile: ed il sesso, è noto, ha nella storia fatto molta paura al potere, sinché la sua carica eversiva è stata definitivamente disinnescata attraverso la sua offerta illimitata.
Due sono i protagonisti del romanzo, scritto in terza persona: Raoule de Vénérande, ventiquattrenne rampolla di una delle famiglie più in vista della nobiltà parigina, e Jacques Silvert, ventenne, mediocre aspirante pittore di origini proletarie, che vive in una squallida mansarda con la sorella Marie, la quale per campare, oltre a confezionare fiori di stoffa, si prostituisce.
Raoule è orfana sin da bambina e vive, nel palazzo di famiglia sull’Avenue des Champs-Elysées, con la zia Elizabeth, pia donna cui è stata affidata per la sua educazione. Ha lineamenti vagamente androgini ed è uno spirito ribelle e dominante, conscio della sua superiorità sociale: si veste spesso come un uomo, è sportiva ed ha già avuto alcuni amanti; attualmente le fa una corte insistente il marchese di Raittolbe, un ussaro che vorrebbe sposarla o quantomeno divenire suo amante, ma che Raoule vede solo come amico e confidente.
Raoule e Jacques si conoscono perché la giovane ha bisogno di una decorazione floreale per un vestito che indosserà durante un ballo in maschera, e la giovane fiorista le è stata segnalata per la sua bravura. Quando entra nella mansarda dei Silvert Marie è a letto malata, e Jacques sta confezionando fiori in sua vece. Raoule rimane turbata dalla grazia sensuale e femminea di Jacques, dal suo viso sul quale spiccano le labbra, dalla pelle rosea cosparsa di una bionda peluria che intravede sotto la vestaglia. Decide quindi di farne il suo amante: arreda per lui e la sorella un lussuoso appartamento e fornisce loro i mezzi per vivere; suscitando sconcerto e riprovazione nell’alta società cui appartiene ne farà il suo fidanzato ufficiale.
Ma l’amore che Raoule prova per Jacques non è quello di una donna per un uomo: nel rapporto è lei che diventa uomo, e impone a Jacques una progressiva femminilizzazione, anche e soprattutto a letto.
Così, la storia erotica ed esistenziale dei due protagonisti, raccontata con una prosa sapiente che lascia intuire tutto pur senza addentrarsi in particolari tecnici è quella di una doppia perversione, di una coppia nella quale avviene un doppio scambio di ruoli, con la donna che diventa uomo e viceversa, ricostruendo così una sorta di inedita, speculare normalità a parti invertite. La vicenda avrà un superbo, drammatico esito, che non espongo, ma al quale dovrò comunque accennare, perché costituisce senza dubbio il punto più alto del racconto e una delle chiavi di una sua interpretazione che vada al di là della morbosità che ne forma la superficie.
Da quanto detto si può facilmente dedurre che Monsieur Vénus è facilmente ascrivibile alla categoria del decadentismo che in quei decenni, a partire dall’opera di grandi precursori come Baudelaire, stava recependo il senso di smarrimento derivante dalla crescente disumanizzazione della società operato dalla borghesia dominante per le sue necessità di organizzazione della produzione e di lotta imperialista e colonialista per la conquista delle materie prime, esprimendolo attraverso il rifiuto del realismo di stampo positivista e approdando a lidi vuoi di chiusura individualistica interpretati dal poeta maledetto e veggente, vuoi di recupero di miti, simboli e corrispondenze segrete tra le cose, vuoi infine di piena coscienza della crisi e – in qualche caso – di formulazione più o meno esplicita di possibili risposte.
È, quello del romanzo di Rachilde, un decadentismo della prima ora, considerato l’anno della sua pubblicazione, ma è anche dotato di una notevole modernità, sia per le tematiche trattate, che risultano in qualche modo in grande anticipo rispetto allo sviluppo di strumenti, come la psicanalisi, che forniranno a scrittori della generazione seguente la strumentazione per affrontarle adeguatamente, sia per alcuni elementi strutturali che permettono a mio avviso di collocare Monsieur Vénus tra le opere dotate di un solido contesto di riferimento che non si esaurisce in uno sterile autobiografismo, che pure è presente, o nella voglia di stupire di un’autrice alle prime armi.
Vi è un indizio, forse casuale ma a mio avviso emblematico, della modernità del romanzo rispetto ai tempi in cui fu scritto. La copertina dell’edizione da me letta, di fatto l’unica italiana del romanzo – molto curata quanto a forma anche se meno quanto a sostanza – riporta un bel ritratto di donna in abiti maschili, facilmente attribuibile a Tamara de Lempicka: il risvolto di copertina informa che si tratta effettivamente di un’opera della pittrice polacca, il Ritratto della duchessa de la Salle del 1925. I curatori grafici del volume, quindi, per trovare un’opera d’arte che in qualche modo esprimesse la personalità di Raoule de Vénérande hanno dovuto far ricorso ad un quadro realizzato quasi mezzo secolo dopo il romanzo.
Indubbiamente la figura di Raoule presenta molti tratti che rimandano alla autobiografia della scrittrice, la quale come detto aveva una identità sessuale ambigua, cui faceva da sfondo una buona dose di misoginia. Nel breve ritratto che le dedica Wikipedia è riportata infatti una sua frase, contenuta nel saggio del 1928 Perché non sono femminista, che recita: “non ho mai avuto alcuna fiducia nelle donne in quanto l’eterno femminino mi ha tradito per primo in veste materna.” Non è difficile desumere, quindi, che il difficile rapporto con i genitori abbia fortemente influito sulla personalità della scrittrice e che Raoule de Vénérande rappresenti in certo qual modo una estroflessione di tale personalità. Tuttavia Raoule è personaggio troppo complesso per essere ridotto semplicemente a ciò. Innanzitutto è presentata al lettore come appartenente all’élite più esclusiva: i Vénérande (cognome che in francese assume probabilmente un significato più evocativo di quello vagamente comico che prende in italiano, e che significativamente Rachilde associa ad un nome proprio molto maschile) sono una famiglia di antico lignaggio, e il loro palazzo, che somiglia a quello di Versailles, è tra i più preziosi e tra i meglio frequentati di Parigi. A questa collocazione elitaria per censo corrisponde, oltre che la piena coscienza del proprio ruolo sociale, la consapevolezza di poter essere di diritto al di fuori ed al di sopra di ogni convenzione. C’è un passaggio, nel capitolo quinto – durante il colloquio in cui Raoule confessa a Raittolbe il suo amore per Jacques con un perentorio ”sono innamorato!” – che è una vera e propria esposizione del significato del personaggio, delle ragioni profonde del suo essere doppiamente perverso. Raittolbe infatti, di fronte al dichiararsi maschile di Raoule, pensa ad un normale amore lesbico. Raoule però ribatte così: ”Si sbaglia, signor de Raittolbe, essere Saffo sarebbe essere chiunque! La mia educazione mi vieta la colpa delle collegiali e i difetti della prostituta.” E poco più avanti: “Rappresento qui […] l’élite delle donne della nostra epoca. Un campione del femminile artista e del femminile gran signora, una di quelle creature che si ribellano all’idea di perpetuare una razza impoverita o di regalare un piacere che non condivideranno. Ebbene! Mi presento davanti al suo tribunale, delegata dalle mie sorelle, per dichiararle che noi tutte, desideriamo l’impossibile, considerato quanto male ci amate.” Così, molto esplicitamente, la perversione di Raoule non è altro che l’affermazione della sua libertà sessuale, che a sua volta è lo strumento chiave per una liberazione tout-court dalle costrizioni cui le donne sono sottoposte nella società maschile. Scusate se è poco, nel 1880, per una donna che non si definiva femminista.
Ovviamente per Rachilde, che si sentiva essa stessa parte di un’élite intellettuale e diffidava delle masse, la liberazione non poteva che provenire dall’alto, che essere affidata ad una de Vénérande, ma ciò nulla toglie, a mio avviso, alla forza del personaggio e a ciò che rappresenta.
Il romanzo però non si limita a dare centralità alla figura complessa di Raoule: altrettanto importante è il personaggio di Jacques Silvert, il suo amante e vittima. Jacques è un personaggio debole, senza forza di volontà. Senza arte né parte, stretto tra le due personalità forti di Raoule e della volgare e cinica sorella Marie, che intravede subito la possibilità di scalata economica e sociale se il fratello aggancerà la nobile ereditiera, viene sbatacchiato ora dall’una ora dall’altra, accettando in particolare passivamente ogni decisione di Raoule, rispetto sia alle forme private del loro ménage erotico, sia agli aspetti che esso assume in pubblico. Rachilde non chiarisce al lettore se tale remissività derivi da vero amore nei confronti della sua domina o dal fatto che deve accettare il suo rapporto con lei quale modo per uscire dalla miseria, come auspicato dalla sorella, ed anche in questa incertezza rispetto al carattere vero del personaggio – derivante forse anche dal fatto che la psicanalisi era di là da venire – risiede una parte del suo fascino. Sta di fatto che Jacques diviene proprietà di Raoule e si femminilizza dietro suo ordine sino a perdere completamente la virilità; quando proverà a ribellarsi a questo stato di cose, peraltro con modalità drammaticamente ironiche, Raoule ne farà per sempre il suo vero e proprio oggetto del desiderio, in un finale tragicamente sublime oltreché inaspettato, che rimanda esplicitamente alla grande tradizione romantica di stampo tedesco.
Così, come il personaggio di Raoule de Vénérande possiede la forza per divenire, forse malgrado le intenzioni dell’autrice, un precoce simbolo della liberazione della donna dalla gabbia di una sessualità ad uso maschile, Jacques assume oggettivamente le vesti – anche lui forse al di là di quanto si proponesse Rachilde – della vittima di una classe emarginata che non può far altro, per poter vivere, che obbedire agli ordini che giungono dall’alto, di un pezzo di società che a tutti gli effetti poteva aspirare solo ad essere un oggetto nelle mani delle classi dominanti.
Molto bella, nella sapiente costruzione del breve romanzo, è anche la caratterizzazione dei due personaggi che stanno a fianco dei due protagonisti: zia Elizabeth, bigotta che rappresenta magnificamente l’ipocrisia della religione di fronte ai fatti della vita, e Marie, sorella di Jacques, come detto popolana cinica e volgare, dotata però proprio per questo di una sua saggezza ed immediatezza che si esprimono in un linguaggio colorito – infarcito anche di qualche grossolana bestemmia – reso solo parzialmente dalla traduzione.
Proprio la traduzione di Alix Turolla Tardieu è a mio avviso il punto più debole di questa edizione del romanzo. Leggendolo, capita infatti spesso di imbattersi in virgole messe apparentemente a casaccio, che disturbano il ritmo di lettura creando stacchi arbitrari nel corpo delle frasi. Sapendo che in francese l’impiego della virgola differisce leggermente rispetto alla nostra lingua, ho reperito in rete il testo originale, per verificare se l’interpunzione derivasse da una pedissequa ripresa da quella usata dall’autrice. Ho così potuto verificare che gran parte delle virgole arbitrarie erano state …arbitrariamente aggiunte al testo dalla traduttrice, che dimostra così scarsa dimestichezza con l’ortografia italiana. Oltre a ciò si ritrovano qua e là termini desueti, quale l’attributo di zelatrice per zia Elizabeth, che avrebbe potuto essere tradotto più propriamente con benefattrice, essendo riferito al suo status di laica che supporta numerosi conventi.
Nonostante ciò, Monsieur Vénus è un romanzo sicuramente da leggere e sul quale meditare, non solo perché come detto anticipa di alcuni decenni tematiche che saranno tipiche del secolo successivo, ma soprattutto in quanto, rimandando alle radici del decadentismo, permette di confutare letture semplicistiche di quel movimento, visto spesso solo come il ritrarsi dell’artista in un orizzonte solipsistico ed estetizzante. Non a caso la lezione di Rachilde sarebbe stata di lì a poco raccolta da un certo Oscar Wilde.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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