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Gli indifferenti: cronaca di una generazione perduta

Recensione di Zipper e suo padre, di Joseph Roth

Adelphi, Biblioteca, 2004

Alcuni anni fa, commentando la mia lettura della bellissima raccolta di racconti di Joseph Roth Il mercante di coralli avevo sottolineato come fosse riduttivo definire tout court l’autore austriaco il cantore del finis Austriae, il nostalgico della monarchia austro-ungarica consegnatoci da romanzi quali La marcia di Radetzky e La cripta dei Cappuccini o da racconti come Il busto dell’imperatore.
Prima di approdare al legittimismo asburgico, che in lui fu essenzialmente una reazione, sicuramente politicamente inadeguata ma umanamente comprensibile all’avanzare della barbarie nazista, Roth in non poche opere tratteggia quadri individuali e sociali nei quali al senso di disfacimento di certezze a valori tipico dei convulsi anni del dopoguerra non viene contrapposta una presunta imperial-regia età dell’oro, anzi: lucidamente Roth individua e denuncia proprio nel prima le radici e le cause profonde di un dopo tanto difficile e straniante, nel quale non si riconosce.
Zipper e suo padre, breve e poco conosciuto romanzo edito nel 1928 – un anno dopo lo splendido Fuga senza fine, con il quale presenta non poche affinità di fondo – è opera emblematica di questo Roth, il Roth degli anni ‘20, che a mio modo di vedere è forse quello delle prove letterarie più incisive e importanti.
Il romanzo, sapientemente costruito come usualmente accade in Roth, ha come narratore lo scrittore stesso. Il protagonista è però un suo amico e coetaneo, Arnold Zipper, di cui racconta le vicende umane dai tempi dell’infanzia passata insieme prima della guerra ai primi anni ‘20.
Nella prima parte del romanzo oggetto dell’attenzione dello scrittore è la famiglia di Zipper, ed in particolare suo padre. Gli Zipper abitano a Vienna, ”nel quartiere dei piccoli borghesi, dove gli appartamenti sono composti da stanze troppo anguste, hanno pareti sottili e contengono ninnoli inutili”. Tipicamente e disperatamente piccolo-borghese è Zipper padre, rappresentante di carte e stampati sempre sull’orlo del fallimento e della miseria, uomo che ”la massima parte delle energie che Dio gli aveva dato aveva dovuto spenderle per diventare, da proletario che era, un borghese”, che ha avuto ”molti dispiaceri nella sua vita, ma probabilmente nessun dolore”. La prosa cronachistica ed apparentemente dimessa di Roth, aliena da qualsiasi tentazione sperimentalistica, che si concentra su una serie di minuti particolari apparentemente secondari nella loro esteriorità ma ciascuno dei quali è la tessera di un puzzle che composto ci restituisce un grande personaggio, è perfetta per come riesce a delineare il carattere di questo buon padre di famiglia, le cui uniche preoccupazioni sono l’apparenza sociale, che riversa sui figli le sue frustrazioni esistenziali di artista e borghese mancato, che dietro una tranquilla bonomia nasconde le grinfie di un despota familiare. È la famiglia infatti il microcosmo nel quale Zipper padre si rifà dei suoi fallimenti esistenziali e professionali esercitandovi un dominio assoluto, fatto anche di piccole crudeltà quotidiane. Umilia continuamente la moglie, creatura scialba e dimessa che lo ha sposato credendolo sulla via di un avvenire agiato, e della quale Roth ci dice: ”Mai sorrideva in presenza del marito. […] Alle sue domande rispondeva con un sì o con un no. Come doveva odiarlo. Forse disprezzarlo!” Se vede in Arnold il figlio capace di essere ciò che lui non è stato, il genio in grado di riuscire nella vita, disprezza invece Cäsar, il primogenito, ragazzo chiuso e scontroso che cerca confusamente di ribellarsi all’ordine costituito familiare.
Un tratto fondamentale della personalità di Zipper padre è rappresentato dalle sue posizioni politiche. Egli è infatti un anticonformista, critico nei confronti della monarchia ed in generale dell’autorità costituita, e mostra persino simpatie rivoluzionarie. Queste sue convinzioni si rivelano tuttavia solo parole, sono parte della sua immagine esteriore, del suo voler essere al centro dell’attenzione mostrandosi anomalo: infatti svaniscono al sole dopo l’attentato di Sarajevo, tramutandosi in un acceso nazionalismo, alimentato anche dal fatto di essere sicuro di non partire per il fronte.
Al fronte andranno invece i due figli, entusiasticamente salutati dall’armiamoci e partite del padre, e da questo momento in poi il romanzo concentra la sua attenzione sul personaggio di Arnold, anche se il padre riapparirà di tanto in tanto per ribadire la sua meschinità e per andare incontro alla sua anonima fine.
Quando il narratore e Arnold torneranno a casa dopo la devastante esperienza della guerra e della sconfitta si troveranno in un mondo totalmente mutato, in cui faticheranno a ritrovarsi. Al proposito Zipper dirà all’amico: ”Abbiamo avuto torto a ritornare. Noi ora ne sappiamo quanto i morti, ma dobbiamo far finta di nulla, perché, per puro caso, siamo rimasti in vita”. Egli si troverà così, nell’inverno del 1918 segnato dalla miseria e dai tentativi rivoluzionari, a provare a sopravvivere dedicandosi al mercato nero delle stoffe militari, con scarsi risultati. Sarà questo il primo tentativo di Arnold di sottrarsi all’asfissiante autorità del padre, che sino ad allora ha di fatto determinato il corso della sua vita. Il rientro nei ranghi, rappresentato da un modesto impiego statale propiziato ancora una volta dal padre, sarà solo temporaneo. È soprattutto in questi capitoli centrali del romanzo che Roth rivela a mio avviso ancora una volta la sua tempra di grande scrittore, in particolare quando fa di Arnold, del quale significativamente solo ora descrive l’aspetto fisico, un angolista. Egli infatti frequenta i caffè viennesi, ma non partecipa mai ai giochi di carte e alle discussioni che vi si svolgono, limitandosi a rimanere in un angolo e ad osservare gli altri: purtuttavia il suo ruolo di osservatore è importante, tanto che quando lascia Vienna la sua assenza viene notata dagli astanti, cui sembra manchi qualcosa per essere legittimati come protagonisti. In questa figura dell’angolista, di colui che mai partecipa agli eventi, limitandosi ad osservarli, ma che di fatto è fattore essenziale degli eventi stessi, che se non osservati semplicemente non esistono, Roth a mio avviso fa magistralmente suoi, con il minimalismo che lo contraddistingue, alcuni dei temi portanti della letteratura del ‘900.
Arnold farà ancora un tentativo di trovare la sua vita, attraverso l’amore. Negli ultimi capitoli del libro entra in scena Erna Wilder, una passioncella adoloscenziale di Arnold che sta muovendo i primi passi come attrice di teatro e poi di cinema. Arnold se ne innamora, perché, come dice Roth con un filo sottile ma percepibile di autoironia, ”per passare dalla monotona tragicità nella quale viveva – direi quasi: della quale era fatto – a una tragicità più movimentata, era costretto a ricorrere a un vecchio e sperimentato espediente drammatico.” Erna si rivela la perfetta esponente del nuovo mondo degli anni ‘20, che tra Berlino e Vienna assunse tinte peculiari. Spregiudicata e decisa a fare carriera, sa per istinto che per riuscirvi deve essere notata, e per esserlo si costruisce un personaggio ambiguo, in cui coesistono scandalo e normalità. Acconsente quindi a sposare Arnold, che usa come un animale da compagnia, intrecciando al contempo relazioni saffiche e concedendosi a produttori e attori affermati per accreditarsi. Sono capitoli di un sarcasmo sferzante, nei quali forse per una delle prime volte nella letteratura vengono messi a nudo i meccanismi del potere, la crudeltà, la spregiudicatezza e la pochezza culturale e intellettuale di un mondo, quello allora nascente del cinema, che ancora oggi in gran parte governano l’industria dell’intrattenimento.
Arnold, quindi, che aveva visto nell’amore per Erna il modo per affrancarsi dalla tutela familiare, si ritrova ad essere la vittima di una volontà molto più ferrea di quella del padre, e si adatta ad essere ciò che è sempre stato: un essere succube delle circostanze e degli altri. Nel finale, forse letterariamente la parte meno felice del romanzo, in quanto affidata poco efficacemente al resoconto di Eduard P., un comune amico che racconta al narratore dove sia finito Arnold, lo spettro del padre fa ancora una volta capolino: in una sorta di identificazione tra i due, anche Arnold, come il padre molti anni prima, vede infatti materializzarsi il suo fallimento definitivo al tavolo da gioco di Montecarlo. A differenza del padre, però, Arnold non può neppure costruirsi una famiglia da usare come valvola di sfogo: la cesura della guerra, l’assoluta mancanza di riferimenti nel nuovo contesto sociale glielo impediscono. Anche in questo caso Roth fa ricorso ad un tòpos classico della letteratura per descrivere l’amaro, sarcastico ed inevitabile destino del povero Arnold, che lascio alla scoperta del lettore.
Prima di mettere la parola fine, l’autore si sente tuttavia in dovere di rimarcare, in modo forse troppo didascalico, per ben due volte il significato che attribuisce al suo romanzo, vale a dire la perdita di coscienza e di ruolo sociale di una intera generazione, a causa dell’insipienza (per usare un eufemismo) della generazione dei padri ma anche e soprattutto dei danni prodotti dall’esperienza bellica.
La prima si trova nel citato colloquio finale tra il narratore ed Eduard P., che lancia questa accusa: ”Tutti i nostri padri sono responsabili della nostra infelicità. Sono i padri della generazione che ha fatto la guerra. Loro hanno dato le catene d’oro, le fedi nuziali in cambio di ferro. Ah, che patrioti erano!”. Poche pagine dopo il narratore replica: ”Se avessi avuto un padre [il padre di Roth finì in manicomio lui bambino, N.d.R.] non gli avrei mosso rimproveri. […] Lei giudica come un dio e come un giudice: secondo le intenzioni e secondo le azioni. Noi invece, noi che siamo stati in guerra, giudichiamo secondo la stoffa di cui gli uomini sono fatti. Non eravamo solo stanchi e mezzi morti quando siamo ritornati, eravamo anche indifferenti. Lo siamo ancora. Non abbiamo perdonato ai nostri padri, così come non perdoniamo alle generazioni più giovani, che ci spingono via prima ancora che noi abbiamo ottenuto il nostro posto. Noi non perdoniamo: dimentichiamo. O meglio ancora: noi non dimentichiamo: non vediamo affatto. Non facciamo caso. Ci è indifferente.” Per inciso: è davvero impressionante come Roth, che ritengo non abbia mai letto Gramsci, utilizzi per caratterizzare la sua generazione la stessa categoria morale contro cui il pensatore comunista italiano si era scagliato nel 1917 su La città futura, nel famoso articolo intitolato Contro gli indifferenti.
Subito dopo, a romanzo concluso, Joseph Roth si rivolge direttamente ed affettuosamente ad Arnold Zipper con una lettera nella quale si scusa per aver messo in piazza la sua vita e afferma: ”Tu sei una di quelle persone alle quali non occorre spiegare in che cosa consista la differenza tra l’indiscrezione e la rappresentazione a fini esemplari. So già dunque che tu, lungi dall’arrabbiarti per questo libro, te ne rallegrerai nella misura in cui il mio tentativo ti apparirà riuscito: il tentativo di rappresentare, attraverso due persone, le differenze e le rassomiglianze tra due generazioni in modo tale che quella rappresentazione non possa più esser vista come la cronaca privata di due vite private”.
Queste frasi finali, nonché l’insieme del colloquio con Eduard P. e la lettera, entrambi molto più lunghi e articolati di quanto qui riportato, svelano anche le motivazioni profonde della struttura narrativa del romanzo. Una delle domande che il lettore si può porre a tal proposito è infatti questa: perché non è Zipper che narra in prima persona le sue vicende, ma un suo amico intimo, che a volte appare per la verità troppo intimo, essendo sempre presente in scena nei momenti decisivi? Le ragioni sono a mio avviso da ricercarsi nel fatto che Roth aveva necessità, per dare autorevolezza a questo romanzo, manifesto della disperazione di una generazione, di tenerne in mano direttamente le fila, di essere lui, Joseph Roth, in qualità di intellettuale e scrittore, il narratore, anche in quanto parte direttamente in causa (pur se – per inciso – la sua partecipazione alla guerra fu meno drammatica di quanto ebbe poi ad affermare). Roth però non ha di fatto avuto, come detto, un padre, ed il romanzo si apre proprio in questo modo: ”Io non avevo un padre – cioè: non ho mai conosciuto mio padre – ma Zipper ne possedeva uno”; dovendo scrivere un libro sulle colpe dei padri nei confronti della sua perduta generazione ha avuto quindi la necessità di inventare Arnold Zipper.
Se, come ci dice esplicitamente l’autore, quelle narrate in Zipper e suo padre non sono vicende private, se il destino di Arnold è la rappresentazione della disgregazione anche morale di una generazione costretta alla guerra dalle colpe dei padri, e se quelle colpe si sono generate e sono maturate nel clima sociale della monarchia austro-ungarica allora è chiaro che il Roth del 1928 ha tutt’altre convinzioni rispetto al Roth più tardo, che eleverà un vero e proprio peana alla Kakania ne il busto dell’Imperatore. Come in quel racconto il mondo attuale è per Roth incomprensibile, basato su disvalori che non può accettare, ma diversamente e all’opposto che in quel racconto egli vede ancora lucidamente le radici della catastrofe nell’organizzazione sociale e culturale che più tardi tramuterà in una inesistente età dell’oro basata su una supposta concordia cosmopolita lontana dalla realtà.
La lucidità di analisi di Roth in questo romanzo traspare agghiacciante da una ultima sentenza che merita di essere citata, tratta dal dialogo finale con Eduard P. e che assume valore profetico: ”Sappiamo che verrà ancora una volta una generazione che sarà come quella dei nostri padri. Ci sarà ancora una volta la guerra”. Siamo nel 1928: Ciò che Roth non ha intravisto è che esattamente sull’indifferenza della sua generazione, già in quegli anni, stava facendo leva il potere economico e politico tedesco, al fine di trasformarla, analogamente a quanto accaduto a Zipper padre, in cieco nazionalismo e violenta volontà egemonica, e trascinando l’umanità nella sua più grande (sinora) catastrofe.
La nuova guerra, la nuova barbarie erano molto più vicine di quanto Roth pensasse: quando si accorse, lui tra l’altro ebreo, di cosa stava accadendo, nessuna lucida analisi gli fu più consentita, ed egli cominciò a rievocare un mondo esistito solo nella sua mente. Poi, neppure quello bastò più, e fu solo la bottiglia.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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