Pubblicato in: Classici, Erotismo, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni, Vienna

Maschere, patologia e tanto altro nei racconti del “giovane” Schnitzler

Recensione de La piccola commedia, di Arthur Schnitzler

Adelphi, Biblioteca, 1996

La raccolta di novelle e racconti che Adelphi propone in questo volume riprende l’edizione data alle stampe nel 1932 a Berlino. Schnitzler, autore di notevole successo, era morto l’anno prima, e – secondo una delle fondamentali leggi dell’editoria – era probabilmente necessario proporre qualche suo scritto inedito, battendo il ferro finché era ancora caldo.
Così, come spesso capita, si ricercarono scritti giovanili, opere minori, inediti veri e propri. E, come spesso capita, accanto a piccole perle furono inseriti nella raccolta frammenti, semplici schizzi e testi poco significativi, probabilmente negletti dallo stesso autore nel corso della sua evoluzione artistica.
Il volume è composto da ventitré racconti, scritti da Schnitzler in un arco di tempo che va dal 1885 al 1907, ossia da quando l’autore aveva 23 anni all’inizio della sua piena maturità artistica (avendo nel 1907 già pubblicato opere quali Girotondo, Il sottotenente Gustl e La signora Berta Garlan).
Per scelta editoriale Adelphi ha rispettato l’ordine dell’edizione originale, e i singoli racconti non vengono proposti in ordine cronologico, ma si potrebbe quasi dire in ordine di complessità, lasciando i tre più articolati alla fine.
Se da un lato questa scelta ha un suo senso preciso, perché ricalca la struttura dell’edizione berlinese, dall’altro rende più arduo per il lettore seguire il filo dell’evoluzione stilistica e tematica dell’autore, ciò che dovrebbe essere una delle funzioni precipue di un volume come questo. La cripticità rispetto a tale funzione didattica del volume è accentuata dalla usuale laconicità dell’editore, che si limita a proporre i testi e a farli seguire da un breve elenco delle loro date di scrittura e di prima edizione.
Visto da questa prospettiva si può affermare che il volume rappresenta un’occasione persa. Se infatti, come ritengo, il suo valore fondamentale è dato dalla possibilità di conoscere i termini del passaggio dell’autore da una sorta di naturalismo viennese delle sue prime prove letterarie allo Schnitzler maturo, quello dell’introiezione letteraria della nascente psicanalisi e delle tematiche della patologia e della maschera, allora questo valore è fortemente sminuito dalla duplice scelta di non proporre i racconti in ordine cronologico e soprattutto di non corredare il volume di un apparato critico in grado di guidare il lettore amatoriale lungo le varie tappe del passaggio, lasciandolo solo con le sue inadeguatezze interpretative. Ancora una volta si deve constatare che allo scintillante minimalismo formale dei volumi di Adelphi non corrisponde altrettanto spessore sostanziale. Ma tant’è.
Coerentemente quindi, in queste note riordinerò i racconti secondo il loro ordine cronologico di composizione, al fine di tentare di cogliere meglio i termini e le modalità del pieno ingresso di Schnitzler nel primo novecento letterario, di cui rappresenta senza dubbio uno degli scrittori più importanti.
Inizio perciò con Che melodia!, novelletta di poche pagine risalente al 1885, quindi una delle primissime prove letterarie di Schnitzler, peraltro pubblicata solo postuma. Con una prosa che riflette, nei suoi toni a tratti melodrammatici, l’atmosfera ancora ottocentesca in cui è immersa e dà la sensazione di uno scrittore ancora alla ricerca di un proprio stile, il testo affronta tuttavia con una certa dose di originalità un grande topos della letteratura di ogni tempo: quello del rapporto tra l’artista e l’opera d’arte.
La stessa tematica, con un tono più scanzonato e satirico, è trattata in Aspetta il dio vacante, breve racconto nel quale il giovane Schnitzler si diverte a prendere in giro gli artisti irresoluti sempre in procinto di partorire la grande opera ma cui manca sempre l’ispirazione finale, non combinando nulla nella vita ma senza mancare di sentirsi degli eletti rispetto alla massa.
L’America, breve schizzo che apre il volume, è forse anche il testo più debole della raccolta: poche pagine di un intimismo fine a sé stesso, che risente di un tardo romanticismo di maniera.
Il racconto cronologicamente successivo, L’eredità, del 1887, affronta uno dei temi che saranno più cari allo Schnitzler maturo, quello dell’infedeltà coniugale; in un’atmosfera narrativa ancora schiettamente naturalistica il personaggio di Emil, il primo di quelli che nel risvolto di copertina l’editore definisce terribilmente schnitzleriani senza ancora sapere di esserlo, assume un suo preciso rilievo grazie alla descrizione delle sensazioni che prova dopo essere stato sfidato a duello dal marito tradito. Sono poche righe, ma a mio avviso di notevole importanza, perché da un lato evidenziano l’urgenza dell’autore di andare al di là della semplice registrazione dei fatti, dall’altro denotano tutta l’insufficienza degli strumenti allora a disposizione di Schnitzler – la psicanalisi freudiana non era ancora ufficialmente nata – per concretizzare efficacemente tale urgenza.
Analoghe atmosfere si ritrovano anche leggendo Il principe è in sala, del 1887, breve storia di un modesto orchestrale che muore sul lavoro una sera in cui un principe assiste allo spettacolo. La registrazione cronachistica degli avvenimenti, supportata tuttavia da una precisa descrizione del sentire del protagonista nei suoi ultimi momenti di vita – nella quale emerge appieno il retroterra medico dell’autore – permette a Schnitzler di rendere estremamente efficace questo piccolo affresco nel quale la critica sociale si fa insolitamente esplicita.
Il tema del rapporto tra l’artista e la sua opera evidentemente intrigava il giovane Schnitzler più che nella maturità, perché forma l’oggetto anche de Il mio amico Ypsilon, in cui viene classicamente declinato nella variante della creatura che distrugge il suo creatore. Il sottotitolo, che recita Dalle carte di un medico, lascia intendere come questa tematica classica venga schnitzlerianamente indagata sotto forma di patologia, cosa sottolineata anche dal fatto che le opere del protagonista vengono chiaramente presentate come mediocri: purtuttavia per l’autore questo rapporto patologico tra l’artista e la sua opera è la condizione stessa della creazione artistica, tanto che ”qualcuno dei grandi poeti tanto esaltati dai contemporanei dovrebbe andare al cimitero di Währing e recitare una muta preghiera davanti alla piccola croce” sotto cui giace il pur mediocre Ypsilon.
Dello stesso anno (1889) è anche L’altro. Dal diario di un superstite, racconto in cui fa la sua prima comparsa una sorta di monologo interiore, reso come pagine di diario dalla scrittura frammentaria. Il tema è ancora una volta quello della infedeltà coniugale, che peraltro riaffiorerà in altri racconti del volume. Qui l’aspetto interessante, che proietta il racconto verso lidi letterari posteriori, è la presa di coscienza di Schnitzler che attraverso il monologo passa una visione del tutto soggettiva, che in questo caso si tramuta nell’impossibilità di accertare un tradimento solo sospettato. Anche se ancora undici anni separano questo piccolo racconto da il sottotenente Gustl esso appare molto più vicino a quest’ultimo che all’asettica oggettività de Il mio amico Ypsilon.
Ricchezza è uno dei tre racconti lunghi che il volume lascia per ultimi. È anche uno dei pochi di ambientazione non borghese, avendo come protagonisti un imbianchino e suo figlio, anche se tale ambientazione appare più una necessità narrativa che la deliberata escursione sul terreno delle classi subalterne. Il protagonista, Karl Weldein, è in realtà un pittore mancato, che una notte incontra per caso due riccastri che lo coinvolgono in uno scherzo, vestendolo da signore e portandolo in un esclusivo club dove si gioca molto denaro. Weldein vince una somma incredibile, che gli viene lasciata dai suoi anfitrioni; ubriaco di champagne, sotterra il malloppo sotto un ponte prima di tornare a casa, ma la mattina dopo non si ricorda più dove l’ha nascosto.
Questo brillante spunto narrativo permette ad uno Schnitzler ormai pienamente conscio delle sue qualità letterarie, alle prese con il suo primo racconto di un certo respiro, di costruire una vicenda drammaticamente densa, nella quale la ricchezza materiale a portata di mano ma non raggiungibile condizionerà l’intera vita di Karl Weldein, senza tuttavia impedirgli di riversare sul figlio Franz le sue deluse aspirazioni artistiche. E sarà proprio il figlio ad essere annientato, nello splendido finale circolare, per il suo tentativo di utilizzare la ricchezza del padre, finalmente ritrovata, al fine di concretizzare la sua arte inespressa.
Racconto molto bello, Ricchezza è veramente a mio avviso uno dei termini cruciali di passaggio tra ottocento e novecento della letteratura mitteleuropea: al suo impianto naturalistico fa infatti da contrappunto una fine analisi psicologica dei personaggi, l’indagine della loro interiorità, del loro disagio sociale e della loro inadeguatezza esistenziale rispetto ai meccanismi relazionali.
Se I tre elisir sfiora in un involucro da fiaba romantica il tema delle relazioni uomo-donna costrette dalle convenzioni sociali, uno dei racconti a mio avviso cardine di questa raccolta è – sia pur nelle sue poche pagine – La fidanzata. In esso per la prima volta il tema della pulsione sessuale, in particolare di quella femminile, come motore del comportamento sociale viene analizzato esplicitamente, e per la prima volta nei racconti di Schnitzler compare un termine che diventerà totemico nella sua letteratura: il termine maschera.
Siamo ormai all’inizio degli anni ‘90, e il fatto che l’inconscio e il socialmente indicibile inizino a giocare un ruolo centrale nelle opere di Schnitzler è testimoniato anche dal breve Il figlio, che ha emblematicamente lo stesso sottotitolo, Dalle carte di un medico, del precedente Il mio amico Ypsilon. Qui però il medico Schnitzler non indaga la psiche di un artista, ma l’ipotesi che il primigenio rapporto con la madre costituisca una sorta di imprinting in grado di dettare lo sviluppo successivo della personalità dell’individuo. Ancora una volta la cornice cronachistica permette all’autore di porre, alla fine del racconto, precisi interrogativi di carattere scientifico, ai quali non può fornire risposte certe.
Con La piccola commedia, secondo dei racconti lunghi, del 1893, il tema della maschera diventa per la prima volta veramente centrale, essenza stessa della storia, tanto da essere declinato come una doppia maschera. Felicemente costruito come racconto epistolare, La piccola commedia narra di due giovani protagonisti della vita mondana della Vienna felix annoiati dei comportamenti che il loro ruolo in qualche modo impone loro. Lui è ricco e vive di serate con amici nei locali alla moda e flirt con ragazze più o meno facili; lei è un’attrice che si fa mantenere dal riccastro di turno. Entrambi raccontano queste cose in lettere a loro amici lontani, ed entrambi – momentaneamente liberi da legami sentimentali – hanno la stessa idea: travestirsi da poveri (sartina lei, aspirante poeta squattrinato lui) per cercare un sentimento vero fuori dal proprio ambiente, che possa restituire un senso diverso alla loro vita. Naturalmente incontreranno proprio l’altro, convinti che sia colui che cercavano. Il beffardo finale – che l’autore, a mio avviso ingiustamente, definì noioso – riporterà i due nei ranghi, rivelando l’impossibilità che alla maschera che abitualmente siamo costretti ad indossare si possa sostituire una nuova maschera, sia pure scelta da noi.
Maschere indossano anche Helene e Fritzi, le protagoniste dei due brevi schizzi riuniti sotto il titolo Commedianti, sempre del 1893. Come sempre, sono maschere necessarie per recitare il loro ruolo sociale e professionale, per stupire o rassicurare chi le circonda rispetto alla loro veracità. Ma commedianti mascherati sono anche, sia pur più sottilmente, i coprotagonisti maschili delle storie, che in certo qual modo validano le maschere con le quali Helene e Fritzi si presentano.
Con Il vedovo torna il tema del tradimento coniugale, ed è come se l’autore avesse la volontà di sperimentare il modo di applicare il tema della maschera ad un canovaccio collaudato. Infatti la vicenda è in superficie molto simile ai racconti già visti che affrontavano lo stesso tema: una moglie apparentemente irreprensibile appena morta ed un marito che scopre di essere in realtà stato tradito. Lo sviluppo della vicenda pone però un accento diverso proprio sulla drammaticità della scoperta da parte del marito che ciò che credeva vero della moglie e del migliore amico non era altro che un mascheramento.
Non molto aggiungono a quanto già detto i successivi Il sensibile, nel quale il beffardo inganno di una ragazza, del tutto simile a quello messo in atto da Helene, porta a tragiche conseguenze, e Per un’ora in più, vicenda dal sapore di nero apologo nel quale ancora una volta appare come l’uomo sia impossibilitato da un sostrato culturale ipocrita ad esprimere i propri desideri più profondi.
Una lettura attenta merita La prossima, ultimo in senso cronologico dei tre racconti lunghi, che declina ancora una volta il tema della vedovanza, questa volta non legandolo al tradimento ma – quasi all’opposto – all’impossibilità di sottrarsi ai fantasmi del passato e comunque – ancora una volta – di astrarsi dalla posizione che socialmente ci è stata assegnata.
Se Buone azioni. Pari e patta è una sorta di Ricchezza in sedicesimo, nel quale tuttavia il protagonista povero, chiamato Franz come il figlio dell’imbianchino Weldein, si toglie almeno una piccola soddisfazione morale nei confronti del mondo che lo commisera, Un successo ci regala il piccolo, grande personaggio dell’agente Engelbert Friedmeier, che in una vivida Vienna d’inizio novecento viene considerato incapace perché in sua presenza non vengono commessi crimini.
I quattro ulteriori racconti della raccolta, scritti nei primi anni del ‘900, non meritano a mio avviso specifiche citazioni, tranne l’indubbiamente divertente Eccentricità, che si fa notare per il suo tono scanzonato: del resto in quest’epoca Schnitzler stava già scrivendo opere di ben altra importanza e successo, e forse per questo nella raccolta postuma sono confluiti testi del tutto minori.
In definitiva i racconti di questo volume hanno indubbiamente il pregio di permettere al lettore di conoscere attraverso quali tappe letterarie Schnitzler sia giunto alle sue opere più note, anche se come spesso capita in casi analoghi alcune di queste tappe si rivelano poco significative.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...