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Il piccolo romanzo in leggero anticipo sui tempi

Recensione di Betty, di Georges Simenon

Adelphi, Gli Adelphi, 1992

Georges Simenon è, insieme a Honoré de Balzac, l’autore di cui la mia biblioteca è più ricca di volumi, circa una quarantina per ciascuno. Mentre però di Balzac questi rappresentano la quasi totalità dell’opera, nel caso del padre di Maigret quaranta libri sono solo un piccolo campione della sua sterminata produzione letteraria.
Le cifre che si possono reperire in rete sono a mio avviso impressionanti, anche tenendo conto della lunga vita dell’autore belga: sino al 1929 scrisse circa 200 romanzi, utilizzando 17 diversi pseudonimi; dal 1929 al 1972 altri 192 romanzi, dei quali 103 della serie di Maigret; scrisse inoltre 155 racconti, un migliaio di reportages di viaggio e altri 2000 articoli su vari argomenti. Questa mostruosa produzione letteraria potrebbe far pensare ad un recluso della scrittura, ad una sorta di Marcel Proust a vita, isolato in una stanza sin da giovanissimo e intento solo a scrivere e scrivere… tutt’altro. C’è infatti quantomeno un altro dato, nella biografia di Simenon, che dà l’idea di una personalità ipertrofica, di una vitalità abnorme, di un metabolismo straripante: il numero di donne con le quali ha avuto relazioni sessuali. Secondo una sua celebre stima, sarebbero state circa 10.000, delle quali moltissime prostitute, perché per lui fare sesso era come respirare. Può darsi che la cifra sia sovrastimata, che Simenon abbia sbagliato il catalogo o abbia in qualche modo voluto stupire circa le sue capacità amatorie, ma probabilmente l’ordine di grandezza è quello. Prendiamo quindi per buona questa autostima e facciamo alcuni conti. Diecimila giorni corrispondono a oltre 27 anni, quindi questo è il tempo che Simenon avrebbe impiegato per andare a letto ogni santo giorno con una donna diversa, ovvero – supponendo più di un cinquantennio di vita sessualmente attiva – fare sesso con una donna diversa ogni due giorni; vero è che non è affatto detto che il sesso si debba fare solo in due o che nello stesso giorno si debba fare con una sola donna, ma si deve anche mettere in conto che non sempre avrà concluso subito, che a volte sarà andata buca anche a lui, che ci saranno pur stati periodi di inattività forzata, che perlomeno alcune relazioni avranno pur avuto una loro durata etc. Se si aggiunge il fatto che ha viaggiato molto e che avrà sicuramente dovuto ottemperare per buona parte della sua vita anche agli impegni normali di uno scrittore di grande successo, la domanda che sorge spontanea è: ma dove ha trovato il tempo materiale per scrivere tutto ciò che ha scritto e fare tutto ciò che ha fatto?
Dopo un fugace incontro con l’autore tre anni or sono, grazie a Le finestre di fronte, il mio metodo di lettura mi ha portato a leggere i libri di Simenon acquistati nel 2007; essendo questi circa una quindicina, ho deciso di non leggerli tutti, non avendo voglia di impegnarmi tanto a lungo con un singolo autore – forse non del tutto imprescindibile – e mi sono limitato a leggere sei romanzi, scegliendo, tra i molti, quattro romans durs e due episodi della serie di Maigret. Così la prima opera che mi è capitata tra le mani è questo Betty, del 1960.
Romanzo breve, Betty appartiene alle opere letterarie nelle quali un autore maschio analizza a fondo la psicologia femminile, e devo dire che – per quanto possa giudicare appartenendo anch’io alla metà non femminile dell’umanità – l’esito di questa prova è notevole, rivelando sia lo scrittore maturo, che con opere come questa si distacca nettamente dal genere poliziesco nel quale è costretto dai meccanismi editoriali, sia il profondo conoscitore (vedi sopra) della femminilità, sia infine un fustigatore della morale sessuale borghese e religiosa nonché di alcuni dei fondamenti stessi di tale morale: la famiglia, il matrimonio, la maternità.
Protagonista del romanzo è appunto Betty, giovane moglie e madre dell’alta borghesia parigina.
Del suo status sociale e delle sue vicende umane il lettore viene a conoscenza scorrendo le pagine del romanzo, che inizia in media res, quando Betty una sera piovosa si trova alla Buca, un bar della periferia di Versailles, ubriaca fradicia, infangata, sporca e con le calze smagliate, insieme ad un medico morfinomane che l’ha rimorchiata a Parigi. Quando quest’ultimo, dopo essersi fatto un’iniezione, inizia a delirare, viene portato a casa da Mario, il titolare italiano del bar, e di Betty, in stato ormai semicomatoso a causa dell’alcool, si occupa Laure, una signora di mezza età che la porta in una camera dell’albergo poco distante dove vive.
Pagina dopo pagina, grazie alle riflessioni ed alle chiacchierate di Betty con Laure nella camera d’albergo dove rimarrà per alcuni giorni, riprendendosi a poco a poco, il lettore ricostruisce la sua vita, scopre la sua personalità e perché si è ritrovata in quel bar di Versailles.
Il giorno prima Betty è stata scacciata dalla sua bella casa di un quartiere elegante di Parigi dal marito e dalla suocera, che l’hanno sorpresa mentre faceva l’amore con il giovane amante. Le hanno fatto sottoscrivere una dichiarazione di colpevolezza ed indegnità morale, dandole un cospicuo assegno per le prime necessità. Uscita di casa sotto la pioggia così come si trovava, dopo aver invano cercato di rintracciare l’amante, che si è squagliato, ha vagato tra whisky e letti sconosciuti sino a trovarsi alla Buca.
Quanto accaduto è il drammatico epilogo di una vicenda matrimoniale apparentemente perfetta. Betty è figlia della piccola borghesia, con un padre molto amato fucilato dai nazisti quando lei era ancora piccola. Sposando Guy Étamble è entrata di fatto a far parte di una classe sociale molto più elevata; il marito è figlio di un defunto generale, e occupa un posto di rilievo in un ministero dopo essersi laureato a pieni voti all’École polytechnique: chiunque conosca un poco la società francese, di fatto monarchica e suddivisa in caste, sa cosa significhi uscire dall’X o dall’Ena. Con Guy ha fatto due splendide figlie, e la sua vita trascorre nel magnifico appartamento di Rue de Wagram, in compagnia di una suocera che viene spesso in visita da Lione, dove abita, e della famiglia del cognato, anch’egli ovviamente alto funzionario ministeriale, che abita al piano di sopra.
Sotto questa patina lucida e brillante si nascondono però i veri sentimenti dei protagonisti: la suocera non ha mai perdonato a Betty di provenire da un ambiente sociale inferiore, ed il marito la circonda di un amore forse tenero ma sostanzialmente paterno, trattandola più come un essere bisognoso di protezione che come una compagna. Anche il suo ruolo di madre è in qualche modo sequestrato dalla famiglia, che manifesta un velato malcontento per il fatto che non sia arrivato l’erede maschio.
Questa atmosfera fatta di un perbenismo sottilmente soffocante impatta sulla personalità di Betty, segnata da un problematico rapporto con il sesso, del quale ha avuto esperienza indiretta nella prima adolescenza, in campagna, e per il quale sente al tempo stesso attrazione e repulsione, considerandolo sporco e violento ma proprio per questo in grado di risvegliare le sue pulsioni più profonde.
Così Betty, che non ha nascosto a Guy le sue numerose esperienze prematrimoniali, ricevendo superficiali rassicurazioni sul fatto che per lui non avevano alcuna importanza, reagisce alla gabbia di affetto peloso e condiscendente in cui è rinchiusa con il tradimento sessuale, sino all’episodio che determinerà la sua cacciata, vissuta da Betty come una liberazione – sia pure accanto ad una buona dose di senso di colpa – tanto che rimane il dubbio sul senso da attribuire a quel suo vagare ubriaca e pronta a darsi a chiunque sotto la pioggia parigina: tentativo di annientamento o discesa liberatoria nell’abisso della propria personalità?
Tutto questo, come detto, il lettore lo viene a sapere a poco a poco, perché il romanzo si svolge nell’arco dei pochi giorni in cui Betty rimane nella camera d’albergo di Versailles, accudita da Laure. Quest’ultima è la coprotagonista del romanzo, e – anche se animata dalle migliori intenzioni – rappresenta per Betty la minaccia di un ritorno all’ordine. Laure, che si è assunta il compito di guarire Betty, appartiene alla stessa classe sociale degli Étamble; la casa di Lione dove viveva con il marito, famoso medico, è significativamente poco lontana dalla loro e le due famiglie si frequentavano. Rimasta vedova da oltre un anno si è trasferita nell’albergo di Versailles, beve parecchio ed ogni sera frequenta la Buca; Betty non tarda a scoprire che Mario, il padrone del locale, è il suo amante, o meglio lo strumento che dà a Laure il piacere di cui ha bisogno.
Simenon, con la sua scrittura asciutta e senza fronzoli, è molto abile nel condurre il lettore sul terreno del latente e sordo scontro che si gioca tra Betty e Laure man mano che la prima, uscendo dallo stato di passività in cui l’aveva gettata l’eccesso di l’alcool, comprende il pericolo che per lei rappresenta la buona vedova, che se da un lato non giudica il suo comportamento dall’altro agisce per ricondurlo ad una normalità che per lei non può che significare il rientro nell’alveo di una vita dominata da regole che hanno finito per schiacciarla. L’autore conduce questo scontro alle estreme conseguenze, fino a delineare un sorprendente (ma forse non troppo) finale nel quale si assiste alla schiacciante vittoria di una delle due protagoniste.
Sono almeno due i livelli interpretativi principali attraverso i quali è possibile analizzare questo bel romanzo. Il primo ruota ovviamente attorno alla complessa personalità di Betty, al suo essere di fatto, agli occhi della società, una puttana, ed in generale a come viene trattato il tema del rapporto tra l’universo femminile e il sesso. Il romanzo è come detto del 1960, e senza dubbio si inserisce in un clima culturale che ormai prelude, specie in una città come Parigi, allo sdoganamento del sesso quale uno dei fattori fondanti la personalità, non solo nell’ambito di ristrette cerchie dell’élite intellettuale, ma a livello di coscienza collettiva. Ancora alcuni anni separano però Betty dalla cosiddetta liberazione sessuale, e in quel 1960 è ancora forte il retaggio del decennio precedente, senza dubbio impregnato di un maggior moralismo diffuso. Ecco quindi che Betty, caratterizzando la protagonista come una donna che ama il sesso in quanto sporco, come una moglie che si lancia in continue avventure occasionali, come una madre che si eccita al pensiero di scopare davanti alla porta della camera in cui dormono le sue bambine, e fondando su questa caratterizzazione la sua vitalità, il suo essere positiva, diviene di fatto un romanzo d’avanguardia, o quantomeno di rottura, prefigurando – come solo la grande arte può fare – temi e riflessioni che non solo sarebbero divenuti oggetto di dibattito diffuso solo alcuni anni dopo, ma che ancora oggi possono dividere, come dimostrano molti commenti (per lo più femminili) al libro, in cui prevale un giudizio negativo per l’impossibilità di riconoscersi nel personaggio. Va da sé, per inciso, che ritengo riduttivo qualsiasi giudizio critico che si basi sull’empatia o sulla repulsione rispetto ai protagonisti di un’opera letteraria, essendo altri a mio avviso i compiti della letteratura rispetto a permettere al lettore di identificarsi o meno nei personaggi. Ma tant’è.
Simenon insomma scava, molto efficacemente a mio modo di vedere, nelle pulsioni che ciascuno di noi prova nei confronti del meraviglioso artificio che la natura ha escogitato per permettere la riproduzione delle specie, e lo spoglia di ogni sovrastruttura culturale, facendo di Betty un contraddittorio animale sessuale, che non lo fa semplicemente per provare piacere, ma perché è l’unico mezzo che ha per cercare veramente sé stessa.
Qui entra in ballo il secondo livello interpretativo, perché per Betty questa ricerca diviene tanto più urgente quanto più è stretta nel cappio della sua gratificante esistenza altoborghese.
Vi è insomma nel romanzo una critica del perbenismo, del moralismo e del complesso dei valori fondanti le convenzioni sociali in cui è immersa la borghesia francese, e la critica è tanto più radicale perché a questi valori non vengono contrapposte virtù in qualche modo alternative, ma la rottura e la liberazione vengono fatte passare attraverso ciò che diffusamente viene considerato degrado morale.
Betty ci dice in buona sostanza che la cappa delle convenzioni costruita dalla società borghese (uso per l’ennesima volta questo termine perché troppo precisi ed univoci sono in questo senso i riferimenti nel testo) per perpetuare sé stessa può essere spezzata solo recuperando i propri istinti primordiali e mettendo anche in discussione dolorosamente altri istinti, come quello materno, ormai utilizzati per impedire di sfuggire alle logiche dell’ordine sociale.
Ovviamente a Simenon sfugge quasi totalmente (se non nell’accennata origine sociale di Betty) la fondamentale natura di classe della contrapposizione ai valori borghesi, ma credo tuttavia che indagare in modo così coraggioso gli aspetti esistenziali di tale contrapposizione, e prendere così apertamente le parti dell’irregolarità profonda di Betty vada ascritto a merito di questo grande e per molti versi contraddittorio autore.
Mi sono ripromesso di non parlare del finale del romanzo, che è bene lasciare alla scoperta del lettore. È però necessario, prima di concludere queste confuse note, dire alcune parole sul terzo personaggio importante del romanzo, il proprietario della Buca, l’italiano Mario.
A mio avviso Mario è infatti un personaggio importante non soltanto per il ruolo che gioca nel finale, ma anche perché incarna uno degli archetipi della letteratura di Simenon, che si ritroverà ad esempio nel prossimo romanzo di cui scriverò: Cargo, e forse in qualche modo rappresenta una sorta di alter ego dell’autore.
Mario è infatti il viaggiatore, l’amante delle donne, l’uomo in grado di capirle, e forse non è un caso che il belga Simenon abbia affidato questo ruolo ad un personaggio non francese.
Betty è a mio avviso un piccolo ma importante romanzo, soprattutto se rapportato all’epoca in cui è stato scritto, ed ancora una volta svela come Simenon sia un autore rappresentativo dell’epoca a cavallo della metà del secolo scorso, in grado da un lato di assorbire appieno nelle sue opere le grandi tematiche della letteratura del primo novecento e dall’altro di tradurle in una prosa minimalista ma non per questo poco efficace, di instillare nel vasto pubblico dei suoi lettori dubbi e pensieri che andavano al di là di quelli legati alla pur importante ricerca del colpevole da parte di Jules Maigret.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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