Pubblicato in: Erotismo, Letteratura, Letteratura belga, Libri, Mare, Narrativa, Novecento, Recensioni

Se questo è un libro (scritto nel maggio del 1945)

Recensione de Il Clan dei Mahé, di Georges Simenon

Adelphi, Biblioteca, 2006

Resta per me un mistero la capacità che alcuni autori hanno di estraniarsi completamente, nelle loro opere, dalla realtà che li circonda, in particolare quando questa realtà è altamente drammatica, rifugiandosi in un proprio universo privato da cui unicamente attingono spunti per la loro scrittura, impermeabili a ciò che succede attorno a loro.
Il secolo scorso è stato percorso, tra le altre grandi tragedie che lo hanno caratterizzato, da due guerre mondiali. La prima è stata una immensa ecatombe consumatasi prevalentemente nei territori attraversati dal fronte, ma le sue conseguenze sulla vita e sulla coscienza anche di chi era nelle retrovie è testimoniata se non altro dagli epocali sconvolgimenti sociali che la seguirono. La seconda guerra mondiale è stata ancora più pervasiva, se così si può dire, avendo steso direttamente la sua cappa di morte su pressoché tutta l’Europa (oltre che su parte dell’Africa e dell’Asia), e si può dire che, almeno nel vecchio continente, furono ben pochi coloro i quali non abbiano avuto la guerra in casa.
Le opere di moltissimi scrittori attivi in quei periodi storici portano il segno, sia pure in modi affatto diversi, di queste due catastrofi scatenate dalla contrapposizione di opposti interessi imperialistici, anzi a volte nascono proprio dall’impulso insopprimibile di raccontare l’inenarrabile, ma mi è capitato spesso di riscontrare come alcune opere letterarie, anche di pregio, scritte in quei periodi, si astraggano totalmente da essi, essendo latrici di una sorta di neutra atemporalità che a mio avviso è spesso segno di superficialità e inadeguatezza. Debbo precisare, a scanso di equivoci, che è lungi da me identificare il valore di un’opera letteraria con il suo realismo o peggio cronachismo, ma siccome sono convinto che il grande artista abbia come compito primario quello di interpretare – nei modi e nelle forme che la sua poetica gli suggerisce – i tempi in cui vive, tendo di conseguenza a sminuire criticamente ogni espressione di intimismo fine a sé stessa, per quanto formalmente sublime, e quindi ritengo sostanzialmente minore lo scrittore che, trovandosi a vivere durante eventi che hanno sconvolto il mondo, vi reagisce costruendosi un piccolo mondo parallelo, a uso e consumo suo e del suo pubblico. Detto in termini più drastici, a mio avviso la letteratura d’evasione è cattiva letteratura, perseguendo finalità opposte a quelle affidate alla buona letteratura.
Resta però un problema: quando un’opera letteraria (o cinematografica, o musicale) può essere definita d’evasione e quando no? Qual è il discrimine, ammesso che un discrimine di tal fatta esista?
Dopo aver letto alcune opere di Georges Simenon ed in particolare dopo essere giunto a questo Il clan dei Mahé mi sento di dire che l’autore belga possa essere considerato uno dei casi emblematici di questa difficoltà – probabilmente del tutto personale, ma che, considerato che scrivo queste note esclusivamente a mio beneficio, assume per me la massima importanza – di separare, se così si può dire, il grano dal loglio.
Simenon, che ha passato gli anni di guerra nel suo rifugio vandeano, mantenendo un rapporto quantomeno ambiguo con l’occupante tedesco e occupandosi solo di mantenere il suo successo, termina Il clan dei Mahé nel maggio del 1945, poco prima di sfuggire alle accuse di collaborazionismo partendo per il Canada; è presumibile, visti i ritmi di scrittura di cui era capace, che non avesse iniziato il romanzo molto prima. Lo scrive pertanto nel mese in cui Hitler si uccide nel suo bunker, l’Armata Rossa entra a Berlino, cominciano a circolare le notizie sui campi di sterminio e la guerra termina, perlomeno in Europa; nel Pacifico la più grande democrazia del mondo deve infatti ancora compiere i suoi crimini più orrendi. La Francia è libera dalla tarda estate dell’anno precedente, ma la situazione è tutt’altro che tranquilla: l’8 maggio del 1945 iniziano in Algeria i moti indipendentisti conosciuti come Massacri di Sétif, Guelma e Kherrata, durante i quali un numero di algerini compreso tra 3.000 e 45.000, a seconda delle varie fonti, verrà massacrato dalla polizia e dall’esercito coloniale francese.
In questi tempi tragicamente straordinari Simenon non fa altro, con Il clan dei Mahé, che continuare la serie di ritratti psicologici di uomini in qualche modo attratti ed oppressi dall’universo femminile che ho già avuto modo di commentare nelle precedenti note riguardanti Cargo, scritto quasi dieci anni prima. Tra i due romanzi sembrano esservi – almeno apparentemente – profonde diversità: diversa è infatti l’ambientazione, come pure la figura del protagonista, che non è più un giovane déraciné di tendenze anarchiche ma un tranquillo medico trentacinquenne, sposato e padre di due bambini. Un’altra importante differenza tra i due romanzi è la loro lunghezza: a fronte della corposità di Cargo qui Simenon nuota nelle acque più conosciute del romanzo breve, nelle quali riesce sicuramente a calibrare meglio la bracciata.
La cosa che comunque colpisce maggiormente ne Il clan dei Mahé è che, fatte salve queste differenze, i due romanzi avrebbero potuto essere stati scritti a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro: nulla, assolutamente nulla rivela che nel mezzo c’è stata una guerra mondiale che ha provocato decine di milioni di morti, che la Francia è stata sconfitta ed occupata, che il mondo è cambiato per sempre, in quei dieci anni.
La vicenda di François Mahé è talmente borghese, privata e priva di qualsivoglia aggancio con l’epoca in cui fu scritta che potrebbe benissimo essere ambientata, come detto, negli anni ‘30 oppure negli anni ‘60 del XX secolo. Prima però di analizzare quelle che ritengo essere le motivazioni di tale scelta narrativa, che a mio avviso assumono una loro peculiare importanza rispetto al giudizio complessivo sull’opera, è opportuno accennare brevemente alla sua trama.
François Mahé è come detto un medico trentacinquenne, ormai afflitto da una incipiente pinguedine, che vive a Saint-Hilaire, immaginario villaggio sulle rive della Sèvre Nantaise, in Vandea. Lo incontriamo però mentre è in vacanza a Porquerolles, piccola isola del Midi poco lontana da Tolone. È il primo anno che lui e la famiglia vi passano le vacanze estive, e non vi si trovano bene, a causa del caldo eccessivo, della dieta con troppo pesce e della distanza che sentono rispetto alle abitudini del posto. Mentre è a pesca in barca con un locale, senza riuscire a prendere neppure un’ombrina, pesce pregiato oggetto della battuta, ed è ammaliato dalla vivacità del paesaggio marino che intravede attraverso le limpide acque, viene richiamato a riva perché c’è necessità di assistere una giovane donna che sta morendo. Giunto nella povera casa dove pochi anni prima si è installata una famiglia proveniente non si sa bene da dove, non può che constatare la morte della donna, madre di tre figli tra i quali una ragazzina ormai sulla soglia della pubertà, che lo colpisce per il corpo lungo e magro coperto da un vestito rosso ormai troppo piccolo. Elisabeth, è il nome della ragazza, diventerà una sorta di ossessione per il dottor Mahé, tanto da spingerlo a costringere di fatto la famiglia a tornare a Porquerolles nei tre anni successivi, nonostante come detto non si siano trovati bene. L’attrazione di François per la ragazzina, che comunque non si concretizzerà mai, e la diversità dei ritmi e dei rapporti umani nella piccola isola sono per lui l’occasione per accendere un riflettore sulla sua vita, e per rendersi conto di essere sempre stato guidato dalla famiglia, in particolare dalla madre, che vive con loro: è stata infatti la sua famiglia a decidere che dovesse divenire medico ed è stata sua madre, rimasta vedova, anche a scegliergli la moglie nella insipida e sottomessa Hélène, per evitare che portasse a casa una donna che mettesse in discussione il suo (della madre) indiscusso potere familiare. Così la crisi esistenziale di François Mahé si avvita sempre più su sé stessa, rendendogli insopportabile una vita fatta di una moglie con la quale non ha alcun rapporto vero, della grigia casa in Vandea nella quale riceve pochi noiosi colleghi, di un tempo regolato dalla professione e dalle obbligatorie passioni per la caccia e la pesca, scandite anch’esse dal monotono scorrere delle stagioni.
Come detto l’ambientazione di questo romanzo appare completamente diversa da quella dell’altra opera da me letta recentemente e riguardante anch’essa l’avvitarsi di un giovane uomo in una crisi esistenziale profonda: là lo sfondo era quello esotico del Sudamerica e della Polinesia, mentre qui i due poli del racconto sono entrambi immersi nel domestico paesaggio della provincia francese, addirittura emblematico nel caso della Vandea. A ben guardare però Porquerolles, che Simenon, come molto spesso accade per i luoghi delle sue opere, conosceva bene, rappresenta esattamente per François Mahé ciò che Buenaventura o Tahiti hanno rappresentato per Joseph Mittel, il giovane protagonista di Cargo, vale a dire ambienti nei quali le proprie sicurezze vengono in qualche modo messe in discussione e si è costretti a fare i conti con sé stessi. In entrambi i casi, inoltre, la crisi scoppia a causa del rapporto oltremodo complesso del protagonista con l’universo femminile, in grado di risucchiare esistenze normali entro meandri oscuri e inesplorati. Al di là delle profonde differenze d’impianto, i due romanzi hanno quindi molto in comune, come rivela anche il fatto che nella sostanza la loro conclusione sia analoga, e questo mi porta ad alcune considerazioni ulteriori. La prima e più ovvia è che questa comunanza non sembra deporre a favore della capacità di Simenon di spaziare quanto a tematiche affrontate nei suoi romanzi duri: se obiettivo dell’autore era di scrivere, con le sue opere non di Maigret un romanzo totale in grado di rappresentare l’uomo del novecento, dalla lettura di questi due romanzi emerge piuttosto una sua tendenza a duplicare la serialità di Maigret, scrivendo non il romanzo totale ma sempre lo stesso romanzo. Ovviamente questa mia visione è al momento decisamente parziale: avendo letto ancora molto poco della sterminata produzione dell’autore belga, andrà infatti corroborata da ulteriori letture.
La seconda considerazione critica è sicuramente più oggettiva, e deriva direttamente dall’intervallo di tempo trascorso tra la scrittura di Cargo e quella de Il clan dei Mahé. Se infatti, pur con tutti i limiti formali e sostanziali che ho creduto di riscontrare in Cargo, nel 1936 forse aveva ancora un qualche senso tratteggiare la crisi esistenziale di un giovane uomo, se essa poteva ancora assumere il significato della crisi di un’epoca di grande incertezza che si avviava verso una ulteriore catastrofe, francamente non ha più alcun senso riproporre lo stesso schema strutturale, nel quale il giovane anarchico è diventato un corpulento borghese, che invece di imbarcarsi su un cargo in una fredda ed umida notte di Dieppe parte per il Midi in automobile con famiglia al seguito e bagagli legati sul tetto. Non ha più senso perché nel frattempo la catastrofe c’è stata davvero, anzi non è ancora finita; altra quindi sarebbe la letteratura necessaria ed altri sarebbero i compiti e i doveri dell’intellettuale in tali frangenti. Ma Simenon sconta probabilmente due peccati originali. Il primo è quello di essere innanzitutto uno scrittore di successo, che deve rendere conto primariamente ad un pubblico e a degli editori, i quali si aspettano da lui che continui a fornirgli a getto continuo una produzione riconoscibile: Maigret, certo, ma anche gli altri romanzi devono avere il copyright Simenon ben stampato nel risguardo di copertina. Il secondo peccato è quello di non essersi mai occupato di politica, il che ha voluto dire, come accennato, aver badato più alla propria tranquillità e alla propria carriera anche mentre intorno a lui il mondo bruciava. Nulla di più ovvio, quindi, che tornare a scrivere le stesse cose di prima ora che il mondo, almeno nelle vicinanze, non brucia più.
Il clan dei Mahé è quindi il romanzo di Simenon al quale sino ad ora riservo il mio giudizio più duro. Questo non tanto perché sia scritto male – la prosa minimalista di Simenon è infatti sempre scorrevole e piacevole da leggere e non mancano momenti intensi ed avvincenti – quanto perché a mio giudizio è forse emblematicamente il romanzo, tra quelli sinora da me letti, nel quale più emerge la rinuncia di Simenon, che probabilmente invece ne possedeva tutte le potenzialità, a farsi intellettuale vero, ad affidare alla sua pagina scritta significati in grado di far riflettere i suoi lettori; in quel preciso momento storico si è limitato ancora una volta a proporre ciò che il sistema di cui era parte integrante si aspettava da lui, probabilmente anche al fine condiviso di massimizzare il successo editoriale; e questo è a mio avviso tanto più grave proprio se rapportato ai tempi in cui questa opera fu scritta.
Ovviamente questa attenzione a ciò che è facile comporta anche gravi ripercussioni sugli aspetti più strettamente letterari del romanzo. Non si sfugge infatti, ad una sensazione di superficialità fuori tempo massimo che lo percorre. Mi riferisco in particolare all’importanza assunta dalla dimensione onirica nel ritratto psicologico del protagonista, in linea con tanta produzione letteraria novecentesca, che però appare decisamente di seconda mano e appalesa a mio avviso più di una difficoltà dell’autore nel non farla divenire decisamente strumentale. Come definire diversamente infatti il sogno decisivo del protagonista, quello in cui tutti i parenti, i componenti del clan gli si stringono a cerchio senza permettergli di scappare?
In definitiva dal mio punto di vista, che comunque dichiaro essere del tutto parziale, essendo poche le opere dell’autore belga sinora lette, Il clan dei Mahé rappresenta da un lato la logica conseguenza letteraria dell’atteggiamento tenuto da Simenon durante gli anni precedenti, quelli della guerra e dell’occupazione, dall’altro l’ulteriore tessera di un mosaico che mi sta rivelando un autore a volte in grado di produrre grande letteratura ma spesso, forse troppo spesso, attento principalmente all’esito commerciale delle sue opere: una sorta di Dickens del ‘900, probabilmente senza la grandezza di Dickens. Forse non può che essere così, dato il numero imponente dei suoi scritti: certo è che per me Simenon rimane ancora in larga parte un enigma, per la cui soluzione non mi rimane da far altro che leggere altre sue opere.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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